Barcollando come un borgomastro di Brandeburgo dopo una bevuta di mezzo barilotto di birra barricata della Baviera, cominciai a borbottare brevi brani in lingua Bantu del Burkina Faso e a giocare a booling con un becero bidello berbero con un bitorzolo sulla bocca con cui, per un breve bisticcio, mi presi a botte dandogli una bella botta sul bacino con una bottiglietta di Bourbon presa dal bar. Per calmare i bollori, dopo una partita di burraco, mi appartai con una baldracca boliviana molto esperta di bondage che mi legò come una bresaola mettendomi poi una banana in bocca e dei bigodini in testa.
Sborsai una bella botta di euro e poi, appagato come un bovaro bernese dopo una sbobba a base di bovino adulto e barbabietole bio, bombardai il mio blog con foto del mio bassotto Braccobaldo in atteggiamenti borderline, dopodiché mi buttai a babbo morto sul mio letto di bambù addormentandomi con basi musicali di Bach, Beethoven, Bugo e Orietta Berti... baci e abbracci...
La strada non era così rumorosa come oggi. Al contrario un po' di rumore ti teneva compagnia. Certamente non tenevi le finestre chiuse a bloccare il rumore di una vita attiva che proveniva dalla strada. Potevi riconoscere l'arrivo del 96 crociato, o del 96 nero, dal rumore dei loro potenti motori. E quando i due autobus: uno proveniente dalla strada principale: la Portuense, e l'altro giungere dal vecchio mercato, si incrociavano, giusto sotto le finestre del nostro primo piano, subito ci affacciavamo per vedere come i due abili autisti, districavano i loro pesanti mezzi nel poco spazio a disposizione; via divenuta a senso unico, solo decenni e decenni dopo. Alcune volte provavi a prendere il bus prima delle 8,00 della mattina per pagare di meno: solo 5 lire. Dopo tale orario il prezzo saliva a dieci, quindici o anche venti lire: non ricordo. Quando un uomo di colore, passava sul versante opposto del marciapiede, ci si chiamava fra noi bambini, con una certa enfasi, e ci si affacciava di corsa alla finestra del saloncino esclamando: "...un negro; un negro! Sta passando un negro". Ma usare quel termine, ai nostri tempi non era una offesa, e se anche a nostra insaputa lo fosse stata, prevaleva per noi lo stupore ed il fascino, ma non certo l'intenzione dell'additare. Seguitavamo i suoi passi e lo guardavamo con uno sguardo affascinato, ed il nostro chiacchiericcio diveniva silenzio. Il respiro si fermava, fino a che i nostri occhi lo vedevano attraversare la Portuense. Poi il respiro tornava ad essere a ritmo normale così come il nostro chiacchierare, scordandoci completamente dell'uomo nero. Se ero solo, nel piccolo saloncino, godevo del suono delle campane della Chiesa di Santa Silvia. Ma a quel tempo la Chiesa, molto più piccola della odierna che ha mantenuto lo stesso nome della Santa, non era giù, più avanti, lì in quello slargo dove ora è; era lungo la nostra stessa via: Via Pietro Venturi. Si era in pochi. Si; si era in pochi. Dappertutto si era in pochi: sugli autobus la mattina; lungo le vie; nei negozi, e così anche in Chiesa. Una volta a settimana...ora non saprei dirti in che periodo, ma comunque in estate, o nelle primavere, si recitava il Rosario lì, in Santa Silvia, e Don Fosco chiamava a turno i fedeli, nella recitazione delle dieci Ave Marie. Solo una volta fui chiamato io, che poi in verità, con la mia timidezza che sempre mi ha caratterizzato, le Ave Marie le dicevo con l'intenzione di non essere mai chiamato. Comunque dicevo: fui chiamato dal Parroco solo una volta, e quella volta ne dissi intenzionalmente undici e, manco a dirlo, dopo, a fine Rosario, una volta usciti, un conoscente: un ragazzino della mia età, mi disse: "ne hai dette undici!". E si, che vuoi! Le cose importanti sono e sempre saranno queste: queste inutili sfumature: come fu portata per giorni interi, [mi riferisco però adesso a soli alcuni anni fa], l'attenzione su calzini colorati che, in una importante intervista televisiva, indossava l'onorevole ospite, a cui fu richiesta la propria opinione su un tema fondamentale. Si: vero! Per alcuni giorni si parlò dei calzini colorati dell’onorevole intervistato. Per distogliere l’attenzione da un problema importante? Così sempliciotti siamo? Così sciocchino mi hanno fatto? Oppure ci provano. Ma sembra che ben ci riescano! Così io, avevo detto l'undicesima Ave Maria a causa del solito timore di sbagliare qualcosa; forse pensavo: meglio una in più che una in meno o forse, con una Ave Maria in più credevo di conquistarmi il Paradiso. Solo che, penso, a quella nostra età, dove il blu del cielo era limpido, dove ti potevi permettere di tirare un calcio al pallone con la punta della scarpa, o quando vedevi il gobbo provenire dall'inizio della via, che ci sorrideva e noi si scappava prima che arrivasse, forse contare undici Ave Maria e poi sottolinearlo, era cosa della nostra età. In verità potevi sentire il rintocco delle campane, sempre: sia quando eri in compagnia degli amici, in saloncino; sia se fossi stato da solo; forse con la differenza che, se fosti stato da solo, quel din-don ti invadeva il cuore e ti riempiva l'anima.
Il riflesso del sole, sulle finestre del palazzo di fronte, quello costruito leggermente sulla sinistra rispetto al nostro, mi diceva l'ora in quei tiepidi pomeriggi primaverili. Nel tardo pomeriggio, la signora al terzo piano, apriva la porta finestra e posava il suo raccogli immondizia e la scopa, all'angolo del suo terrazzino; e l'ondulare del riflesso del sole sul vetro che appena si scostava, era la danza di un'onda colorata di un rosa tramonto abbracciata all'azzurro poco più intenso e delicato che preannunciava le tiepide e piacevoli serate di quelle primavere. Alcune bestemmie, che fuoriuscivano dalla porta dell'Osteria sottostante, salivano ad incontrare alcune lenzuola da un bianco quasi candido, stese ai fili ad asciugare al leggero soffio tiepido del sottile vento; e quei panni stesi, nell'incontrare quelle bestemmie, divenivano di un bianco esattamente come il Tide o il Dash o l'Olà lo enunciava nelle pubblicità, poi un soffio di vento poco più deciso, scuoteva leggermente le lenzuola che lanciavano quelle imprecazioni in cielo trasformandole in ringraziamenti, in sorrisi, in gioia, in preghiera. E così era: perché da lì a poco sentivi lo scoppio di una risata e l'urlo di una: "Briscola!", o anche: "Scopa!" o addirittura: "...Ancora un quarto Bettina!". Pensavo: "Perché allora nel Tide, nel Sil, Dash o anche nell'Olà, non ci infilano direttamente le bestemmie: tutto diverrebbe subito bianco. Si: forse sarebbe stato così, ma non ci sarebbe stata la poesia. Tutto sarebbe stato bianco, e mai avresti visto un colore. Ed iniziavo a conoscere i colori, anche i meno...colorati: non era più un bianco candido, Claudio investito dalla automobile; o quei poveri cani randagi accalappiati dagli accalappiacani che alcune volte vedevo impauriti, terrorizzati, e poi soffocati dai fil di ferro e caricati a forza sul mezzo del Comune che li avrebbe condotti alle camere a gas; quel bianco iniziava ad assumere un colore: scuro; marrone; anche nero ma: un bianco, per diventare bianco, deve pur avere un confronto. E noi che si chiedeva alle nostre madri di acquistare i bidoni di Dash, che ad altezza differente segavamo cosicché causassero un timbro diverso nel percuoterli, e ci dilettavamo ad usarli a mo' di batteria con la relativa disperazione dei vicini.
Così, la signora, posato all'angolo del suo terrazzino l'alza immondizia e la scopa, si soffermava ad osservare quei tramonti, al di là del Forte Portuense: un breve rialzo, a mo' di collinetta, al di là del Garage di Vittorio. Il suo sguardo, perso nel sole che scendeva lentamente, lo avrei ritrovato nello sguardo di Anthony Hopkins in: "Quel che resta del giorno" nel concedersi di spaziare per solo alcuni istanti al di là dei mattoni del Castello, e tornando subito dopo, nell'accostare le persiane, al suo sguardo di dovere. Alcune volte penso che film e attori come lui, mi riportano indietro nel tempo. Ecco perché alcuni attori possono essere definiti attori.
Anche se non aspettavo alcuno, [magari assorto ad ascoltare Aretha Franklin o forse Shal Shapiro dei Rokes, o magari Caterina Caselli], il citofono suonava, e nella mia cameretta entrava sempre qualche amico dei pochi che avevo.
A un angolo di strada, più spesso assieme a mia zia Renata, andavo a prendere il gelato, alla Pasticcera "Pinelli", dove il gelato aveva sempre un gusto nuovo e diverso.
A notte inoltrata, un uomo usciva dal garage di Vittorio, tirando pesanti carretti lungo la leggera salita: carretti lunghi, troppo lunghi; e larghi, troppo larghi per una persona. Dietro ai carri si: c'era una donna che spingeva. Alcune volte i due si alternavano; chi nello spingere e chi nel tirare; ma il peso restava quello: un peso delle notti inoltrate; molto prima dell'alba; il peso del sonno breve; un peso dalla vita dura. Un primo carretto pieno di verdura fresca; un secondo di frutta; e sembrava non finissero mai. Alcune volte cercavo di restar sveglio o almeno, di svegliarmi al suono ritmato delle ruote in legno dei carri, ruote avvolte nella loro circonferenza dal metallo.
Così, seppur stanco ed assonnato, potevo vedere, attraverso le liste della serranda, i carri che arrancavano in salita. Uno alla volta: certo. Sono certo che fossi l'unico a svegliarmi appositamente a quell'ora: volevo vedere la donna più bella che mai abbia visto; sono certo che fossi l'unico a guardare, per via dell'ora tarda, quella vita sospesa tra chiarore della luna e stelle lucenti nelle notti primaverili, e asfalto grigio e spento che ricopriva la breve e faticosa salita del Garage. Belle donne tutti le potevano vedere durante il giorno; ma un Angelo notturno quale essa era...no: era quasi impossibile vederlo. Una donna molto bassa: raggiungeva la mia altezza che avevo intorno ai dieci anni; grassa a somigliare ad un tricheco; sapete: un pezzo di pizza sazia e gonfia. Con un color nero di pelle che non credo alcun pittore sia degno di raggiungere un nero così vissuto, intenso, vero; e butterata su tutto il viso. Filomena. L'uomo no; non ricordo come si chiamasse: magro e potente nella sua delicatezza ed arrendevolezza alla vita. Alcune volte, nel recarmi all'ultimo spettacolo del Leblon: li vedevo seduti, l'uno accanto all'altro, e non riuscivo nel capacitarmi come facessero a far mezzanotte, [questo l'orario di fine film iniziato alle 22,30] quando poi, dopo poche ore, già dovevano iniziare la loro faticosa vita quotidiana. Si: credo che per dipingere quella pelle così nera, si debba dormire fra i carretti del mercato, stesi in terra su materassi improvvisati; credo che si debba usare un bagno del garage di Vittorio, chiedendo il permesso, per anni ed anni, credo che si debba pregare ogni notte per raggiungere la fine della leggera salita del garage con carichi del genere; ah! Si! dimenticavo: ma un Angelo è venuto dal cielo appositamente per aiutare il suo uomo. Filomena: questo il nome scelto dall'Angelo. Ma certo: non si può pronunciare questo nome con facilità, con semplicità: ne devi aver davvero bisogno. E forse neanche è necessario pronunciare il suo nome, così come non lo pronunciava il suo uomo, perché Filomena, quel carro una volta lo trainava con tutta sé stessa; ed una volta lo spingeva con tutte le sue forze. Si: forse Filomena già sapeva e ancora sa di cosa un uomo necessita: essere spinto... o trainato.
