Quella che gli umani chiamano ipocondria non è nient'altro che la convinzione di soffrire di un male immaginario rendendosi la vita un inferno. Spietata e cinica, questa orrida malattia fece il suo ingresso nella mia mente. Fui convinto di avere allucinazioni provocate da chissà quale tumore maligno. La mia Silvi, con la sua impareggiabile dolcezza, cercò più volte di confortarmi. Questa dolcezza però, non risultò efficace come le volte precedenti. Il primo passo verso guarigioni, vittorie, conquiste, ecc dobbiamo farlo noi stessi; l’aiuto delle persone care è fondamentale, ma il nostro lo è ancora di più. In quei giorni Silvia sembrò rispettare i miei silenzi; atto che le fece guadagnare ulteriore amore e rispetto. Seppe cogliere esattamente i vari momenti in cui l’unica cosa da fare era "lasciarmi nel mio brodo" e aspettare che le mie paranoie scomparissero.
Riposo e musica allontanarono per un attimo i miei aberranti pensieri, facendomi sentire pronto per una breve gita nel weekend. Pernottammo a Diano Marina per due giorni e due notti, godendo le meraviglie della cittadina ligure. Nonostante non avessimo impegni lavorativi, decidemmo di tornare lunedì mattina.
Disfammo i bagagli sudando l'inverosimile, ancora una volta vittime dell'afoso clima lombardo. Voi vi chiederete : “perché non siete stati al mare?”; ecco, dopo pochi giorni io e Silvia avvertimmo la necessità di assaporare l’aria di casa nostra, anche se meno salutare e genuina. “La nostalgia di casa” fu un’altra nostra debolezza, sempre se si può definire tale.
Impegnato a piegare magliette impregnate di salsedine, volsi lo sguardo verso il comodino accanto al letto. Accuratamente posato e incredibilmente integro, si materializzò ai miei occhi provocandomi profonde fitte allo stomaco ed un violento flusso di sangue al cervello.
Con sguardo incredulo mi avvicinai al comodino; quel rosso sanguigno accecò i miei occhi. Appena i miei polpastrelli vennero a contatto con la superficie ruvida, un urlo lancinante ruppe l’aria. Seguì un tonfo simile a tanti oggetti caduti a terra. Come una furia, scesi le scale rischiando di rompermi la testa. Silvia stava distesa sul pavimento accanto alla porta d'ingresso; attorno a lei il contenuto delle valigie cadute a terra. Macabre convulsioni le tormentarono il corpo, facendole perdere schiuma bianca dalla bocca.
“Oh no! Silvia!!!”. Disperato mi avvicinai per tentare di fare qualcosa.
Tentai di domare l’attacco epilettico, ottenendo solamente un doloroso morso che fece sanguinare le mie dita. Improvvisamente Silvia ritrovò la forza di controllare il proprio corpo; si alzò da terra e si mise a sedere sul pavimento : la crisi epilettica scomparve.
"Lei è mia, soltanto mia... niente potrà separarci ora!". La voce mutò in un gargarismo greve e orrido all'udito, i suoi occhi, lungi dalle stupende pupille azzurro cielo, mi fissarono inquietanti.
Urlai di terrore allontanandomi verso le scale : "NOOOO SILVIAAAA!!! NOOOOO!!!”
"Silvia" rise alla mia disperazione, emettendo la risata più inquietante che avvertii in vita mia. Subito dopo, rigurgitò un liquido marrone crollando al suolo; l'impatto col pavimento fu violento. Corsi inginocchiandomi a fianco a lei, il suo corpo parve inanimato. Alzandole la testa, bagnai le mani : la ferita all’altezza della nuca eruttava sangue a volontà. Sangue sulle mani, sangue sul pavimento, sangue sulle pareti : la casa grondò sangue. Portai le mani al volto, urlando un pianto isterico senza precedenti.
Mi risvegliai seduto sul divano, con la mano di una anziana crocerossina appoggiata alla spalla. Nella follia più totale, rimossi di aver chiamato il 118.
Le domande a raffica dei soccorritori sembrarono non finire mai. Raccontai a tutti la stessa storia : Silvia scivolò giù per le scale trasportando le valigie al piano superiore. Non accennai minimamente a ciò che vidi, aggiungendo che al momento della tragedia non ero in casa e l'avevo ritrovata aprendo la porta d'ingresso distesa sul pavimento, sul quale si era trascinata con le poche forze rimaste in corpo. La bevvero.
