Tertio capitulo
Samaèl forse vi guarda dormire
I giorni che seguirono furono confusi, indistinti. Un continuo andirivieni di auto e genti alla locanda Della Cannella per commemorare quella vecchia macchietta che del paese conosceva il decoro. E i segreti.
Benedetta, rovinata nella più scorata malinconia per il lutto e la passività del marito, desiderava solo muoversi di nuovo liberamente.
Si sentiva egotista.
Il marito passava le giornate in bottega ad evadere gli ordini. Diceva di essere onusto dal lavoro. E le notti nel capanno retrostante la locanda a far chissà che.
<Andrà meglio Benedetta, qualunque cosa ora tu faccia non lo farà stare meglio… Se abbandonassimo tutti l’idea di credere nel diavolo, forse le brave persone smetterebbero di morire> Lobella guardava nel cappuccino sperando di ritrovarci forse il sorriso dell’amica.
E cercando di togliersi dalla testa quei pensieri sulla presunta somiglianza tra il forestiero e l’impenetrabile uomo del dipinto.
<A proposito del forestiero… Ho incontrato tuo marito dal fornaio e mi ha raccontato che quell’uomo gli ha commissionato un cippo di frassino senza epitaffio per questo venerdì.
Ma non ti disse di essere un rappresentante di melata?>.
<<Credo di sì, non ricordo… Scusami cara>> Benedetta sparì dietro la porta della cucina.
Dopo una lunga telefonata col figlio da Edimburgo, che solitamente le metteva il sorriso, ritornò al bancone quanto mai angustiata. Ciò che le aveva detto, le parole le sentiva scorrere dentro il sangue come veleno… le vedeva quasi.
<<Lobella, cara… vieni con me. Perdonami Dozorca… vi ho interrotti. Te la riporto fra pochi istanti>>.
Le due donne accompagnate dallo sguardo imperitoso del marito di Lobella, scomparvero.
<<Lobella, ho sentito mio figlio…>>.
<Sta bene? Come va l’insegnamento?>.
<<E’ questo il punto. Da qualche giorno pensava di tornare, era quasi rassegnato a rinunciare al suo sogno.
Pochi minuti fa mi ha detto che ora è entusiasta.
Appena ieri un uomo si è proposto di sovvenzionare il suo corso sulle decorazioni miniate; un uomo con un ratto tatuato sull’avambraccio, un certo Samaèl Propinquus…
Solo ieri. Ieri, Lobella… quando è arrivato mi ha detto che non ama volare, che viaggia sempre in automobile. Da qui a Edimburgo ci vanno almeno 25 ore!
Ma se ieri sera il forestiero ha cenato qui alla locanda, e adesso sta seduto in quel lato con un caffè!?! >>.
Guardando la sedia ormai vuota rivolta al focolare << Delirava il vecchio Gavri’el quella notte, pispigliava
Lungo il fiume illuminato da luce dorata, il suo viso sovrapposto alla luna rubiconda fece sì che angeli vaganti scambiassero un ciglio suo per un monte a cratere dove lava scendeva nel suo calmo lucido delirio.
Pensava con tutta la forza dei polsi stretti a bracciali di onice muschiata come i suoi occhi.
Il temporale era lì fermo nella sua mente.
Immerse il viso nel fiume per lasciare che lacrime dannate fluissero per fuggire al mare e placare l'animo dopo la tormenta>>.
<Dio mio, Benedetta… ma cosa dici!? Ho paura. Per mio marito e mia figlia.
E’ strano, ma per me non riesco ad averne. Mi sembra di conoscere quest’uomo. Di conoscerlo bene. Lo sento dentro di me, come se ci fosse sempre stato… Dobbiamo andare al Palazzo sull’Acqua. Quel quadro, io… devo vederlo>.
-Benedetta…
Ciao Lobella -l’artigiano in uno stato di vistosa euforia
-Devo dirvelo, è incredibile… fantastico, tesoro.
Quel forestiero… è venuto in bottega. Devo fargli un cippo in tutta fretta-.
<<Lo so, caro… devi dirgli che non puoi>>.
-Che farfugli, moglie. Mi avrebbe pagato 600 zloty!
Prima non voleva l’epitaffio, ora ha aggiunto altri 66 zloty perché vi intagli, sentite che scritta insolita…
Il destino fila lo stame della vita, inflessibile-
Il rumore prodotto dai cuori di Benedetta e Lobella era molto simile a quello dei topi che scavano in soffitta, cercando di farsi strada dove non dovrebbero.
Decisero che l’indomani la locanda avrebbe rispettato il giorno di chiusura dopo tanti anni, e avrebbero dipanato il mistero.
Si sarebbero avventurare alla volta del Palazzo.
Quella notte Dozorca si sentiva come ogni notte il custode del proprio angelo, la sua Lobella.
Lei fingeva di dormire al suo fianco, ma qualcuno era come se conversasse con la sua anima… come se vegliasse su di lei.
Quella tiritera nella testa…
il destino / inflessibile / recide / lo stame
Quell’ansia.