Il nome dell'uomo? No, non lo ricordo; o forse non l'ho mai voluto ricordare: troppo duro ricordare certi nomi.
Ricordo...si vero: ora divago un pochino, ma forse l'idea la rendo. Ero...non ricordo...in un posto…Andai a vedere una mostra, non era il caso per me ricordare un artista o, lasciatemelo dire uno pseudo artista, che vuole raccontare le disavventure di coloro che fuggono dall'Africa assemblando infradito spaiati, consunti, rotti, ammucchiati. O disponendo ferri vari, lavorati, imbullonati o saldati tra loro a mo' di fucili e mitragliatrici a cercar di rappresentare le guerre nel mondo. Eh No! Non ci sto! Per assemblare alcuni infradito spaiati, rovinati, consunti, e per imprimere nel visitatore della mostra ciò che devi dire, ciò che hai l'obbligo di comunicare se artista dici di essere, quegli infradito, li devi aver usati mesi e mesi, anni ed anni. Ci devi essere andato alle tue cene di gala caro il mio artista, alle feste, forse con pantaloni decenti, o anche buoni perché no? Ma devi assorbire nei tuoi piedi e nelle tue gambe quel significato che vorresti trasmettere...o forse non vuoi trasmettere nulla? Devi sentire nei tuoi piedi tutta la strada che quegli infradito, quelle scarpe rotte, senza più suola, hanno vissuto. O: per posizionare due forchette su una cartina geografica, acquistata in cartoleria del centro, [visto quanto era la mappa grande, colorata, specifica, ben fatta nei particolari], e posizionare poi due forchette: l'una sull'Africa e l'altra sulla Spagna, devi forse aver digiunato un paio di settimane a sola acqua, come chi è fuggito da un posto per raggiungerne un altro ha fatto? O forse hai fatto colazione da Tiffani? beh! Certo...un bel po' di rabbia vien fuori nel vedere che addirittura certe superficialità fanno parte di una mostra. Lucio Fontana? Ah no! Un momento! Ho visto un taglio di Lucio Fontana; non sono un critico, non sono nessuno ma di fronte un taglio di Fontana ci sono rimasto quaranta minuti e ho sentito qualcosa; anzi molto. Ad un taglio del genere non saprei mai e poi mai imprimere quel significato, quella vita vissuta; quella intensità. Ma torniamo al mio Angelo; anzi: all'Angelo dell'uomo dei carretti.
E così, per dipingere quel nero della pelle di un Angelo quale Filomena era, ed è, il pittore deve aver vissuto nella immondizia e sentire il nero che si va ad accumulare giorno per giorno, settimana per settimana e mese per mese sulla propria pelle. Ricordo il nome del suo Angelo: Filomena. Ma quel nome non si può neanche scrivere spesso. Ma il nome del suo protetto no: non lo ricordo, o forse meglio non ricordare certi nomi dalla esistenza dura.
Come quel ragazzo...?
Quel ragazzo dalla espressione triste, che assieme al padre e, a fianco a lui: l'uno stringendo un braccio del carretto e l'altro stringendo l'altro manico, trainavano il vecchio e usurato carretto raccogliendo cartoni. Li incontravo alcune volte in Viale Trastevere o in quei vicoli limitrofi. Non erano più quelle primavere del mio tempo: già passate; parlo di molti molti anni dopo; ma l'espressione del ragazzo...quella espressione di vita a senso unico, lì: in un viale a raccogliere cartoni e quanti? Per poter mangiare qualcosa...quelle espressioni non hanno primavere. L'espressione del padre no: la sua era...era quella: l'espressione di un uomo che raccoglie cartoni; sa che quello deve fare e quello fa. Si vero: anni dopo e, per il momento, torno alle primavere del mio tempo. Solo sai? Sono immagini che è inevitabile non riportare nella mente: giungono con decisione e sai che forgiano la vita. Senza quelle immagini le primavere non avrebbero significato; quindi, anche se appartengono a periodo diversi...si devono riportare.
Pensavo che per conoscere Angeli come lei, [ora basta scrivere il suo nome], dovessi vivere accanto alla spazzatura, al carretto del mercato, con gente umile. Non ho mai sentito parlare i due. Forse erano muti? O forse non si ha più nulla da dire. O forse si dice tutto con il fare e non più con le parole.
La strada dove abitavo, Via Pietro Venturi, era piena tra: Osteria che serviva vino, [credo annacquato quel tanto. Quel tanto da farlo diventare un po’ troppo pallido], giochi di biglie, corse di pattini a rotelle, bocce lanciate dai più anziani, motori rombanti, processioni cattoliche con relative coperte distese sui davanzali delle finestre; risate, blasfemie, ragazzi che chiacchieravano e ridevano e, con sguardo fisso si diceva qualcosa alle ragazze con le loro prime minigonne; gruppi di persone che guardavano i primi programmi televisivi nelle prime televisioni in vendita, esposte nelle vetrine dei negozi di elettrodomestici, e anche senza cogliere le voci del presentatore o della pubblicità, si restava ammaliati dalle sole immagini in bianco e nero che scorrevano al di là del vetro. Una buona distanza tra piccoli assembramenti al di qua della vetrina, e schermo del televisore posto all’interno del negozio; distanza che presto si sarebbe annullata conglobando lo spettatore nello stesso schermo. Ma forse, i programmi che allora iniziavano, entravano con gentilezza nelle nostre case. Con la semplicità ed eleganza di Mario Riva e del suo Musichiere. C’era spazio sui marciapiedi per lanciare i tappi delle birre, giocare a campana, o rivoltare le figurine Panini con il soffio della palma della mano. Scritte sui muri fatti con i gessetti bianchi. Era normale allora chiedere un po' di pane al vicino, quella volta che per un qualunque motivo non lo avevi in casa; il netturbino andava porta a porta a raccogliere la spazzatura con il suo sacco unto, e saliva anche quattro o cinque piani di scale a svuotare i secchi posti fuori dalle porte condominiali. Il calcio era ancora uno sport divertente, senza violenza, la gente usciva felice dallo stadio, sugli autobus si vedevano le bandiere sventolare fuori dai finestrini.
Viva il re o, Pertini Papa: ma certo…scritte scherzose e fuori tempo da questo mio dire. Ma alcuni anni dopo questo dire del mio tempo, le primavere cambiarono, e su di un muro, sulla Portuense, vidi la scritta: dieci, cento Paparelli…E così finirono le primavere.
------------Tutto per la casa--------------
Un piccolo grande negozio. Ti ricordi la pasticceria Pinelli? Devi attraversare la strada; non verso l'edicola, ma andando in discesa. Passa ora davanti al parrucchiere. Solo ancora pochi passi: fermati! Ecco: "Tutto per la casa". Ti ricordi dove abitavano i proprietari? Lì poco prima dello "Lo scalino del Cardinale"? Non importa: dopotutto era il momento in cui avresti potuto attraversare la via principale, la Portuense, a occhi chiusi; quello che si faceva io e mia sorella: il momento in cui puoi giocare con la vita; ma non era molto pericoloso; anzi: affatto! Avresti potuto sentire il rumore delle auto arrivare da molto lontano: un'auto, ogni tanto. E la Portuense era al di sopra di Via Pietro Venturi: dovevi scendere almeno sette gradini per raggiungere Via Pietro Venturi da lì. Quindi…non eri nata…non potevi sapere dove abitavano i proprietari di "Tutto per la casa". “Tutto per la casa”, un piccolo grande negozio pieno di cose inutili: bambole di misera plastica; eroi con pesanti e poveri mantelli di plastica che non avrebbero permesso all'eroe di alzarsi in volo; secchielli per la spiaggia, come se qualcuno avesse sabbia e mare in casa. A volte avresti potuto trovare qualcosa di utile per la casa: forse qualcosa di utile c'era; come "Tide": il sapone per lavatrice. Anche il nome di quel detersivo per bucato ti permetteva di sognare. Come in effetti è diventato un sogno scritto e suonato da Robert Maxwell e Carl Sigman nel 1953: "Ebb Tide"…o forse l’opposto? Non è importante. L'importante era sognare. "Tutto per la casa"? O tutto per noi bambini? Ho assaggiato quel detersivo per lavatrice: aveva un sapore chimico; ma forse senza conoscere il significato della parola "Tide", ero già su un'onda: puntini blu, su colline innevate. "Tutto per la casa" aveva anche la "mucca Carolina", ma abbastanza per sostenere il peso leggero di un bambino. Pensi che potrebbe essere qualcosa di più importante per un bambino che cavalcare una mucca di plastica; e che, per giunta, si chiama: “Carolina”? Cosa desideri di più? Anche una mamma che ti chiama per pranzo; e avere un angelo custode rude ma affettuoso che ti accompagna a casa. "Tide", il detersivo per lavatrice, con puntini verdi e blue, e che ovviamente lo si pronunciava all'italiana: /Tide/.
