dopo un lauto pasto con lamprede , lampughe e latterini, mi levai il mio loden ormai logoro e liso per l'uso, mi infilai una linda lingerie in leacril color lilla, mi allappai un sorbetto al lime e lamponi e, allungato sulla mia chaise-longue, guardando in tv un episodio della serie Lost, mi appisolai come un lemure al primo letargo, libero da ogni lagnosa paturnia.
Mi ritrovai in un sogno dove, leggevo leggiadre litanie lituane insieme ad una latinista di Lugano
latitante per furto di lumache alla Lidl di Ladispoli, con la quale avevo avuto una lunga liaison, sfociata poi in un litigio perché non mi voleva restituire un lingotto di lantanio, una lampada di Lalique con le luci a led e un lanciafiamme agli ioni di litio che le avevo regalato in occasione del nostro fidanzamento.
Mi ridestai al latrato di un labrador e, lungi da me dal lamentarmi, con un certo languorino, mi recai in un lounge bar a bermi un latte macchiato e una spremuta di limone col sottofondo di un long playing di Leone di Lernia . Mi leccai le labbra, mi lustrai le mie Logan e leggiadro come un Lancillotto in love, salii sulla mia limousine color lingua di lepre e mi lanciai a tutta velocità verso un locale di lap dance dove mi aspettava una laureanda in legge che, per sbarcare il lunario, faceva lascivi lavoretti con le sue labbra lussuriose.
Uscii con passo da leopardo e, affamato come un
licaone della Lituania, entrai al ristorante" I due ladroni" e, dopo la lettura della lunga lista, mi lanciai a razzo su lingua salmistrata con lupini e lenticchie , linguine alla livornese con luganega e luppolo liofilizzato, lumache della Linguadoca su letto di lattuga, lepre delle Langhe con lampascioni in riduzione di lambrusco su letto di latifoglie di leccio, dei lamponi al liquore di lime e un bel litrozzo di Lugana di Lombardia.
Purtroppo per pagare il conto dovetti fare un leasing lungo un lustro,
ma sì poi,
chi se ne freeega..!!
A' la guerre come a' la guerre !!
Questo mare oggi inquieto, a tratti così apparentemente accogliente, ricompone nella mia mente, a lenti fotogrammi, il ricordo di attimi indelebili e strazianti.
Quel pomeriggio di fine estate, tra ombrelloni chiusi e folate di libeccio, proprio di fronte alla struttura dello stabilimento balneare e poco oltre la battigia, giaceva il corpo inerme di un uomo di giovane età... si tentò l'impossibile per rinvenire quel soffio di vita che nessuno sarebbe stato in grado di restituirgli . I minuti passavano, e sembravano ore, pesavano come macigni.
A pochi passi, a lato delle cabine e inginocchiati sul selciato, due bambini ed una giovane madre pregavano ostinatamente perchè avvenisse il miracolo.
Le mani giunte, protese verso il cielo, l'intercalare all'unisono delle loro voci tremanti, invocavano quel Dio che non c'era...
Il mare ricorda, io lo so, io riconosco la sua lacerante inquietudine, che porta con sé rabbia e rassegnazione, la visione innocente dell'ineluttabile
da una sorta di sclerotizzazione osmotica di tipo gravitazionale, sostanzialmente indirizzata allo scolorimento, virato seppia, tipico delle pantegane di tombino dei cunicoli delle metropolitane parigine nel periodo delle manifestazioni studentesche del '68.
Ordunque, la componentistica cartilaginea dei sacchi a pelo antiacaro senza zip della Invicta, si rapporta inevitabilmente ad una recrudescenza turistico alberghiera di bassa lega con ricadute vegeto patrimoniali nell' impollinamento serotino delle rose purpuree del deserto del Gobi durante il question-time alla Camera sulle misure delle banane cilene importate nell'Unione Europea nei mesi senza la erre.
