I genitori accompagnarono il bambino all’ingresso del castello. La madre aveva un lungo fular intorno al collo ed un cappello rosso vestino un lino raso rosa: alla porta – dopo che vennero spente tutte le luci d’ingresso e del giardino il ragazzo che non aveva più di dieci anni comincio a sgranare gli occhi. Era la prima volta che vedeva con attenzione il cielo notturno: la luna – gibbosa crescente oltre il primo quarto – illuminava la punta degli abeti e la condensa che usciva dal respiro sembrava illuminata a sua volta, come un mistero che quel respiro e gli alberi essa legasse in sintonia come di poesia mediante la luce che dolcemente sui colli rivolgeva. Le costellazioni erano ben visibili ma non si interessavano di astronomia così l’occhio attento del papà del fanciullo riconosceva la cintura di Orione – diceva tra sé: “poco più il là ci sta il gran carro e la stella polare”. Il ragazzo continuava a guardare avanti mentre la mamma poco più distante avvicinando gli indicava un punto in cielo non definito ma bastò a fargli alzare lo sguardo.
“Sì dev’essere un poco più in là” - continuava il Papà del ragazzo. Un uomo distinto dai tratti pingui di un lavoro d’ufficio. In doppiopetto con il primo bottone non allacciato come di chi in casa alla sera sta in riposo.
In lontananza ma non riconoscevano questi suoni credendoli metafore invisibili del mistero della notte, c’erano i rumori dei bramiti autunnali. Decisi e profondi come questo disegno notturno e profondo che vi ho appena descritto.
Poco dopo – saranno stati sì e no cinque minuti – la famiglia rientro in casa. Le falangi delle dite infreddolite e si misero sul divano di fronte al camino a parlare dei fatti del giorno – e di economia domestica – mentre bene presto il ragazzo venne preso dal sonno e così lo portare a dormire.
“Accidenti a me!” - nel cuore della notte si levo un grido acuto. Lucio – che è il nome del Papà del fanciullo – in camicia da notte comincio a correre per la stanza. “L’hai sentito di nuovo Ginevra?”: La moglie rimase in silenzio. “SI può sapere che cosa sono questi urli?” e continuava “Ho sentito che alcune abitazioni hanno fantasmi, può trattarsi di qualcosa di simile?”. La moglie solo per tentare di farlo parlare ripete il nome del marito: “Lucio ...”. Il signor Lucio rimane in silenzio come in ascolto. “Ho deciso, ci trasferiremo” - e mentre stava per finire la frase una porta sbatte violentemente come mossa dall’aria.
Il mattino dopo le colline erano avvolte nella nebbia, una nebbia leggera che faceva passare qualche raggio di Sole, infatti si intravedeva per gli alberi raggi vermigli e l’albedo gli diffondeva per tutta la valle, come se la notte prima non fosse successo nulla.
Geronimo – il fanciullo – si era accorto di tutto, ma non parlava, un po’ per timore e un po’ per fiducia di sapere che i genitori sapevano quello che stavano facendo. Ginevra – ancora in abito da notte – preparò la colazione e le cose necessarie per la scuola, vestì il figlio e mentre sistemava in cucina lo saluto senza guardarlo, mentre si accostava ad uscire di casa col suo Papà per andare a scuola, si sedette in attesa delle faccende mattutine mentre il pesante portone di ferro si richiudeva alle spalle degli uomini di casa.
Ginevra rimase da sola in casa. Sì preparò come ogni giorno e dopo un’ora – che era pronta per affrontare la giornata – usci di casa andando verso il mercato a fare spesa di modo da preparare il pranzo e la cena. Tornò a casa verso le undici mentre anche il resto del villaggio aveva già completato i preparativi per il pranzo.
A mezzo giorno era tutto pronto per la cena, da sola come al solito, suo marito stava a lavoro in una acciaieria mentre il figlio aveva scuola fino alle quattordici ed un quarto. Sì preparò della pasta aglio olio e peperoncino, un po’ d’insalata e un filetto di pesce per secondo. Sì preparò l’acqua della fonte e un bicchiere di vino bianco diluito nel secondo bicchiere d’acqua che bevve d’un sorso cominciando il secondo piatto.
Nel bel mezzo del pomeriggio, è gennaio, - si sente aprire il cancello di ferro, si muove lentamente l’auto che rientra nel suo garage e d’un tratto la frenata brusca, troppo brusca… Ginevra si alza dal letto, dov’era sdraiata in riposo dall’aver passato la mattino a ricomporre la famiglia e la spesa e tutte le solite faccende domestica. Lucio ed il bambino entrarono in casa, intanto Lucio si sedette sulla poltrona, si sbottonò la pesante camicia e cominciò a guardare la televisione. Il bambino accompagnato dalla madre andò in stanza e preparatosi per la sera apri i suoi libri e cominciò a preparasi per il giorno di scuola di domani.
Verso sera Ginevra – in cucina – si mise a chiacchierare con la sua amica Teresa – erano di fronte al Thé – vestite in abito lungo di cimiglia – e stringeva con forza la tazza, come se il calore di quella bevanda nelle sue mani avesse una forza capace di ricomporre la sua fortezza segreta: il suo pianto nascosto che veniva trasformato in un sorriso da offrire all’amica. Teresa aveva la sua stessa età ma non era sposata non aveva figli – erano insieme da molti anni – si davano forza – andavano insieme alla fine del giorno scambiandosi consigli di cucina e parlando dei loro uomini – Teresa insegnante della scuola dei suoi scolari.
Intanto Lucio usci di casa e andò verso il paese. Aveva nel borsello quaranta euro ed gli spese per una confezione di tabacco una bottiglia di vino, un po’ di sapone ed un salame fresco acquistato in salumeria.
Tornando verso casa: di fronte al cancello gli girava la testa. E sì accosto al portone, si mise a sudare, si apri la camicia, chiuse gli occhi – vibranti verso il cielo.
Un inferto se lo portò via. Pochi minuti dopo passò da lì un contadino di ritorno dai campi, da buon samaritano gli si avvicino e constatò il dovuto, andò ad avvisare i vicini.
Ginevra lasciò cadere la tazza a terra che si spezzo riversando a terra l’acqua calda.

Diciassette marzo 1985, pomeriggio inoltrato...
Una rossa luminosità invadeva la città di Dornoch, affacciata sul mare del Nord, nella Scozia nord-orientale.
La contea del Sutherland faceva da contorno con tutto il suo storico passato.
Le Highlands richiamavano vicende lontanissime: storie di clan e di battaglie.
La risacca del mare lentamente si spegneva sulle spiagge.
Le case in fila sembravano quasi confondersi con i toni del cielo.
Un vento insistente soffiava sulle strade che correvano lungo la costa, trasportando spruzzi d'acqua sul suolo.
La sera cercava di strappare gli ultimi bagliori di luce prima di chiudere la finestra del cosciente per abbandonarsi nel sogno onirico del silenzio.
Notte.
Come tante altre, tutte uguali una all'altra.
La città sonnecchiava da un po' mentre una foschia tenue ricopriva tutta la pianura.
La strada che conduceva al mare era deserta.
Alberi spogli sparsi qua e là lasciavano intravedere un autunno inoltrato.
Un'auto si dirigeva verso il centro della carreggiata illuminando la strada con i suoi gialli fari.
Un gatto fermo nel centro.
I suoi occhi accesi come lampioni.
La morte sfrecciò accanto... sfiorò.
L'auto si fermò, scese qualcuno. Una carezza leggera sul muso, mani che sollevarono e caldo tepore d'un sedile. Poi, le luci della targa s'allontanarono nella nebbia.
Un segnale stradale, vecchio e arrugginito, barcollò come un ubriaco, cadendo in terra. Una scritta: “Benvenuti”.
Sì: benvenuti in questa storia.
Piana di Nightingale.
Un'auto ferma: Bentley Musalnne nera. Una porta si apre lentamente. Foschia. Un'eterea figura s'intravede. Si spengono le luci d'una casa illuminata a giorno.
Il rumore d'un mazzo di chiavi tintinna nel silenzio, un cancello cigola lamentandosi; sul selciato, stivali schiacciano pian piano sassolini bianchi.
Un viale, con ai margini delle siepi e alcuni alberi, porta in fondo al buio senza che di esso si veda la fine. Dimora antica custodita con gran cura: ogni aspetto architettonico è sapientemente gestito. Giardino perfetto.
Proprietari molti ricchi sicuramente.
Una voce dall'auto: “Buona sera miss Jane, al solito posto?”
La donna sale, quasi fosse priva di peso per la sua magrezza.
“Vai George, solito posto”
Sempre più notte nel Sutherland.
Whitedark pub, un quarto a mezzanotte.
Parcheggio.
Lattine di birra intorno: bidoni dell'immondizia che emanano profumi inebrianti.
Stridono pneumatici, si ferma l'auto.
Figura esile scende: capelli lunghi, lisci e neri; trucco sul viso appena accennato. Jeans, maglione sportivo, giubbino di pelle e l'unico vezzo un paio d'anonimi “anfibi” ai piedi.
Famiglia borghese la sua: benestanti da generazioni e uno zio alla camera dei Lords.
Modi raffinati e aspetto da ragazzina non ancora cresciuta.
“George, tardo un po', questa sera voglio divertirmi; ne ho abbastanza del collegio e degli insegnanti e poi ho una gran fame questa sera. Mi raccomando non dire dove sono ai miei, ti prego fallo per me. Fra un paio d'ore puoi venire a prendermi”
“Va bene miss”
Gente sfatta, avara della vita: l'indolenza non è un accessorio.
Un mondo di visioni governa il locale.
Fumi e odori salgono sulle travi di legno: le impregnano, le sodomizzano al loro gusto.
Chi entra ne esce vestito a nuovo: un nuovo che sa di schifo, quello della società.
Una ragazza di così alto rango in quel locale?
L'esser giovani e ricchi non implica né morali indotte o altre coercizioni dell'animo, quindi...
“Una birra doppio malto per lavarmi la bocca”
Jane sussurra con voce roca che par venga dritta da chi mastica tabacco da una vita.
Anche le corde vocali paiono aver cambiato timbro.
Ragazzi distratti pendono dal bancone, quasi arrampicati a esso in un gesto d'estrema salvezza.
“Thomas, guarda che bel bocconcino questa sera”
“No sono stanco, vacci tu Robin”
I due sono amici da tempo, ma amici di cosa?
Noia in loro: li prende e li seduce di notte, quando vestono i loro veri panni.
Il giorno alla Royal Insurance: polizze vita il ramo.
La notte, beh la notte è uguale per tutti: balordi con modi da damerini e damerini con modi da balordi... cosa c'è di meglio della notte.
Cambiarsi la pelle è come un semplice quanto accurato cambio d'abito.
Il giorno dopo basta riporre il vissuto in un profumato armadio alla naftalina.
“Ciao, sai che sei carina?”
“Dai, lasciami stare, sono qui solo per bere un drink: non sono mica una di quelle, cosa credi!”