----------Lo scalino del Cardinale-----------
A quei tempi era già un'Osteria Antica. Lo spazio del marmo di uno dei tre gradini, dove si appoggiava il piede destro, era caldo, liscio e smerigliato, leggermente più bianco del resto del marmo. Questo piccolo spazio di marmo, quindi di poco sulla destra dell’intero gradino, ospitava il passaggio di centinaia e centinaia di stivali, scarpe; o anche piedi scalzi, poveri; ma era normale vedere uomini scalzi, [no; non ai miei tempi; sto dicendo prima delle mie primavere; ma..."lo Scalino del Cardinale"...già aveva centinaia di anni]; ecco: quel pezzo di marmo, sembrava almeno due centimetri più basso del resto. Era uno spettacolo ammirare quel gradino. Se ti avvicinavi con l’orecchio a quel gradino, potevi sentire litigi; vedere accoltellamenti fuori da quel luogo nel XIX secolo; e dentro risate, scherzi, carte da gioco sbattute sui tavoli. Giochi di dadi; donne scambiate tra uomini ubriachi. E talleri; scudi; papetti e lire che entravano nelle tasche di donne alcolizzate anche loro. Chi diavolo? Ma chi diavolo avrebbe potuto rimuovere quel gradino? O forse stuccare quel pezzo; levigare il tutto e renderlo paro; paro, agibile, come la legge vuole; pari agli altri due. Ora, "Lo scalino del Cardinale" è un ristorante anonimo; senza vita: senza storia; come può il cibo avere un buon sapore ora? Solo l'aspetto delle persone che lo frequentano; solo le auto di lusso parcheggiate lì fuori. Dove sono i muli, i cavalli; gli stivali infangati? E dove sono quelle gocce di sangue sul gradino? Rimane solo il nome del luogo: senza vita; senza storia: tutto paro; tutto uguale; come quei gradini che invece avrebbero seguitato a raccontare e raccontare ancora. Per legge, i gradini sono ora tutti uguali; e forse, “per legge”, tutti coloro che frequentano quel posto. Non molto tempo fa ci entrai anche io; ma solo per…per entrare nuovamente in quel luogo che portava quel nome: tutto diverso manco a dirlo. Si avvicinò il cameriere; ora dire: -si avvicinò il Maitre ai vini- sarebbe un po’ eccessivo. Si avvicinò il cameriere e mi versò un sorso di vino nel bicchiere affinché lo assaggiassi. In quell’istante, nei miei occhi apparve…[non ricordo ora il nome del ragazzo compagno di scuola]; nel momento in cui la maestra Anna Febbraro, chiese alla classe: “cosa fanno i vostri padri? Che lavoro fanno? Inizia tu: che lavoro fa tuo padre?”. E il primo rispose. Poi toccò al secondo, che rispose a sua volta; e così il terzo; poi giunse…quel ragazzo o meglio dire ragazzino, e rispose: “mio padre fa il commerciante in mobili”. Anna Febbraro non capì; ma non capì davvero, così di rimando chiese: “Cosa?”, e il ragazzo rispose: “Stracciarolo”. E si proseguì. L’altro era il figlio del Ferramenta; l’altro il figlio del calzolaio; l’altro il figlio del portiere di notte e l’altro non aveva padre. Mio padre? No: questo non è interessante al fine di vedere Via Pietro Venturi nel 1965 e le primavere di quel periodo. Ma una cosa la voglio dire su mio padre: rallentava agli incroci. Quanto prima, solo per dire che, quando il Maitre versò un po’ di vino avvolgendo la bottiglia con il tovagliolo bianco e la mano destra verso il fondo della stessa, indirizzando il collo al centro del calice con la sinistra, avendo cura che l’etichetta fosse rivolta verso il mio viso, non feci caso alla marca e, nella mia fantasia, vidi il figlio dello stracciarolo e il di lui padre, che anche conoscevo; di vista sì, vero; ma pur conoscevo, che tracannava un bicchiere di bianco. Così sorrisi e feci un cenno di assenso al cameriere senza neppur guardare il vino versato. Ovviamente restò un momento esterrefatto; poi versò da bere. Non mi permisi di assaggiare quel vino; avrei mancato di rispetto a chi un vino, decenni e decenni prima lo assorbiva come una spugna giusto per attraversare la giornata; giusto per portarla a termine; o forse per dimenticarla.
Non è quindi più oggi: “ Lo Scalino del Cardinale”; è un gradino come tanti altri. Per omaggiare lo stracciarolo, il figlio e chi altri, quella sera dove i tavoli accanto usavano la “r” moscia, tracannai quel calice che da solo avevo riempito. Posai il bicchiere sulla candida tovaglia, e fissai il piatto vuoto in attesa del primo. Chi con me era seduto allo stesso tavolo da quattro, mi confidò, quasi subito, e durante la cena, che alcuni, o almeno una ragazza, mi fissava con espressione sbalordita, di sconcerto, comunicando al suo compagno seduto di fronte a lei, e ai suoi amici, tutto il suo sbigottimento riguardo il mio fare e il tipo di compagnia di cui godevo. Michele: capelli lunghi, bianchi con coda di cavallo: un vecchio rockettaro senza più denti che, costretto a succhiare il brodo, emanava un rumore di sottofondo a mo’ di sibilo come un russare. Rita: una donna grassa che occupava due sedie e faceva stretching allungando le braccia paffute ad occupare tutto il tavolo, spostando il pane e lasciando cadere in terra un tovagliolo che si: con grande signorilità lì in terra lasciò. Ora si che ero al: “Lo Scalino del Cardinale”.
Ecco: esci dal ristorante...ma lascia che ancora la chiami: "Osteria"; gira a sinistra, fai sei passi. Lì abitavano i proprietari di: "Tutto per la casa".
-------------il giornalaio cieco-------------
Era un uomo alto e forte. Sempre vestito di nero. Sfiorava la spalla di sua moglie per raggiungere l'edicola, ed era quindi condotto da una donna…come tutti gli uomini. Niente di particolare; tranne che era sempre vestito di nero. Sfiorava leggermente, con la mano destra, la spalla sinistra della donna, che sicura lo indirizzava. Arrivava all'edicola nella tarda mattinata, verso le dieci. La donna lasciava per un attimo il suo chiosco a una persona di fiducia, e andava a prendere l'uomo. O forse il cieco era di corporatura e altezza normale; e io lo vedevo grande da bambino che ero. Cosa si può dire di un uomo che non vede, sempre silenzioso, immobile e seduto sulla sua sedia? Forse anche lui spingeva avanti il suo mondo. Se ricordi, l'edicola era di fronte al negozio di alimentari: Il secondo negozio di alimentari intendo: voglio dire che il primo negozio di alimentari invece, quello più famoso, quello storico, quello appunto degli anni ’60, era gestito dalla famiglia "Magrelli". Vedevo il padre e la madre di Enzo Magrelli, e suo fratello Augusto, seduti lì, all’ingresso degli Alimentari, all’angolo, aspettando le 8,00 di sera, che i figli chiudessero per tornare tutti assieme a casa. Quindi, l'edicola si trovava di fronte al secondo negozio di alimentari; quello aperto solo successivamente; mi capisci? Quello meno storico insomma, quello di Claudio. Non so nulla della vita del giornalaio cieco, ma posso improvvisare; e forse non è impossibile; e potrebbe essere facile. L'uomo accennava un leggero sorriso mentre riconosceva la voce dei clienti. Lo notavo: niente di questo sto immaginando. E quando qualcuno chiedeva: "Il Messaggero", era l'uomo a porgere il giornale alla moglie che ovviamente aveva ripreso il suo posto, la quale, a sua volta, lo porgeva al cliente. “Il Messaggero”, “Il Tempo” e [“Paese sera”, nel pomeriggio], erano posizionati accanto all’uomo cieco. L'abito nero; sempre pulito, elegante e nero. Poteva –vedere- bene l'altezza del cliente; l'età; la sua condizione sociale; il suo stato d'animo; il suo carattere; questo solo dal suono; dal timbro della voce della persona di fronte a lui al di là del chiosco; e forse, anche dal giornale che preferiva leggere. Io, e forse chiunque altri, potevamo vedere solo il fisico di un passante, dell'uomo o della donna per strada; non si poteva sapere nulla dello stato d'animo dell’uomo della strada che incrociavi. Né per mezzo del tono o dal timbro della voce, né la condizione sociale. Si passava, come si passa oggi, e la persona passa: la incroci e vai via. Mi chiedo chi dei due era più cieco? Quello vestito di nero o io? O altri?
Un tempo si fischiava. Sentivi fischiare alcuni motivetti dai passanti; sono decenni che non sento più alcuno che fischia nel camminare. Quanto tempo ha avuto quel giornalaio per vedere le foglie autunnali scivolare dagli alberi? O forse in guerra ha avuto solo il tempo di vedere le foglie ardere vive sugli alberi? Forse ha perso la vista in guerra? O forse l'ha preferita perdere. E dove andavo di fretta nelle mie primavere, e dove di fretta gli altri: ieri un po' più lenti, ma ciechi; oggi ciechi, e di fretta. Spostando le foglie e pensando solo ad arrivare in tempo? Chi è più cieco?
---------------------------------------------Un campo di broccoletti.---------------------------------
Nelle nostre Primavere…non c’era il Paradiso. Forse vivevi e basta…nessuna domanda.
Era, il Paradiso, solo insegnato nella teoria: nel fare dottrina. Dottrina che poi si sarebbe dovuta concretizzare nel Catechismo. Forse, se proprio ti capitava di volerne parlare con un amichetto…chissà cosa si diceva riguardo il Paradiso. Ma certo che non ci pensavi al Paradiso! Di tanto in tanto arrivavano le giostre. Mi piacevano moltissimo le giostre. Anche ora in verità. Mi piacevano i calcinculo. I seggiolini per intenderci. Avessi mai preso il fiocco! I go-Kart. Le macchinette an’tuzzo: dicesi macchinette a scontro, se non eri in Via Pietro Venturi o al Portuense, o a Roma. Quei ragazzi più smaliziati; il tiro a segno, la palla dove tiravi i pugni e ti segnava quanto eri forte. Così come le corna del toro che dovevi avvicinare tra loro e ti segnavano la tua forza: signorina, fiacco, normale, forte, fortissimo, torero, toro.
Eppure ora so cosa è il Paradiso. Ce lo ha detto Ninetto Davoli in una intervista a lui rivolta. E nessuno si permise poi di parlare di calzini colorati o chissà cos’altro. Alla domanda: “cosa è per lei il Paradiso?”, Ninetto si fermò neanche un istante, immediato com’è. Poi…distese il braccio sinistro da destra a sinistra e disse: “il Paradiso è un campo di broccoletti”. Eh già, certo: chi meglio di loro sa e conosce il Paradiso? Loro? Loro chi? Ninetto, Sergio, Franco. Chi altri altrimenti? I fuoriclasse.
Il Bar Italia; Vicolo della serpe…sì certo che ti andrò a dire. Ma ora metti su: “Golden Slumbers” e facciamo la pausa tè. Ah! Ma sai si dice che Vittorio, il giorno successivo alla sua morte…fu visto da qualcuno, nella sua tuta da garagista lì, in piedi all’angolo del suo Garage dove spesso si riposava a prendere un po’ di luce del pomeriggio.
Diconsiglio?
...Diconsiglio?...Come accidenti fai a sapere il suo nome? Ma...ma sto parlando degli anni '60 e...e tu sai il nome del mio compagno di scuola? Come fai a sapere il nome del figlio dello stracciarolo? Ehi! Dico a te ragazzina! Ma come fai a sapere il nome del figlio dello stracciarolo? Rispondi accidenti!
Non potevi pronunciare quel nome vero?...Così l'ho chiamato io per te. Forse meglio non pronunciare mai certi nomi; o forse meglio non ricordarli. Latte o limone?
Il ticchettio triangolare tetragono ad ogni tentativo tortuoso, traccia, tragicamente, un tragitto tormentato tipicamente tratto da una terminologia trappista tutta terra terra, totalmente tendente ad una trasfigurazione teatrale tutta tarallucci e trippa!
E questo è veramente troppo!