In conclusione: che colpa abbiamo noi se, bevendo un caffè nero bollente, mentre sventolava una bandiera gialla in Alexander Platz, cercando un centro di gravità permanente, Belinda ballava cantando bella ciao con uno bello e impossibile, bugiardo e incosciente e anche un po' cervo a primavera, in questa domenica bestiale dove il cuore è uno zingaro e il carrozzone va avanti perché domani è un altro giorno e, fin che la barca va, viva la pappa col pomodoro !!
... ma sarà poi così...!!
Interdetto per l'increscioso incidente
indecorosamente invalidante, intentai causa all'infermeria e per distrarmi mi dedicai allo studio delle abitudini sessuali degli ippopotami affetti da infezioni all'ipotalamo, sorseggiando improbabili intrugli all'Indian bar di Indianapolis accompagnati da indimenticabili involtini di indivia e tartine tartufate all'issopo imbevute di iperico ipertrofico.
Inevitabilmente feci una incresciosa indigestione
che mi invalidò alquanto e che curai, secondo le indicazioni di un idraulico di Imola, con infuso di iperico indiano impoverito che mi ristabilì immediatamente facendomi saltellare come un
impala impazzito in cerca di infiorescenze invernali, tanto che mi feci dei memorabili
selfie che postai immancabilmente su Instagram ricevendone innumerevoli likes !
..... Iauuu.!!!
granulometrico tardo senile
si incrocia molecolarmente
col gradiente omeopatico surrenale
corticosteroideo quasi come
un vecchio faldistorio istoriato
dei tribunali dell'Inquisizione.
Ciò predetto è lapalissiano che
l'omocinesi prepuerperale
ciclotronica asseconda un
solipsismo agglutinante
vascoarterioso con esito conseguenziale di borborigmo intestinale costipante
di forte composizione congestizia,
spesso associato ad una
metempsicosi probiotica sottascellare perifrastica di notevole impatto fotofobico paradigmatico
nonche tassidermico e nuncupativo.
Mondo cano !!!
in un dogmatismo pseudo catalitico
pregno di secrezioni tardo caraibiche
ricadenti in un obnubilamento
triangoliforme bermudiano
di salgariana memoria.
L'accoglimento di questa teoria
si sclerotizza in un aggiottaggio
finto borghese pseudo petrarchesco
ispirato da una letteratura tutta «pappa e ciccia» coll'esibizionismo fotografico dei depliants dei mobilifici della Bassa Brianza intersecato poi da una sorta
di anemia falciforme fotovoltaica
ricreata in un'atmosfera tipica
dello «Sturm und drang» teutonico
(da non confondersi però col meno
importante «Sturmtruppen»)
Questa teoria viene quindi, in soluzione finale, edulcorata da una fase autoptico diabetica, compenetrata altresi da risonanze magnetico musicali tipicamente riconducibili al «ballo del qua qua» !
Reprobi Angelus- Ultimum capitulum
Nonna mi raccontava che la pioggia sono le lacrime degli angeli.
Avevano da poco lasciato il Palazzo sull’Acqua, ammutolite e incredule. Lobella desiderava solo le braccia di Eadweard, del buon vino e le chiacchiere tra amici
al crepitio del fuoco. Benedetta fluttuava. Nessuna delle due fino a quel momento si era accorta che la ragazzina era rimasta indietro. <<Benedetta, mio Dio…
mia figlia…>>. ‘Mamma calmati, a sinistra dietro di voi sulla panchina’. <<Perché hai quel libro…>>. ‘Ascoltate: la prima, la Stanza della Tristezza cola tanta
fuliggine dai muri quanto sono cupi i pensieri di chi cercherà di attraversarla… non ce la farà mai. Quell’uomo ha il cuore in frantumi’. Benedetta sentì come il
calore di una luce accanto a lei <Dai a me il libro, tu e Lobella tornate alla locanda. Vi raggiungeremo lì io e Samael. E… vi voglio bene. Andate…>.
‘Benedetta…’. <<Amica mia, non farlo…>>.