Sottoposta a tutte le manovre di rianimazione Silvia sembrò non rispondere; sulla porta di casa spintonai via tre soccorritori vedendo che altri la stavano caricando in ambulanza. Intimoriti dalla disperazione nei miei occhi, mi fecero salire. Strinsi la sua mano per tutta la durata del viaggio. Le porte dell'inferno sembrarono spalancarsi quando feci ingresso all'ospedale : le figure e le voci delle persone appartenevano ad un mondo indefinito, risuonando stridule e distorte. L'attesa più snervante della mia vita : raggomitolato su di una sedia all'esterno del pronto soccorso con lo sguardo vitreo, una tempesta di pensieri catastrofici e tanto dolore interiore.
Dopo terribili ore, arrivò finalmente un’ infermiera ad informarmi della situazione. Appena percepii il mio cognome, mi levai dalla sedia. L’infermiera lesse il foglio che stringeva tra le mani, inespressiva :
"L'esame neurologico ha diagnosticato un stato di coma cerebrale in seguito alla caduta. L'abbiamo trasferita ora in Rianimazione".
"S-Silvia... oh, Silvia...". Queste furono le uniche parole distorte che pronunciai a malapena in mezzo al Pronto Soccorso.
Il mondo crollò; tutto si sgretolò ai miei occhi gonfi di lacrime. In pochi secondi vidi scorrere davanti a me tutti i suoi sorrisi. Incalcolabile fu il tempo che rimasi immobile ad osservare l’infermiera allontanarsi e scomparire dietro la porta automatica.
Neanche a farlo apposta, fuori incominciò a piovere; la notte era ormai scesa e tutto quello che desiderai fu di stare accanto a lei.
Nonostante le regole rigorose del reparto Rianimazione, grazie a mia cugina Giulia Ceccarini (infermiera in Geriatria da ventuno anni) ottenni il permesso di vedere Silvia. Giulia, svolgendo il turno di notte, appresa la notizia si precipitò al P.S. Mi abbracciò per la prima volta in vita sua; i suoi capelli biondi a caschetto profumavano di vaniglia.
"Qualsiasi cosa hai bisogno noi ci siamo... ora ci penso io a farti entrare, so quanto è importante per te".
Il "noi" era riferito alla sua famiglia composta da un marito succube e da un figlio già indirizzato a venerare il “Dio Denaro”; questo non toglieva il fatto che, nonostante la sua inclinazione al risparmio e appunto alla tirchieria, Giulia aveva anche un cuore. La ringrazia balbettando frasi confuse, dopo che si offrì di avvertire i miei genitori. Mia madre, nella sua impareggiabile ansia, esplose in un pianto disperato dall'altra parte del telefono cellulare di Giulia, ascoltando subito dopo la mia versione dei fatti; ovvero la stessa storia che raccontai a soccorritori.
La Rianimazione, possedeva lo stesso nauseante odore presente in tutto l’ospedale : disinfettante misto a quello di caffè. Non trovo parole per descrivere lo strazio che provai vedendola distesa su quel letto in quella lugubre stanza. Il suo corpo inanimato, tristemente agghindato da tubi e tubicini, venne illuminato da un leggero spiraglio di luce proveniente dalla finestra : segno che l'alba di un nuovo giorno era ormai prossima. Ma ci sarebbe stato un altro giorno per Silvia? I miei pensieri più cupi e tristi si intervallarono con quelli di odio e vendetta; quante lacrime amare! Le strinsi la mano gelata desiderando che aprisse gli occhi dicendomi : "amore, che brutto sogno… stringimi forte!".
Vidi buio pesto.
Improvvisamente una forte e prepotente scrollata colpì la mia scapola sinistra.
“Svegliati! Prima che ci vede qualcuno!”.
Giulia mi trascinò letteralmente fuori dalla stanza, supplicandomi di aspettarla nell'atrio per accompagnarmi a casa.
