Il suo amore per essa
era forte, lo sentiva
attraverso i suoi sensi
supplicava di poterlo
tenere che nessuno
glielo portasse via
ma il suo dolore era immenso
tremava buttando
ciò che aveva vicino
gli si annebbiava la vista
ed il controllo perdeva
lo amava moltissimo
quel fiorellino biondo
che soffriva, non poteva
dimenticarlo, nel cuore
le era rimasto in una canzone
Restò li, ad ascoltarla, in un locale
dove il tempo di colpo
indietro andò piangendo
amaramente, per averlo perso
In ogni uomo cercava suo padre
cantavano insieme, facevano tutto
insieme, per lei era mitico
uno scrittore sostituito al di là dei ricordi
vivi e mai spenti, con la luce sfuocata 


Mi sono ispirata ad un film visto ieri sera


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Profilo Autore: poesie profonde  

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Nonostante le conquiste raggiunte nel corso dei secoli, la società ancora discrimina le donne in favore degli uomini. Se sei donna, per ottenere un legittimo riconoscimento, devi sgobbare il doppio. Se sei donna e vuoi importi in qualunque campo, devi faticare il doppio: in pratica ci viene chiesto il doppio e alla fine (fortunatamente non sempre) otteniamo solo la metà di quanto ci spetta. Ancora oggi lottiamo per completarci e diventare intere, ma purtroppo a causa di retaggi culturali che ci portiamo dietro come enormi macigni, spesso accade che noi da vittime diventiamo carnefici di noi stesse; perché spesso veniamo aggredite dai nostri sensi di colpa e ci sentiamo giudicate: è come se ci fosse sempre qualcuno che ci punta il dito contro e ci impone di fare il nostro dovere. Fin da bambine ci insegnano che una femminuccia non deve dire parolacce, deve sedersi composta e soprattutto non deve fare cose da maschi. Noi donne non dobbiamo desiderare un uomo solo per fare sesso: non ci è concesso perché il desiderio femminile deve avere come finalità solo ed unicamente la procreazione. In alcune culture veniamo vendute e i nostri padri ci danno in spose già da bambine e se non accettiamo lo sposo impostoci e ci innamoriamo di un altro uomo, veniamo perfino uccise. In alcune popolazioni africane praticano l'infibulazoone e ci recidono i genitali per impedirci di provare piacere. Fin da bambine ci insegnano a competere con le nostre simili, ma fortunatamente molte donne hanno smesso di competere fra loro e preferiscono lottare coese; perché hanno compreso che solo essendo unite, si possono raggiungere molti obiettivi. A noi donne: all'apparenza minute e graciline, ma all'occorrenza forti leonesse, viene imposto di essere brave madri, brave casalinghe, brave cuoche...in poche parole "perfette." A noi donne vengono richieste perfezione e trasgressione al contempo. Madri e caste madonne, oppure amanti e prostitute. E noi, per tutta la vita, viviamo una sorta di dualismo: dobbiamo portare sul capo, una schizofrenica altalenante bilancia che non deve mai pendere né da un lato, né dall'altro. Da una parte vorremmo essere ciò che ci piace essere e dall'altra, dobbiamo essere ciò che ci impongono d'essere. Questo mantenersi magicamente in piedi, nonostante lo sbilanciamento, viene socialmente definito equilibrio: un equilibrio instabile che spesso crolla. È così che noi donne ci ammaliamo e siamo talvolta costrette ad assumere farmaci contro la depressione. Per molti uomini siamo il sesso debole: debole perché indebolite e schiacciate da costrizioni di svariato tipo: in Pakistan siamo costrette ad indossare il burqa e non possiamo leggere, ascoltare musica, né studiare. Se ci innervosiamo siamo isteriche, oppure abbiamo il ciclo; perché si sa, le donne rappresentano il "sesso debole." A noi donne viene richiesta pazienza, tolleranza: in poche parole...sottomissione. Spesso veniamo uccise perché non siamo troppo docili e arrendevoli, oppure perché osiamo opporci ad un compagno o ad un padre padrone. Noi donne ancora oggi, (fortunatamente solo per alcuni uomini) siamo considerate una proprietà. Dobbiamo sembrare stupide, pur non essendolo. Superficiali, pur non essendolo. Belle ma non troppo, magre ma non troppo, alte ma non troppo. Perché il troppo storpia e noi dobbiamo essere perfette. Perfettamente imperfette: instabili, volubili e stupide. Poi spesso, ancora capita, che dopo aver spostato montagne reali e metaforiche, dopo aver sopportato i dolori atroci del parto, dopo aver lavorato come mule, cresciuto figli, cucinato e sgobbato, eccetera, troppo spesso ci sentiamo dire: "lascia faccio io, per fare questo lavoro ci vuole la forza di un uomo...e tu...tu sei solo una donna." Frase tipicamente maschilista, che tende a sottolineare che una donna non è mai completa...ovvero...non basta mai. Perché in fondo, nonostante le lotte fatte e i diritti acquisiti, a noi donne... tutt'oggi...viene ancora richiesto d'essere la metà: un metà che raminga, vaga ancora alla ricerca della propria interezza. Questo e tanto altro ancora ti accade...se sei donna.
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Profilo Autore: Giovanna Balsamo  