“Come ti chiami, questo me lo puoi dire almeno?”
Nonostante il tono della voce tirato fuori prima, un leggero rossore in viso lascia trasparire una certa timidezza in Jane. Però la notte impone rudezza oggi e lei è divenuta rude quanto basta.
“Ti ho detto di girare al largo eppoi voglio prima mangiare qualcosa, sono affamata”
“Di sesso?” Sussurra Robin.
Lei sorride facendosi ancora più rossa: “mi chiamo Jane e tu?”
“Io Robin, bevi una birra insieme a me, non vorrei che qualche poco di buono t'abbordasse: questo locale è pieno di tipi non proprio puritani, di me ti puoi fidare, lavoro nelle assicurazioni...”
“Mi piace assaggiare il sapore della birra fino al fondo del bicchiere”
Sussurra con voce dolce Jane, lasciando da parte la finta vocalità impostata.
“Ok, prendiamo due doppio malto red”
Ribatte Robin.
Uno dopo l'altro vanno via i boccali: un'arsura che sembra essere un deserto in fiamme.
Robin intanto bofonchia qualcosa facendo cenni all'amico lontano: “Imbecille vieni. Thomas, vieni... è strafatta di birra, ci divertiremo nel parcheggio”.
La prendono sottobraccio ed escono ridendo; anche lei ride: penserà magari a una avventura da brivido per scrollarsi l'aria da collegiale. Manca ancora un' ora all'arrivo di George, c'è tempo.
Auto in sosta.
Cominciano a strattonarla e lei ha un sussulto: la tragica realtà appare ora chiara nella sua mente da ragazzina.
La schiaffeggiano, cercando di strapparle i vestiti di dosso.
Jane d'improvviso inizia a ridere.
“Questa è tutta fatta amico, questa sera bottino grosso: tira fuori l'argomento che iniziamo a spassarcela”
Mentre la frase prosegue, improvvisamente Jane cambia tono, la risata si fa lugubre e la voce diviene tenebrosa e cupa.
I due hanno un'incertezza, si spostano d'un passo indietro.
Lei tira fuori dal giubbino una mannaia.
L'aria si spacca, urla al suo roteare.
La testa di Robin si apre in due.
Thomas rimane impietrito: il cervello dell'amico gli inonda la giacca lordando il suo viso e impedendogli di vedere.
Jane con forza soprannaturale lo afferra: alza nuovamente la mannaia gli tronca una mano di netto, poi il braccio.
Cade in terra esanime: domani non andrà al lavoro certamente.
Sangue sulle auto e nel parcheggio.
Bava alla bocca, sguardo soddisfatto e occhi di fuoco.
La mattanza è finita.
Trascina i corpi vicino alla Bentley, che nel frattempo ha parcheggiato non molto distante; strappa le carni, assaggia il loro sapore e li divora con inumana ferocia.
Ossa spolpate sino al midollo sull'asfalto del parcheggio del Whitedark.
Finisce la sera di Thomas e Robin, l'ultima da padroni del loro nulla.
“George andiamo a casa, hai mantenuto il segreto con i miei?”
“Certo signorina, ho detto loro d'averla accompagnata dalla figlia di sir Jonstone.”
“Grazie George, senza te non so cosa farei. Accidenti avevo una fame... questa sera la carne era ottima, però domani voglio andare al Downlake!”
“Va bene miss Jane”
Goodnight.
Una Bentley musalnne nera entra nel vialetto, si ferma.
Una figura corrucciata avvolta nel buio attende. Jane scende.
“T'ho detto mille volte di non andar in giro in quei locali malfamati, sai che ti conosco e so benissimo cosa sei capace di fare, e poi tua madre non vuole che importuni gli uomini!”
“Ma papà oggi è il mio compleanno!”
Un sorriso, un braccio sulla spalla e s'incamminano verso la fine del viale.
S'intravede un piccolo cancello.
Una scritta: “Dornoch Monumental Cemetery”
Sulla sinistra immediatamente dopo l'entrata una lapide bianca in pietra. “Jane Born: 17 march 1700-17 march 1722”, dad and mum, rest in peace” Null'altro inciso.
Un gatto siede accanto e con una zampa pulisce le orecchie.
Una notte è trascorsa. Un'altra storia è morta.
Un'altra passerà...
“Ah... dimenticavo di dirvi: l'ultima strega in Scozia fu bruciata viva nel 1722 a Dornoch.
Si chiamava Jane Born” E non era una strega, o si?
Quella che una volta si chiamava via Terzi, non è nient’altro che una strada abbandonata nei pressi dell’autostrada. Poco prima del grande ponte, che permette l’ingresso anche nella Milano-Malpensa, in mezzo ad un prato vi è una casa abbandonata. Fui sicuro che quella doveva essere stata la casa di Fabienne, poiché si trattò dell’unico edificio presente in quell’area. In passato la notai mille volte percorrendo quel tratto, pensando a quanto sarebbe stato bello “esplorarla”; ma in quel momento non fui tanto felice di scoprire i misteri che nascondeva quella vecchia casa.
Svoltando a sinistra poco prima del ponte, battemmo la strada che costeggiava la dimora. Parcheggiai tra le erbacce, attento a non far precipitare la macchina in qualche voragine. Aiutai nonna Edda a scendere e ad affrontare il terreno difficoltoso. l’immenso prato ricco di fossi e vecchi tronchi caduti, venne illuminato dalla mia torcia. Edda reggendosi al mio braccio barcollò leggermente, senza mai cadere.
“Dobbiamo fare presto!”. Disse con il fiatone.
Il forte vento soffiò spietato contro i nostri corpi, quasi volesse fermarli nell’avvicinarsi alla casa; i lampi illuminarono i muri e le finestre, le quali risero della nostra impotenza contro lo forze della natura. Superato l’argine di un canale asciutto, entrammo dalle mangiatoie.
Feci un sussulto : a terra vi era la salma di un gatto prossima alla decomposizione.
Evitando il piccolo cadavere, giungemmo nel cortile. Al centro padroneggiava un grande ulivo; al suolo vecchi attrezzi agricoli, una vettura data alle fiamme, mobilia distrutta e varie macerie.
“Dove sarà la bestia imbalsamata? Qui è come cercare un ago in un pagliaio!”. Dissi illuminando il piano superiore della casa.
Nelle stanze al piano inferiore, le porte non esistevano più. I loro muri trasudavano umidità, con il soffitto che dava segni di un imminente cedimento. I locali di sopra dovevano essere stati abbandonati di recente, essendo i mobili ancora intatti. I fogli a terra diedero conferma : una ricetta medica portava la data del 22 aprile 2009. Le scale ricoperte di edera, scricchiolarono ogni volta al nostro passaggio. La torcia andò ad ispezionare ogni angolo della casa, senza illuminare la famosa creatura imbalsamata. Terminando di perlustrare l’ultima stanza rimasta, ritornammo nel cortile sconfitti.
“Eppure ci deve essere…”. La voce incominciò ad abbandonarmi.
Edda si chinò a terra; temetti un attimo per la sua salute ovviamente sbagliando.
“Questa pietra sembra molto antica…”. Vociferò roteando nelle mani un grande sasso bianco.
Alzandosi, lo strinse come se non volesse lasciarlo andare più; il vento fece uscire bianche ciocche di capelli dal suo foulard nero.
“Tomas…”. Seguì un tuono.
“Questi sassi fanno male sul corpo di un uomo… tagliano le carni, le lacerano…”. Chiuse gli occhi; io immobile continuai a farle luce.
“Tanto tempo fa, le questioni si risolvevano rapidamente. I criminali venivano giustiziati dal popolo.
Quella notte un raduno di braccianti, contadini e negozianti forzò il portone di questa casa. Furono decisi a prendere d’assalto la dimora di Ubaldo Pagani”.
“Oh, nonna… ma cosa?”.
“Qui abitava il figlio del povero Ubaldo. Egli si divertiva a gironzolare tra le lapidi del vecchio cimitero, alla ricerca di giovani donne. Prima del tramonto, Clementina portò i fiori freschi a mamma Adelaide, ma ben presto scese il buio e si ritrovò sola tra le tombe.”
“Cosa successe?”.
“Una botta inferta alla nuca le fece perdere i sensi. Alcune donne la ritrovarono il mattino dopo, distesa a terra; un lago di sangue tra le gambe, gli occhi ancora spalancati ad urlare il terribile terrore…”
“Dio, è orribile!”.
“Tutti gli indizi portarono a lui : il matto di Cascina Terzi; il figlio del Pagani. Una tempesta di sassi, scagliati violentemente contro il suo corpo… Bozhe moi! Quanto sangue! I pezzi della sua carne cosparsi nel terreno… Si! Luigi Pagani, tu sei morto qui!”. Il sasso volò via dalle mani di Edda, cadendo nell’erba alta, sotto ad un capanno degli attrezzi. Raggiungendo il punto, sobbalzai alla vista della testa di un animale.
“Eccola! C’è solamente la testa…”. Il capo imbalsamato, somigliante a quello di una volpe, mostrava segni di decadimento.
Afferrai la pala e scavai. Edda prese la torcia, mentre velocemente tentai di scavare più profondo possibile. Iniziarono a cadere le prime gocce di pioggia, accompagnate da lampi e tuoni magistrali.
“Ci siamo!”.
Fece comparsa nel terreno un lenzuolo bianco.
Le mie mani luride di terriccio lo aprirono : gettai un grido. Il cranio marrone rimase intatto alla caduta, cosiccome gli altri miseri resti.
“Eccoti bastardo!”. Feci uscire la tanica dallo zaino.
Riordinando le ossa nel lenzuolo, lo cosparsi di benzina.
“La luce purificherà quest’anima dannata una volta per sempre…”. Disse Edda alle mie spalle, addentrandosi nell’ adorabile gesto di giungere le mani.
“Non potete sconfiggere il male!”. Ci voltammo di scatto.
Davanti ai nostri occhi vi era un’alta figura bagnata dalla pioggia, allungata dal capello in testa e resa ulteriormente sinistra dal lungo mantello alle spalle.
“Skoro! Brucia!”. Urlò nonna Edda.
Cercai nervosamente la scatola di fiammiferi nella tasca, ma quella sinistra figura ci fu addosso in mezzo secondo. Il suo pugno mi scaraventò a terra.
“Nonnaaaaaaa!”. Tentai di alzarmi, ma il piede destro non rispose agli impulsi. Le grida di Edda si confusero con quelle dell’orribile essere che una volta scagliatosi sopra di lei, le strinse il collo.
Con uno sforzo enorme arrivai finalmente ad estrarre la scatola di fiammiferi dai jeans. Ne accesi uno, buttandolo sopra il lenzuolo. Le fiamme si alzarono alte e voraci.
Il mostro cessò di soffocare Edda, portando le mani al viso. Il volto illuminato dalle fiamme era bianco, segnato da orrende cicatrici, la bocca contorta in un grido di disperazione e gli occhi verdi a grondare sangue.