Nella stanza a pigione sovrastante trasformata in studiolo d’arterìa , i pensieri da un manoscritto tenuto da dita asciutte divenivano opprimenti fin a gravare sul massetto di resina al legno del pavimento
In quella sola circostanza
percepì come un pungolo,
cadendo
l’angelo.
Tracimando dagli abissi
della terra il suolo, un diavolo
sentì un insolito piacere
nella fratta all’odor di sandalo
come un calpestio costante, strascicato. Quel tedio la indusse ad alzarsi.
-----le parole di Benedetta verso la fine sono della poesia
“Delirio” dell’autrice e amica Anna Cenni
liber primus

Secundo capite
Samaèl Propinquus e il Palazzo sull’Acqua
Quel sogno ricorrente lo perseguitava quasi ogni notte, e l’ansia…
per un ragazzotto che percorreva a piedi la statale con una fitta coltre di nebbia. Campi e solo campi di zenzero, il profumo di cannella. E continuava a vedere in sogno un cippo, e il chilometro 13.
In una postura innaturale, la testa incanutita tra le braccia pesava sulla ruota del vecchio trattore.
Dopo mesi di silenzio non era più tempo di congetture per il veglio rimasto solo, c’era la semina dello zenzero.
Ma oggi il portalettere si era spinto fin là.
Il manicomio statale lo informava di avere in degenza tale Edgar… come poteva essere il suo ragazzo?!
Avevano avuto divergenze sul lavoro dei campi, ma era un bravo figliolo. Giudizioso e instancabile. Sempre via con quel grosso camion.
Solo un po’ cocciuto… gli avrebbe comperato uno di quei nuovi trattori. Un FiatAgri forse…
Al di là del Parco Lazienki una Volga nera a fari spenti nella sera percorreva la statale poco trafficata, dal portabagagli posteriore su una borsa da viaggio in saffiano noir un'ocarina suonava in mano a un'ombra .
Alla guida sotto il cappello plumbeo come il cielo, un uomo.
All’estremità del braccio fuori dal finestrino, l’indice asciutto pareva indicare il Palazzo sull’Acqua all’interno del parco, e canticchiava
Regge il fio dei giorni / per la tela tra le dita. / Pone sulla rocca il pennacchio, / filatrice della vita. / Uno due e tre Moire / Cloto non la puoi sentire”
Intorno al chilometro 13 rallentò bruscamente
“Avresti dovuto lasciare che continuassi a pettinarle i capelli… l’oro alle pareti e i lampadari di cristallo sarebbero stati tutti per te.
Che tu sia dannato!”.
Quando la porta si aprì, alla locanda Della Cannella qui dal nome impronunciabile zajazd Cynamonowy, la proprietaria dal chiaro accento italiano, forse casentina, accolse il forestiero invitandolo a sedersi accanto al caminetto e a rifocillarsi con una zuppa calda. A pochi passi da lei, sulla sedia rivolta al focolare, un anziano si destò come da un incubo.
Gli occhi sgomenti, iniziò a balbettare
‘Avvolgendo al fuso il filo / dispensa la morte. / Per la tela tra le dita, / fissatrice della sorte…’
Nel mentre, infilò l’uscio un artigiano
-Non vedevo l’ora di rientrare…- una sola calla bianca e un tenero bacio sulla fronte alla bionda locandiera che annuì.
‘…uno due e tre Parche / Lachesi non la puoi capire’, tra la dentatura approssimata.
-Smettila vecchio, spaventi i clienti con la tua Filastrocca delle Ombre torbide- con un tono ora austero, l’artiere.
Lei cercò di calmarlo, e insieme lo accompagnarono a letto.
La donna tornò subito per scusarsi con l’ospite, offrendogli la cena.
Quello chiese una camera per qualche notte, e si accomiatò.
Il mattino seguente l’anziano non si vide.
L’artigiano era uscito di buon ora, e il pernottante chiese un caffè macchiato caldo e un croissant alla marmellata.
La locandiera, badando a non farsi notare, lo guardava negli occhi… non ci vedeva l’anima.
E’ solo un detto pensò, e sorrise.
Quel giorno per l’ora di pranzo arrivarono un guardiano del Palazzo sull’Acqua con la moglie, una romanziera. Clienti di vecchia data. Lei chiese del suocero alla locandiera, e la donna rispose che nella nottata aveva avuto un febbrone.
In serata si aggiunse alla compagnia anche l’artigiano, e davanti alle caldarroste e al buon vino le chiacchiere riscaldavano l’aria Della Cannella al crepitio del fuoco.
Da sotto il cappello l’uomo osservava la romanziera.
Gli occhi scuri come due ombre gli ricordavano qualcuno del passato, e gli cagionavano uno strano interesse quei capelli lunghi e scuri.
La donna si accorse di lui, e gli si avvicinò per invitarlo a unirsi alla combriccola
<Venga a bere con noi, io mi chiamo Lobella come il fiore, sa?! E lei, qual è il suo nome?>.