La nostra dimora emanò un vuoto peggiore di quando Silvia decise di partire per Mosca; tutti gli oggetti, i muri e l’arredamento parvero insensati. Calpestando il punto in cui Silvia cadde, accuratamente pulito, avvertii un brivido agghiacciante. Frugando nella sua borsa, trovai il cellulare. Sfogliai la rubrica nervosamente fino alla lettera “N”. Sotto la voce "Nonna", vi era un numero composto da sette cifre. Quanto detestai assumere il ruolo di portare di disgrazie. Lo squillo del telefono fece aumentare il mal di testa che ormai mi torturava da ventiquattro ore.
Nonna rispose dopo quattro squilli : "Moya devochka!". La voce entusiasta, lontana dal timbro vocale di una donna anziana.
"Ehm, no signora Edda sono Tomas..".
"Oh Tomas! Finalmente ci sentiamo!". L'italiano quasi perfetto, sempre scandito dall'inconfondibile accento russo.
"Come stai? Dov'è Silvia? State bene?".
Colto dal panico non seppi a quale domanda rispondere per primo. Cercai di usare più tatto possibile.
"Ecco io... volevo avvertila, si faccia forza, che ieri mattina è successa una disgrazia : Silvia ha avuto delle convulsioni, ho dovuto chiamare l'ambulanza. Ora è ricoverata all'ospedale di Magenta."
Un silenzio interminabile : "Ma... come è successo? Bozhe moi... come sta ora?".
"Vede, io credo che sia stata vittima di una forza, una possessione ecco... che l'ha fatto entrare in..... coma".
Anche se non potevo vedere nonna Edda, fui sicuro che in quel momento stava piangendo : "Moya milaya devochka... è successo quello che temevo".
"Cosa vuole dire?". Alzai leggermente il tono di voce.
"Io... Tomas, devo venire al più presto a Magenta, a vedere la mia bambina e...".
"Lei mi deve aiutare, deve aiutare Silvia... mi ha parlato delle apparizioni di un uomo che la tormentano da anni; so che lei ne è al corrente e ha cercato di aiutarla...".
Nonna Edda riprese a parlare, scandendo la voce straziata : "Lo so che Silvia te ne ha parlato. Non esercito i miei poteri da anni ormai, forse dovremmo...".
"Signora, sua nipote sta morendo! Lei è l'unica in grado di salvarla. Con i suoi poteri dobbiamo scoprire chi è quell'uomo e scacciarlo dalla vita di Silvia una volta per tutte!".
"Non è così semplice come credi...".
"Lo so, ma nulla è impossibile, dovrebbe saperlo anche lei che è una medium".
Di nuovo silenzio, questa volta di lunga durata. "Prenderò il primo aereo disponibile per Milano - Malpensa, ti avviso quando arrivo giovanotto.".
"Grazie signora, io...". Non feci in tempo a finire la frase che nonna Edda aveva già riattaccato.
Riposo e musica allontanarono per un attimo i miei aberranti pensieri, facendomi sentire pronto per una breve gita nel weekend. Pernottammo a Diano Marina per due giorni e due notti, godendo le meraviglie della cittadina ligure. Nonostante non avessimo impegni lavorativi, decidemmo di tornare lunedì mattina.
Disfammo i bagagli sudando l'inverosimile, ancora una volta vittime dell'afoso clima lombardo. Voi vi chiederete : “perché non siete stati al mare?”; ecco, dopo pochi giorni io e Silvia avvertimmo la necessità di assaporare l’aria di casa nostra, anche se meno salutare e genuina. “La nostalgia di casa” fu un’altra nostra debolezza, sempre se si può definire tale.
Impegnato a piegare magliette impregnate di salsedine, volsi lo sguardo verso il comodino accanto al letto. Accuratamente posato e incredibilmente integro, si materializzò ai miei occhi provocandomi profonde fitte allo stomaco ed un violento flusso di sangue al cervello.
Con sguardo incredulo mi avvicinai al comodino; quel rosso sanguigno accecò i miei occhi. Appena i miei polpastrelli vennero a contatto con la superficie ruvida, un urlo lancinante ruppe l’aria. Seguì un tonfo simile a tanti oggetti caduti a terra. Come una furia, scesi le scale rischiando di rompermi la testa. Silvia stava distesa sul pavimento accanto alla porta d'ingresso; attorno a lei il contenuto delle valigie cadute a terra. Macabre convulsioni le tormentarono il corpo, facendole perdere schiuma bianca dalla bocca.
“Oh no! Silvia!!!”. Disperato mi avvicinai per tentare di fare qualcosa.