Tappai le orecchie; fu come udire il lamento di mille bestie torturate. Il suo corpo si sciolse sul vestito di Edda, scomparendo in macchie bianche simili alla colla.
Cercando di riprendermi da quella terribile visione vidi il fuoco espandersi; le fitte di dolore al piede divennero insopportabili, ma mi precipitai a sollevare nonna Edda e a caricarla sulle mie braccia. Grazie ad un miracolo, raggiunsi finalmente la macchina.
“Ce l’abbiamo fatta… andiamocene!”. Le dissi distendendola sul sedile.
“N-no… ce l’hai fatta giovanotto!”. Aprì leggermente i suoi occhietti azzurri.
“Cosa?”.
“E’ giunto il mio momento…”.
“No, ma che dici? Sei solo svenuta e…”
“Hai avuto un coraggio immenso… da tempo sapevo che questa sarebbe stata la mia ultima notte…”.
“Come? Tu sapevi che…”.
“Si, ma io muoio felice… stai vicino alla mia bambina…”. Svenne di nuovo. Adagiai il suo corpo per il meglio, chiudendo la portiera e mettendo in moto. Guidai a tutta velocità verso l’ospedale, ma appena Edda se ne si accorse posò la sua fredda mano sulla mia stretta al cambio.
“No! Tomas, portami a casa tua. Tu vai da Silvia, ora lei ha bisogno di te…”.
“Ma… io…”.
“Rispetta le mie ultime volontà e fa come ti dico!”.
Sterzai a sinistra all’improvviso, superando la piccola rotonda all’entrata di via Lorna Maitland.
Entrando nella stanza degli ospiti, la distesi sul letto pulendole il nero vestito. Mi sorrise.
“Ora và… lei ti aspetta!”.
Ricambiando il sorriso, tirai le coperte lasciandole scoperto solamente il viso. Era vero : Silvia mi aspettava.
Con la furia di un toro, "sfondai" le porte della Rianimazione. Gli infermieri del turno di notte tentarono di bloccarmi, ma con una forza che non avvertii mai più in vita mia li spintonai lontano.
“Nonnaaaaaaaaaa!!!!!! Nonnaaaaaaaaaaaaaa!!!!!!”. Quelle grida mi parvero familiari.
Tre infermieri e un dottore tentarono di domare la sua furia, mentre lei come impazzita si staccò i tubi da tutto il corpo.
“Tomaaaaas!!!!!”. Mi notò immediatamente entrare imperterrito dalla porta.
L’ abbracciò riuscì a calmarla; nel mondo esistemmo solamente noi due.
“Tommi, dov’è?”. Mi chiese alzando gli occhi lucidi.
“E’… a casa”.
Il dottore si irritò : “Posso sapere come è entrato? Si allontani dalla paziente è ancora debole e…”.
“Quando si è svegliata?”. Il mio sguardo sembrò intimorirlo.
“Io… beh, è uscita dal coma circa mezz’ora fa. L’infermiera di guardia l’ha vista alzarsi a sedere e gridare “nonna”. I parametri sono ritornati nella norma, il battito regolare… è un evento inspiegabile!”.
“Già, inspiegabile per voi…”. Bisbigliai voltandogli le spalle.
“Portami da lei Tommi!”. Silvia mi guardò supplichevole, con già un piede giù dal letto.
“Ma lei non può lasciare l’ospedale! E’ ancora …”.
“Io sto benissimo!”. Ribatté Silvia decisa ad abbandonare il letto.
Conseguì una isterica discussione, nella quale però trionfò la volontà del dottore. Con sforzi immani rimisero Silvia a letto, cacciandomi letteralmente fuori dalla stanza.
In quella lunga notte, decisi di giocare tutte le carte disponibili. Aspettando pazientemente la quiete scendere nel reparto, mi nascosi nel bagno accanto alla stanza di Silvia. Aprendo la finestra del bagno accantonai le mie vertigini, appoggiando i piedi sul minuscolo cornicione. Con una forte nausea, picchiettai sulla finestra di Silvia; sapevo che in quel momento era ancora sveglia. Lei balzò giù dal letto, sorpresa di vedermi appollaiato a quaranta metri di altezza. Aprì la finestra; per fortuna l’infermiera nella stanza sprofondò in un sonno dal quale, come si suol dire, “neanche le cannonate l’avrebbero svegliata”.
Alla faccia della sorveglianza, il reparto parve deserto; inosservati raggiungemmo gli ascensori. Silvia scalza e con ancora indosso la camicia da notte, non smise mai di abbracciarmi, nemmeno in macchina durante il breve tragitto di ritorno. Entrata in casa, corse su per le scale aprendo la porta della stanza degli ospiti. Con tutte le forze in corpo andò a stringere il corpicino di nonna Edda sul bianco letto.
“Nonna… sono Silvia! Sono qui, rispondimi!”.
Edda voltò lentamente la testa e aprì gli occhi.
“Moya devochka… il mio viaggio è stato così lungo e non potevo chiedere di meglio che fossi tu l’ultima persona che sarei stata in grado di vedere.”
“No! Non dire così! Tu vivrai, starai qui da noi!”. Edda scosse il capo accennando un timido sorriso; stanca e tremante, la sua mano piena di anelli andò a toccare quella di Silvia.
“Il mondo ora è tuo… è vostro! Hai un giovanotto valoroso al tuo fianco… LAskovaya moyA, vivi!”. La mano rugosa andò ad asciugare le lacrime di Silvia, per poi cadere sul letto.
Il pianto di Silvia echeggiò in tutta la casa; con il viso nascosto nel lenzuolo e la mano stretta di nonna, emise lunghi singhiozzi che non sembrarono conoscere una fine. Osservai tutta la scena alle suo spalle; portando più volte le mani al di sotto degli occhi. Credo che quella fu la prima volta che Silvia mi vide piangere. Delicatamente la feci alzare, stringendola ringraziai la buona anima di nonna Edda se in quel momento potevo ancora sentire il suo calore.
Denunciai la morte di Edda all’ospedale; i dottori scoprirono ben presto della fuga di Silvia. Al sorgere di grane giudiziarie, versai una distinta somma di denaro al reparto Rianimazione. I “pezzi grossi” fecero scomparire la denuncia per incanto.
Gli esami successivi confermarono che l’ematoma nel cervello di Silvia si assorbì magicamente. Il suo caso venne archiviato come uno dei tanti “miracoli” buoni per far salire gli indici d’ascolto dei telegiornali.
Appena Silvia venne dimessa legalmente, partimmo per Mosca. Esaudimmo l'ultimo desiderio di Edda, seppellendo la sua salma al cimitero Novodevicij.
Silvia appoggiò il ginocchio a terra nella neve, i rossi capelli erano ricchi dei fiocchi che cadevano spietati dal cielo. Andò a posare la rosa rossa ai piedi della lapide. Le mie mani infreddolite appoggiate alle sue spalle vennero riscaldate dalle sue munite di guanti neri.
“Da svidànija babushka…”.
Quanti fiocchi di neve sui nostri capelli…
FINE
"Che nottataccia caro Tomas…".
"Anche per me". Risposi passandomi la mano tra i capelli. "Non sono riuscito a chiudere occhio...".
"E' normale... neanch'io, la tensione è tremenda : ti prende, ti consuma ed è difficile scacciarla... ma a tutto c'è un rimedio, vedrai andrà tutto bene".
"Senti che andrà tutto bene?".
"Non posso esserne ancora certa, ma ci sono buone probabilità. La tua aura è buona e combattiva : è un arma efficace contro gli spiriti maligni".
Durante il pomeriggio, nonna Edda contattò Brandani. Grazie all'invenzione dell'opzione "vivavoce", ascoltai l'intera telefonata. Il tono di voce del Brandani si fece triste quando nonna le spiegò ciò che era accaduto a Silvia, invitandoci a raggiungerlo l'indomani nella sua dimora in via Salesina 3 a Milano. L'appuntamento fu fissato per venerdì 5 settembre alle ore 18.00.
Edda ed io ci mettemmo in viaggio alle ore 17.00, persuasi di imbatterci nell'odioso traffico meneghino. La pioggia caduta imperterrita in mattinata lasciò spazio ad una lieve foschia che fece sembrare la città un amabile sfondo adatto ad un film poliziottesco.
Immaginai anche che all'interno di un appartamento in stile eclettico, ci fosse Valentina Rosselli impegnata a scattare foto per il suo ultimo servizio.
Giungemmo alla villa di Brandani alle ore 18.10 : un miracolo visti gli ingorghi nei quali ci imbattemmo. L'immensa villa rinascimentale padroneggiava nella vasta campagna : un angolo di paradiso distaccato dal chaos metropolitano. Più che una villa sembrava una piccola città!
Un uomo di bassa statura, abbastanza corpulento, dalla testa pelata ovale e dai baffi sottili, fece comparsa nel sentiero che conduceva alla villa. Con aria rilassata aspirò la pipa adagio, con boccate lente e ritmate emettendo una nuvola di fumo che si confuse con la foschia.
"Ecco Stefano!". Esclamò nonna Edda.
Brandani vestiva un'elegante smoking nero abbigliato ad una bianca camicia con tanto di papillon, pantalone nero, senza risvolto, e scarpe di vernice nere. I suoi modi erano gentili ed educati, in tinta con il bon-ton francese.
Il saluto che si scambiò con Edda fu decisamente affettuoso con tanto di abbraccio e baci sulle guancie. Subito dopo il suo sguardo allegro e allo stesso tempo esaminatore, si spostò verso di me.
"Piacere di conoscerti Tomas". La sua stretta di mano così forte e decisa mi scosse in tutto il corpo.
Il raffinato medium ci fece strada verso l'entrata principale della sua reggia. Quella maestosa dimora era arredata con mobili antichi, probabilmente acquistati per una fortuna (sicuramente il conto in banca di Brandani avevi sei o sette zeri), quadri dell'ottocento e numerosi reperti da museo.
Fu anche la prima volta che nonna Edda mise piede nella villa; così Brandani, nelle vesti di esperta guida turistica, la illustrò in breve. Camminammo per stanze immense dal soffitto alto, salimmo lunghissime scalinate e visitammo quello che lui definiva "il suo piccolo regno", ovvero la biblioteca. Un vero e proprio labirinto di scaffali straripanti libri appari' ai nostri occhi. Circa dieci scaffali includevano volumi di astrologia, alchimia, fisica e chimica; ben altri dieci riguardavano le scienze occulte. Fu inevitabile che Brandani ed Edda si soffermassero un attimo a discutere di letteratura. Ovviamente l'argomento principale riguardò la letteratura russa. Prese il via una piacevole discussione sulle varie opere di Gogol' e sulle fiabe di Alexander Afanasyev (e di conseguenza anche sulle sue "fiabe proibite"), nella quale intervenni dicendo che trovai "Anime Morte" abbastanza interessante ma un po’ noioso. Nonna mi guardò sorridendo con fare materno, mentre l'occhiataccia di Brandani risultò decisamente minacciosa. Riuscii a risollevare la mia posizione sfoggiando la mia passione per la letteratura norvegese. I nomi di Hamsun e Vesaas fecero ritornare la luce negli occhi di Brandani; disse che "Misteri” di Hamsun fu uno dei romanzi più belli che gli capitò di leggere in vita sua. Mentre discutemmo tra quelle montagne di scaffali, dalla porta fece ingresso una elegante signora vestita con un tailleur beige. Il taglio di capelli mi rimandò alla mente Alida Valli in "Occhi Senza Volto"; il suo corpo piuttosto magro ed esile camminava leggero verso di noi. Mano a mano che si avvicinava alla nostra postazione, decifrai il suo volto lievemente sciupato dai segni del tempo (ad occhio e croce le si davano circa quarantacinque anni) ma comunque delicato e grazioso.