Esitò. Il dito asciutto girava intorno al tovagliolo
“La ringrazio, ma preferisco di no. Domani ho molto da fare” e andando via arrotolò le maniche della camicia palesemente ansioso.
Lobella avrebbe giurato di aver capito Domani abbiamo molto da fare, e che il ratto tatuato sull’avambraccio si fosse mosso… ma pensò certamente di aver frainteso per via della stanchezza per il viaggio.
Mentre si diceva che nessuno si tatuerebbe un topo… dalla porta ecco entrare la figlia adolescente col fidanzato. Le due si misero ad ancheggiare in una danza che più che a un ballo somigliava al colmare d’affetto una troppo prolungata assenza.
Spensierate e gaie iniziarono a raccontarsi degli ultimi mesi, finché il padre non reclamò un caldo abbraccio.
Il giovane sedette con gli uomini a bere, la ragazza invece si intrattenne a lungo con la locandiera. Non si vedevano da tempo, e Benedetta voleva sapere tutto degli studi e dell’amore.
Lobella cercò di non disturbarle, ma qualcosa la induceva a porsi domande sull’insolito comportamento dell’unico altro cliente della locanda. Non era semplice curiosità la sua, ma che altro allora!?
<Benedetta… tesoro, scusate. Benedetta, che puoi dirmi dell’uomo che alloggia qui? Come si è registrato? Da dove viene?> pareva scossa.
<Che ne pensate? …credo di averlo già visto, non so dove. Parlandogli mi ha dato come l’impressione che desse importanza unicamente al tovagliolo che cercava di nascondere>.
Benedetta sobbalzò
-Sento parlare di nuovo di un tovagliolo, come la volta del camionista… un forestiero allora me ne rovinò uno.
Lo prese la Policja, ma lo fotografai col telefono per farmelo ripagare se fosse mai tornato. Ecco, guardate-
La figlia di Lobella
<<Io so di che si tratta, è latino… PICTA significa quadro>>.
A Lobella sovvenne qualcosa. Impietrì.
<Ricordate quando andammo tutti insieme a visitare Parco Lazienki… stavano ristrutturando il Palazzo sull’Acqua, e avevano spostato le opere nella Casa Bianca.
Lì vedemmo un quadro ottocentesco…>.
<<Calmati mamma, mi spaventi…>>.
-Lobella, amica mia…- cercò di sfiorarle il braccio Benedetta, per tranquillizzarla.
Gli occhi sgranati tra i capelli scuri
<…l’avambraccio. Nel quadro l’angelo di Lucifero sembrava ridere dei ratti che gli rosicavano le carni…>.
-Lobella, cara…- la locandiera visibilmente preoccupata.
<E dimmi, che nome ti ha dato quando è arrivato…>.
-Vediamo. Samaèl… aspetta, Samaèl Propinquus.
Pare una qualche lingua antica…-
<<So anche questo…>> la ragazza tentennando <<…anche questo è latino, vuol dire: vicino…>>.
Un urlo inumano fece correre le tre donne e i commensali al piano rialzato dove vi era la stanza dell’anziano ammalato
«Padre…» l’artigiano, in ansia.
-E’ tornata la febbre?- chiese angustiata Benedetta.
‘Taglia con le forbici / quando giunge il momento / di arrestare la vita. / La tela si scinge al vento. /Uno due e tre Esperidi / Atropo decide quando morire’
Un colpo di tosse. E spirò.
Il mezzadro di quasi centennale ammirazione per il Poe seguitava a leggere a fatica dietro le piccole lenti, dall'unica maggese una cornacchia sembrava osservarlo.
| Dimetteremo il paziente tra qualche giorno, auspichiamo possa venire un familiare così da chiarire il senso delle sole parole che il ragazzo non smette di ripetere dal suo arrivo |
La lettera accarezzò l'aria ora pungente in un inatteso gracchio che fece ritorno all'uomo di paglia
| .. l’angelo si reggeva su un ginocchio con la schiena ferita,
sangue e piume il demonio stringeva tra le dita...
Come le statuette aptere sulla madia
in ginocchio a casa di zia Basia |
liber primus

Caput primum
Il cippo fuori Varsavia e la comparsa di Samaèl Propinquus
Con l’alba di un altro due di novembre una fitta coltre di nebbia investì il vetro anteriore dell’autoarticolato amaranto che percorreva la statale oramai da una buona mezz’ora, costretto alla deviazione da un incidente nel quale al ragazzotto alla guida parve fosse coinvolta sola una Volga nera.
Forse un prete, o ciò che ne restava pace all’anima sua, alla guida.
Ma avrebbe giurato di aver visto una suora nel cartoccio del lato passeggero.
Allan17 amava il profumo di cannella e zenzero di Varsavia a quelle ore del mattino, ma anche per un omone giulivo di centottanta chili un sudario sul parabrezza era motivo per perdere il sorriso.