Tentai di domare l’attacco epilettico, ottenendo solamente un doloroso morso che fece sanguinare le mie dita. Improvvisamente Silvia ritrovò la forza di controllare il proprio corpo; si alzò da terra e si mise a sedere sul pavimento : la crisi epilettica scomparve.
"Lei è mia, soltanto mia... niente potrà separarci ora!". La voce mutò in un gargarismo greve e orrido all'udito, i suoi occhi, lungi dalle stupende pupille azzurro cielo, mi fissarono inquietanti.
Urlai di terrore allontanandomi verso le scale : "NOOOO SILVIAAAA!!! NOOOOO!!!”
"Silvia" rise alla mia disperazione, emettendo la risata più inquietante che avvertii in vita mia. Subito dopo, rigurgitò un liquido marrone crollando al suolo; l'impatto col pavimento fu violento. Corsi inginocchiandomi a fianco a lei, il suo corpo parve inanimato. Alzandole la testa, bagnai le mani : la ferita all’altezza della nuca eruttava sangue a volontà. Sangue sulle mani, sangue sul pavimento, sangue sulle pareti : la casa grondò sangue. Portai le mani al volto, urlando un pianto isterico senza precedenti.
Mi risvegliai seduto sul divano, con la mano di una anziana crocerossina appoggiata alla spalla. Nella follia più totale, rimossi di aver chiamato il 118.
Le domande a raffica dei soccorritori sembrarono non finire mai. Raccontai a tutti la stessa storia : Silvia scivolò giù per le scale trasportando le valigie al piano superiore. Non accennai minimamente a ciò che vidi, aggiungendo che al momento della tragedia non ero in casa e l'avevo ritrovata aprendo la porta d'ingresso distesa sul pavimento, sul quale si era trascinata con le poche forze rimaste in corpo. La bevvero.
Sottoposta a tutte le manovre di rianimazione Silvia sembrò non rispondere; sulla porta di casa spintonai via tre soccorritori vedendo che altri la stavano caricando in ambulanza. Intimoriti dalla disperazione nei miei occhi, mi fecero salire. Strinsi la sua mano per tutta la durata del viaggio. Le porte dell'inferno sembrarono spalancarsi quando feci ingresso all'ospedale : le figure e le voci delle persone appartenevano ad un mondo indefinito, risuonando stridule e distorte. L'attesa più snervante della mia vita : raggomitolato su di una sedia all'esterno del pronto soccorso con lo sguardo vitreo, una tempesta di pensieri catastrofici e tanto dolore interiore.
Dopo terribili ore, arrivò finalmente un’ infermiera ad informarmi della situazione. Appena percepii il mio cognome, mi levai dalla sedia. L’infermiera lesse il foglio che stringeva tra le mani, inespressiva :
"L'esame neurologico ha diagnosticato un stato di coma cerebrale in seguito alla caduta. L'abbiamo trasferita ora in Rianimazione".
"S-Silvia... oh, Silvia...". Queste furono le uniche parole distorte che pronunciai a malapena in mezzo al Pronto Soccorso.
Il mondo crollò; tutto si sgretolò ai miei occhi gonfi di lacrime. In pochi secondi vidi scorrere davanti a me tutti i suoi sorrisi. Incalcolabile fu il tempo che rimasi immobile ad osservare l’infermiera allontanarsi e scomparire dietro la porta automatica.
Neanche a farlo apposta, fuori incominciò a piovere; la notte era ormai scesa e tutto quello che desiderai fu di stare accanto a lei.
Nonostante le regole rigorose del reparto Rianimazione, grazie a mia cugina Giulia Ceccarini (infermiera in Geriatria da ventuno anni) ottenni il permesso di vedere Silvia. Giulia, svolgendo il turno di notte, appresa la notizia si precipitò al P.S. Mi abbracciò per la prima volta in vita sua; i suoi capelli biondi a caschetto profumavano di vaniglia.
"Qualsiasi cosa hai bisogno noi ci siamo... ora ci penso io a farti entrare, so quanto è importante per te".