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Sale il vento in rapida discesa
Nell'amore degli occhi, un cosmo al passaggio
di un temporale scrolla rami penzolanti
è buio pesto, che avvolge, niente rimane
solo briciole di pane, nel giardino dei sogni
di giorni nel sole che brilla brillando
solamente lui. Ombre nel buio dei cipressi
si dettano al mare ed un tempio per pregare,
risale dal profondo mentre il vento tace
triste, tuoni assordanti scuotono rami
infiniti predatori. Nel sipario una danza spenta
nei riflessi riprende le note in giorni cupi
nuvole ammantate di cielo sospeso ed infinite comete
raccolte tra cespugli dimenticati in periferie
del cuore. Cavità sentite
Proprio nel fluire delle notti, scorrono pensieri più vivi
muovere pareti sottili, avverti, un turbamento
è indispensabile chiedersi cos'è
che ti spinge a non sentire il bisogno
per mesi, anni, di cercare
Vorresti che capisse chi si respinge
accettando di buon grado questa decisione
senza insistere, se insiste, costringe a far dire cose
metà vere e metà false
rimproverandosi, d'avere insistito
La cosa che fa malissimo
è non voler capire. Dietro ad una decisione
ci sono motivi profondi, dimensioni lontane
dalle sue, capirsi non potranno, troppa diversità di vedute
per venirsi incontro. Agisce nelle pieghe del mistero
e cammina con lui, rimanendo soffocata
tra le spire buie che l'avvolgono irrigidendosi
ad un vento impetuoso, costruendo dighe
dove l'acqua non si muove
ma scopre rifugi accampati sulle cime
di montagne protettive
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Profilo Autore: poesie profonde  

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Io ti ho capito in quest'istante ti vedo, so quanto ci avresti tenuto in quel tempo a dimostrare la tua estraneità ai fatti. Chiunque avrebbe sofferto, come potevi pensare che avresti potuto farcela con una furia abbattuta su di te senza rispetto che cerca e più lo cerca e neanche a poca distanza lo vede apparire aggrappandosi a scuse non attendibili? Ti rendi conto Isabella, di quello che dici? Adesso dove vai, spiegamelo, vado da un avvocato Clarissa. Mi chiedo che cosa ho fatto di male. Quella sa recitare bene la sua parte cosi il Signore però non l'aiuta questo dovrebbe saperlo. Certo avrò sbagliato nessuno è perfetto ed io avrei voluto sapere tante cose liberandomi da tutto. Volevo che i miei sapessero, la pace mi manca troppo, quella tranquillità che mi sono tolta con le mie stesse mani mi ha devastata. Vorrei andarmene se potessi ma non voglio rischiare. Non andrò da nessuna parte, vedrò solamente di uscire di svagarmi un pò, meno sto in casa e meglio è. Forse è la cosa più giusta da fare Isabella io non ne trovo altre, almeno per il momento. Bene, vado un attimo a rinfrescarmi e poi usciamo insieme, che ne dici, ti va? Certo che sì. Sai, avrei voluto sapere più cose, ma non mi è stato permesso, la vita non me l'ha concesso. Ormai non pensarci Isabella ne è passato di tempo da quando ti sei sposata, quindi basta, mettici una parentesi cambiando discorso. Ok Clarissa lo farò. Spero di poter mantenere questa promessa che ti ho fatto. Come piove, finalmente la pioggia, che ci
rinfresca. Vorrei andare da qualche parte e dopo qualcosa mi trattiene e che cosa, Isabella? La tecnologia, cambiandomi, anche nel sonno. Più di una volta l'avevo passata in bianco. Mi ero veramente spaventata preparando una camomilla forte sperando che facesse, i sonniferi non li ho mai presi e quindi me ne sono guardata bene nel prenderli. Devo darci un taglio, oppure usarla, con un certo criterio. A volte è quasi impossibile Isabella riuscirci, se si è confusi, arrabbiati, che vorresti scaricare la rabbia con il responsabile che te la crea ma devi fermarti, perché non ascolterebbe, soltanto quello che gli conviene. Ci sei andata proprio vicino, come hai fatto Clarissa? Sono finita alcuni anni fa nella grotta che tu sapevi della sua esistenza sapevi dove si trovava mentre io no. Lì mi sono disintossicata e nel giro di due giorni mi hanno trovata. Avevo provato a chiamare ed il segnale è stato raggiunto. Meno male, con me, avevo poco cibo