Procedeva quasi a passo d’uomo da un po’ con il finestrino abbassato che invitava l’aria pungente a schiaffeggiargli il viso così da rimanere sveglio, quando sul bordo della strada gli parve di scorgere una figura vermiglia.
Pensò a un fantasma, e scoppiò in una risata sonora e prolungata.
Appena il tempo di ricomporsi, e frenò bruscamente.
E se qualcuno avesse avuto bisogno di aiuto in quella landa pallida e desolata… sembravano dire i suoi occhi straniti.
Il tir aveva appena smesso di ancheggiare, che si sentì ringraziare
“Vado solo poco più avanti, ma fa tanto freddo stamattina.
Mi chiamo Adamantina come la mia veste, e tu? ” nell’imbarazzo di un sorriso.
<Allan17> in uno spiffero di voce.
Ma che nome è da dire a una signora, pensò subito.
Edgar non gli era mai piaciuto. Glielo aveva dato suo padre, da sempre appassionato del maestro del giallo psicologico Edgar Allan Poe.
Spolverò il sedile con la mano per lasciarla salire, e vedendosi le dita tozze la spostò subito portandola sulla fronte, come per non farle male.
O quasi a spolverare i suoi pensieri.
Doveva solo guidare in fondo, si disse…
Lei era così strana con l’asciugamano sul capo, vestita leggera per quella stagione. E così stranamente donna per uno come lui.
“Scendo qui” timidamente, lei.
Dopo così poco… scritto ancora negli occhi fissi sul vetro, ora delusi.
Aveva fatto a tempo solo a chiudere il finestrino perché lei non sentisse freddo.
“Grazie Allan17”, sorrise.
E si diradò come la nebbia davanti all’autoarticolato.
Era appena ripartito con ancora quel profumo di miele in cabina, quando si accorse di un fazzoletto candido accanto alla portiera. Doveva esserle caduto scendendo.
Fermò il bestione amaranto. La strada era ad appena due corsie, così mise gli indicatori di posizione e si incamminò.
La mattina adesso quasi tersa permetteva di vedere a qualche metro, ma non c’era nessuno. Né case. Eppure era scesa lì, ne era sicuro. Era riuscito a vedere solo il cippo del chilometro 13. Solo un camposanto.
Dal fazzoletto che stringeva appena per non rovinarlo, poteva sentire il miele.
Lo stesso profumo lo attirava inspiegabilmente a entrare. Qualcosa come un presentimento lo fece fermare quasi inconsapevolmente. Tra le erbacce si intravedeva una vecchia lapide. Spostò i rovi graffiandosi solo un po’ e lesse… Adamantina.
E una foto sbiadita sotto il muschio. Assomigliava alla sua Adamantina.
Gli cadde il fazzoletto.
Corse quasi, per quanto possa affrettarsi un uomo della sua mole. Tornò al camion e ripartì, rifiutandosi di pensare.
Guidava da qualche chilometro quando una locanda con un enorme spiazzo apparve dopo campi e solo campi di zenzero. Gli sembrò la soluzione a tutto: caffè macchiato caldo e croissant erano quanto di più concreto potesse desiderare dopo…
<Dopo niente…> si fece animo <non è successo niente>.
All’interno un signore elegante e un artigiano chiacchieravano con un prete, e una suora faceva apprezzamenti sulle nuove tazze che una donna dietro il bancone toglieva dalla scatola. Un anziano le dormiva accanto sulla sedia.
Edgar ordinò e si sedette all’angolo davanti alla finestra.
Nel tavolo dirimpetto un uomo alla parvenza, adombrato.
Non aveva ancora affondato i denti nella marmellata quando guardò fuori. Trasalì. Nel parcheggio una Volga nera sembrava osservarlo. Cercò di non farci caso e iniziò a sorseggiare il caffè. E si mise ad ascoltare i discorsi degli avventori.
Parlavano di una donna che voleva mantenere perfetti i suoi capelli anche durante la notte, e della prossima apertura di un acconciatore.
<<Proprio lui, pensa che era sua zia…>> diceva uno.
-Ma in via Albatros dove lei aveva l’appartamento!?- chiedeva l’altro.
<<Sì, sì>> ancora quello <<E’ un peccato però, era una bellissima ragazza. A volte la vedevo qui alla locanda, prendeva sempre un cappuccino. Dicono che una sera cosparse i capelli di miele e li lasciò avvolti in un asciugamano. Il giorno successivo non si svegliò più. Chi la rinvenì, tolse l’asciugamano e vi trovò un nido di ratti intento a mangiarle la testa>>.
La marmellata, che era come se sapesse di miele, gli si mise di traverso e per poco non lo strozzò. Edgar uscì senza prendere il resto. Aveva i brividi.
I giorni a venire furono caotici, un continuo andirivieni di auto azzurre e bianche tra il chilometro 13 e la locanda Della Cannella. La Policja mise sotto sopra il tir e interrogò ogni persona residente nella zona o anche solo di passaggio. L’anziano replicava alle domande
‘Che Dio lo assista’
E la bionda affittacamere non aveva ricordo che di un caffè macchiato caldo e del tovagliolo che un forestiero le aveva rovinato scrivendoci sopra qualcosa
PICTA
Lo mostrò agli agenti che chiesero chi altro ci fosse quella mattina nella locanda, e fuori. I quattro confermarono di non aver visto nessun altro, oltre loro stessi e il grosso autoarticolato.