Benedetta era già oltre la Casa Bianca, oltre lo sguardo smarrito delle compagne. Oltre quanto di più inconcreto potessero concepire. Il tomo le indolenziva le
braccia ad ogni passo, come se le pagine aumentassero. Quando entrò le pareti sudavano catrame. Samael ne era immerso fino al costato. Agli occhi di Benedetta
appariva come un cigno ferito. Era inginocchiato, e piangeva caligine. <Angioletto, su alzati… mi devi delle spiegazioni> Benedetta cercò di scuoterlo.
“Più di qualcuna… visto che sei qui. Risponderò alle tue domande. Tuo figlio aveva solo bisogno di sostegno finanziario, l’appoggio della sua splendida madre
farà il resto. Ora mi chiederai come facessi a perorare lui e ad essere alla locanda a vegliare su di te…”. Una digressione a questo punto è d’obbligo. Prima
inzupperò il croissant nel caffè, cercando di guardare oltre la penna.
“Quando trovai Lucifero, non voleva sentire ragioni. Il suo disegno era ormai avviato, e io non ero che un ostacolo da rimuovere. Il mio ardimento non bastò. E
mi uccise”. <Senti questa, ora mi dirai… Mio Dio…>. “Quando vengo ferito o se vengo ucciso di me ne nascono altri due. Il vecchio della locanda ospitò me e
Adamantina, ci aiutò ad avere una vita normale. Ma una sera lo scoprì, e fu troppo per lui. Mi cacciò, continuando però ad occuparsi di lei”. Benedetta si stupì di
avergli preso la mano <Ripensa a quei giorni felici, e varchiamo questa porta>.
Sorvolerò sulle successive stanze… Avidità, Onnipotenza e Vanagloria, Insaziabilità e Gelosia. E Immobilismo. Comportamentinon perpetrati dalla creatura il
cui indice asciutto pareva ora indicare l’uscio dirimpetto a un grosso quadro ottocentesco. <Tu con lui. Sei espressivo… non preoccuparti, nel tomo si dice che
l’ottava stanza è l’Ingordigia: hai mai visto Anche gli angeli mangiano fagioli? …non badarci, quando sono impaurita dico cose sciocche>. Benedetta iniziava a
provare una forte dolenza alla schiena, come se potesse sentire la sofferenza di Samael per la lacerazione. <La nona stanza, l’Iracondia>. Un enorme portone ne
impediva il passaggio. “Entrerò da solo. Ciò che vedrò potrebbe metterti in pericolo”. <Demoni, spiritelli e folletti non saranno peggio di ciò che abbiamo
attraversato fino ad ora>. “…in pericolo da me”. Questa volta tacque. Pensò al figlio, e tacque.
Samael appoggiò la mano all’antico portone che si spalancò. Varcò la soglia. Quel che accadde cominciò a scriversi nel tomo. Un varco si spalancò nel
pavimento, così profondo che appoggiando l’orecchio Samael al suo interno poteva sentire non una voce umana gridare dal dolore, ma le urla dei dannati.
Si sentì stringere dentro. Avrebbe voluto fare qualcosa, ma lo trascinò via il pianto di un bambino appena nato. Giaceva a terra da solo sulla soglia. Così lo prese
e lo strinse a sé, ma l’essere vampirico tornò alla sua vera forma… se una luce calda non avesse distolto il Tiyanak, la testa di Samael avrebbe misurato la
profondità della voragine. Benedetta non poteva credere che esistesse tanta malvagità, ma stando all’inchiostro lui era vivo. <Ti voglio bene angioletto>.
Mancava davvero poco. Un’ultima stanza. Nel libro era chiamata Locus. La Stanza dove tutto cessa di esistere, e dove esiste ogni cosa. Dove la paura diviene
inquietudine, e la follia indossa le vesti del senno. Quando lo raggiunse, la pioggia dai suoi occhi pareva volesse ingannarlo… sembrava solo acqua ed invece
era ricordo. Adamantina gli stava morendo tra le braccia. Avrebbe voluto chiamarlo, dirgli Samael non è reale. Ma sembrava così tanto che lo fosse.