A volte la vita va cosi, trovandosi fra l'incudine e il martello, non riuscendo a vivere davvero
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Profilo Autore: poesie profonde  

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Lei decideva anche per gli altri
ma non capiva che facendo cosi
peggiorava soltanto la situazione
già molto incasinata rischiando di rimanere sola
il suo comportamento non l'aiutava e più il tempo passava
e meno capiva, che quando si sta male bisogna essere buoni
non cattivi, perché solo cosi la speranza non muore
che presto può rivedere la luce del sole
Convinta di fare bene, rovinava i suoi piani
pure di chi avrebbe dovuto comprendere davvero
perché importante era. Lisa si sentiva incompresa
dicendosi, chi ho ammazzato per meritarmi questo destino?
Forse il carattere o quello che ho? Il suo cuore deciso combatteva
La sua testa le diceva di non arrendersi, che meritava una famiglia come molti
Temeva che la vita potesse dirle è la fine, nulla si può fare, se non, aspettare.


Bisogna essere combattivi, ma bisognerebbe esserlo, senza ansia
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Profilo Autore: poesie profonde  

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Si chiamava Estevania, strano nome, strana lei.
- Guarda un po', lo sai fare? - e si mordeva la lingua, la faceva sanguinare.
La guardavo schifata
- Dai fammi vedere tu!-
Non ce la facevo, mi sentivo una vigliacca.

Si mangiava anche le unghie, le pellicine,
mi diceva - dai questo è facile, prova!-
Io invece volevo cambiare banco neanche il suo odore potevo sopportare.

Un giorno venne a scuola con una grossa novità: - mi sono venute le mestruazioni...-
Finalmente, pensai, sarà sazia di tanto sangue, invece qualche giorno dopo, durante l'intervallo,  mi chiamò in bagno.

Tirò fuori dalla tasca una lametta.
Fammi un taglino qui - e si tirava su la manica del grembiule.
Mi disse che il sangue non usciva subito, potevo scappare - Fifona che non sei altro!-

Fu nell'ora di storia che la maestra, si guardò intorno e chiese - Ma Estevania?...-
In quel momento entrò la bidella senza bussare - Signora Ada! La bambina in bagno... Il sangue...!-

Tutti si alzarono in piedi, ci fu un trambusto generale.
Io restai seduta pensavo al mio nuovo compagno di banco...
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Profilo Autore: Tea  

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Eqqueqquà

L'obnubilamento serotino di tipo omofobico sesquipedale si caratterizza sorprendentemente in una sorta di agglutinamento gastroduodenale proteiforme,stranamente virato seppia, con indubbia consistenza onomatopeica cuneiforme, decisamente senza conservanti e assolutamente gluten free.
Ciò detto, è lapalissiano che la cesura ortoplastica dell'incunabolo dodecafonico sottocutaneo, privato della sua componente solanacea postprandiale, mal di coniuga con la più esacerbante fitocoltura rinofaringea fortemente persecutoria pregna, altresì, di insolite sbavature mitocondriali di notevole consistenza subliminale metempsicotica.
Sono stato chiaro o no!
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Profilo Autore: Ferruccio Frontini  