Ma, se tanto mi dà tanto, tendenzialmente mi tratterrei dal trarre troppi trallallero da un tropicalismo truculento teoricamente tollerante di una certa tifoseria terrapiattista.
Tuttavia, in teoria, se una tartaruga va a tartufi nel torinese senza la targa è tempo di tentare un terno a Terni tornando da Trento con trentatré trentini della tridentina
Intruppati in una terrificante tradotta di Trenitalia…tiè!
Ho tappato con un turacciolo una tinozza di tek piena di tamarindo durante il tragitto sul treno nella tratta Taranto Trani, regalo di un tappezziere tedesco terrapiattista con in testa un tremendo turbante in terital che aveva vinto in un torneo di tennis a Teutoburgo mentre tuonava e tempestava tutto il tempo. ‘Na tragedia!
Toccato da cotante traversie, mi trattenni dal trascendere e per tirarmi un po' su entrai nella trattoria “La tartaruga” dove assaggiai un tris di tortelloni al tarassaco, trofie al thè nero,taccole al topinambur, trota del Trentino al timo, tortino tiramisù e un tipico Traminer in una tazza tipica tirolese.
Dopo, tanto per trascorrere un po' di tempo, mi iscrissi ad un corso di Tip-tap presso la scuola “Il tacco” di un tipo dai tratti un po' trucidi che mi trasmise, però, tanti trucchi e tantissima tecnica e tatticismi talentuosi.
Purtroppo, durante un tentativo di prova, toccai un treppiede e caddi tragicamente a terra! Tutto ciò mi causò un trauma al trocantere che mi costrinse ad una terapia trimestrale con tachipirina e trazioni con una nuova tecnica tibetana piuttosto tosta…ma tant'è!
Turbato da tutto ciò, mi trascinai sul mio tatami con una tazza di tisana al trifoglio, tentai la lettura di un trattato sulle tartarughe dell’isola di Tonga, scrissi un piccolo tema su tre ricette di trippa al triptofano e infine mi addormentai al suono triste di una tromba di Toshinori Kondò…à tout à l’heure…
"Questo racconto è dedicato a chi ha amato senza riserve, a chi ha vissuto nel dolore e nella speranza, a chi, pur nel buio, ha trovato la forza di andare avanti. A te, che seppure in silenzio sei sempre accanto a me,
"A Pasquale"
Hai tolto la tua mano dalla mia,
ma il tuo amore è lì nel mio cuore.
Sei ancora qui,
in ogni silenzio che parla di noi,
in ogni respiro che sa di ricordo.
Cammini accanto a me,
invisibile e presente...
come una carezza che conosce la strada.
Porto con me il tuo sorriso,
la tua forza,
e quell’amore che nessun tempo
potrà spegnere.
E in tutti i giorni che verranno
sarai sempre in me,
anche quando sarò lontana.
Dammi la forza
di proseguire il mio cammino da sola.
Proteggimi se barcollo,
sostienimi fino all'ultimo passo.
Insieme abbiamo camminato
e da sola giungerò in cima.
Un giorno, lì, tra il silenzio e la luce,
ci ritroveremo:
questo non è un addio,
è solo un arrivederci.
Ciao, amore mio.
Introduzione
Capitolo 1: Un Amore senza Tempo
C’era una volta un amore che sembrava avere il tempo dalla sua parte. Non chiedeva troppo, non gridava mai. Era fatto di piccoli gesti, di parole sussurrate la sera, quando tutto taceva tranne il cuore. Poi un giorno, senza preavviso, arrivò il rumore. Un sibilo sottile, appena percettibile, che si infilò nelle pieghe della nostra normalità. Era l’eco di qualcosa che stava cambiando, anche se ancora non lo sapevamo.
Quello che segue non è un romanzo, né una cronaca. È il tentativo di mettere ordine tra i frammenti di una vita divisa in due: prima e dopo di te. È il racconto di un amore che ha saputo affrontare la bellezza e la crudeltà dell'esistenza, fino all'ultimo respiro.
Se potessi riavvolgere la pellicola della mia vita e tagliarne alcune parti, lo farei. Se potessi strappare un foglio scritto male e riscrivere una nuova storia, lo farei. Se la vita si potesse trascrivere su due fogli... scriverei prima la brutta copia e poi la riporterei in bella: senza strafalcioni, senza errori, senza sbavature. Ma tutto ciò non è possibile. La vita è testarda e non ama essere contraddetta. Destino, fatalità o chissà cos'altro, lei fa sempre e solo ciò che vuole e va dove vuole. E a noi non resta che conservare, impressi nella mente, brevi scorci da raccontare.
Stare accanto a un malato di cancro è durissimo. Non puoi fare nulla. Le armi che hai sono troppo deboli. I familiari devono assistere al lento – o veloce – declino di un corpo deprivato della propria volontà e divorato dal male. Il peggio è che tutto sembra inutile. È una lotta contro il tempo, ma non si sa quanto tempo resti. Un mese? Due? Sempre troppo pochi. Si aspetta solo la fine, il compimento di quel macabro progetto. Nessuna descrizione può rendere l’angoscia di quei terribili momenti.
Non sapevo
Non sapevo di dover scrivere di te
non da vivo, ma da morto.
Non immaginavo di dover parlare in tua assenza,
sebbene tu sia ancora presente in me.
Non sapevo di non poterti più toccare e di temere di dimenticare i tuoi lineamenti, il tuo odore, il tuo te.
Non so dove sei.
Non so se cammini a piedi nudi sull'erba bagnata di rugiada
o svolazzi come un uccello nei cieli azzurri.
Non so nemmeno se hai trovato finalmente il coraggio di cantare.
Ricordo che ti piaceva, ma eri troppo timido.
Non so se hai imparato a suonare, ma se sai farlo, suonami una nenia, in modo che io possa ascoltarti per addormentarmi fra le braccia delle tue note.
Tu che eri una presenza
Era cominciato quasi per caso, in un pomeriggio qualsiasi, intriso di malinconia, senza pensarci troppo, iniziai a scrivere. Scrivevo a qualcuno che non aveva volto, ma che sapeva ascoltare. Una voce accogliente, come un vecchio diario ritrovato dopo anni.
Non cercavo risposte: volevo solo parlare. Parlare per non esplodere, per alleggerire il cuore da tutto il dolore che avevo dentro. Parlare di lui, del vuoto che aveva lasciato, della fatica quotidiana di andare avanti.
E fu così che iniziò questo racconto, nato da frammenti di vita e di assenza, cucito giorno dopo giorno, parola dopo parola, come un filo sottile che cerca di ricucire una ferita troppo profonda.
Per la prima volta trovai all'ascolto una voce amica: me stessa, che mi accoglieva con grande affetto. Aveva fra le mani un quaderno con fogli bianchi e una penna. Era una voce senza giudizi, né pregiudizi. Così decisi di scrivere la storia di una parentesi buia della mia vita. L'ho voluta scrivere per tutte quelle persone che devono soffocare e reprimere nel silenzio la loro rabbia. L'ho scritta per dare una voce al dolore. L'ho scritta perché chi ha vissuto e vive la mia stessa tragedia, possa un giorno urlare insieme a me.
Iniziai ad avere il coraggio di definirmi vedova. Lo scrissi quasi sottovoce, come se ammetterlo ad alta voce potesse far male più che tacerlo. Ma, con mio stupore, trovai comprensione. Parlando col mio diario, mi sentivo ascoltata Non c'erano silenzi impacciati, né frasi preconfezionate per colmare l’imbarazzo. Nessuno sguardo di circostanza, nessuna commiserazione. Solo uno spazio vuoto in cui il mio dolore poteva espandersi, respirare, essere accolto.
Avevo sopportato a lungo l'indifferenza travestita da pietà, i consigli non richiesti, i giudizi mascherati da premure.
Fu così che decisi di raccontare. Di prendere quella parentesi buia della mia vita e farne una storia. L'ho scritta per chi, come me, ha dovuto soffocare le grida nella gola. Per chi si è sentito abbandonato, svuotato, impotente. L'ho scritta per dare voce al dolore taciuto, quello che non ha lacrime visibili ma che scavano dentro...profondamente, giorno dopo giorno.
L’ho scritta per chi ha vissuto – o vive – la stessa tragedia.
L’ho scritta per chi, come me, ha dovuto reprimere lacrime e urla. Per chi è stato costretto a soffrire in silenzio, a sentirsi solo, mentre il mondo andava avanti. Questa storia è la mia voce, ma vuole essere anche la vostra. Perché chi soffre, leggendomi, possa finalmente trovare le parole per urlare insieme a me.
.L’ho scritta per chi ha vissuto – o vive – la stessa tragedia. Questa storia è la mia voce, ma vuole essere anche la vostra. Perché chi soffre, leggendomi, possa finalmente trovare le parole per urlare insieme a me.
Con mani tremanti
Stanotte ho chiuso gli occhi
e il dolore, stanco,
si è seduto accanto a me:
non è svanito,
ma ha imparato a respirare più piano.
Mi aspetta un sentiero nuovo,
saranno passi nuovi a guidarmi.
Ho paura,
ma porto con me ogni battito del cuore,
ogni lacrima già versata.
Il dolore ancora pesa...
ma il tempo, paziente, lo smusserà.
Con mani tremanti,
ma con l’anima vigile,
ricostruirò il mio spazio nel mondo.
Non mi spezzo,
mi trasformo.
Devo imparare un nuovo respiro,
un passo diverso sulla terra ferita.
Non sarà facile,
ma dentro di me c’è una fiamma che non
si spegne.
Mi arrendo alla vita,
non al dolore.
Costruirò il mio domani,
anche con mani tremanti;
perché in fondo,
io sono già la mia speranza.
Capitolo 2 - L'Ombra della Malattia
Fu un giorno come tanti. Nessun segnale chiaro, nessun presagio evidente. Solo piccoli cambiamenti, come ombre che si allungano quando il sole cala. Tu cominciasti a dimenticare le cose, a essere più stanco del solito, a cercare le parole come se fossero oggetti smarriti. Io cercavo spiegazioni semplici: lo stress, l’età, il clima primaverile più caldo. Non volevo pensare che potesse essere qualcosa di più.
Era da un po' che eri strano e stanco. Avevi patologie cardiache ed eri in cura per questo. Nulla lasciava presagire che si trattasse di qualcosa di molto più grave. Era un po' di tempo che eri smemoratello e così andammo dal neurologo che accennò ad una demenza lieve. Ma la verità la scoprimmo con la scintigrafia e gli ulteriori esami.
Scoprimmo che si trattava di una neoplasia polmonare che aveva già prodotto metastasi in ogni parte del corpo.