"Permettete che vi presenti mia moglie Sonia". Disse Brandani con fare entusiasta.
Gli occhi nerissimi di Sonia mi fissarono amorevolmente, mentre dalle sue labbra carnose uscirono cordiali parole : "Il piacere è tutto mio".
L'argenteria che portava al collo e alle mani era degna di una distinta nobildonna.
"Mi dispiace interrompervi, ma il rinfresco è pronto... quando volete favorire". L'invito di Sonia risultò molto allettante, poiché incominciai ad avvertire una certa fame nonostante il lieve "disagio" di trovarmi in ambiente poco consono alle mie frequentazioni.
Nella stanza in cui si tenne il rinfresco (rinfresco? cena di capodanno!) spiccava un grande e lungo tavolo bandito di gustose specialità : un piatto con tutti i tipi di salumi e formaggi; pasta fredda; storione, caviale, tagliata di carne; uova sode, insalata di pomodori e sicuramente altre cose che non ricordo. La domanda che mi porsi fu se tutto quel ben di dio era davvero opera di Sonia, oppure di una servitù altamente qualificata.
Mentre gustammo le prelibatezze di casa Brandani (mi parve strano non fosse presente un taciturno cameriere a servire), mi furono poste domande riguardanti i miei studi, la mia famiglia e il mio rapporto con Silvia. Sonia e Stefano mi ascoltarono attentamente mentre spiegavo loro il mio difficile rapporto con gli studi di chimica alla scuola superiore. Cercai di mostrarmi cordiale vincendo la timidezza tra gli sguardi incoraggianti di nonna Edda che sembravano dire :
"Dai! Non avere paura di parlare! Sei intelligente, fallo capire anche a loro!".
"Non è mai troppo tardi per capire quale sia il proprio scopo nella vita". Disse Brandani sorseggiando del vino rosso.
"Mi sembra che tu abbia le idee molto chiare Tomas”. Proseguì. “Fa piacere trovarti qui ad assistere ad una dimostrazione medianica. Devi amare molto Silvia vero?".
Chinai la testa sul piatto, disegnando con la forchetta una linea dritta tra gli avanzi di prosciutto : "Si...".
"Bene. Ammiro i giovani coraggiosi! E' purtroppo raro trovarne al giorno d'oggi".
Accettai con entusiasmo il complimento, mentre vidi Sonia alzarsi e accingersi a sparecchiare la tavola.
“Edda, Tomas. Il momento è giunto. Vogliate seguirmi”. Disse Brandani avanzando verso una porticina al lato sinistro del salone da pranzo.
Sonia indaffarata a formare pile di piatti, non proferì parola. Quando Stefano chiuse la porta alle nostre spalle, provai quasi invidia per lei ma il pensiero di Silvia mi risvegliò dalla tensione.
All’interno della stanza l’ambiente risultò sobrio; al centro vi era un tavolo rotondo e la luce venne discretamente ridotta. Brandani andò a sedersi alla destra di Edda. Riunimmo le mani sul tavolo sovrapponendo i mignoli.
“Fabienne, noi ti invochiamo per chiedere consiglio… dacci una risposta”.
Il tono della voce di Brandani fu fermo, impassibile. Immobile in quella posizione, sentì correnti di aria gelida investirmi in tutto il corpo; eppure tutte le finestre erano chiuse.
Dio, quanto tempo passò! Sono certo che trascorsero circa trenta minuti.
Finalmente sentimmo l’affannoso e rauco respiro di nonna Edda diventare affrettato e cambiarsi in suoni gutturali. Successivamente apparve una sostanza grigiastra che, modellandosi dapprima in forma simile ad una arancia, diventò poi ovale e infine si staccò dalle mani di Edda e si mostrò un poco al di sotto di esse. In testa a quella strana forma spuntarono biondi capelli finissimi, mentre la forma stessa andava rischiarandosi, diventando bianca e trasformandosi sotto i nostri occhi in una squisita figuretta dalle forme delicate e perfette. Era nuda, alta circa venti centimetri. I lunghi capelli biondi le ricoprivano il petto e i fianchi.
Brandani invitò la figuretta a muoversi per darci prova della sua vitalità. Mosse la testa, si rigirò da un fianco all’altro, si fece vedere in volto e di profilo. Potemmo riconoscere chiaramente il volto di una piacente donna giovane, raggiante quasi di luce propria con due occhi azzurri e una bocca vermiglia.
La materializzazione rialzò il corpo reggendosi soltanto con le braccia, spostandosi al centro del tavolo. Con una vocina delicata ma ben udibile si presentò dicendo di chiamarsi Fabienne.
“Chi mi chiama?”.
“Esseri umani a cui hai dato segnali del male che ti ha consumato…”. Brandani esordì mantenendo il tono di voce calmo.
“Voi dovrete essere molto coraggiosi…”.
“Dacci consigli spirito benevolo…”.
“Gèvaudan…”
“Cosa significa?”.
“Nel cortile della casa in cui ho vissuto c’è una bestia imbalsamata che i contadini soprannominarono la bestia del Gèvaudan… lì sono seppelliti i suoi resti”.
“Dove si trova questa casa?”.
“E’ in via terzi a Mesero, poco prima dell’imbocco per la A4.”
“Cosa dobbiamo fare con i suoi resti?”.
“Cospargerli di luce finché lui trovi la pace e abbandoni il corpo di quella giovane che tiene prigioniera”.
“Come sei morta Fabienne?”.
La materializzazione di Fabienne incominciò a contorcersi e a produrre suoni tormentati, per poi ritornare accanto alle mani di Edda e scomparire all’improvviso.
Una volta a casa, ebbi timore a salire le scale e ad aprire la porta rimasta chiusa per una settimana. Appena girai la maniglia, tutto si presentò come l'avevo lasciato : i vestiti sparpagliati sul letto, a terra la valigia ancora aperta e quel diario maledetto sul comodino.
Edda si guardò intorno esaminando ogni angolo della stanza, finché non giunse ad afferrarlo. Restai in silenzio, con la paura che da un momento all'altro i suoi occhietti azzurri si rivoltassero e dalla sua bocca uscissero nubi bianche dalle mille facce.
"Tranquillo, non sono nelle condizioni per una materializzazione".
"Ma... io non ho detto niente".
Dimenticai per un attimo che Edda possedeva la facoltà di percepire tutte le sensazioni delle persone, inclusi i pensieri.
“Mmmm… Fabienne.”. Nonna si accorse della firma presente nel diario. Accarezzando la copertina, chiuse gli occhi.
"Riesco a vedere una casa...". Per fortuna la sua voce risultò invariata. "Una grande casa, a due piani... al centro un giardino, degli alberi di ulivi..."
"Cos'altro vedi?". Domandò la mia voce tremante.
"Vedo... una bambina, vestita con una camicetta bianca e la gonnellina nera, ai piedi porta calze bianche e sandali neri... in testa ha un fiocco bianco a stringere i suoi biondi e lunghi capelli... è felice : fa rimbalzare la palla a terra, ma non rimbalza bene sul terreno spigoloso... ma lei è felice : la rincorre ridendo spensierata".
Subito dopo emise un gemito lasciando cadere il diario. Arrivai appena in tempo a sorreggerla inginocchiandomi al suolo.
"Nonna! Nonna!". Gridai spaventato scuotendo il suo corpo leggero.
"Oh... come urli giovanotto!". Finalmente rinvenne aprendo lentamente gli occhi.
"Oh nonna, ci sei ancora!".
"E' l'inconveniente principale di noi medium : quando terminano i nostri contatti, il nostro corpo si svuota...".
La accompagnai in salotto aiutandola a distendersi sulla poltrona. Dopo averle offerto un bicchiere d'acqua, vidi il suo volto riacquistare vitalità e i suoi occhi brillare nuovamente di luce vispa e attenta.
"Pensi che la bambina che hai visto possa essere Fabienne?".
" Ti rispondo di si!".
"La casa che hai visto... dov'è?".
"Non so dirtelo, la mia visione è stata breve... potrebbe essere ovunque...".
"Abbiamo la certezza che si trova in Italia : il diario è scritto in italiano".
"Non è detto : potrebbe trattarsi di una ragazza che viveva all'estero con genitori italiani".
“Fabienne è…”.
“Passata nel regno dei morti, sì”.
Decisi di chiudere il discorso visto il suo affaticamento e, osservando il mio orologio da polso, le proposi di cenare. Edda accettò volentieri, cucinando con il mio aiuto una zuppa di cavoli.
La serata proseguì "in compagnia" del diario di Fabienne. Mi recai ancora una volta in quella stanza a recuperare il diario disteso sul pavimento; ma una volta ultimato il mio compito, sgattaiolai fuori dalla porta come un bimbo impaurito.
Con il “caro vecchio” tremore alle mani, sfogliai le pagine successive a quelle che lessi ad alta voce nell’appartamento di Silvia. Edda si mise comoda in poltrona, giunse le mani appoggiandole alla lunga gonna nera, pronta ad ascoltare. Tentando di assumere una posizione confortevole nel divano di fronte, iniziai la lettura :
"20/06/1976 :
Oggi pomeriggio Sandra mi ha proposto di fare serata al Piraniah. Forse "mi farà bene" come ha detto lei... Sandra ha ragione : devo smetterla di pensare a questi orrendi incubi. Lei se la ride e non capisce anzi, oggi mi ha pure detto : "smettila scema!". Io non sono scema, ciò che vedo è reale! Perché nessuno mi crede?".
Dopo il punto interrogativo il foglio appariva usurato da "scarabocchi" inflitti violentemente con la penna.
"Piraniah...". Bisbigliai con fare pensieroso. "Credo sia una discoteca ma... aspetta! Ricordo che mia madre me ne parlò di quando la frequentava da giovane! Si! Il Piraniah si trova, cioè si trovava perché ora credo proprio non esista più, in zona Novara, quindi non lontano da qui!".
"Bene! Abbiamo la certezza che la ragazza soggiornava in Italia." Affermò Edda.