E il camionista di cui non si seppe più nulla.
Quel dì di novembre ciò che gli toccò di vedere nello spiazzo della locanda fu troppo anche per un omone di centottanta chili…
L’anno seguente, come era solito fare per il periodo di ognissanti, il figlio della locandiera arrivò da Edimburgo e qualcosa, quel qualcosa che forse troverete in calce al tomo, lo attirò a lasciare la vettura a nolo nei pressi dell’autoarticolato
«…pro requie omnium defunctorum…»
Pareva impietrito
«mio Dio, ma che ho detto? ».
La portiera al lato guida del tir priva di maniglia non si apriva, per ruggine od opera di foggia.
Il vento tra le foglie cadute pareva mormorasse
Che riposino tutti i morti…
Sul sedile del passeggero, nel cremisi di una cocciniglia ondeggiava appena un fazzoletto dal profumo di miele.
in paginis tomi…
A oriente nella lotta impari con Dis, il sole lasciò di Samaèl l’ombra di se stesso
-----secondo la religione ebraica Samaèl è un arcangelo,
citato per la prima volta nell'apocrifo libro di Enoch
l’antagonista di Samaèl, Dis nella stregheria è conosciuto
anche come Kern l’incappucciato, Signore dell’aldilà -----
liber primus


Prefazione
…mentre dormiamo a fianco ai nostri angeli qualcuno conversa
con le loro anime.
Qualunque cosa facciate veglierà su di voi, l’ansia
(Samaèl Propinquus)
Quando il sole si corica
con le preghiere dei bambini
apparirà,
astratto fumo dai tanti camini
Arrotolandosi le maniche,
in un completo scuro attenderà chi lo voglia raggiungere.
Allenterà il nodo alla cravatta… lasciandovi
cadere la giacca sulle spalle, dimesse figure melanconiche.
Chi è Samaèl Propinquus?
Lo scoprirete presto… se non vi guarda già dormire

Preambolo
Quando le persone alle quali teniamo sognano al sicuro, nel torvo la mente raggiunge le impressioni che scricchiolano sulla candela accesa con quei pensieri che, appesi alla matita, di notte si smorzano.
Chiude gli occhi lo scrittore per trattenere la genialità della fiamma, che spegnerà per sua indole il vento.
Fanno quasi spavento le tenebre mentre abbassano le palpebre anche le ultime finestre.
Le parole si impadroniscono della mente come un inquieto abbaio… poi, torna il buio.
E scorrono dalle vene alla carta urtandosi in un passaggio di fortuna attraverso la matita.
Sui suoi fogli sente tutto il freddo degli alberi spogliati con lentezza dall’autunno…
Il buio fa riflettere sulle volte che ci si accontenta di sentire il cuore battere accidentalmente nel petto invece di avercelo in gola, lì dove si fermano le proprie tristezze.
È allora che restano i pensieri, inerti.
Disteso a testa in giù l’autore, il fogliame alla luce di un lampione dall’aiola risale malvolentieri sui rami.
Segue allo specchio con il dito gli anelli scuri intorno agli occhi.
Un’ombra…
La fiamma saltella, e sembra dire che quelli riflessi non sono altro che i sogni che non ha avuto il delirio di concepire
IL TOMO
Reprobi Angelus -liber primus
L’autore del Tomo -secundo libro
La piana di Stilla -tertius liber
Lobelia per Ognissanti -quartus liber
Crepuscoli –liber quintus
Barcollando come un borgomastro di Brandeburgo dopo una bevuta di mezzo barilotto di birra barricata della Baviera, cominciai a borbottare brevi brani in lingua Bantu del Burkina Faso e a giocare a booling con un becero bidello berbero con un bitorzolo sulla bocca con cui, per un breve bisticcio, mi presi a botte dandogli una bella botta sul bacino con una bottiglietta di Bourbon presa dal bar.
Per calmare i bollori, dopo una partita di burraco, mi appartai con una baldracca boliviana molto esperta di bondage che mi legò come una bresaola mettendomi poi una banana in bocca e dei bigodini in testa.
Sborsai una bella botta di euro e poi, appagato come un bovaro bernese dopo una sbobba a base di bovino adulto e barbabietole bio, bombardai il mio blog con foto del mio bassotto Braccobaldo in atteggiamenti borderline, dopodiché mi buttai a babbo morto sul mio letto di bambù addormentandomi con basi musicali di Bach, Beethoven, Bugo e Orietta Berti... baci e abbracci...