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Le gocce d'acqua riempivano di grigio lo sfondo della vecchia ferrovia.
Tutto era vecchio, tutto era malandato. Locomotive di vent'anni , con i loro sbuffi di fumo nero , si alternavano sui binari freddi e incrostati di ruggine rossa. Il treno per Versailles delle dieci e venti era in arrivo sul binario uno della stazione di Parigi. Poche persone attendevano quel treno e tra queste vi era un ragazzino sui dieci anni, Philippe.
Solo , appartato in un angolo , seduto su una grossa valigia avvolta da cinghie strappate, mangiucchiava un pezzo di pane duro e tra un morso e un altro , sbuffi di vapore uscivano dalla sue labbra infreddolite e secche. Indossava un paio di guanti neri di lana senza dita ; le scarpe rotte sulle punte lasciavano intravedere la presenza di calzini ricuciti un po' alla meglio; un lungo cappotto marrone di un paio di taglie più grande lo avvolgeva come una coperta ; il bavero alzato lo proteggeva dal freddo mentre da una coppola nera fuoriuscivano i suoi capelli biondo platino. Diverse persone gli passarono accanto ma nessuna rivolse lo sguardo verso di lui. Era solo sì , ma soprattutto invisibile agli occhi di tutti.
Il treno era in arrivo e si poteva scorgere da lontano la lunga colonna di fumo. La pioggia si fece più intensa e i passeggeri con i loro ombrelli si preparavano sul ciglio della banchina. Il ragazzino diede un ultimo morso al pane , si alzò, trascinò la sua valigia anch'egli verso la banchina, diede un occhiata alla locomotiva , guardò la fitta pioggia venire giù dal cielo che come una sassaiola lo colpiva senza pietà e lo inzuppava dalla testa ai piedi.
Nel frattempo il mezzo che stava per entrare in stazione , emise un lungo e stridulo fischio. Il ragazzino portò fuori dalla tasca un vecchio orologio da taschino ramato, lo aprì , al suo interno vi era una foto in bianco e nero un po' sbiadita dei suoi genitori. Lo richiuse e lo strinse nella mano destra, poi diede uno sguardo ai suoi piedi, alle dita che fuoriuscivano dalle scarpe, ai guanti consumati , al cappotto di suo padre. Diede uno sguardo alle altre persone tutte in tiro con i loro ombrelli pregiati in mogano bianco. Pensò fosse strano che persone così diverse potessero coesistere sulla stessa linea della banchina . Come potevano, mondi così estranei gli uni dagli altri , trovarsi sullo stesso filo e condividere la stessa meta? Erano tutti lì davanti a lui, ridenti e felici ma perché? Perché mostrarsi così proprio quando lui era circondato da un alone nero di tristezza che come il cappotto lo avvolgeva togliendogli il respiro? La vita , la sua almeno , gli sembrò una macchina imperfetta , cattiva e crudele e la odiò per questo.
Il treno era entrato in stazione , era a pochi metri ormai , la gente già si accalcava verso le porte , un gran vociare si univa allo stridio dei freni del treno che non accennava ancora a fermarsi. Philippe era fermo e immobile dinnanzi al vuoto dei binari mentre il treno accorreva verso di lui. Lo sguardo basso e vitreo , le braccia longitudinali al corpo come paralizzate, le gambe e i piedi uniti in modo perfetto , una raffica di vento fece volare il suo pesante cappello inzuppato di pioggia , i capelli biondi ormai fradici erano di un colore scuro così come il suo volto impreziosito da alcune lacrime che si mischiavano alla pioggia. Ad un tratto alzò i talloni , si protese in avanti come un tuffatore olimpionico dal trampolino, le braccia rimasero attaccate al corpo. Solo il suo sguardo si girò in direzione della locomotiva in arrivo. In quell'istante vide nei due fanali i volti dei suoi genitori sorridergli , così anch'egli sorrise e cadde sui binari pochi secondi prima del passaggio del treno in frenata.
Nessuno si accorse dell'accaduto.
Il macchinista si concesse due minuti per sorseggiare un caffè con il capostazione , il tempo di scambiare due chiacchiere e risalì pronto alla partenza.
Un fischio , il rombo dei motori accesi e pian piano il treno ripartì in perfetto orario per Versailles.
La stazione ora era ritornata vuota . La valigia di Philippe , rimasta da sola sotto la pioggia , venne notata dal capostazione che andò a controllare. Controllò se vi era qualche nome , qualche iniziale , ma niente. La prese per portarla nell'ufficio degli oggetti smarriti ma la cinghia strappata che l'avvolgeva cedette e la valigia si aprì. Il vuoto. Non vi era nulla al suo interno. Alzò gli occhi e solo allora notò , guardando da sotto l'ombrello , che sui binari giaceva un abito arrotolato. Si avvicinò e vide la mano del povero Philippe senza vita che fuoriusciva dalla manica del cappotto.
Stringeva ancora tra le dita il vecchio orologio...
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Profilo Autore: Fabrizio  

