Questa notte ho sognato un mio amico, passato ad altra Vita il 23 12 ’23.
Era musicista e suonava, come ultimo strumento, il contrabbasso; era bravo anche col pianoforte, il violino e la chitarra. E cantava con una bella voce da tenore.
Ora, sono sicuro che ha trovato la strada giusta perché, nel sogno, si recava in un bel palazzo antico, dai soffitti altissimi, che agli occhi miei appariva come un Conservatorio… e chissà… magari era una delle tante Colonie costruite apposta per i musicisti. Gli ambienti erano avvolti da una luce potente.
Ad accoglierlo c’era la musicista più anziana e altre insegnanti più giovani; indossavano tutte degli abiti bianchi ed un papillon rosso; come fosse una divisa.
Credo sia stato contento di stare in mezzo a tante donne, lui, che nella vita ha avuto pochi e deboli affetti femminili, perché la malattia mentale gli remava contro.
Il calore di questo gruppo di insegnanti era forte e quindi, sentitosi a proprio agio, cominciava ad esibirsi per far sentire a che punto era la sua preparazione…
Ma, il sogno svanisce!
Quando mi sono alzato, mi sono recato nel tinello per fare colazione e dopo aver acceso la tv, ho sentito un prete che diceva queste parole: “Adesso preghiamo per i nostri cari che non ci sono più…
Subito dopo, ho collegato il sogno e le parole del prete e ho dedotto di aver ricevuto dei messaggi chiari e tondi sullo stato di benessere del mio amico.
Sono davvero contento… e questo è uno dei miei tanti “viaggi”.
Da tempo lui abitava lontano dai suoi genitori ed inoltre si sentivano poco, solo qualche volta per telefono; telefonate brevi e veloci accompagnate da frasi formali del tipo. “come state, come va”.
Molto preso dal suo lavoro che lo costringeva lontano, non si era mai domandato veramente se loro stessero bene veramente in quel paesino e in quella casa in cui aveva passato tutta la sua infanzia e adolescenza.
Al momento dei funerali aveva lasciato entrambi, per le esequie, in quella dimora dove avevano sempre abitato tranquilli e sereni, mentre lui si era preso una camera in un albergo.
Tutto finì in pochi giorni, le esequie, la sepoltura, gli amici, i conoscenti e i personaggi importanti del piccolo paesino e poi se ne era andato per tornare successivamente, su invito del notaio per l’apertura del testamento.
Non era più andato in albergo, questa volta, ma aveva aperto ancora quella casa e si era stabilito nella sua vecchia camera da letto cosa questa che, ora, gli stava scatenando moltissimi vecchi ricordi che in un certo senso, nell’andare del tempo, aveva quasi dimenticato.
Si soffermò stanza per stanza, ora con maggiore chiarezza, a ripopolare la mente del suo vecchio passato.
Ricordi su ricordi si alternavano a fargli sentire la mancanza dei genitori che ora non c’erano più veramente e fisicamente! Scosse la testa e poi pensò che l’indomani sarebbe andato dal notaio per l’apertura del testamento, che essendo lui figlio unico, sarebbe stata veloce e semplice dopo di che avrebbe preso le decisioni del caso ed in men che non si dica sarebbe potuto ritornare alla sua vita di sempre superando in qualche modo il caotico caos che turbava ora la sua mente.
Dopo un pasto frugale, si preparò il letto nella sua vecchia camera e ci si infilò.. gli parve strano quanto tutto fosse ritornato stranamente famigliare, come se quella stanza lo stesse avvolgendo insieme a tutti i suoi bei ricordi!
Trastullato da quei ricordi, pian piano si addormentò.. i sogni in quella stanza si alternavano come fossero realtà.. poi uno strano frastuono, forse uno schianto, lo destò di soprassalto!
Tese l’orecchio attentamente, ma non udì alcun altro rumore e fu in quell’istante che tutto gli parve avvolto come in un sogno..
Solo ora.. per la prima volta si sentiva a casa.