Frivolo come un fragile fringuello sulle fresche frasche di un faggio a Faenza, mi fiondai in un folto frutteto di fragole di un fraticello francescano di Firenze, fortemente affranto per l'affronto di un suo confratello felicemente frastornato da frequenti frequentazioni con fanatiche fruttivendole affette da forte "favismo" e festosamente fissate per gli abiti "Fru fru".
Fortunatamente mi feci un fantastico frullato di frutta, fregandomene di ogni fastidiosa fregnaccia e così tra una frittata al finocchietto ed un flute di fresco frizzantino, creai una fondazione per
la difesa della foca finlandese fastidiosamente affetta da foruncolosi fessurante nonché del furetto di Formosa infestato dalla forfora!
Finalmente detti sfogo alla mia forte fissazione per Facebook e lanciai una fatwa contro un farmacista che mi aveva fornito delle fialette di fermenti lattici scaduti per la formazione forzata della flora batterica.
Felicitazioni!
Ho cantato i Carmina Burana con un coro di cassintegrati di Cracovia giunti a Catanzaro con un camion di cocomeri e carrube di un certo cosacco di nome Casaciok affetto da celiachia, dal morbo di Crhon e pure cornuto da sua moglie Cornelia. Il concerto ebbe un successo clamoroso tanto che, per festeggiare combinammo una cena da Caronte er cucuzzaro a base di crostini con cicoria, curcuma e ciccioli di cinghiale, cozze alla cosentina con cipolle e cumino, carne di cavallo con contorno di crauti, una cheesecake al coriandolo e Chianti del casentino a go go. Sarà stato per il troppo vino, strafatto come un cercopiteco in cerca di una compagna mi sognai di un cammello che voleva fare un cameo in un film di Francis Coppola ambientato nel deserto del Gobi con la partecipazione di Claudia Cardinale e Charlie Cox e come comparse i calciatori del Catanzaro.
Ripresomi da codesta contingenza, rientrai nella mia casuccia dove ritrovai il mio cane carlino di nome Carlo, il mio canarino Carmelito dopodiché mi cacciai subito sotto le coperte con le cuffie ascoltando una compilation di canzoni di Cher, I cugini di campagna, Cab Callowai, Christopher Cross e Califano…e, che cavolo!
(Racconto comico in un atto unico e tanti tramonti)
Nessuno sa esattamente quando è successo.
Un giorno Facebook era un posto dove gli studenti organizzavano feste abusive, gli impiegati spiavano i colleghi e i single in cerca di guai mandavano cuoricini passivo-aggressivi a sconosciuti con foto di gatti.
Il giorno dopo era… cambiato.
A scoprire l’anomalia fu Matteo, trentasei anni, ex creativo pubblicitario, attuale disoccupato in pigiama.
Una mattina, mentre sorseggiava il suo caffè lungo e la sua autocommiserazione corta, aprì Facebook per distrarsi.
Fece scroll.
E poi scroll ancora.
E poi ancora.
Alla quinta gif di un tramonto con la frase “Non sei morto, sei solo partito per un lungo viaggio tra le stelle”, smise di respirare per qualche secondo.
Poi sussurrò, con voce grave:
- Ci hanno conquistati.
Loro: i boomer sentimentali.
La prima fu Zia Mariella, classe 1948, vedova da vent'anni e con un iPhone sempre in carica. Aveva scoperto i gruppi Facebook nel 2019. Nel 2020 già amministrava una community di 18.000 membri chiamata "Frasi Dolci con la F maiuscola".
Nel 2021 iniziò a postare ogni mattina alle 6:12:
“Buongiorno ai miei veri amici. Chi non mette un cuore… non ha un cuore.”
Nel 2022 iniziò ad autodefinirsi “influencer d’anima”.
Nel 2023 si fece tatuare la scritta “Non giudicare, non sai il mio dolore” sull’avambraccio.
Nel 2024 acquistò 400 euro di corsi online su “Come diventare guida spirituale digitale”.
Nel 2025… venne eletta “Utente del Mese” da Facebook stesso.
Da lì fu l’apocalisse.
Matteo provò a reagire.
Scrisse un post ironico:
“Cari amici, se vedete mia zia Mariella postare ancora una frase su angeli e stelle, vi prego di staccarle il Wi-Fi.”
Il post fu segnalato per incitamento all’odio.
Zia Mariella lo bloccò.
E gli mandò un messaggio vocale su WhatsApp che iniziava con:
“Matteo, io ti ho sempre voluto bene, anche se sei freddo. Ma adesso basta. Sto male. Ma tranquillo. Non dirò più niente. Starò zitta. Come sempre.”
La battaglia era persa.
Facebook non era più una piattaforma.
Era diventato un campo minato emotivo, un confessionale pubblico, una raccolta fondi per la malinconia.
Le bacheche erano tappezzate di:
- Foto del marito che ha fritto le zucchine.
– Omaggi a zie defunte con filtri a cuore.
– Minacce criptiche tipo “Un giorno la vita vi presenterà il conto.”
– Gattini, tramonti, canzoni di Claudio Baglioni e aforismi finti di Madre Teresa su sfondo glitterato.
Le pagine più seguite?