Dopo molte indagini si presentò lui, in tutta la dua bruttezza, il mostro: un ospite sgradito che entra senza bussare. Si impossessa del corpo prescelto e ne fa ciò che vuole. Non si ha più alcun potere. Penetra in silenzio, si acquatta nell’ombra e si prepara all’attacco. Sceglie un organo, si lima i denti e comincia a morderlo. Si moltiplica da solo, lancia schizzi che attecchiscono altrove, generando piccoli mostriciattoli che a loro volta si riproducono, divorando tutto. Finché del corpo ospitante non resta che un involucro svuotato: una buccia raggrinzita, senza polpa. Quando scoprimmo il drammatico male, cominciò il nostro calvario. Un po' per volta, giorno dopo giorno, sprofondavi nell'abisso. Ti calavi pian piano nel pozzo dell'oblio: un posto senza ritorno, dove le tenebre rubano la memoria e divorano i corpi. Io ti guardavo svanire a piccoli passi, come un’ombra.
Come la malattia ha cambiato la vita quotidiana e le dinamiche familiari.
Capitolo 3: Tra Dolore e Speranza -
Il calvario
Stare accanto a un malato di cancro è durissimo. Non puoi fare nulla. Le armi che hai sono troppo deboli. I familiari devono assistere al lento – o veloce – declino di un corpo deprivato della propria volontà e divorato dal male. Il peggio è che tutto sembra inutile. È una lotta contro il tempo, ma non si sa quanto tempo resti. Un mese? Due? Sempre troppo pochi. Chi vive accanto a un malato terminale si sente sospeso in un tempo saturo di dolore, rabbia, paura. Si aspetta solo la fine, il compimento di quel macabro progetto. Nessuna descrizione può rendere l’angoscia di quei giorni.
Portarti a fare la radioterapia era diventato un supplizio. Camminavi a stento e ogni passo era una fatica. Quando rientravamo eri stordito, con lo sguardo perso e gli occhi leggermente strabici. Sembravi un bambino confuso, disorientato, in balia di qualcosa più grande di te.
Uno degli effetti più crudeli della terapia fu il singhiozzo. Una notte intera a singhiozzare senza tregua, come se il tuo corpo non sapesse più come stare fermo, come trovare pace. Io ti stavo accanto, travolta dalla stanchezza, ma incapace di chiudere occhio. Non c'era sonno che potesse vincere quel tormento.
Ogni tre o quattro ore volevi andare in bagno. Anche se avevamo messo il pannolone, tu insistevi: volevi alzarti, conservare un briciolo di dignità. Ti aiutavo ogni volta, con la schiena a pezzi e le gambe molli per la stanchezza. Ma non ti lasciavo solo. Non volevo. Non potevo. E così passavano le notti, lunghe come inverni, senza riposo, senza tregua.
Come la malattia ha cambiato la vita quotidiana e le dinamiche familiari.
Eri ormai costretto a letto, ma non ti chiedevi nemmeno il perché. Ti limitavi ad alzarti per andare in bagno, sorreggendoti a fatica su gambe sempre più deboli. Barcollavi, ed io, temendo che potessi cadere, ti seguivo passo dopo passo, sorreggendoti come fa una madre con il suo bambino. Eri indifeso, fragilissimo, consumato dalla sofferenza. Somigliavi sempre più a un moccolo di candela, ormai piccolo, tremolante, prossimo a spegnersi.
Ogni giorno era più difficile del precedente. I tuoi occhi si facevano sempre più opachi, e il mondo sembrava allontanarsi da te, un centimetro alla volta. In casa il tempo aveva smesso di scorrere in modo normale: c’era solo l’attesa, solo la stanchezza. Il tuo respiro era affannoso, intermittente. Le parole diventavano suoni indistinti. Ti accarezzavo la fronte, come si fa con i bambini che hanno la febbre, e tu chiudevi gli occhi, esausto. In quei momenti il silenzio urlava più forte di qualunque lamento.
Ma io ero lì. A vegliarti. A proteggere quel poco che restava del nostro mondo.
Anche se non sapevo per quanto ancora.
Ogni giorno era una prova. Il tempo non scorreva più come prima: si dilatava nelle attese, si faceva pesante nelle notti insonni, si accorciava nei rari momenti di tregua. I corridoi dell'ospedale erano diventati il nostro mondo parallelo. I medici parlavano con voce pacata, ma i loro occhi dicevano più di quanto le parole potessero. Ogni esame era una sentenza sospesa.
Spesso mi viene in mente quando mi guardavi con gli occhi buoni e quella luce chiara che ne esaltava lo sguardo. Il tuo volto scavato, le tue parole incomprensibili e tu in quel letto immobile e quasi privo di vita. Un corpo quasi senza battito. Il tuo volto scavato, le parole spezzate che uscivano a fatica. Lì, in quel letto che non era più un rifugio ma una prigione, il tuo corpo immobile, privo di vita. Uno spazio vuoto che non riesco a riempire.
Non potrò mai dimenticarlo. Quel momento ha lasciato un segno profondo, indelebile. A volte basta un pensiero lieve per cadere di nuovo in quel dolore che sembra non trovare pace: un pozzo senza fondo dal quale sto provando a risalire, anche solo per respirare meglio
Ricordo i tuoi occhi smarriti, lo sforzo nel comprendere, la paura che ti si leggeva addosso. Io cercavo di farti coraggio, ma dentro ero un fiume in piena. Non sapevo più se dovevo proteggerti o lasciarti andare. Ogni tuo respiro era un patto con la vita, ogni tuo silenzio un passo in più verso l’ignoto.
I gesti quotidiani — lavarti il viso, aiutarti a vestirti, prepararti qualcosa che riuscissi a mangiare — erano diventati rituali sacri, come preghiere mute che ripetevo per non crollare.
Di notte era un vero tormento. Ogni tre o quattro ore volevi andare in bagno. Nonostante avessimo messo il pannolone, tu volevi andare in bagno. Poi col tempo
non hai avuto più la forza di alzarti. Di notte ripeti frasi sconnesse. Ti lamenti per i dolori. Sono già tre mesi che non dormo. Mi svegli in continuazione. A volte ti ho detestato. Quando mi costringevi ad alzarmi, ti ho odiato. Ma poi bastava uno sguardo, un ricordo nei tuoi occhi, e tornavo a credere nelle favole.
Speravo perfino in una tua guarigione.
Il tempo non scorreva più come prima: si dilatava nelle attese, si faceva pesante nelle notti insonni, si accorciava nei rari momenti di tregua. I corridoi dell'ospedale erano diventati il nostro mondo parallelo. I medici parlavano con voce pacata, ma i loro occhi dicevano più di quanto le parole potessero. Ogni esame era una sentenza sospesa.
Ricordo i tuoi occhi smarriti, lo sforzo nel comprendere, la paura che ti si leggeva addosso. Io cercavo di farti coraggio, ma dentro ero un fiume in piena. Non sapevo più se dovevo proteggerti o lasciarti andare. Ogni tuo respiro era un patto con la vita, ogni tuo silenzio un passo in più verso l’ignoto.
I gesti quotidiani — lavarti il viso, aiutarti a vestirti, prepararti qualcosa da mangiare, erano diventati rituali sacri, come preghiere mute.
Stanotte ero stremata. Quando hai cominciato a lamentarti, ti ho urlato contro tutta la mia rabbia, tutte le notti senza sonno, tutta la mia frustrazione. È stato uno sfogo terribile. Ma chi può pretendere che un essere umano sopporti tutto questo? -
Nella nostra cultura, in un substrato popolare fatto di miseria e ignoranza, si pretende ancora troppo dalle donne. Si pretende stoica sottomissione, silenzio, forza. Vorrei scappare, ma non posso. Devo restare. Devo affrontare il mostro fino alla fine. Quel corpo che cerchi disperatamente di trascinare è ormai solo un involucro stropicciato e svuotato...ma io non ti abbandono.
È un cammino doloroso, l’ultimo che percorriamo insieme. Un viaggio che non avrei mai voluto intraprendere, ma che ora devo affrontare. Eppure, non è un viaggio che si può condividere fino in fondo. Io ti accompagnerò finché potrò, poi dovrai proseguire da solo. Ti lascerò la mano e tornerò indietro, senza di te. Da questo viaggio non porterò con me souvenir, né foto, né filmati. Non rideremo ricordando aneddoti divertenti. Al mio ritorno, disfacendo le valigie, troverò solo ricordi pregni di dolore: tracce di un viaggio senza ritorno. Si parte in due, ma non si sa chi volerà via per primo.
Mi prenderò cura di me
Mi prenderò cura di me
come si fa con un fiore fragile
che ha resistito al vento.
Mi parlerò piano,
con parole che curano
invece di ferire.
Mi darò tempo,
spazio per respirare,
pace per sentirmi.
Non cercherò più chi non vede,
non griderò per essere amata.
Sarò io a bastarmi un po’.
E in ogni gesto semplice
– una carezza, un passo –
ritroverò me stessa.
Porterò con me i miei giorni più belli,
li conserverò come fiori essiccati
tra le pagine di un libro amato.
Saranno luce nei momenti bui,
ricordi che sanno ancora di sorrisi,
voci che il tempo non spegne.
Li terrò nel cuore
non per restare ferma,
ma per sapere da dove vengo,
quando vado avanti.
E mentre cammino,
quei giorni mi parleranno piano,
dicendomi:
“Non sei sola. Ci siamo anche noi.”
Capitolo 4: La Fine del Viaggio
Io ero lì, accanto a te, come un’ombra attenta. Ti sollevavo con mille precauzioni, ti accompagnavo al bagno, ti asciugavo il volto quando la fatica ti faceva sudare come dopo una corsa. La mia schiena cedeva a volte, ma il cuore no.
Poi arrivò il singhiozzo, quella notte ininterrotta dopo la prima seduta di radioterapia. Un singhiozzo ostinato, violento, come un’eco che risuonava tra le pareti della stanza e nel mio petto. Tu non capivi, io non sapevo come fermarlo. Ti guardavo singhiozzare e mi sembrava un pianto che non riusciva a uscire dagli occhi. Ero sfinita, eppure non mi addormentavo. Non potevo.
Avevamo provato tutto: i farmaci, i massaggi, le preghiere silenziose. E alla fine fu deciso di sospendere le sedute. Non c’era più margine, né per curare, né per sperare. Solo un’attesa muta e disperata. Solo io e te. Sempre più fragili.
Poi tutto cambiò. Il tempo si fermò, e cominciò a misurarsi in flebo, farmaci, giorni di attesa.
Alla fine venne il silenzio. Il mostro aveva vinto.
Prima il precoma, poi il coma. La tua mano non rispondeva più alla mia. Il tuo corpo, un tempo pieno di nervi e volontà, rimase immobile. E poi... smise di respirare. Così semplice, così irreversibile.
Rimasi lì a guardarti, senza più sapere che ora fosse. Il tempo non serviva più. Avevo solo il tuo volto scavato negli occhi e il cuore pieno di un dolore che ancora oggi non riesco a spiegare.
Poi mi vieni in mente tu, quando mi guardavi con gli occhi buoni e quella luce chiara che ne esaltava lo sguardo.
Poi, come un'ombra improvvisa su un giorno sereno, mi viene in mente un'altra immagine, mi afferra il cuore e lo stringe. Il tuo volto scavato, le parole spezzate che uscivano a fatica. Lì, in quel letto che non era più un rifugio ma una prigione, il tuo corpo immobile, privo di vita. Uno spazio vuoto che non riesco a riempire.