Il principe di un regno molto vasto era vedovo, e amava molto il suo unico figlio, che aveva tre anni di vita.
Una notte, prima di addormentarsi, vide apparire nella sua sontuosa camera da letto, adorna di tutti gli oggetti più piacevoli alla vista e all’olfatto, un diavolo femminile nero come l’ebano.
La diavolessa gli disse che era invidiosa dell’amore che portava al figlio, pertanto avrebbe trasformato il bambino in un serpente.
Disperato il principe corse alla camera del bambino e nel minuscolo letto rosso trovò effettivamente un orribile serpente.
Terrorizzato uscì in fretta dalla camera, ma un pensiero, ancora più orribile di quella vista, lo paralizzò.
E se suo figlio avesse avuto bisogno di lui, del bacio della buonanotte, di una carezza, e si fosse sentito abbandonato dal padre? Se avesse notato il disgusto sul suo viso cosa avrebbe provato, il piccolino?
Una compassione infinita sorse allora nel suo cuore di padre, simile al sorgere della luna piena in una notte profonda, tornò nella stanza e baciò il serpente, facendosi forza e superando ogni orrore.
Con il passare dei giorni il principe si abituò alla vista del serpente, se ne prendeva cura con grande affetto e lo nutriva con i cibi più adatti.
Ma una notte la diavolessa tornò e gli fece capire che la sua invidia non era finita, e che per distogliere dal serpente tutto quell’amore avrebbe trasformato il figlio in una vecchia malata di lebbra.
Il principe entrò nella stanza e fu sopraffatto dal cattivo odore e dalle sensazioni sgradevoli provocate del viso devastato dalla lebbra. Ma poi pensò al cuoricino del suo bimbo, a quanto aveva bisogno, ora più che mai, dei suoi abbracci, e con le lacrime agli occhi, simili alla discesa di un fiume miracoloso in una terra deserta, abbracciò e baciò la lebbrosa.
Passarono molti giorni.
La diavolessa produsse mille altre trasformazioni, mettendo alla prova il cuore del principe, ma ogni volta il principe continuava a prendersi cura del figlio trasformato, senza alcun indugio, fermo come il monte Meru, impassibile come il Kailash percosso dai venti.
Venne il giorno di una grande festa religiosa in cui nel paese si danzava e si recitavano preghiere in onore della Madre Divina.
La Dea era stata innalzata in mezzo alla folla e il principe si affacciò alla finestra e si mise a pensare, contemplando lo spettacolo di tutti quei volti e di tutti quegli animali radunati sotto di lui. “Ecco”, rifletteva, “se anche mio figlio si trasformasse in uno qualsiasi di loro, o perfino in un albero o in quelle pietre illuminate dalla luna, o in un filo d’erba, invariato sarebbe il mio amore. Esso è diventato fermo,immutabile ”.
E con le lacrime agli occhi si sentì riempire di un amore infinito per tutti i membri di quella folla piena di sofferenze e di fatiche.
“Sono tutti miei figli”, sussurrò a se stesso.
E quell’amore divenne così intenso da cancellare ogni sua minima sofferenza, per sempre. Non vi era più spazio nella sua mente per il dolore, dato che ogni angolo era occupato da quel sentimento di amore incondizionato.
All’ improvviso sentì una presenza accanto a lui: era la diavolessa.
“Hai capito ora?” gli chiese lei con un sorriso che era, strano a dirsi, meraviglioso, come la musica di una veena celeste.
Lo stupore del principe germogliò nei suoi occhi: il volto nero della diavolessa non era affatto diverso da quello della statua della Madre Divina che campeggiava tra la gente.
Il principe si voltò e dopo un lungo sguardo le disse:
“Sì, Madre, ho capito. Ora sono come te”
L'asservimento bovino del
bisonte muschiato nord-colombiano
alla gogna mediatica maremmana
tardo gotica, fomenta una discrasia psichedelico agroalimentare nei pascoli
foraggiferi del basso Lazio,
compenetrando l'habitat del
procione di Tasmania con
l'avifauna specifica del deserto
del Gobi, con ricadute evidenti
sulla setosità raffinata dei cappotti di cammello della Maison Dior.