"24/06/1976 :
Non riesco più ad ascoltare musica, a leggere, a cucinare : la mia mente è nelle sue mani. Maledetta a me che ho deciso di prendere la Graziella e percorrere quella dissestata strada di campagna... ma si sa : ognuno ha bisogno di pace interiore quando l'anima duole... lui è apparso in cima alla collinetta tra le due betulle... dio mio, che ribrezzo! Sfortunatamente ero abbastanza vicina alla collinetta da poterlo scorgere in pieno. Il nero mantello, il cappello sgualcito, gli abiti usurati; il volto esangue, i lunghi capelli neri e quei terrificanti occhi verdi che puntavano dritti alla mia persona... si! Era lui : l'uomo che rende schifosamente insonni le mie notti."
Nonna Edda schiarì la voce : "La descrizione coincide perfettamente a quanto mi ha detto Silvia più volte... non ci resta che evocare lo spirito di Fabienne".
"Ma... come?".
"Da anni conosco un uomo...". Rispose calma. "Il suo nome è Stefano Brandani; è un famoso medium di Milano... siamo rimasti in contatto da quando lasciai l'Italia e ho partecipato con lui a diverse sedute ed esperimenti di ipno-magnetismo... è una brava persona, sicuramente ci darà una mano".
L'idea di partecipare ad una seduta spiritica mi terrorizzava, poiché da sempre nutrivo un certo timore riguardo le conseguenze che potevano arrecare all'uomo se non eseguite con le adeguate precauzioni. Ma la vita in gioco era quella di Silvia, e al mio fianco vi era la più esperta e famosa medium russa, quindi accettai l'idea di contattare Brandani.
Nella sgradevole confusione aeroportuale, la riconobbi. Atterrò sola, affrontando ottimamente il viaggio nonostante i suoi ottantasei anni. Camminò arzilla verso di me, evitando astutamente le persone che le tagliavano la strada. Una piccola grande donna : i capelli bianchissimi, accuratamente raccolti in una lunga treccia; gli occhietti azzurri (per certi versi simili a quelli di Silvia) come due piccoli tagli nel viso segnato da lievi rughe. Il nero vestito che ricopriva la corporatura gracile e sottile era degno di Maria Trelkovski, decisamente vittoriano. Il ciondolo raffigurante il Pentagramma dell'Abate Julio si posava splendente su quel lungo vestito. Le mani, venose e consumate, colme di anelli.
"Allo Tomas...". Edda mi riconobbe immediatamente grazie ad una foto inviatale da Silvia qualche mese prima. Ebbene si : nonna si dedicò all'uso della tecnologia, Whatsaap incluso.
"Ben arrivata signora". Le dissi cercando di trattenere le lacrime.
Subito dopo vidi le sue braccia aprirsi, ansiose di donarmi un abbraccio che giovò alla mia salute. Come un bambino, piansi sulla sua fragile spalla. Fu come abbracciare una donna che mi sembrava di conoscere da molto tempo. Nelle sue braccia avvertii protezione e tanta dolcezza; quella dolcezza che sicuramente Silvia ereditò a pieni voti.
Appena sollevai la testa, mi guardò negli occhi : "E' un piacere conoscerti, anche se avrei preferito incontrarti in circostanze migliori".
Ebbi la conferma che il suo italiano era decisamente perfetto.
"Grazie di essere venuto e di esserti preso cura della mia bambina".
"Si figuri, grazie a lei di essere venuta e... io ho fatto tutto quello che ho potuto...".
Le feci strada verso l'uscita dell'aeroporto; i suoi bagagli pesavano dannatamente.
"Fammi un favore Tomas..."
"Dica pure".
"Non darmi del lei, mi fa sentire vecchia... diamoci del tu ok?". Edda accennò un lieve sorriso.
"Ok...".
Cercai di mostrarmi gentile in tutti i modi, domandandole come fosse andato il viaggio e cosa preferisse mangiare a pranzo. Edda per tutta risposta disse che prima di tutto voleva vedere "la sua bambina". Le spiegai che l'orario visite, essendo ormai ora di pranzo, era terminato. Mi venne in mente Giulia : lei sicuramente avrebbe fatto qualcosa per aiutarci. In fondo ebbi anch'io desiderio di rivedere la mia amata.
Quando le esposi il fatto che in quei giorni l’ospedale divenne la mia “casa”, nonna Edda disse : "Questo è ammirevole… la mia Silvia non poteva trovare un giovanotto migliore". Per la prima volta mi accorsi che chiamò Silvia con il suo vero nome al posto de "la mia bambina". Già, la sua “bambina” che insieme a sua figlia, salvò da un nero destino. Nel Dicembre 1984, Edda seguì la figlia Dorina in Italia, la quale stava per maritarsi con un italiano venuto a soggiornare in Russia per motivi lavorativi. Dopo un maestoso matrimonio celebrato a Magenta, la famigliola si trasferì' in una cittadina dell'Hinterland Milanese chiamata Abbiategrasso. L'arrivo di Silvia, in data 24 Marzo 1985, portò una fresca brezza di gioia, come appunto solo il mese di Marzo riesce a fare. Il padre di Silvia però, aveva il vizio del bere e spesso e volentieri alzava le mani a Dorina.
Quando la situazione divenne insostenibile, Dorina si trasferì con Silvia e sua madre a Cassinetta Di Lugagnano, poco distante da Abbiategrasso. Enrico, il padre di Silvia, non tardò a risposarsi con una donna maggiore di quindici anni, trasferendosi ad Albignasego; finalmente lontano da Dorina e lontano da tutti. Dorina si prese cura nel miglior modo di Silvia fin dal giorno in cui la strinse per la prima al seno. Purtroppo un cancro la portò via nell'agosto 2006, lasciando per sempre un vuoto incolmabile nel cuore di Silvia. Nonna Edda, la quale aveva fatto le veci di Silvia fino a qualche mese prima, sentì la necessità di passare i suoi ultimi anni di vita nella sua amata Madre Russia. Silvia non prese nel migliore dei modi la decisione di Edda, ma trovò la forza di arrangiarsi da sola. Il lavoro di commessa in un negozio di scarpe le permise tutti i mesi di pagare l’affitto dell’appartamento. Ovviamente dovette rinunciare a qualcosa, ma la sua fierezza e la sua determinazione prevalsero su tutto.
“Lei crede... cioè, tu credi?". Le chiesi imbarazzato per il complimento.
"Si, percepisco un alchimia perfetta tra voi due, siete stati concepiti apposta per vivere insieme".
"Già, solo che qualcuno ha deciso di spezzare il nostro legame...".
"Nulla si spezza se a sorreggerlo è un forte amore".
Conversare con nonna Edda fu come leggere un testo di spiritismo o di filosofia; non seppi se tutto ciò mi rendeva felice o ancora più triste.
"Ecco l'ospedale, a quest'ora dovrebbe esserci parcheggio...". Impavido e spietato l'ospedale G. Fornaroli di Magenta, si presentò ai nostri occhi contornato da un cielo prossimo al diluvio.
Chiamai Giulia sul cellulare, sperando fosse di turno. La sua voce stridula annunciò che fortunatamente lo era, ma quando sentì ciò che le proposi, si irritò un poco. Dopo vari tentativi, finalmente cedette; credo sapesse anche lei quanto era importante vedere Silvia per nonna Edda.
Non decifrai nessuna delle numerose frasi in russo che Edda sussurrò tra le lacrime e le carezze sulla sua fronte. Le mani rugose si distesero delicatamente sul viso angelico di Silvia, come se avessero paura di sgretolare un cosi divino ritratto di bellezza.
"Nonna, chi è quest'uomo?".
Edda si girò verso di me, avvicinando una sedia mi si sedette accanto : "Non lo so... ho interrogato più volte il mio spirito guida, ma lui non sa dirmi niente... questo spirito è maligno e distruttivo... è un anima irrequieta che non riesce a trovare pace e vaga in cerca di vittime".
"Quella mattina…”. Deglutii la saliva. “Uno strano diario è riapparso in camera nostra… la prima volta lo abbiamo trovato nella libreria di Silvia, ma lei non sapeva di possederlo ed era la prima volta che sia io che lei lo vedevamo. Lo abbiamo buttato, perché secondo lei scatenava qualche forza maligna, ma poi si è ripresentato dal nulla sul comodino. Da allora non sono più rientrato in quella stanza, ho paura...".
"Devo vedere quel diario... probabilmente uno spirito benevolo vuole aiutarci".
"In che senso?".
"Sono sicura che in quel diario vi è scritto qualcosa che può metterci in contatto con questo spirito. Chi lo ha scritto cerca giustizia come noi".
Seduto e immobile, Il mio corpo fu tutto un brivido.
Riposo e musica allontanarono per un attimo i miei aberranti pensieri, facendomi sentire pronto per una breve gita nel weekend. Pernottammo a Diano Marina per due giorni e due notti, godendo le meraviglie della cittadina ligure. Nonostante non avessimo impegni lavorativi, decidemmo di tornare lunedì mattina.
Disfammo i bagagli sudando l'inverosimile, ancora una volta vittime dell'afoso clima lombardo. Voi vi chiederete : “perché non siete stati al mare?”; ecco, dopo pochi giorni io e Silvia avvertimmo la necessità di assaporare l’aria di casa nostra, anche se meno salutare e genuina. “La nostalgia di casa” fu un’altra nostra debolezza, sempre se si può definire tale.
Impegnato a piegare magliette impregnate di salsedine, volsi lo sguardo verso il comodino accanto al letto. Accuratamente posato e incredibilmente integro, si materializzò ai miei occhi provocandomi profonde fitte allo stomaco ed un violento flusso di sangue al cervello.
Con sguardo incredulo mi avvicinai al comodino; quel rosso sanguigno accecò i miei occhi. Appena i miei polpastrelli vennero a contatto con la superficie ruvida, un urlo lancinante ruppe l’aria. Seguì un tonfo simile a tanti oggetti caduti a terra. Come una furia, scesi le scale rischiando di rompermi la testa. Silvia stava distesa sul pavimento accanto alla porta d'ingresso; attorno a lei il contenuto delle valigie cadute a terra. Macabre convulsioni le tormentarono il corpo, facendole perdere schiuma bianca dalla bocca.
“Oh no! Silvia!!!”. Disperato mi avvicinai per tentare di fare qualcosa.
Tentai di domare l’attacco epilettico, ottenendo solamente un doloroso morso che fece sanguinare le mie dita. Improvvisamente Silvia ritrovò la forza di controllare il proprio corpo; si alzò da terra e si mise a sedere sul pavimento : la crisi epilettica scomparve.
"Lei è mia, soltanto mia... niente potrà separarci ora!". La voce mutò in un gargarismo greve e orrido all'udito, i suoi occhi, lungi dalle stupende pupille azzurro cielo, mi fissarono inquietanti.
Urlai di terrore allontanandomi verso le scale : "NOOOO SILVIAAAA!!! NOOOOO!!!”