“L’ho lasciata andare / nell’avvoltolare ingiallito / di una foglia. / L’ho lasciata andare / in equilibrio su una lacrima, / inafferrabile come un bacio / che dalla
bocca scivola / sulle pagine sfogliate dal vento”. <Samael…>. “Non temere se piove… piove sempre quando qualcuno ti manca. E’ ora di andare”.
Samael chiuse gli occhi… il cippo era al suo posto, e lo scavo fatto. Accarezzò i cenci della veste vermiglia, e si sdraiò accanto a lei. E sentì il calore di una luce
accanto a loro. <<Aspetta Morte, lascia che abbracci questo mio figlio>>.
Un uomo sotto un cappello plumbeo come il cielo su una Volga nera a fari spenti nella sera percorreva la statale poco trafficata. Alla locanda Della Cannella,
nell’angolo rischiarato dalla finestra <Ciao Adamantina, mi chiamo Benedetta. Io so chi sei… me l’ha detto un angelo> sorrise <Il suo cuore deve trovare la
strada… Un giorno, ne sono sicura, farà ritorno a casa>.
Riposi al suo posto il tomo. Il caffè era diventato freddo, come l’aria che arrivava dalla statale deserta oltre la landa. Aveva iniziato a piovere sui bucaneve alla
finestra. Sullo scrittoio pochi versi con l’incertezza dell’autunno, macchiati di miele che non mi ero accorto di avere scritto. Guardai la sedia nell’angolo, e poi
ancora la pioggia. E forse pensai che in notti come questa Dio diventa poeta.
Così conciato, per tirarmi su mi sparai due chupitos e una striscia di
coca e pasta d'acciughe in polvere consigliatami da mio cognato "Er Caligola" così chiamato per la faccia da cavallo, ma ciò mi cagionò un crescendo di capogiri ed una cospicua catalessi che mi spinse a cantare a squarciagola
"Ciribiribin che bel bambin.....che bel faccin "... nonché a inviare compulsivamente foto di selfie al cugino dell'autore del pulcino Pio.
Mi risvegliai al canto cantilenante di una cinciallegra e, affamato come un caimano della Cambogia con il colesterolo alto, mi gratificai con
una crapulesca colazione a base di ciambelle al cumino dei caraibi, crocchette di crusca , Krapfen alla crema chantilly, crepes al cioccolato e carrube e una colossale caraffa di caffelatte corretto al coriandolo, ascoltando compulsivamente in cuffia i brani di una corale di Cracovia specializzata in canti in lingua coreana colta comparata.
Caspita !!
Errata corrige
Avevo appena rimesso a letto il più piccolo dei miei figli che uscendo dalla stanza dopo aver tergiversato alla sua domanda, sapevo non sarei tornato supino
accanto a mia moglie. <<Papà… gli angeli sono tutti buoni?>>. Ora dormiva. Era stato solo un incubo, ma avevo dovuto asciugargli sulla fronte e dalla nuca il
sudore. Un fazzoletto di lino finissimo sul comodino aveva fatto al caso mio. Sorrisi, un amico poeta romano l’avrebbe chiamato sudario. Raggiunsi lo scrittoio
dopo essere passato dalla cucina dove un vasetto di miele restato aperto copriva quasi l’odore del caffè. Qualcuno l’aveva preferito a un croissant. Ottimo, pensai,
anche questo farà al caso mio. Accanto allo scrittoio da anni mi fa da tavolino una pila di libri, ma quella notte nel tomo che funge da base dovevo cercare
qualcosa. Dunque, angeli caduti… Samael… buono e nel contempo crudele, patrono dell’Impero Romano. Sorrisi di nuovo, ripensando ancora al poeta vivaista.