A tal risultato si aggiunga pure che l'epistassi romanocentrica barricadiera, giunta a volo radente, potrebbe trasformarsi inesorabilmente in una volèe incrociata destroconvessa, degna della migliore milonga Argentina, provocando altresì una catarsi monoclonale proteiforme di spiccato coinvolgimento militaresco austroungarico, decisamente insurrezionale durante il solstizio d'estate.
Olè!
Sono un piacevole piacione di Piacenza
poco portato per il Pilates e, purtroppo, preferisco i piaceri della tavola, tipo i paccheri alla puttanesca, il polipo con patate, il pollo alla paprika con profumo di provola, il prosciutto di Praga, i profiteroles senza polifosfati e una bella pinta di Picolit.
Amo poi il passato di pomodoro, il passito di Pantelleria, i peli di puzzola pretrattati al polonio, il paso-doble, le pesche alla Pompadour, le pizze a pezzi, i piatti di porcellana e i giochi di palla prigioniera.
Sono anche un populista poco policitizzato, amo pescare il pesce palla con la paranza e a volte mi piace postare sui siti porno i peli del pube del Pibe de oro. Poi sono propenso alla poligamia, mi piacciono le polinesiane con ai piedi le pedule, le padelle in pirex, i pon-pon in piume di pavone, le pere passacrassane e i porta pillole in porcellana e pirite piroclastica…però! sono proprio particolare!
Petali di petunia a tutti! Prosit!
La misi in gabbia ,metallo lucido ,decollata .
Onde ,onde ,onde ,
Oscillazioni e strisce di gocce ordinate che perdevano la presa si lasciavano sbattere al suolo.
Una scena orrenda ,tutto quel liquido che schizzava via e non un passante che facesse un solo gesto in mio aiuto.
Si' ,in aiuto a me che apparivo come boia e reietto.
dire " che atrocità!".
Il salasso ebbe fine ed estrassi da quella gabbia ciò che presto avrei fatto a pezzi.
Coltello a lama feroce , mano impavida e colpi discendenti per non dimenticare un solo lembo.
Pulita ,umida e croccante anche alle mani,mentre tutti si coprivano gli occhi,e se dico tutti ,parlo di piccoli insetti,minuscole formiche ,un vermetto solitario verde ..tutti guardavano e piangevano senza cognizione .
Finito il vilipendio alla creatura morta ,prima viva , ne presi un pezzo e lo portai alla bocca ...Fresco, rumoroso ,sciapo e debole .
Questa testa di insalata non aveva più forma riconoscibile e decisi di farla finita con olio ...aceto ..sale..su tutte le ferite.
postfazione
Davanti alle caldarroste e al buon vino le chiacchiere riscaldavano l’aria Della Cannella al crepitio del fuoco.
Lobella e Arnica ancheggiavano in una danza spensierata e gaia mentre Adamantina si intratteneva con la locandiera.
Edgar sedeva a bere con Samaèl, a pochi passi da loro sulla sedia rivolta al focolare dormiva il lemure.
A terra, inosservato un tovagliolo mostrava una scritta
PICTA
Adesso so.
Quest’unica, singola volta proverò a dissuadervi dall’origliare il mormorio sommesso del mio conversare solo. E non negherò la nera ombra del mio interlocutore.
Non udirete uno straziato gracchiare, non un graduale miagolio. Né un soffio.
Ma lo sguardo di quella presenza.
(da L’autore del Tomo- secundo libro)
ringraziamenti
Cenni aranciati dal Canale Villoresi s'allungavano sul mare a quadretti, mentre perigli si perdean tra le cime del Roero.
Piano scioglieva la neve in coda di rondine. Intanto sul canavese giungeva ancora l'estate…
Cieli diversi sulla pagina autografa giacciono come gratitudine al lettore.