– I miei pensieri e il mio cuore.
– Anime gentili unitevi.
– Se ami, non giudichi.
– Ogni lacrima è una perla.
– Clotilde 1922–1999 per sempre con me.
Nel 2026 aprì anche la prima piattaforma di e-commerce boomer:
“MiPiace&Preghiere”, dove acquistare gif animate, collage commemorativi, e pacchetti di “cuori virtuali da inviare ai veri amici”.
Il pacchetto VIP includeva una dedica vocale personalizzata di Zia Mariella che diceva:
“Ti voglio bene anche se non mi commenti mai.”
E Matteo?
Scrolla ancora.
In silenzio.
Con gli occhi vuoti.
Ogni tanto clicca su “Mi piace”.
Ogni tanto su “Nascondi post simili”.
Ma loro tornano.
Sempre.
Perché Facebook non dimentica.
E le gif animate sono immortali.
???? Nota finale dell'autrice
Ogni riferimento a zie, gatti, zucchine fritte e tramonti è puramente realistico.
Se vi siete offesi… tranquilli.
Starò zitta.
Come sempre.
L’albero
In una foresta fitta e assai lontana, non si riusciva a camminare senza che fronde, foglie o rami ti toccassero e graffiassero. Vi erano alberi di ogni tipo, ogni natura e specie – a partire dai pini, per poi passare ai salici, e poi ancora le querce. Non importava la temperatura attorno e, in generale, le condizioni che vi erano, poiché la moltitudine d’alberi resisteva per pura casualità. Si narra che fossero tra loro molto vicini, che dialogassero con sussurri e che gli uccelli talvolta prendessero parte a quelle conversazioni. Si dice anche che gli alberi di questa foresta fossero i nascondigli preferiti degli scoiattoli. Tra gli uccelli e gli scoiattoli c’erano sempre diverbi e divergenze, su chi fosse l’animale migliore tra loro due – gli uccelli sono animali molto poetici, ma anche assai vanitosi – ma soprattutto su chi amasse di più quegli alberi e quella foresta.
«Io amo di più quest’albero, perché gli ho concesso l’utilità. Senza di me, l’albero sarebbe stato meno albero. Io ho reso l’albero, albero. Poiché per quale altro motivo gli alberi nascono e crescono e passano la loro vita, se non per darci rifugio, riparo e sicurezza incondizionatamente?» aveva detto un giorno lo scoiattolo, che si riporta si chiamasse Ulisse, per via dei suoi travagli prima di riuscire finalmente a trovare e a stabilirsi in quella foresta; poi, al suo discorso aggiunse:
«Ora lo vedi verde, e non d’un verde sbiadito, come se fosse stato dipinto da un pittore che aveva poca voglia e smania di dargli importanza – no. Tu lo vedi verde, verde come viridis in lingua latina. Tu lo vedi robusto, forte, pesante, tanto che, se cadesse, il mondo intero finirebbe su se stesso per l’immensa voragine. Tu lo vedi meraviglioso, straordinario nel senso di fuori dal comune. Questo solo per la mia tana: la mia tana ti permette di cogliere di più le sue sfumature, la sua bellezza, la sua rigorosità. Senza la mia tana, dimmi, l’avresti distinto dagli altri alberi? Ti sembrava differente, oppure si sarebbe perduto e non sarebbe più stato un albero-albero, ma sarebbe divenuto un albero-camaleonte?»
Lo scoiattolo era sicuro di quello che diceva. E lo proferiva con il petto gonfio, il cuore colmo di orgoglio e vanità.
L’uccello cinguettava di risposta, quasi deridendolo, perché si sa – come disse quel poeta assai illustre nelle sue Operette dell’Ottocento – gli uccelli sono gli animali più predisposti al riso per natura, finché i cinguettii non divennero linguaggio, e si riporta che gli rispose:
«Oh, caro Ulisse, forse hai perduto troppe case ed è per questo che parli così. Forse casa, per te, non è stato nessun luogo, e questo è il motivo per cui senti il bisogno di rendere l’albero speciale, che invece sarebbe stato speciale di per sé, intrinsecamente, anche senza la tua tana. Io amo di più di te l’albero, perché non lo abito. È lui che abita me: quando ci ripenso, siccome ne sono lontano, proiettando la sua immagine – ben sigillata dai miei occhi – nella mia immaginazione, come sosteneva quello scrittore francese che compose il De Amore; quando, per qualche momento, mi pare di averlo smarrito in mezzo a questa foresta, quando il verde che tu dici essere viridis non guizza senza indugio nei miei occhi, come acciecante tormenta di sabbia. Io non amo quest’albero meno perché ne sono distante, anzi in verità io lo amo di più proprio per codesta ragione, e ne disto perché lo amo.»