"Silvia" rise alla mia disperazione, emettendo la risata più inquietante che avvertii in vita mia. Subito dopo, rigurgitò un liquido marrone crollando al suolo; l'impatto col pavimento fu violento. Corsi inginocchiandomi a fianco a lei, il suo corpo parve inanimato. Alzandole la testa, bagnai le mani : la ferita all’altezza della nuca eruttava sangue a volontà. Sangue sulle mani, sangue sul pavimento, sangue sulle pareti : la casa grondò sangue. Portai le mani al volto, urlando un pianto isterico senza precedenti.
Mi risvegliai seduto sul divano, con la mano di una anziana crocerossina appoggiata alla spalla. Nella follia più totale, rimossi di aver chiamato il 118.
Le domande a raffica dei soccorritori sembrarono non finire mai. Raccontai a tutti la stessa storia : Silvia scivolò giù per le scale trasportando le valigie al piano superiore. Non accennai minimamente a ciò che vidi, aggiungendo che al momento della tragedia non ero in casa e l'avevo ritrovata aprendo la porta d'ingresso distesa sul pavimento, sul quale si era trascinata con le poche forze rimaste in corpo. La bevvero.
Sottoposta a tutte le manovre di rianimazione Silvia sembrò non rispondere; sulla porta di casa spintonai via tre soccorritori vedendo che altri la stavano caricando in ambulanza. Intimoriti dalla disperazione nei miei occhi, mi fecero salire. Strinsi la sua mano per tutta la durata del viaggio. Le porte dell'inferno sembrarono spalancarsi quando feci ingresso all'ospedale : le figure e le voci delle persone appartenevano ad un mondo indefinito, risuonando stridule e distorte. L'attesa più snervante della mia vita : raggomitolato su di una sedia all'esterno del pronto soccorso con lo sguardo vitreo, una tempesta di pensieri catastrofici e tanto dolore interiore.
Dopo terribili ore, arrivò finalmente un’ infermiera ad informarmi della situazione. Appena percepii il mio cognome, mi levai dalla sedia. L’infermiera lesse il foglio che stringeva tra le mani, inespressiva :
"L'esame neurologico ha diagnosticato un stato di coma cerebrale in seguito alla caduta. L'abbiamo trasferita ora in Rianimazione".
"S-Silvia... oh, Silvia...". Queste furono le uniche parole distorte che pronunciai a malapena in mezzo al Pronto Soccorso.
Il mondo crollò; tutto si sgretolò ai miei occhi gonfi di lacrime. In pochi secondi vidi scorrere davanti a me tutti i suoi sorrisi. Incalcolabile fu il tempo che rimasi immobile ad osservare l’infermiera allontanarsi e scomparire dietro la porta automatica.
Neanche a farlo apposta, fuori incominciò a piovere; la notte era ormai scesa e tutto quello che desiderai fu di stare accanto a lei.
Nonostante le regole rigorose del reparto Rianimazione, grazie a mia cugina Giulia Ceccarini (infermiera in Geriatria da ventuno anni) ottenni il permesso di vedere Silvia. Giulia, svolgendo il turno di notte, appresa la notizia si precipitò al P.S. Mi abbracciò per la prima volta in vita sua; i suoi capelli biondi a caschetto profumavano di vaniglia.
"Qualsiasi cosa hai bisogno noi ci siamo... ora ci penso io a farti entrare, so quanto è importante per te".
Il "noi" era riferito alla sua famiglia composta da un marito succube e da un figlio già indirizzato a venerare il “Dio Denaro”; questo non toglieva il fatto che, nonostante la sua inclinazione al risparmio e appunto alla tirchieria, Giulia aveva anche un cuore. La ringrazia balbettando frasi confuse, dopo che si offrì di avvertire i miei genitori. Mia madre, nella sua impareggiabile ansia, esplose in un pianto disperato dall'altra parte del telefono cellulare di Giulia, ascoltando subito dopo la mia versione dei fatti; ovvero la stessa storia che raccontai a soccorritori.
La Rianimazione, possedeva lo stesso nauseante odore presente in tutto l’ospedale : disinfettante misto a quello di caffè. Non trovo parole per descrivere lo strazio che provai vedendola distesa su quel letto in quella lugubre stanza. Il suo corpo inanimato, tristemente agghindato da tubi e tubicini, venne illuminato da un leggero spiraglio di luce proveniente dalla finestra : segno che l'alba di un nuovo giorno era ormai prossima. Ma ci sarebbe stato un altro giorno per Silvia? I miei pensieri più cupi e tristi si intervallarono con quelli di odio e vendetta; quante lacrime amare! Le strinsi la mano gelata desiderando che aprisse gli occhi dicendomi : "amore, che brutto sogno… stringimi forte!".
Vidi buio pesto.
Improvvisamente una forte e prepotente scrollata colpì la mia scapola sinistra.
“Svegliati! Prima che ci vede qualcuno!”.
Giulia mi trascinò letteralmente fuori dalla stanza, supplicandomi di aspettarla nell'atrio per accompagnarmi a casa.
La nostra dimora emanò un vuoto peggiore di quando Silvia decise di partire per Mosca; tutti gli oggetti, i muri e l’arredamento parvero insensati. Calpestando il punto in cui Silvia cadde, accuratamente pulito, avvertii un brivido agghiacciante. Frugando nella sua borsa, trovai il cellulare. Sfogliai la rubrica nervosamente fino alla lettera “N”. Sotto la voce "Nonna", vi era un numero composto da sette cifre. Quanto detestai assumere il ruolo di portare di disgrazie. Lo squillo del telefono fece aumentare il mal di testa che ormai mi torturava da ventiquattro ore.
Nonna rispose dopo quattro squilli : "Moya devochka!". La voce entusiasta, lontana dal timbro vocale di una donna anziana.
"Ehm, no signora Edda sono Tomas..".
"Oh Tomas! Finalmente ci sentiamo!". L'italiano quasi perfetto, sempre scandito dall'inconfondibile accento russo.
"Come stai? Dov'è Silvia? State bene?".
Colto dal panico non seppi a quale domanda rispondere per primo. Cercai di usare più tatto possibile.
"Ecco io... volevo avvertila, si faccia forza, che ieri mattina è successa una disgrazia : Silvia ha avuto delle convulsioni, ho dovuto chiamare l'ambulanza. Ora è ricoverata all'ospedale di Magenta."
Un silenzio interminabile : "Ma... come è successo? Bozhe moi... come sta ora?".
"Vede, io credo che sia stata vittima di una forza, una possessione ecco... che l'ha fatto entrare in..... coma".
Anche se non potevo vedere nonna Edda, fui sicuro che in quel momento stava piangendo : "Moya milaya devochka... è successo quello che temevo".
"Cosa vuole dire?". Alzai leggermente il tono di voce.
"Io... Tomas, devo venire al più presto a Magenta, a vedere la mia bambina e...".
"Lei mi deve aiutare, deve aiutare Silvia... mi ha parlato delle apparizioni di un uomo che la tormentano da anni; so che lei ne è al corrente e ha cercato di aiutarla...".
Nonna Edda riprese a parlare, scandendo la voce straziata : "Lo so che Silvia te ne ha parlato. Non esercito i miei poteri da anni ormai, forse dovremmo...".
"Signora, sua nipote sta morendo! Lei è l'unica in grado di salvarla. Con i suoi poteri dobbiamo scoprire chi è quell'uomo e scacciarlo dalla vita di Silvia una volta per tutte!".
"Non è così semplice come credi...".
"Lo so, ma nulla è impossibile, dovrebbe saperlo anche lei che è una medium".
Di nuovo silenzio, questa volta di lunga durata. "Prenderò il primo aereo disponibile per Milano - Malpensa, ti avviso quando arrivo giovanotto.".
"Grazie signora, io...". Non feci in tempo a finire la frase che nonna Edda aveva già riattaccato.
Rosaria parlava cauta, la voce roca e la sigaretta accesa nonostante la legge antifumo in vigore dal 2003. Cinquantadue anni, originaria di Melito (Calabria), capelli ricci e lunghi di colore nero corvino, occhi piccoli, bocca sottile e un corpo ancora desiderabile. Dopo essere migrata a Magenta nel 1985 prese in gestione insieme al marito Nino, lo Scotch Club in via Milano.
Una buona birra è un toccasana per scacciare i pensieri e combattere l’agitazione, così decisi di concedermene una al caro vecchio Scotch. Silvia restò a casa a completare l'ordine alfabetico dei suoi libri; in circa mezz’ora vidi riempirsi quasi tutti i ripiani della "sala lettura".
"Lo so Rosi, l'ho letto e sentito molte volte... però quello che è successo oggi, capisci? Ho sempre pensato : se capita a me? Beh ora so che sono spaventato...".
Rosaria indaffarata a completare un ordine appena comunicatole da Nino, riprese a parlarmi ad alta voce; il forte accento calabrese :
"Tom, non devi essere spaventato! Sai quante volte mi è capitato di trovarmi di fronte a questi fenomeni... ma Nino dice che sono pazza!".
Nino nei suoi baffi grigi e nella sua corporatura tozza, le riservava a volte parole poco carine; ma l'amore tra di loro era uno di quelli antichi, duraturo nel tempo e impossibile da spezzare. Un legame che gli aveva salvati da infanzie difficili e terre desolate.
"Spesso quando torno a casa e mi metto a letto, sai che mi piace leggere prima di addormentarmi no? Lascio la luce della lampada accesa sul mio comodino...".
Proseguì asciugandosi le mani nello strofinaccio. "Ecco : quando incomincio a leggere, sento come grattare all'interno del cassone della tapparella...".
Sorseggiai la birra "Gradisca" con occhi stupiti.
"Ho fatto smontare il cassone tra le proteste di Nino, pensando fosse un topo o qualche ape impegnata a costruire il nido, ma non abbiamo trovato niente!".
"Il rumore continua ora?".
"Certe volte lo sento ancora... ma Nino dice di non averlo mai sentito! Un’ altra volta ho trovato pezzi di muro sul pavimento del corridoio, ma il muro era intatto sia negli angoli che sul soffitto...".
"Incredibile! Cosa pensi di tutto questo?".
"Io penso semplicemente che esistono persone predisposte a percepire queste cose! E' impossibile che non esiste una terza dimensione... nulla si distrugge quando muore; da qualche parte deve pure andare l'anima, lo spirito... chiamalo come vuoi!". Rosi sembrò quasi entusiasta di espormi le sue conoscenze sull'argomento.
"Mi stai facendo quasi paura...".
"Ahahahha!". Tipica risata da fumatrice accanita. "Magari sei anche tu un medium e non lo sai...". Il suo volto tornò serio.
"Ma dai!".
"Ma dai?? Sai che c'è gente che ha scoperto di essere medium per caso? Queste facoltà non si presentano dall'oggi al domani; ci vuole un determinato ambiente, la presenza di certe persone...".
"Ma tu mi stai parlando di... sedute spiritiche??".
"Eh si! Non stavamo mica parlando di spiriti??". Un’ altra sigaretta si accese tra le sue labbra.
"Dai, lasciamo stare...".