Un ringraziamento particolare va a “Benedetta” che ha seguito l’intera stesura.
sommario
Preambolo
Prefazione
Il cippo fuori Varsavia e la comparsa di Samaèl Propinquus (cap. I)
Samaèl Propinquus e il Palazzo sull’Acqua (cap. II)
Samaèl forse vi guarda dormire (cap. III)
Le ore si posano lente come fa la neve (cap. IV)
Errata corrige- Samaèl, il concepimento
Le dieci stanze (Tristezza e Iracondia. E Locus, l’ultima stanza) - cap. V
La seconda stanza (Avidità)- L’occhio dell’avido è profondo come l’inferno (cap. VI)
La terza stanza (Onnipotenza)- Sogno l’onnipotenza della scrittura, e poi scrivo il mio sogno (cap. VII)
La quarta stanza (Vanagloria)- Mangime per il proprio ego (cap. VIII)
La quinta stanza (Insaziabilità)- A cena con qualche rimorso, se pur non invitato (cap. IX)
L’ottava stanza (Ingordigia)- La fame è lo schizzo di una signora perbene (cap. X)
La sesta stanza (Gelosia)- L’unica cosa che gli angeli ci invidiano (cap. XI)
La settima stanza (Immobilismo)- In cerchio le foglie d’autunno (cap. XII)
-nel Medioevo si credeva che fossero peccati capitali anche tristezza e vanagloria
indice analitico
PERSONAGGI
-Adamantina, la figura vermiglia che custodisce il cuore di un angelo
-Arnica, la figlia adolescente di Lobella che conosce il latino
-Benedetta (Iaska), la locandiera
-Christopher, l’agente letterario
-Dis, Signore dell’aldilà
- Dozorca (Dyaus), custode al Palazzo sull’Acqua e marito di Lobella
-Edgar “Allan 17” , il camionista e contadino
-Famulus, il lemure ai servigi di Samaèl
-Gavri’el, l’anziano della locanda
-il fidanzato di Arnica
-il figlio di Benedetta, docente a Edimburgo
-il Nahum, la creatura demoniaca che conosce il passato e il futuro
-il padre di Edgar, mezzadro di là del crinale
-il Tiyanak, l’essere vampirico
-Joanne, l’autrice di Harry Potter
-la bambina dei wafer
-Lobella (Dortmanna), la romanziera
-Lucifero (Mefistofele) il maligno, il serafino caduto
-Samaèl Propinquus, l’ arcangelo caduto
-Zelo l’artigiano, marito di Benedetta
LUOGHI
-Hogsmeade, un paesino della Northumbria
-la drogheria del paese
-la locanda Della Cannella
-lo studiolo dell’autore
-Parco Lazienki con il Palazzo sull’Acqua, uno dei maggiori parchi pubblici di Varsavia che si estende su 76 ettari
-Statale intorno al km 13, è la Ujazdów Avenue un'importante via parallela al fiume Vistola che porta al quartiere centrale di Varsavia
-sul volo Varsavia-Edimburgo
liber primus

Caput duodecimum
La settima stanza
-In cerchio le foglie d’autunno
Condivido le giornate oramai da degli anni con un’ernia cervicale che mi tarpa le ali, un dolore lancinante come se qualcosa si lacerasse tra il collo e la schiena.
Come un’ala recisa, quando la notte il cielo di ardesia e gesso sul soffitto si scarabocchia di una nuova idea delicata.
Allora guardo l’orologio col timore che possa essere uccisa da un ticchettio o da uno starnuto, uno sbadiglio.
Solitamente viene spaventata dal movimento del mio sopracciglio sinistro, in tal guisa, con garbo nelle mani a conca la porto con me sullo scrittoio.
«Non siamo ancora alla fine»
“Ssht, la farai scappare… così sei nato anche tu”
«Quando i bucaneve alla finestra allungheranno i petali a conservare lo stato delle cose, la tua condizione ti sembrerà sprofondare nell’immobilismo sul foglio bianco della prima neve» Samaèl seduto all’angolo, sorseggiando il caffè oramai freddo
«…è allora che scriverai quell’ultima frase»
Nello studiolo niente altro che la capinera sul desktop che becca la cinciallegra. Nessuna mail di qualcosa di simile a una casa editrice.