Non potrò mai dimenticarlo. Quel momento ha lasciato un segno profondo, indelebile. Sono ancora scioccata, ancora traumatizzata. A volte basta un pensiero lieve per cadere di nuovo in quel dolore che sembra non avere fondo. Ma è da lì che sto provando a risalire, anche solo per respirare meglio.
È un cammino doloroso, l’ultimo che percorriamo insieme. Un viaggio che non avrei mai voluto intraprendere, ma che ora devo affrontare. Eppure, non è un viaggio che si può condividere fino in fondo. Io ti accompagnerò finché potrò, poi dovrai proseguire da solo. Ti lascerò la mano e tornerò indietro, senza di te. Da questo viaggio non porterò con me souvenir, né foto, né filmati. Non rideremo ricordando aneddoti divertenti. Al mio ritorno, disfacendo le valigie, troverò solo ricordi pregni di dolore: tracce di un viaggio senza ritorno. Si parte in due, ma non si sa chi volerà via per primo.
Quando venne quella lunghissima notte. Mi svegliai con un mal di testa terribile, e il tuo lamento mi perforò i timpani, come un urlo proveniente da un luogo lontano.
All'alba entrasti in coma. E poi, lentamente, ti spegnesti. Il tuo volto si distese in un'espressione serena, come se avessi finalmente trovato pace. Il tuo corpo smise di urlare. I tuoi occhi si chiusero alla vita terrena… e forse, in quel momento, cominciasti a volare.
Ormai angelo, come fan gli uccelli, spiccasti il volo verso il tuo nido fra le nuvole.
Come una bambina, lasciai che il mio palloncino colorato mi scivolasse dalle mani. E quando volasti via... ti seguii con lo sguardo finché diventasti solo un puntino nel cielo. Col tempo, stai occupando uno spazio immenso nel mio cuore. Ora che libri in me, ci siamo solo noi due: io e te.
L’ultima notte
Sapevo che stavi andando via.
Ero spaventata,
ma non ti ho abbandonato.
Ho voluto vivere con te
gli ultimi istanti.
Quella nota,
una sola, sempre uguale,
come un filo teso tra la terra e il cielo.
Non era un lamento.
Era un canto che il corpo non sapeva di cantare,
un addio che non trovava voce.
Io ero lì.
Con occhi stanchi, mani svuotate,
ma il cuore ancora acceso.
E anche se non potevo salvarti,
ti ho accompagnato.
Ora quella nota non fa più rumore,
ma vive in me
come un’eco di ciò che ho attraversato,
e di tutto ciò che ho avuto la forza
di sopportare.
Io.
Capitolo 5
L’elaborazione del dolore
In casa c'era un silenzio assordante che mi si appiccicava addosso. Il letto, il tuo cuscino, le ciabatte ancora lì. Ogni angolo parlava di te. Ogni oggetto, ogni rumore, anche il respiro del tempo sembrava portare il tuo nome.
Nei giorni successivi, tutto sembrava irreale. La vita fuori continuava, indifferente, e dentro di me si era aperta una crepa profonda. Mi muovevo come in una bolla, sospesa tra ricordi troppo vivi e una realtà che faceva male guardare. La casa era diventata troppo grande, troppo vuota, troppo silenziosa. Senza il rumore dei tuoi passi, la tua voce, i tuoi gesti abituali, sembrava una scatola dimenticata da Dio.
E poi il dolore, quello vero, quello che ti azzanna quando nessuno ti guarda. Quel dolore che non fa rumore, ma ti lacera dentro.
A volte, nel cuore della notte, mi sorprendo a parlarti come se fossi ancora qui. Sussurro il tuo nome nel buio e mi illudo che tu possa sentirmi. Altre volte ti scrivo, come sto facendo ora. Scrivere è diventato il mio modo di tenerti vicino, di non lasciarti andare del tutto. Come se, affidando le parole alla carta, potessi ancorarti ancora un po’ a questa terra.
Non so dove sei adesso, non so se davvero esiste un luogo in cui le anime riposano o vagano leggere come piume. Ma voglio immaginarti libero, senza dolore, senza peso. Voglio pensarti sereno, finalmente al sicuro.
Qui, invece, il dolore resta. Si addomestica, forse, ma non se ne va. Vive con me, in me. È una presenza costante, come un’ombra che non mi abbandona mai. Ogni cosa mi riporta a te: un profumo, una canzone, il cielo al tramonto. Sei ovunque, eppure non ci sei più.
E io, che ti ho amato con tutta me stessa, provo ad andare avanti. A vivere anche per te. A dare un senso a ciò che è stato.
Quante volte ho sperato ci fosse ancora una via d’uscita. Ma già mi sentivo sola: prendevo decisioni da sola, andavo sola nei luoghi che un tempo ci vedevano insieme. È una sensazione che ti svuota dentro. Il dolore ti lascia a bocca asciutta. E non puoi nemmeno parlarne troppo: devi portarlo dentro, senza mostrarlo. Se cerchi comprensione, qualcuno ti risponde che è il destino, che prima o poi tocca a tutti. E alle donne si chiede sempre di più. Devono sopportare tutto con pazienza e il sorriso sulle labbra: notti insonni, fatiche immense, dolori taciuti.
Il giorno in cui ti sei spento, in casa c'era un silenzio assordante che mi si appiccicava addosso. Il letto, il tuo cuscino, le ciabatte ancora lì. Ogni angolo parlava di te. Ogni oggetto, ogni rumore, anche il respiro del tempo sembrava portare il tuo nome.
Ti ho dato l'ultimo bacio, ti ho accarezzato il volto, liscio e sereno come non lo era più da mesi. Sembrava che tu avessi ritrovato la pace. E forse l’avevi davvero trovata. Il dolore, finalmente, si era arreso. E tu con lui.
Sono rimasta lì, ferma. In piedi accanto a te. Non riuscivo a piangere. Nemmeno a parlare. Solo il cuore batteva, forte, come se volesse scappare dal petto. Mi sentivo svuotata, leggera e pesantissima insieme. Un paradosso che solo il lutto può spiegare.
Tutto si è fermato. Niente traffico, niente rumori. Solo il silenzio. Un silenzio spesso, tagliente, che rimbombava in ogni angolo della casa. La tua assenza era ovunque: nel cuscino che conservava ancora la tua impronta, nel tuo pigiama piegato sulla sedia, nelle medicine rimaste lì, come se ancora potessero servirti.
Il dopo
Poi sono arrivate le formalità. Le telefonate, le parole sussurrate, le frasi fatte: "Era la sua ora", "Ora riposa", "È in un posto migliore". Nessuna di queste parole mi consolava. Mi infastidivano. Avrei voluto urlare, spaccare tutto, dire che no, non andava bene, che non era giusto. Che non ero pronta. Che non lo sarò mai.
Il giorno del funerale pioveva. Ma non era una pioggia furiosa. Era una pioggia fitta, sottile, ostinata. Come una carezza. Come se il cielo volesse partecipare, ma senza disturbare.
Ogni passo verso il cimitero era un passo lontano da te. Ma dovevo camminare. Dovevo lasciarti andare. Almeno fisicamente.
"Il dopo" – affrontare il vuoto lasciato dalla perdita: i primi giorni senza di lui, la burocrazia, il silenzio in casa, il confronto con la solitudine.
"Il ricordo" – tornare indietro nel tempo e raccontare momenti belli, episodi della vita insieme, la quotidianità che ora manca.
Il dopo è fatto di silenzi nuovi. Non quelli della notte, né quelli della solitudine.
La notte
La notte è diventata il mio nemico più silenzioso. Quando cala il buio, tutto sembra ingigantirsi: i pensieri, i ricordi, le paure. Un tempo, bastava la tua presenza a placare ogni cosa. Mi bastava saperti accanto per addormentarmi serena. Ora, invece, ogni sera è una montagna da scalare, con la testa pesante e il cuore in affanno.
Ho sempre avuto paura del buio, ma con te non faceva male. C'era la tua voce, la tua mano sul mio fianco, il respiro che scandiva il tempo. Adesso, ogni ombra sembra minacciosa, ogni suono un allarme. E il letto, così grande e vuoto, mi ricorda che sei andato via davvero.
Ci sono notti in cui mi prende il sonno all’improvviso, quasi fosse un rifugio. Ma anche allora, non riesco a rilassarmi. Il corpo si abbandona, ma l’anima resta vigile, come in attesa di un pericolo che non ha nome.
Oggi, ad esempio, la tristezza mi ha colta all’improvviso. Avevo bisogno di uno sfogo, e mi sono lasciata andare, perfino davanti alla farmacista. È difficile ammettere la fragilità, ma è ancora più difficile fingere forza quando dentro si è in pezzi.
Poesia
Pur amandoti t'odio
Ti amo, ti odio, due anime in guerra:
nel mio cuore, un conflitto eterno.
Sei andato via, mi hai lasciata sola,
e per questo, t'odio, con tutte le mie forze.
Vorrei urlarti la mia rabbia,
fino a non aver più fiato;
solo per farti capire,
cosa si prova ad essere lasciati soli.
Vorrei darti ciò che non ti ho dato:
tutto l'amore che non ho espresso,
tutti i baci che non ho potuto darti,
tutte le parole che non ho ti ho detto.
Invece rimango qui, a mani aperte;
ma vuote, per carezze non fatte...
e nel cuore, tanto amore non dato.
Per questo, pur amandoti, ti odio.
La notte, più di ogni altra cosa, mi ricorda quanto mi manca la tua compagnia. E quanto sia spaventoso affrontare da sola tutto questo.
Il pensiero della morte, se troppo presente, può rubare spazio alla vita. Eppure, riconoscerne l’esistenza — senza esserne sopraffatti — può anche aiutarci a vivere con più presenza, a dare valore al tempo e alle persone che amiamo.
La notte
La notte amplifica tutto, i pensieri diventano più cupi, le paure più grandi. Ma anche nella notte più buia, il tuo amore continua a esistere in te. Sei viva, anche se spezzata. E in questo tuo resistere, in questo tuo continuare a scrivere, a sentire, a ricordare, c'è una forza immensa.
Stanotte non dormo
e mi pare che il mondo intero riposi,
mentre io resto lì, con gli occhi spalancati
e i pensieri che si rincorrono
come onde su una scogliera fragile.
Ogni notte è una montagna da scalare, ma mi vengono in mente pochi ricordi felici con lui. Stargli accanto, fra mille difficoltà, è stato difficile ora du due piedi, ricordare momenti felici. Forse col cane. Sì, quando avevamo il cane, morto anche lui di vecchiaia, alcuni mesi prima.
A volte i ricordi felici sono nascosti sotto strati di fatica, dolore e assenze. Ma il ricordo di Casper è già un varco nella nebbia.