"Sei stato tu ad andare sull'argomento! Lascia... offro io!".
"Grazie Rosi, ci vediamo!". Mi incamminai all'uscita del locale sentendola sbraitare dalla sua postazione : "Ciao Tom! Saluta Silvia!".
Il buio del parcheggio si fece fitto e danzante di ombre; guardai più volte alle mie spalle mentre con passo veloce raggiungevo la mia vettura. Nella strada di ritorno, ogni attraversamento pedonale si animò di inesistenti figure di gatti o animali indefiniti, frutto della mia troppo sviluppata immaginazione.
Giunto nel cortile di casa, notai la luce ancora accesa nella "sala lettura" : Silvia doveva ancora essere sveglia a sistemare i suoi preziosi libri.
Dirigendomi verso l’ immensa biblioteca, la ritrovai distesa sul divano nel dolce mondo dei sogni. Sul suo abbondante petto giaceva una copia di "Histoire de Madeleine Bavent", con il segnalibro inserito ancora nelle prime pagine. Indossava la sua camicia da notte preferita : bianca e decorata di fiorellini rosa. Con un gesto delicato, spostai il libro e la alzai dal divano reggendola tra le mie braccia. Non avvertii minimamente il peso della sua formosa figura ancora abbandonata in un sonno innocente. Impegnato a scendere i gradini, mentre ero prossimo a giungere in camera da letto, Silvia strinse le sue braccia intorno al mio collo, sospirando deliziosamente. La posai sul letto come un fiore appena colto si posa in un vaso.
"Notte gioia...".
"Notte... amore".
Dopo aver osservato la sua bellezza notturna per qualche minuto, decifrai che era tempo di vedere un film che non avrebbe intensificato il rumore dei mille pensieri nella mia mente. La scelta cadde, come di consueto, su "48 ore".
Chiudendo la porta del salotto, il silenzio mi permise di udire dei rumori al piano di sopra : pesanti passi sul pavimento che non sembrarono provenire dalla camera da letto, ma bensì dalla stanza che battezzai col nome di “sala musica”, poiché lì si trova la mia vasta collezione sonora. Forse qualcuno era entrato dalla porta sul retro in cucina? Le gocce di sudore mi bagnarono immediatamente la fronte. Facendomi coraggio, mentre quei passi non cessavano, salii le scale. Reggendo il corrimano, mi accorsi che la mano destra tremava; tutto il braccio tremava. Davanti alla porta chiusi nervosamente i pugni, pronto a colpire chiunque egli fosse. Il mio sconcerto fu enorme quando spalancai la porta della "sala musica" con un calcio : nessuno! Il vento accarezzò leggermente le tende della finestra aperta; tutto intorno sembrò intatto.
"Che succede?". Sobbalzai violentemente a percepire la voce di Silvia che stava a piedi nudi sulla porta.
“N-non hai sentito niente?”.
"Perché? No... ma che hai?”.
"Ho sentito dei passi provenire da qui, così sono salito e come vedi non c'è nessuno...".
"Oh... ti sarai immaginato, sai a continuare a parlare di..."
"NON L'HO IMMAGINATO!". Il mio urlo le fece fare un passo indietro.
"Ti dico che c'era qualcuno qui… forse è ancora in casa..."
"Ok, ma cerca di calmarti ora ti prego... ti credo ok? Diamo una controllata alla casa."
"Si perdonami, io controllo i piani di sotto tu quelli di sopra va bene?".
Ispezionammo la casa da cima a fondo, controllando ogni angolo, ogni possibile uscita e anche le cantine : il nulla assoluto. Ne un impronta, ne una porta scassinata, nessuna finestra manomessa : eppure quei passi dovevano appartenere ad una persona. Silvia mi assicurò che fu svegliata dal rumore del mio calcio contro la porta, per poi raggiungere la “sala musica”.
Dopo la vana ricerca, ci sedemmo al tavolo della cucina. Silvia attaccò a parlare a bassa voce :
"Senti Tommi, è capitato a molte persone di farsi suggestionare sentendo parlare di medianità, sedute spiritiche, apparizioni... può darsi che tu abbia percepito ciò che stavi immaginando in questi giorni, aiutato anche dalla tensione...”.
"Forse hai ragione, ma forse ho anch'io facoltà medianiche e lo sto scoprendo adesso, non può essere?". La mia domanda le fece abbassare gli occhi sul tavolo.
"Tutto è possibile lo sai anche tu, ma fino a d'ora non sei stato in condizioni di poter percepire entità... voglio dire : la mia sola presenza non basta a far manifestare qualcosa, ci vuole ben altro...". Silvia riprese a guardarmi negli occhi.
"Già...". Il mio sguardo nel vuoto.
"Hey! Ti faccio una camomilla poi ce ne andiamo tutti e due a nanna ok?”.
“Grazie, sei adorabile”.
Gli incoraggiamenti di Silvia, mi fecero gustare al meglio l'ottima camomilla, ma nel mio cervello martellava a intervalli irregolari la seguente domanda : "Suggestione o realtà?".
"Beata te!". Pensai rigirandomi nel letto ormai zuppo dell'essenza insonne. "Beata te mica tanto! Se fosse successo a me, probabilmente sarei impazzito".
I pochi momenti in cui il mio corpo fu prossimo ad abbandonare il mondo della veglia, furono più volte interrotti da un suono acuto. La caratterista di questo suono era simile ad un campanello o meglio ancora ad un citofono. Sicuro di percepirlo realmente, arrivai al punto di alzarmi dal letto per ispezionare la casa. Per rispetto non la svegliai; ebbe già abbastanza tormenti in quei giorni. Cercai conforto in una sigaretta. Invano, i miei nervi si agitarono ancora di più : conseguenza dell'inutile atto di immettere nicotina nei polmoni. Sfinito, ritornai a letto.
Illuminata dal caldo sole estivo penetrato dalla persiane, l’odiosa sveglia segnò le 7.15. Proprio osservando le lancette scandire tristemente lo scorrere del tempo, sentii finalmente giungere il dolce tepore del sonno. Piacere interrotto da una mano sul mio petto : la sua candida mano.
“Sono le sette…”.
“Mmmm… Ho visto…”.
“Ma non hai dormito?”.
“No, dormirò pazienza. Oggi andiamo a casa tua?”.
“Si, ho un po’ di cose da prendere…”.
Quanto fu piacevole sentirla parlare sottovoce; quasi dimenticai la triste notte insonne.
L'appartamento di Silvia si presentò abbastanza ordinato nonostante la sua assenza. Riconobbi immediatamente il profumo di bergamotto al suo interno : piacevole ricordo dei nostri primi incontri. In cucina vi erano i resti dell’ "ultima cena" prima della presunta partenza, una pigna di piatti nel lavello e un pavimento che lasciava un poco a desiderare.
"Scusa il macello in cucina". Disse un po’ imbarazzata.
"Sei seria? Io faccio di peggio!".
"Lo so...".
Dal balcone della cucina si poteva ammirare l’affascinante paesaggio di Cassinetta Di Lugagnano caratterizzato da lunghi prati verdi e grandi fattorie. La stanza da letto, rispecchiava in pieno la dolce personalità di Silvia : il letto munito di lenzuola e cuscini neri; fate da collezione, elfi e gnomi posti sulle varie mensole; i muri coperti di poster e i ritagli di giornale dei suoi gruppi musicali preferiti; ma quello che mi colpì più di tutti fu l’enorme libreria. Leggere le apriva la mente, facendole amare cose che non avrebbe mai pensato di poter apprezzare.
Quel giorno, la sua primaria preoccupazione fu appunto quella di traslocare tutti i suoi libri in appositi scatoloni per poi trasferirli a casa nostra (ormai la chiamavamo così).
Fu una lunga e faticosa impresa! Tra i suoi infiniti libri riconobbi : "L'orrore di Dunwich" di H.P. Lovecraft, "L'inferno avrà i tuoi occhi" di Silvia Montemurro, "La Colpa" di Lorenza Ghinelli, "I racconti vol. 1" di Edgar Allan Poe, "Il corpo e il sangue di Eymerich" di Valerio Evangelisti e la saga completa delle avventure di Mario Corvino; il giornalista di cronaca nera inventato da Massimo Lugli.
Fu stupendo osservarla maneggiare i libri come se fossero pezzi da museo.
"Sai, il proprietario della mia libreria preferita una volta mi ha detto che alcuni libri non li legge per paura di rovinarli aprendoli...". Disse accarezzando tra le mani un libro di Charlotte Armstrong.
"E fai anche tu cosi?".
"Umhh... no!". Diventò rossa in viso.
Ormai a lavoro ultimato, Silvia mi passò gli ultimi libri rimasti sugli scaffali. Arrivai così a reggere un libricino rosso senza intestazioni ed interamente cosparso di polvere.
"Da dove sbuca questo?". Le domandai stupito.
Lei avvicinandosi prese il libro dalle mie mani con l'incredulità stampata sul volto : "Non so... mai visto prima...".
Incuriosito soffiai via la polvere dalla copertina e lo aprii. L'inconfondibile suono delle pagine tenute insieme a malapena dalla colla arrivò puntuale, insieme al miasma di muffa.
"Sembrerebbe un diario...". Osservai intento a decifrare la scrittura logorata dal tempo. A monte della prima pagina vi era solamente la seguente scritta in corsivo, con tutte le caratteristiche di una firma : Fabienne.
"Chi è Fabienne? Qualche tua amica?".
"Fabienne?? No, non conosco nessuna Fabienne...".
Silvia si sedette al mio fianco, sul pavimento invaso dagli scatoloni. Iniziai a leggere ad alta voce :
"17/06/1976 :
Davvero tristi sono le ragnatele tessute dal destino. Appaiono lugubri agli occhi di chi attende invano compiersi il proprio fato. Sono invece misere, squallide e funeste per chi ha già incontrato una sorte indesiderata. Colui che apre il "terzo occhio" è solitamente invidiato e venerato dalla massa; essa è inconsapevole dell'inferno vivente in cui sprofondano appunto migliaia di persone "privilegiate" di possedere questo dono. Vorrei che qualcuno mi privasse di questa aberrante vista, portatrice di deliranti visioni. Per buona parte, esse sono imbevute del più atroce degli orrori. Di rado mi è capitato di assistere a piacevoli scenari, sempre invocati dalla mia anima afflitta dal dolore ."
Lessi irrequieto le sinistre righe interrompendomi a tratti per decifrare la grafia confusa; chi scrisse quelle righe era sicuramente in preda ad una crisi di panico.
"Sembrerebbe che questa Fabienne, sempre se la firma in prima pagina è la sua, ha le tue stesse facoltà Silvi!".
"B-basta! Finiamo di sistemare qui...". Disse scattando in piedi e dirigendosi verso la finestra.
Lentamente mi avvicinai a lei, avvolgendola in un tenero abbraccio da dietro : "Che c'è amore?".
"Niente...". La voce affannata. "E' solo che... ogni volta che ne sento parlare, rivivo tutto...".