Ulisse e l’uccello sarebbero stati in grado di continuare quella conversazione per ore, per giorni se necessario, facendo vibrare ogni foglia mossa dai loro respiri, e poi versi, e poi qualcosa che non si sa dire, ma sembrava simile alle urla degli esseri umani quando perdevano la pazienza e la giusta metriotes. Chi può dirlo chi l’avrebbe avuta vinta; forse bisognava chiedere all’albero da chi si sentisse amato meglio – e lo stesso agli altri alberi, che a loro volta erano con altri uccelli e altri scoiattoli a discutere su quelle questioni – ma, a dire la verità, per gli alberi – loro che erano in grado di far respirare gli esseri viventi – questi sentimentalismi parevano sciocche cogitazioni odoranti di fanciulli in fasce.
In quella selva così fitta, gli alberi avevano delle radici eccezionali: ben robuste nella terra, si diceva fossero fatte degli stessi elementi che riportava Ernest Hemingway in una sua frase famosa, associata, forse forse erroneamente, al romanzo Isole nella corrente:
«Ma di cosa sei fatta tu?»
«Di quello che ami. Più l’acciaio.»
Quindi gli alberi, lì in mezzo, in quella parte del mondo sospesa tra chissàdove e chissàinchemodo, avevano le radici fatte d’amore e d’acciaio – che poi, allora, erano fatte di un solo elemento, poiché è giusto credere che l’amore e l’acciaio siano la stessa materia. Cerere li amò molto, più degli uccelli innamorati con un sentimento puro che permetteva loro come di respirare – se avessero potuto – più degli scoiattoli innamorati con un sentimento duro che il respiro loro, per certi versi, glielo toglieva.
Nessuno potrebbe amare quegli alberi più di Cerere, colei che diede ferro, e calore, e amore, e passione, e sostanza, e fatica, e di nuovo amore, e pazienza, e premura, e coraggio, e desiderio a quelle radici che potevano mostrare quanto fossero curati quegli alberi fin sopra la punta della foglia più alta, in cima alla loro acconciatura di fronde.
Tutti tranne uno.
Non si sa il perché, ma tra questa moltitudine di alberi, rigogliosi, stupendi, fatiscenti, c’era un albero che non era bello come loro. Anzi, era brutto. Ma no, è troppo poco: non brutto. Bruttissimo. Il brutto anatroccolo degli alberi, più brutto del brutto anatroccolo nella toccante favola. Inizialmente brutto solo perché diverso, anche se non si riuscirebbe a spiegare precisamente in cosa.
E molte volte è così, perché si parte prevenuti solo sulla differenza, senza argomentarla, senza sapere neanche cosa sia. Credendo che essere diversi sia solo non essere come me e non essere come te e non essere come noi, con la presunzione che questo non essere ciò sia meno positivo di quell’essere altro; dall’alto dei loro troni che credono giusti ed etici solo perché rossi, additano tutto quello che è blu, solo in quanto blu, senza sapere neanche se sia davvero blu o, nei casi peggiori, senza sapere neanche cosa sia il blu fine a se stesso.
Poi, col tempo, si capì che il suo problema erano le radici: non erano diverse in quanto nate differenti, poiché la forma era sempre quella, canonica a tutte le radici, ma erano diverse perché differentemente amate da Cerere rispetto a quelle degli altri alberi. E quindi l’acciaio senza l’amore non era acciaio, e viceversa.
Non se ne conosce il motivo, è inutile domandarselo. Anche tra quelli che erano gli dèi, nei tempi antichi, poteva capitare un qualcosa che non fosse a noi comprensibile della loro natura divina – perché proprio Enea, tra tutti gli uomini, doveva mettere alla luce quel giovanotto che poi avrebbe fondato Albalonga?
Infine, con il susseguirsi di lune – neanche tante – l’albero rinsecchì: e in quella foresta si poteva presto scorgere la dissomiglianza tra un albero maltrattato e innumerevoli alberi ben tenuti. Non vi era alcuna premura o attenzione nei suoi confronti, da parte della creatrice, e per questo motivo avvenne il suo personale declino poco a poco.
Per lui era un perenne autunno la sua realtà. Non poteva sperare che un uccello gli volasse vicino, e neanche che uno scoiattolo ci si facesse dentro la tana; poteva solo sperare che, già in precario equilibrio, non lo colpisse un fulmine facendolo cadere, o che la pioggia non rovinasse troppo la sua corteccia.
Sperava di diventare un libro, un giorno, quell’albero. Strano a dirsi per la temporalità di questa leggenda, ma è così che si riporta: voleva essere libero, lībĕr, staccarsi da quelle radici costrittive e ancoranti in quel terreno che sembrava nutrire tutti tranne lui, e voleva essere un libro, lĭbĕr, per poter raccontare di com’è riuscito a staccarsi da quelle radici costrittive e ancoranti in quel terreno che sembrava nutrire tutti tranne lui.
Si narra che ci riuscì.
Si narra che il libro nato da quell’albero sia proprio questo.
Spazio autrice: sto provando a cimentarmi in una raccolta di racconti di questa natura, un po' introspettiva :)) se vi va, ditemi cosa ne pensate! Un riscontro mi farebbe super piacere. Grazie, un abbraccio!