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Grandi luci la stazione.
Le ruote si mossero appena.
Il pavimento cominciò a vibrare d’emozione.
Stava partendo, ci era riuscita e non ci credeva. Sembrava quasi anonima nel pullman se non fosse stato per quel suo cappello di paglia. Osservò tra la folla. I suoi occhi da bambina li scrutarono tutti. Nessuno sembrava conoscerla ed uno strano senso di felicità parve impossessarsi di lei. Sentiva tutta la fatica di quell’ultimo anno abbandonarla. 
Accanto a lei sedeva un ragazzino di 15 anni, barbetta abbozzata, capello lungo ma curato, canotta nera dalla quale traspariva il suo fisico atletico, pantaloncini e infradito.
Il pullman, con un ampio giro, salutò la stazione e si immise in tangenziale. Non pareva che andasse a velocità sostenuta eppure a lei la strada appariva come inghiottita. Con essa tutti i problemi e le preoccupazioni fino a quel momento. Entrati in autostrada, finalmente, si rilassò nel suo posto.
- Dove si va, allora? Me lo dici adesso? - domandò il ragazzo. 
- Rilassati tesoro, non guida la mamma questa volta! Musica? - gli porse uno degli auricolari dell’iPhone.
- Si, ma la scelgo io! -
Lei guardò la notte fuori dal finestrino.
La notte rifletteva la sua immagine sul vetro e le piaceva quello che vedeva. Pensò che lei e la meta si sarebbero incontrate con la complicità di quella notte. Aveva chiesto solo informazioni, infatti, sugli orari di partenza con il pullman più comodo. Del resto è quando la strada non ti conosce e tu non conosci lei che comincia il viaggio.
Brown eyed girl in sottofondo…

All’autista, invece, era bastata un’occhiata per capire che musica le piacesse.
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Profilo Autore: Lilith50  

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A passo lento ripercorro il passato cercando di disimparare vecchie abitudini,

concentrandomi su ciò che sarò in grado di compiere da quest'attimo in poi.

Non penso d'avere dipendenze, le sigarette sono un lontano ricordo,

mio accertato difetto, scrivere, indispensabile come cibo per il corpo,

nutre la mia anima e non fa pesare la solitudine, mia compagna da anni.

Ho imparato ad entrare in sintonia con ciò che mi circonda cercando sempre

il lato positivo delle cose, allontanando le negatività del mondo sempre più ostile

verso le umane debolezze.

Le nuove percezioni mi inducono a dare ascolto alle intuizioni sbloccando l'ego

che le imbriglia, lasciano spazio al mio sentire che difficilmente sbaglia.

Non riuscirò mai a conoscere del tutto i segreti del mondo e a comprenderlo, essendo un pozzo di sorprese;

nel silenzio riesco a comunicare i miei, ne ho tantissimi da custodire e reinventare con la fantasia,

senza lasciar spaziare la noia che con me non riesce ad abitare.

Ogni giorno mi rinnovo per star bene con me stessa, il mio sguardo cattura,

la mente immagazzina per poi trascriverlo bloccando l'attimo, rendendolo immortale.

Come questo momento tutto mio, col canto dei grilli ininterrotto che funge da concerto

e qualche piccola o grande falena che corre incauta verso la luce, restandone intrappolata

come zanzara, lasciando quella scia di bruciato che rallegra e intristisce allo stesso modo.

Non esistono confini alla solitudine come non esiste dominio agli elementi della natura,

 sempre ci sorprendono tra dolori e rancori incrociando destini e talvolta scompaginando l'esistenza.

Gli abbagli son sempre nocivi, la cautela non è mai obsoleta in ogni frangente della vita.

Dopo tutte queste sciocchezze trascritte, vado a nanna con quest'afa insopportabile,

riuscirò comunque a riposare... con gli agi del progresso.

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Profilo Autore: genoveffa frau  

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