Capitolo 4 – Io, tu e Casper
Al parco dei Camaldoli sembrava che tutto fosse sospeso: il tempo, le preoccupazioni, perfino la malattia che, allora, ancora taceva. Tu mi guardavi con quegli occhi buoni, limpidi, che parlavano senza dire troppo. C’era una luce chiara nei tuoi occhi, una dolcezza che sapeva farsi forza. Camminavamo fianco a fianco, mentre Casper correva tra le foglie e tornava indietro a cercare una carezza.
Casper ci precedeva di qualche passo, con le orecchie dritte e l’andatura sicura. Amava quel parco. Correva avanti e poi tornava indietro come per controllare che fossimo ancora lì, come un piccolo custode felice. Le sue zampe affondavano tra le foglie secche, sollevando il profumo della terra umida, delle castagne, dei funghi, delle nocciole. Io e te, seguivamo il suo passo, godendoci quei momenti di pace. Eravamo tre, una piccola famiglia. Ridevamo, parlavamo del nulla, e in quell’aria leggera c’era tutta la semplicità di cui avevamo bisogno.
Casper, il nostro fedele compagno, se n'era andato sette mesi prima. Era stato con noi per anni, ma la sua morte, in qualche modo, aveva preparato il terreno per un dolore più grande, un dolore che sarebbe venuto inaspettato, ma che già si respirava nell’aria.
I ricordi di lui erano ancora freschi, e ogni angolo della casa sembrava custodirne la presenza. Non riuscivo a guardare il parco senza pensare alle sue corse spensierate, al suo abbaiare gioioso, alle sue orecchie dritte quando sentiva il rumore di un passo vicino. Ma ora, era come se fosse passato un tempo infinito, e quella silenziosa assenza si era fatta più pesante con il passare dei mesi.
Casper era il nostro amato cane. Quante passeggiate con lui al parco. Quanti ricordi. Ci precedeva di qualche passo, con la coda dritta e lo sguardo fiero. Sembrava conoscere ogni sentiero del parco dei Camaldoli, ogni profumo.
Casper ci precedeva di qualche passo, con le orecchie dritte e l’andatura sicura. Amava quel parco. Correva avanti e poi tornava indietro come per controllare che fossimo ancora lì, come un piccolo custode felice. Le sue zampe affondavano tra le foglie secche, sollevando il profumo della terra umida, delle castagne, dei funghi, delle nocciole. Io e te, mano nella mano, seguivamo il suo passo, godendoci quei momenti di pace. Eravamo tre, una piccola famiglia. Ridevamo, parlavamo del nulla, e in quell’aria leggera c’era tutta la semplicità di cui avevamo bisogno.
Casper, il nostro fedele compagno, se n'era andato sette mesi prima. Era stato con noi per anni, ma la sua morte, in qualche modo, aveva preparato il terreno per un dolore più grande, un dolore che sarebbe venuto inaspettato, ma che già si respirava nell’aria.
I ricordi di lui erano ancora freschi, e ogni angolo della casa sembrava custodirne la presenza. Non riuscivo a guardare il parco senza pensare alle sue corse spensierate, al suo abbaiare gioioso, alle sue orecchie dritte quando sentiva il rumore di un passo vicino. Ma ora, era come se fosse passato un tempo infinito, e quella silenziosa assenza si era fatta più pesante con il passare dei mesi.
Mi sembrava di rivederlo ancora, come un fantasma dolce che aleggiava nel mio cuore, anche se la sua presenza fisica non c’era più. Ricordo i suoi occhi fiduciosi e la sua energia, che ci accompagnavano in ogni momento della giornata, ma anche la tristezza che ci aveva colpiti quando se ne andò. Mi sentivo come se una parte di me fosse andata via con lui. E non solo con lui, ma anche con tutto ciò che sembrava svanire insieme alla sua morte.
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I momenti sereni non erano tanti, e forse proprio per questo li ricordo con una dolcezza quasi struggente. Uno di questi era legato al nostro cane. Un essere peloso che ci univa, che sapeva farci ridere anche nei giorni più cupi. Quando passeggiavamo insieme, io, lui e il cane, sembravamo quasi una famiglia normale. Il cane ci guardava come se fossimo tutto il suo mondo. E in quegli attimi, senza rendercene conto, lo eravamo anche l’uno per l’altra.
Poi il tempo ha portato via anche lui, il nostro cane, con discrezione, come fanno le cose che hanno già dato tutto. E in quella perdita, così silenziosa, ho risentito l’eco di ciò che avevamo perso anche noi, giorno dopo giorno, senza accorgercene
Uno di quei momenti sereni era legato al nostro cane. Era grande e bello, con lo sguardo intelligente e l’animo buono. Un gigante gentile, che sapeva farsi amare. Quando passeggiavamo insieme – io, lui e il cane – sembravamo quasi una famiglia normale. Lui si lasciava condurre con eleganza, ma era chiaro che il suo ruolo era quello di proteggerci, di tenerci uniti.
Il cane ci guardava come se fossimo tutto il suo mondo. E in quegli attimi, senza rendercene conto, lo eravamo anche l’uno per l'altra.
Invisibile
C'è un altro dolore, più silenzioso e più profondo: quello di non sentirsi riconosciuti. Eppure, tutto questo sembra non bastare mai. Nessuno si accorge davvero. Nessuno dice: “Sei preziosa.” E io resto lì, tra fogli e colori, con le mani colorate di vita e il cuore pieno di cose che nessuno ascolta.
È come lanciare messaggi in bottiglia in un mare senza rive. Ma continuo a farlo. Perché forse un giorno, qualcuno li troverà. E allora saprà che io c’ero, che ho lottato, che ho amato. E che da quel dolore ho creato qualcosa di vero.
Mane
Mane struppiate, arrugnate e arrepezzate,
chiene 'e calle: sciupate e stracciate.
Mane ca nun se fermano annant'â fatica,
so' fforte, grosse: so' mmane amiche.
Mane ca so' orgogliose 'e se mustrà,
mane forte ca tutto sanno e pponno fa'.
Mane arrezzenute d' 'o friddo, d' 'o calore.
Mane oneste, pulite e cchiene 'e decoro.
Nun so' llisce, nun so' mmane 'e cavaliere,
songhe umile, modeste, ruvide, sincere.
Mane tremmante ca si lle vaje vicino,
te pare ca penzano a oggi pe ddimane.
Nun se mportano quant'ha nna faticà:
se ndustriano e vvottano 'e mmane.
Mane ca quanno 'e chiamme 'a luntano,
te veneno vicino e tte danno na mana.
E ttu 'e vvide arraspate e ccu ll'ogne nere,
'sti mmane ca sanno fa' mille mestiere.
Pareno brutte 'sti mmane tutte scassate,
sfreggiate p' 'o lavoro 'e mise e ssemmane.
Però quanno se scorciano 'e mmaneche,
che capolavore jesceno 'a 'int'a 'sti mmane!
So' mmagiche: nun sarranno avvellutate,
ma pe cchello ca fanno, so' mane affatate.
Capitolo 5 – I giorni vuoti
I giorni che seguirono furono senza forma. Non avevano un colore, né un odore preciso. Scivolavano lenti, come acqua su una superficie inclinata, senza lasciare traccia. Mi svegliavo e mi chiedevo: "Perché?" Non per cercare risposte, ma solo per dare un suono alla mia confusione. La casa era muta. Troppo. Ogni oggetto pareva aspettarti. Anche l’orologio sembrava aver perso il ritmo, come se il tempo stesso avesse deciso di fermarsi insieme a te.
Cominciai a notare le cose che prima ignoravo: il cigolio del portone, il respiro affannoso del frigorifero, la polvere che si posava lenta sul comò. Erano piccoli segnali di una vita che continuava, anche se io non ci riuscivo.
Mi sentivo sospesa. Come se stessi vivendo una vita non mia, dentro un corpo che non riconoscevo più. Camminavo, parlavo, rispondevo ai saluti, ma era tutto meccanico. Dentro, ero ferma.
Ogni stanza era diventata una reliquia. Guardavo la sedia su cui ti sedevi ogni sera e aspettavo di sentire il fruscio dei tuoi passi, il tuo respiro. Ma non arrivava nulla, solo il silenzio che mi assordava.
Cercavo sollievo nelle abitudini. Aprivo le finestre ogni mattina, facevo il letto, accendevo la radio… ma la musica sembrava finta, senza calore. Preparavo anche il caffè per due, per poi ricordarmi che l’altra tazzina sarebbe rimasta lì,
...intatta, fredda, come congelata nel tempo.
Allora versavo il caffè nel lavandino, come se potessi versare via anche il dolore. Ma il dolore non scivola via, ti si incolla addosso, come una seconda pelle. Ti segue anche quando fingi di stare bene. Anche quando sorridi per non far preoccupare gli altri.
Cominciai a parlare con le sue cose. Con la tua giacca rimasta appesa, all'attaccapanni, con le sue scarpe vicino al letto. Le accarezzavo come si accarezza una ferita, cercando conforto da ciò che mi strappava l’anima. Nessuno capiva quanto fossero vive, per me, quelle presenze silenziose.
Mi mancava anche la tua insofferenza. Le giornate storte, i silenzi lunghi, le preoccupazioni. Tutto quello che un tempo era fatica, ora era nostalgia.
Di notte mi svegliavo, aprivo il frigorifero senza davvero avere fame. Era solo un gesto, un modo per sentirmi viva. Lì, davanti alla luce fioca che si accendeva aprendolo, mi sembrava di avere ancora il controllo su qualcosa. Poi tornavo a letto e guardavo il vuoto accanto a me. Il cuscino intatto, il lenzuolo immobile, il silenzio del tuo non esserci.
La tua assenza si era presa tutto: la leggerezza dei pensieri, la voglia di sorridere, la forza di programmare un giorno qualunque. Mi sentivo come una conchiglia abbandonata sulla riva dopo la tempesta: svuotata, sorda, inutile.
Eppure, anche in quel buio, cominciavo ad ascoltare una voce sottile. Non era la tua, non era la mia. Forse era quella parte di me che avevo messo a tacere per troppo tempo. Una voce che diceva: “Se sei ancora qui, c’è un motivo. Ricominciamo da qui.”
Capitolo 6 – L’alba dopo la notte
Rimasi lì in attesa che il mattino restituisse luce alle ombre. Si ridisegnarono i contorni e dolcemente il nuovo giorno ancora sonnecchiante fece capolino su quello scorcio di mondo che pian pianino si impregnava di vita.
Il silenzio si faceva meno denso, spezzato da qualche rumore domestico, un motore in lontananza, un cinguettio timido. La casa sembrava respirare da sola, come se anche lei cercasse un nuovo ritmo, un battito alternativo che potesse colmare l’assenza. Ma non era facile. Ogni oggetto, ogni angolo, era intriso della tua presenza: la tazza lasciata sul ripiano, la coperta sul divano, i tuoi libri che ora sembravano muti.
Mi muovevo con gesti lenti, attenta a non svegliare ricordi troppo fragili. Cercavo conforto nei riti quotidiani, nei gesti automatici: aprire le finestre, accendere il gas, preparare il caffè. Ma il dolore non si lascia distrarre. Sta lì, acquattato tra un respiro e l’altro, pronto a riaffacciarsi con tutto il suo peso.