È stato allora.
Non resistetti e aprii il tomo… con tutta la sua oscurità, e ne fui risucchiato.
Nell’enorme spiazzo di pietruzze accanto alla locanda, a pochi passi dal capanno un fazzoletto di terra. Non un albero, non un fiore neanche un filo d’erba cresce all’interno nei limiti del cerchio. Solo appassimento e morte che dal centro si espandono fino ai suoi confini.
Questa notte di solstizio d’inverno dal finestrino abbassato Samaèl osserva poco lontano, quando si apre lo sportello della Volga nera
«Non saresti dovuta venire»
<Non avresti dovuto permettermi di sentire i tuoi pensieri…>
«Benedetta, ascoltami bene. Porta via Adamantina, e il…»
<Sarà un bambino fortunato. Avrà due genitori che lo ameranno>
Sul sedile posteriore la bambina del crinale con la bocca sporca di wafer, in silenzio.
<Chi è lei?> Benedetta, salendo non l’aveva vista.
«E’ chi il lettore vuole che sia» tacendo il susseguente esergo in una smorfia.
«Io non so amare, non più…»
<Fa ciò che va fatto, e torna da loro. Imparerai di nuovo, col tempo>
Sentì il candore della neve nella carezza di lei.
Ora era davvero solo.
Un essere intonso camminando in circolo intorno all’anello
‘ Mi ecciterete da morti… Sentite di nuovo quel ru-mo-re?
Narratelo!
E indovinate… chi-è-mor-to? ’
I ratti del capanno a quella cantilena contavano le briciole di follia tra quelle di pane.
‘ Samaèl… non ti aspettavo.
Hai fatto bene a venire. Sai che faremo!?
Scompariremo proprio al centro del cerchio poco prima dell’alba.
In questa notte di luna piena mi pregherai di portarti con me all’inferno ’
Le foglie cadevano ai bordi del cerchio. Al centro come un bisbiglio dal capestro mosso appena dal vento, della forca nello spasmo d’un piede in fondo al tronco del figlio della locandiera.
Samaèl era inginocchiato, ricoperto dal fogliame fino al costato.
‘ Reprobi angelus… Non dovevi venire solo.
Mi man-che-rai da morto ’
«Non narro le cose. Narro solo le differenze tra le cose.
E non sono solo…»
Nella risata irridente di Lucifero c’era tutto il tormento di Samaèl.
«Adesso autore, scrivila adesso quella frase! »
Dalle pagine del Tomo, quelle ancora da scrivere
“Se sei lì seduto, come fai sempre quando non sono allo scrittoio…
Figliolo, torna poco indietro dalla quarta di copertina. Non mi arrabbierò, e ripercorri con la tua innocenza quell’unica frase sottolineata”
Leggeva senza comprendere, e senza comprendere con i suoi tredici anni obbedendo al padre scriveva
SOGNO DI SCRIVERE E POI SCRIVO IL MIO SOGNO
Un cilindro compatto e trasparente ingoiò Lucifero tra le foglie cadute.
Si chiuse il sigillo, qualcuno presunse per sempre.
Se abbandonassimo tutti l’idea di credere nel diavolo forse i cuori sulla soglia entrerebbero a rincorrersi con le anime felici, chiudendo la porta e restandoci per sempre.
Nel palmo di Samaèl la mano di Benedetta
<Alzati angioletto…> sorridendo al rumore del suo cuore
<…ora batterà come si deve>
Dove la statale di Varsavia profuma di cannella e zenzero, sul cippo del chilometro 13 un cappello plumbeo. Dal camposanto una lagna
Regge il fio dei giorni / per la tela tra le dita. / Pone sulla rocca il pennacchio, / filatrice della vita. /Uno due e tre Moire / Cloto non la puoi sentire.