Il "noi" era riferito alla sua famiglia composta da un marito succube e da un figlio già indirizzato a venerare il “Dio Denaro”; questo non toglieva il fatto che, nonostante la sua inclinazione al risparmio e appunto alla tirchieria, Giulia aveva anche un cuore. La ringrazia balbettando frasi confuse, dopo che si offrì di avvertire i miei genitori. Mia madre, nella sua impareggiabile ansia, esplose in un pianto disperato dall'altra parte del telefono cellulare di Giulia, ascoltando subito dopo la mia versione dei fatti; ovvero la stessa storia che raccontai a soccorritori.
La Rianimazione, possedeva lo stesso nauseante odore presente in tutto l’ospedale : disinfettante misto a quello di caffè. Non trovo parole per descrivere lo strazio che provai vedendola distesa su quel letto in quella lugubre stanza. Il suo corpo inanimato, tristemente agghindato da tubi e tubicini, venne illuminato da un leggero spiraglio di luce proveniente dalla finestra : segno che l'alba di un nuovo giorno era ormai prossima. Ma ci sarebbe stato un altro giorno per Silvia? I miei pensieri più cupi e tristi si intervallarono con quelli di odio e vendetta; quante lacrime amare! Le strinsi la mano gelata desiderando che aprisse gli occhi dicendomi : "amore, che brutto sogno… stringimi forte!".
Vidi buio pesto.
Improvvisamente una forte e prepotente scrollata colpì la mia scapola sinistra.
“Svegliati! Prima che ci vede qualcuno!”.
Giulia mi trascinò letteralmente fuori dalla stanza, supplicandomi di aspettarla nell'atrio per accompagnarmi a casa.
La nostra dimora emanò un vuoto peggiore di quando Silvia decise di partire per Mosca; tutti gli oggetti, i muri e l’arredamento parvero insensati. Calpestando il punto in cui Silvia cadde, accuratamente pulito, avvertii un brivido agghiacciante. Frugando nella sua borsa, trovai il cellulare. Sfogliai la rubrica nervosamente fino alla lettera “N”. Sotto la voce "Nonna", vi era un numero composto da sette cifre. Quanto detestai assumere il ruolo di portare di disgrazie. Lo squillo del telefono fece aumentare il mal di testa che ormai mi torturava da ventiquattro ore.
Nonna rispose dopo quattro squilli : "Moya devochka!". La voce entusiasta, lontana dal timbro vocale di una donna anziana.
"Ehm, no signora Edda sono Tomas..".
"Oh Tomas! Finalmente ci sentiamo!". L'italiano quasi perfetto, sempre scandito dall'inconfondibile accento russo.
"Come stai? Dov'è Silvia? State bene?".
Colto dal panico non seppi a quale domanda rispondere per primo. Cercai di usare più tatto possibile.
"Ecco io... volevo avvertila, si faccia forza, che ieri mattina è successa una disgrazia : Silvia ha avuto delle convulsioni, ho dovuto chiamare l'ambulanza. Ora è ricoverata all'ospedale di Magenta."
Un silenzio interminabile : "Ma... come è successo? Bozhe moi... come sta ora?".
"Vede, io credo che sia stata vittima di una forza, una possessione ecco... che l'ha fatto entrare in..... coma".
Anche se non potevo vedere nonna Edda, fui sicuro che in quel momento stava piangendo : "Moya milaya devochka... è successo quello che temevo".
"Cosa vuole dire?". Alzai leggermente il tono di voce.
"Io... Tomas, devo venire al più presto a Magenta, a vedere la mia bambina e...".
"Lei mi deve aiutare, deve aiutare Silvia... mi ha parlato delle apparizioni di un uomo che la tormentano da anni; so che lei ne è al corrente e ha cercato di aiutarla...".
Nonna Edda riprese a parlare, scandendo la voce straziata : "Lo so che Silvia te ne ha parlato. Non esercito i miei poteri da anni ormai, forse dovremmo...".
"Signora, sua nipote sta morendo! Lei è l'unica in grado di salvarla. Con i suoi poteri dobbiamo scoprire chi è quell'uomo e scacciarlo dalla vita di Silvia una volta per tutte!".
"Non è così semplice come credi...".
"Lo so, ma nulla è impossibile, dovrebbe saperlo anche lei che è una medium".
Di nuovo silenzio, questa volta di lunga durata. "Prenderò il primo aereo disponibile per Milano - Malpensa, ti avviso quando arrivo giovanotto.".
"Grazie signora, io...". Non feci in tempo a finire la frase che nonna Edda aveva già riattaccato.

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