Nella sua serra mi disse una volta di coltivare la lobelia… bene, uno dei personaggi lo chiamerò Lobella. E’ nato pressappoco così Reprobi Angelus, davanti alla
finestra che invitava l’aria pungente a schiaffeggiarmi il viso mentre un profumo di cannella e zenzero mi consegnava ad un rapido oblio davanti a questa landa
pallida e desolata. Quasi a spolverare i miei pensieri. Ma come sempre c’è dell’altro, che ovviamente non vi svelerò. Non subito. Scrivere il finale di una
storia è importante quanto scriverne l'inizio: se l'incipit ha la funzione di attirare subito il lettore, il finale ha la complicata missione di non fargli dimenticare
l'intero svolgimento, anzi, di farglielo amare almeno un po’. Così scelsi un finale circolare, tipico peraltro dei racconti noir. Ma una volta pubblicato mi accorsi
nel terzo capitolo, o come direbbe la ragazzina che conosce il latino Capitulum tertium, di un refuso…
Avevo fatto in tempo solo a chiudere la finestra in modo da non sentire troppo freddo, che la marmellata che era come se sapesse di miele mi si mise di traverso e
per poco non mi strozzò. “Ma non è stato un refuso”. Avevo i brividi. Si sedette all’angolo davanti alla finestra. Trasalii. <Chi sei!? Tu…>.
“Non lo farai. Non cercherai di ingannare il lettore. Sei modesto. La modestia non ti fa neppure chiamare romanzo quello che stai scrivendo. Ma non l’hai
fatto… ingannarlo intendo. Almeno non consapevolmente”. <Tu… chi sei tu!?>. “Se avessi continuato a leggere nel tomo, sapresti che quando vengo ferito o se
vengo ucciso di me ne nascono altri due”. <…così saresti potuto essere sia alla locanda che dal figlio di Benedetta nonostante l’ala recisa. Tutto fila>. “Già,
Benedetta. Svelerai al lettore l’importanza di Benedetta? E ti risponderò a una domanda che stai per porti… non puoi farmi tornare da Adamantina”.
<Tu rinasci…>. “Sì amico mio, ma senza cuore. Hai fatto in modo che lo donassi a lei. Non potrei amarla…”. <Troverò un modo, sono pur sempre io l’autore.
Aspetta, come è possibile che io stia qui a parlare con te che non esisti se non nella mia penna…>. “Mi piace osservarti, sai? L’altra sera ti guardavo con l’altro
tuo figlio. Tu allo scrittoio, lui che suonava la tromba. Mi avete ricordato quella canzone dove Adelmo suona la chitarra seduto davanti al fuoco con Guccini…”.
Un soffio caldo pervase la stanza. La sua voce provata, quasi confortevole nell’ombra “…ma quanti ratti mordono il nostro cammino”.
E si diradò come la nebbia che ora avvolgeva la landa ondeggiando appena, come un fazzoletto. Sui bucaneve alla finestra.
Conquistato da codesta creatura, la scritturai per una serie di concerti al San Carlo di Napoli, con l'accompagnamento di cinque studenti del Conservatorio Santa Cecilia appena usciti da un corso di controfagotto e di clarinetto e con un cospicuo curriculum di concertini presso la casa circondariale di Regina Coeli, con la conduzione di Carlo Conti e la sponsorizzazione del Callifugo Ciccarelli e dei confetti Chupa Chups.
Così, per concludere la giornata, mi catapultai dal noto chef Carlo Cracco che mi conquistò con una serie di chicche di alta cucina a base di:
cuori di carciofo alla curcuma e cumino, coratella al cardo mariano con riduzione di Cabernet del Carso, carne cruda caramellata con concentrato di ceci di Cecina in crosta di cacio, ciliege del Cilento al Cognac e coriandolo con cremina di cioccolato colombiano chiarificato e una caraffa di Champagne Cristal Gran Cuvèe del Centenario in un contenitore di ceramica firmato da Le Corbusier.
Purtroppo pagai il conto con una caterva di cambiali per quasi cinque anni e dovetti pure cedere la mia collezione di chiodi della croce di Cristo comprata ad un'asta di Christie, con la certificazione addirittura di Carlo e Camilla d'Inghilterra nonché un caldo cappotto di Cachemire appartenuto nientemeno che a Cocò Chanel...... e che cavoli !!