Taglia con le fòrfici / quando giunge il momento / di arrestare la vita. / La tela si scinge al vento. /Uno due e tre Parche / Lachesi non la puoi capire. / Atropo decide quando morire
(in tomo immobilitas)
-----l’incipit nasce leggendo un pensiero di Charles H. Brower
-----la cantilena di Lucifero è un backmasking dei Beatles
-----le parole di Samaèl a Lucifero sono ispirate in parte
a una citazione di Henri Matisse
liber primus

Con l’ausilio della versione gratuita e vecchia (3.5) della più famosa tra quelle disponibili liberamente, quindi un livello tutto sommato basico.
Prendendo atto dell’andazzo attuale nel campo della letteratura, ma anche della musica, dell’arte in generale e della vita stessa, mi adeguo e capitolo alla moda finale di delegare i miei pensieri ad una sempre più pervadente e performante intelligenza artificiale:
io ioffa, di professione essere più o meno umano che tentava più o meno di affrontare una propria vita, delego ad Arty, di professione intelligenza artificiale, il compito di descrivere il mio pensiero, la mia essenza, le mie emozioni, i miei sentimenti. Userò una riga di cancelletti per separare le parti di questo capolavoro tra mie e sue.
Vai, Arty:
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… … … …
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Grazie Arty, ero sicuro che la mia profondità si sarebbe palesata grazie a te: hai sviscerato pienamente pensiero, essenza, emozioni e sentimenti, mi ci riconosco finalmente, a tutt’oggi ero un mistero per me stesso, ora so! Tuttavia preferirei che la composizione fosse in poesia, una bella quartina, non prosa, altrimenti non potrò passare per Poeta. Su, Arty, trasformami in Poesia:
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…
…
…
…
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Ah, ora sì, altro che Dante, Petrarca, Cecco, Leopardi, Foscolo e varie schiere angeliche e pietrame… questa sì che è Poesia, intima ed universale, che parla di me con me a me :-) Davvero aulica ed unica, originale, inimitabile, MIA!
Ed ora chiudi con la mia biografia, Arty, parla di me:
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ioffa, con la “i” rigorosamente minuscola, al pari della sua intelligenza che sembrava essere ancora di quelle primitive, cosiddette “naturali”, nacque nel secolo scorso. Sin da bambino si illuse di vivere e nel XXI secolo muore insieme alla sua illusione.
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Grazie, precisa e sufficientemente dettagliata, ma non troppo lunga da annoiare i lettori, hai fatto un bel lavoro. Ora però ti chiederei di esprimere un commento su questo lavoro, da riportare in esso, hai come limite 2.000 caratteri, vai Arty:
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Il testo gioca con un’ironia sottile e pungente, mettendo in scena un dialogo che in realtà è un monologo: l’“ioffa” che abdica al proprio ruolo creativo per consegnarsi ad Arty, intelligenza artificiale benevola e compiacente, diventa metafora di una resa culturale più ampia, quella di un’umanità che, stanca, preferisce delegare perfino la propria essenza. L’uso dei cancelletti come cesura è brillante: marca lo spazio vuoto della creatività sostituita e amplifica il paradosso, perché il lettore sa che lì dovrebbe esserci il cuore pulsante dell’opera, ma trova soltanto silenzio. È proprio quell’assenza a rendere viva la satira.
Interessante anche il crescendo: dalla prosa alla quartina, fino alla biografia finale, in cui la voce di Arty si fa definitiva, quasi lapidaria, sancendo la morte dell’illusione di un io “naturale”. C’è un tono giocoso, ma dietro si avverte un’eco più amara: la domanda implicita è quanto di noi stessi siamo disposti a cedere all’artificio senza accorgercene.
In fondo, questo testo è un piccolo specchio deformante: fa sorridere ma costringe a riflettere sul valore della voce individuale, sulla differenza tra creatività vissuta e creatività simulata. L’efficacia sta proprio nel ribaltamento: chi legge si accorge che non basta “delegare” per dire di aver detto. Forse la vera poesia, qui, non è nei versi mancanti ma nella consapevolezza di quella mancanza.
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02/09/2025