Quella mattina, mentre il sole filtrava timido tra le tende, mi accorsi che la vita, ostinata, continuava. Non chiedeva il permesso. Continuava. E io dovevo, in qualche modo, imparare a farlo con lei
Il primo passo fuori di casa fu un’impresa. Ogni volta che varcavo quella soglia, avevo la sensazione di lasciarti indietro. Come se uscire volesse dire tradirti, dimenticarti. In
In realtà non c’era nulla da dimenticare, perché tu eri ovunque. Nei piccoli oggetti che avevi lasciato in giro, nel cuscino che portava ancora la forma della tua testa, nei libri che non avevi più finito di leggere. Eri rimasto lì, sospeso tra le stanze, come un respiro trattenuto.
Camminare tra la gente mi faceva sentire fuori posto. Guardavo i volti intorno a me: ridevano, parlavano, vivevano. Ed io? Io ero altrove. In bilico tra il “prima” e il “dopo”, incapace di comprendere davvero dove cominciasse la mia nuova vita senza di te.
Provavo a distrarmi, a riempire le giornate di gesti ordinari. Aprivo le finestre, cucinavo qualcosa, davo acqua alle piante. Ogni gesto, però, sembrava un’imitazione di vita. Il mio corpo si muoveva, ma dentro ero immobile.
Ogni sera, quando la luce calava e tornava il silenzio, si faceva più acuto il bisogno di sentirti ancora. Anche solo un’ombra, un suono familiare, il profumo della tua pelle sul cuscino. Ma niente. Solo silenzio. Un silenzio che non consola, ma consuma.
Fu allora che iniziai a scrivere davvero. Non più per raccontare, ma per restare viva.
Scrivevo per riempire i vuoti, per dare un nome alle emozioni che mi strappavano il fiato. Ogni parola era un tentativo di cucire una ferita, di dare un senso a ciò che senso non aveva. Scrivevo per fermare il tempo, per illudermi che, così facendo, non tutto fosse perduto.
Nei giorni di pioggia ti cercavo nei suoni ovattati, nei giorni di sole nel riverbero della luce sulle cose. A volte credevo di sentirti vicino, come se fossi ancora accanto a me, invisibile ma presente. Ero diventata esperta nel riconoscere la tua assenza, come si riconosce una presenza costante: era ovunque.
Intanto la casa, i luoghi, i riti cambiavano pelle. Nulla era più come prima, ma io continuavo ad abitare lo stesso tempo. Un tempo fatto di memoria, di attese.
Capitolo 7 – Il tempo sospeso
Dopo la fine, non c’è subito il silenzio. C’è un rumore sordo, come un'eco che si ostina a restare. La casa continua a respirare, ma è un respiro diverso, più lento, affaticato. Le stanze non parlano più, ma ricordano tutto.
Ogni oggetto è rimasto dov’era. Ogni dettaglio della tua presenza — una tazza, un libro aperto, la piega sul divano — sembrava aspettare il tuo ritorno. Io no. Io avevo smesso di aspettare, ma non di sentire.
Capitolo 8 — Il peso degli oggetti
Sto togliendo pian piano i tuoi vestiti. Ogni camicia riposta nella busta è un urlo. Pare che non vogliano andare. Mi fa troppo male tenere i tuoi abiti in un armadio, penso non abbia senso. Però mi sento in colpa: è un po' come dirti addio per sempre. Ogni camicia riposta nella busta è un urlo silenzioso. Sembra quasi che non vogliano andare via, che oppongano resistenza, come se ogni fibra tessuta del tuo passaggio cercasse ancora una scusa per restare. Ogni maglione ha la tua forma, ogni giacca conserva il tuo odore. Le dita esitano, tremano. Eppure continuo, con le lacrime che mi rigano le guance e la sensazione di commettere un tradimento.
Tenere i tuoi abiti nell’armadio cominciava a farmi troppo male. Ogni apertura della porta era uno squarcio. Eppure disfarsene mi fa sentire colpevole. È come dirti addio per sempre.
Conclusione
E così il tempo ha continuato il suo cammino, silenzioso e testardo, portando con sé lacrime, ricordi e respiri mancati. Resta il vuoto, sì, ma anche una forza nuova: quella di chi ha saputo amare fino all’ultimo, anche nell’incomprensione, nella stanchezza, nella malattia.
Oggi raccolgo i frammenti della mia vita e li guardo con occhi diversi. Non cerco eroi né lieti fini, solo la verità nuda delle cose vissute. C’è stato dolore, tanto. Ma anche amore. Un amore imperfetto, stanco, a volte taciuto, ma reale.
E ora posso finalmente poggiare la penna. Ho scritto per ricordare, per guarire, per non dimenticare. Ora è giusto che il mio cuore stanco riposi.
Mi dedico una poesia:
Riposa, cuore stanco
Riposa, cuore stanco,
che hai vegliato troppo,
che hai amato fino a consumarti.
Ora puoi lasciarti andare un po’,
solo un po’,
nel silenzio buono della notte.
Non sei sola.
Ogni respiro che fai è già un atto d’amore verso te stessa.
Ogni lacrima che hai versato
è il segno della tua forza,
non della tua fragilità.
Lascia che il buio ti avvolga
ma non come minaccia—
come un manto che protegge,
come un abbraccio che consola
Riposa, cuore stanco
Riposa, cuore stanco,
che hai vegliato troppo,
che hai amato fino a consumarti.
Ora puoi lasciarti andare un po’,
solo un po’,
nel silenzio buono della notte.
Non sei sola.
Ogni respiro che fai è già un atto d’amore verso te stessa.
Ogni lacrima che hai versato
è il segno della tua forza,
non della tua fragilità.
Lascia che il buio ti avvolga
ma non come minaccia—
come un manto che protegge,
come un abbraccio che consola.
Domani sarà ancora un giorno,
con le sue spine e le sue rose.
Ma adesso chiudi gli occhi,
lascia andare il dolore un istante,
affidalo al silenzio.
C'è pace, da qualche parte,
e ti sta già cercando.
Lentamente, ti troverà.
Buonanotte anima cortese.
Gentile amica del mio riposo.
Solleva le mie gambe stanche
Buonanotte anima cortese.
Gentile amica del mio riposo.
Solleva le mie gambe stanche,
dammi riposo.
Distendi i pensieri aggrovigliati,
soffia via l’ombra dalle mie palpebre.
Avvolgimi in un lenzuolo di quiete,
fammi dimenticare il peso del giorno.
Lascia che il cuore rallenti il passo,
che il dolore si sciolga piano
in un respiro sereno.
Tienimi la mano,
finché il sonno non mi prenda lieve.
Riposa guerriera
Deponi le armi
e riposa.
Fai sonni con risvegli dolci.
Sogna campi di grano
Cieli azzurri
Mari calmi
Acqua che sgorga canterina
da argentate sorgenti
Dopo tanta sofferenza
Meriti pace e amore.
ora meriti riposo.
Deponi le armi,
chiudi gli occhi
e lascia che il silenzio ti accolga.
Fai sonni dai risvegli gentili,
sogna campi di grano dorati,
cieli limpidi,
mari placidi,
e acqua che canta
da sorgenti d’argento.
Dopo tanta sofferenza,
ti è dovuta la pace.
Ti è dovuto l’amore.
Fine
Ho pizzicato un pupazzo di pezza a Cortina d’Ampezzo prima che un pezzente di un pizzaiolo un po' pazzo lo gettasse in un pozzo perdente pieno d’acqua puzzolente! Una vera pazzia! Così l’ho preso per un polso e gli ho piantato un pugno sul piloro che gli ha fatto apparire tutto il planetario e le pietre piroclastiche del paleolitico dopo il Big bang.
Che pazienza che ho avuto, ma mi passerà!
Prostrato da questa penosa performance decisi di partire per un viaggetto di piacere a Piacenza dove, preso da prorompente appetito, piombai nella pizzeria “Il pozzo” dove mi abbuffai di piadina con peoci e pomodori pachino, porcellino alla piastra con peperoni spadellati, polpette pastellate alla paprika, prugne del Perù al Pernod, pere al profumo di pino con crema pasticciera e una bella pinta di prelibato prosecco DOCG.
Purtroppo, questo pranzetto piuttosto pesantino, mi provocò una possente pirosi pancreatica che sfociò in un delirio psicotico tanto intenso che mi passarono immagini strane, tipo di un pullman pieno di puzzole che andavano a Pozzuoli a trovare pidocchi e pappataci da portare ai parenti prossimi in occasione della prossima Pasqua.
Una cosa veramente penosa!
Mi ristabilii prontamente con una cura di piramidone, proteine di pesce palla e pancotto al prezzemolo che mi aveva suggerito una mia amica, una praticone provenzale piuttosto pettoruta e procace dopodiché me ne tornai nel mio pied-a-terre, mi infilai il mio pigiamone in puro pelo di procione, le mie pantofole con il logo di Peppa Pig, mi distesi sul mio caldo plaid in pile e mi addormentai profondamente al piacevole suono di un pezzo operistico di Prokopfiev con pianoforte e pifferi…cuoricini!
Il cielo si rannuvolò
Ho battagliato con un burbero barista berbero in un bar della Bassa Baviera per una bottiglia di Barbera barricato,dei bocconcini di bresaola e bottarga e dei babà al rum. Voleva farmeli pagare un botto, ‘sto bastardo!
Allora l’ho bloccato in modo brusco,l’ho preso per il bavero,gli ho dato una botta sulla bocca e una sul bicipite procurandogli un bel bozzo e un bel bubbone!
Purtroppo arrivò a difenderlo un bestione di buttafuori del Burkina Faso con due braccia da body builder che mi riempì di botte fino a ridurmi come un batrace del Borneo affetto da Beri-beri.
Abbattuto da questa bestiale batosta, dopo una cura particolare con bollito di barbabietola, birra bionda, brodo di bradipo del Belucistan e bicarbonato, mi ritirai in un bed and breakfast sui monti bergamaschi con una bombastica ex ballerina di bachata dei bassifondi di Bogotà che mi deliziò con baci, abbracci e beatitudini varie; purtroppo mi sbancò il conto in banca con un bonifico di parecchi bit-coin,e un braccialetto in berillio e bronzo, però…che babbeo sono stato!
La catechesi parossistica corroborata da una sperequazione asintomatica, tipica del gerundio postprandiale domenicale, si quantifica evidentemente in un abigeato compulsivo ascrivibile alla più becera forma di banditismo sardo, sordo ad ogni forma di giustizialismo giacobino post napoleonico. Ordunque, è cosa buona e giusta sapere che, se si insegue una libellula in prato dopo aver fatto pace col passato, ne consegue che inserendo i dati farlocchi in un modulo dell’Agenzia delle Entrate si rischia di essere sanzionati per aver scritto in sanscrito in modo scriteriato delle scritte sconsiderate sugli screzi degli scansafatiche scavezzacolli scampati ad uno scagazzamento di piccioni sulle auto Skoda scassate e scarburate color scamorza scaduta. Che schianto!