"Scusa, non avrei mai dovuto leggere questo diario in tua presenza...".
"Ma no, figurati. Non potevamo sapere cosa conteneva quel libro, come ti ho detto non mi sono mai accorta di averlo... è molto strano!".
"Forse l'avrai comprato e non te ne ricordi, o qualcuno l'ha dimenticato a casa tua...".
"Non credo, nessuno ha mai portato libri a casa mia... ricordo sempre tutti i libro che compro...". Non misi mai in dubbio la sua memoria eccezionale; nemmeno quello volta.
"Beh, io credo che...". Un rumore assordante provenne dalla cucina. Giunti sulla soglia, notammo tutti i piatti presenti nel lavello a terra in mille pezzi.
"Oh cazzo!". Imprecò Silvia, attenta a non calpestare tutti quei rimasugli di stoviglie.
"Ma...com’è possibile?”. Leggermente sconvolto, non mi accorsi di avere ancora tra le mani quel memoriale rosso sangue.
"Buttalo via...".
"Cosa?". Domandai sorpreso.
"Il diario... buttalo via!".
"Ma dai... ma non crederai mica che..."
"Tomas!". La voce ferma, lo sguardo serio, quasi minaccioso. "Ho detto buttalo via!". Un brivido percorse tutta la mia spina dorsale.
"I-io..." Mi resi conto di soffrire di balbuzie in quel momento.
"Dammi qui, facciamo come ti dico...". Silvia strappò il diario dalla mie mani buttandolo in un sacco di plastica.
"Domani va messa fuori la carta? Bene, questo è il mio ultimo contributo da cittadina di Cassinetta Di Lugagnano...".
"Si, ma mi sembra tutto incredibile...".
"Lo so, ma è meglio così...".
Ritornando in camera, concludemmo il lavoro. Lei non sembrò badare molto a quello che era appena successo; forse fu abile a camuffare la sua inquietudine dietro i suoi celestiali sorrisi. Nel tardo pomeriggio portammo fuori casa l'immondizia. Uno di quei sacchi trasparenti conteneva il diario sbucato dal nulla, insieme ad una discreta quantità di cartacce. Allontanandoci in macchina, sommersi da infiniti scatoloni, fissai quel sacco domandandomi quale forza avevo "scatenato" leggendo quelle righe.
"Uff! Sai che mi annoio se non guido!".
I meravigliosi paesaggi Lomellini : infinite risaie, i casolari dominanti di vasti campi coltivati e i complessi di alti alberi a formare timide boscaglie lontano. Anche con il buio quell’area della bassa pianura lombarda risulta alquanto selvaggia e affascinante.
Per la gioia di Silvia, giungemmo a Voghera per le 22.00 circa. Mi venne spontaneo chiederle come mai non apprezzasse più di tanto osservare paesaggi dall’automobile.
“Si sono belli, ma lo sai che mi rompo se non guido!”. Testarda e cocciuta come tutte le donne, ma sapevo benissimo che in fondo ai suoi occhi vi erano talmente tanti di quei sogni da fare invidia alla mia fantasia.
Quella sera un marasma di gente invase il Cowboys Guest Ranch; all’esterno trovammo un posto a sedere di fortuna. Ordinai una birra doppio malto, mentre Silvia ordinò un piatto di Enchiladas e una Coca Cola.
"Ancora hai fame?? Dopo la pizza??".
"E allora?? Tanto se ingrasso il culo a te non può che piacere!". La bocca della verità.
La serata si rivelò divertente : dopo aver bevuto entrambi innumerevoli birre, le feci una "proposta".
"Perché non andiamo nel Cowboy Saloon a vedere il gruppo che suona e ci mettiamo a ballare anche noi?”
"Ma tu sei... matto!". Non mi arresi.
Dopo vari (patetici) tentativi a convincerla ad alzarsi dalla panca su cui era seduta, la trascinai finalmente nel salone interno. Felicemente brilli e tra gli sguardi divertiti dei presenti, ci addentrammo in una ridicola danza. Tra singhiozzi e fragorose risate lei continuò a barcollarmi nelle braccia. Fu così piacevole sentire il suo calore appoggiarsi alle mie spalle, mentre in balìa dell’alcol tentò di mordermi. La lasciai fare, protestando divertito, giusto per avvertire il caldo-umido della sua saliva bagnarmi il collo. Quei dolci morsi si tramutarono in sensuali baci tanto focosi da far gemere il mio inguine.
“Signora Salina, che ne dice di andare verso la macchina?”.
“Sta bene Dottor Fasani”.
Lungo e passionale, focoso e salutare; si, quello fu il più meraviglioso rapporto sessuale della nostra storia. Riposando dalle fatiche dell’amplesso, ci sdraiammo sui sedili; il sonno ci rapì senza fatica.
Circa due ore dopo mi svegliai con un terribile mal di testa. Il parcheggio era vuoto e la nostra auto risultò essere l’unica rimasta. Il gentile chiarore dell'alba mi fece notare che il sedile alla mia destra era vuoto. Allarmato, balzai fuori.
"Silviaaaaaaaaaaaa! Siiiilviaaaaaaaaaaa!". Risposero solamente un coro di uccelli e il richiamo di qualche animale selvatico.
Percorsi la strada di campagna a fianco al locale, puntando lo sguardo in tutte le direzioni possibili; l’ansia aumentò il mal di testa a dismisura. Quando mi trovai ormai lontano dalla macchina, la mia vista incerta scorse una piccola casetta di attrezzi agricoli. Strizzando gli occhi, misi a fuoco una sagoma seduta nei pressi del canaletto a destra della casetta. Non corsi in quel modo dai tempi delle gare scolastiche di fine anno.
Mi fece male assai vederla ridotta in quello stato pietoso : rannicchiata su stessa a scandire le distorte note di un pianto isterico. Poterla riabbracciare fu una liberazione immensa.
"Ma... cosa?“.
Lei tremando come una foglia, alzò la testa : "L-lui è ancora qui...".
Provai il più agghiacciante dei brividi, sapendo purtroppo a chi alludeva.
"Come lo sai?". Non mi strinse mai così intensamente a sé.
"I finestrini... quegli occhi... lui è qui!”.
"Torniamo alla macchina ora...".
La aiutai a sollevarsi, cercando di sorreggerla per il meglio. Fu in grado di camminare, anche se avanzò a passi incerti per tutto il tratto che ci separava dalla macchina. Ancora vittima di innocenti tremori, le aprii la portiera fecendola sedere sui sedili posteriori. Coprendole le spalle con una coperta, mi accomodai accanto a lei. Le mie labbra si posarono sulla sua fronte, donandole un bacio quasi paterno. Lentamente il colorito terreo scomparve dal suo volto, lasciando posto a quello roseo e salutare.
"G-grazie amore... va quasi meglio...". Fu la prima volta che mi chiamò “amore”; termine che fino a poco prima detestai, forse perché pronunciato da persone false. Le sorrisi ricordando che all’interno del frigo portatile nel baule, vi era una bottiglia mezza piena di Jägermeister.
"Tieni! Tirati un po’ su!".
Silvia portò la bottiglia alla bocca, sorseggiando rapidamente; il liquore la fece rinvigorire ancora di più. Le diedi una sigaretta dal mio pacchetto, che prontamente le accesi.
"Ok! Ora dimmi che è successo, gioia...".
"...era come un... ticchettio sul finestrino che mi ha svegliato. Ho tentato di svegliarti anche a te, impaurita che fosse qualche malintenzionato, ma tu russavi come una segheria. Non riuscivo a vedere niente fuori; era buio pesto... il ticchettio continuava, così mi sono fatta coraggio e sono scesa dalla macchina. Ho fatto qualche passo, illuminando intorno con la torcia del telefono, fino a quando...".
Qui Silvia si interruppe; il ricordo fu straziante.
"Fino a quando... ho sentito una stretta alle spalle bloccarmi. Che orrore! Ho cercato di scappare, ma... quelle mani schifose... mi stringevano così forte! Non riuscivo a liberarmi capisci? Con la forza lui è riuscito a farmi voltare e... l'ho visto! Era lui, illuminato dalla torcia... era lui!".
"Silvia... ora cerca di non pensarci, andiamocene di qui... andiamo a casa...".
"Io... io ti amo Tommi! Non lasciarmi mai... te ne prego!". Mi disse lasciando scivolare le sue braccia intorno al mio collo.
Non battei ciglio mentre lei appoggiò la testa sul mio petto, piangendo e stringendomi a più non posso. In quel momento mi resi conto che i “ti amo” detti a tutte le ragazze precedenti non valevano niente.
“Vedrai, risolveremo tutto, perché staremo sempre insieme… e… anch’io… ti.. amo.”.
“Oh…”. Gli occhi di Silvia risplendettero come mai prima d’ora; non riuscimmo più a smettere di baciarci. Le dissi di abbassare il sedile anteriore e di concedersi un buon sonno, mentre io guidavo verso casa. Dormì per tutta la durata del viaggio, senza manifestare l’arrivo di brutti sogni. I miei occhi la guardavano amorevolmente, dispiaciuti di staccarsi da lei al presentarsi delle curve sulla strada.
Quando schiacciai il pulsante di apertura del cancello automatico di casa, Silvia si svegliò.
Stiracchiando tutto il corpo disse : “Ah! Di già?”.
“Hai fatto tutta una tirata, stai meglio?”.
“Si… non vedo l’ora di fare una doccia”.
Lasciando Silvia a godersi la doccia, salii in terrazzo. Ancora teso e senza un briciolo di sonno, crollai sulla sedia accanto al tavolino colmo di libri e fumetti. Da quell'altezza ammirai il vasto campo di granoturco bruciare sotto il sole di mezzogiorno. Il vento caldo portò un lontano suono di campane : il campanile della chiesa di S. Martino V. di Magenta annunciava appunto le dodici. Quel suono mi procurò da sempre un miscuglio di nostalgia e tristezza, condito da visioni di scenari e volti appartenenti al passato. Nel vortice di malinconici pensieri, due calde mani si appoggiarono delicatamente al mio petto.
"Che pensi?".
"Le campane... ricordi?".
“Si…”. Un bacio sulla mia testa al profumo di lavanda.
"Adoro le tue mani..." Sussurrai quieto.
"Sono le mani di una psicopatica". L’ aria desolata della sua risposta mi fece leggermente alterare.
"Tu non sei psicopatica! Ne abbiamo già parlato altre volte! Gli specialisti da cui sei stata non hanno rilevato anomalie nel tuo cervello. E’ certificato che a volte le facoltà medianiche vengono tramandate geneticamente.”.
“Lo so, io vorrei solo che tutto ciò finisse e non voglio che ci accada niente di brutto… ho paura, tu non ne hai?”.
"Nulla mi fa paura se è per il tuo bene". Confessai sincero.
"Non... non c'è altro da aggiungere". Il vento intanto continuò a soffiare, portando questa volta l'indefinito suono della speranza e dell'amore.


