della progressione diaframmatica
utilitaristica, si estrapola da un
contesto musical-postsessantottino
sfociante in una semplificazione
anagrammatico sillogistica,
assimilabile inequivocabilmente
alla stesura cantautorale del
"trottolino amoroso" di sanremiana
memoria.
L'accezione gastrogravitazionale
compulsiva, si diversifica così
da una farraginosità opalescente,
precipitando in una pulsione
omofobica post gay-pride
contestualizzata alla degradazione
androgenetica del malleolo
sinistro di Balotelli.
Ma tant'è ; la radicalizzazione
fitoplasmatica è madre di
una allitterazione sinergico
maxillofacciale, caratterizzata oltretutto, da una implosione stearica fagocitante in progressione
geometrico spiraliforme di tipo 2 !
Minchia ! !
Caput quattuor
Lascia che abbracci, Morte, questo mio figlio
In un tailleur corvino, occhiaie in tinta con i pensieri, Lobella in compagnia del suo chignon attendeva pensierosa l’amica. Color delle candele. I brividi
crescevano semplici e discreti lungo il suo stelo esile. Cominciava a sentirsi come i bucaneve tra le dita affusolate della strega d’inverno. Ne percepiva i sospiri.
<Sto per andare a palazzo con Eva Kant?>. Benedetta… non l’aveva vista arrivare. <Perdonami, quando sono nervosa dico cose sciocche… Possiamo andare>.
<<E tu che ci fai qui!?>> visibilmente inquieta Lobella, alla figlia in tuta ginnica scura. Con due occhioni sagaci, da sotto la cuffia ‘‘Vengo con voi…’’.
<<Niente affatto!>>. <Aspetta amica mia…>. <<No Benedetta, non voglio corra pericoli…>>. <Lo capisco, ma è l’unica che conosce il latino. E ho come
l’impressione che avremo bisogno di lei>. ‘‘Dai mamma, mettiamo fine insieme a questa storia’’. <<Però mi darai ascolto. Promettilo…>>. ‘‘Etiam, ora
incamminiamoci’’. Una fitta coltre di nebbia stava colando sul Parco Lazienki. Il Palazzo sull’Acqua era là. All’ingresso una Volga nera sembrava osservarle.
Benedetta trasalì. ‘‘Entriamo… stiamo vicine’’, cercando di farsi coraggio. I lampadari di cristallo, l’oro alle pareti… ma un grosso tomo le catturò
l’attenzione. Cominciò a strofinarsi la cuffia come a cercare nella memoria ‘‘Reprobi angelus in locus tristitiae. Ora guarderò le incisioni in acquaforte.
Il diavolo è nei dettagli…’’.
‘…ma anche nell’ultimo gradino delle scale. Quello che non esiste’. Una voce provata, quasi confortevole dall’ombra. E poi da sotto un cappello plumbeo
‘Questa è la prima, brava ragazzina, la stanza della tristezza. Non è posto per voi’. <<Io non credo al diavolo…>> Lobella come avvinta da quel tono, lo stesso
che nelle ultime notti le aveva tolto il respiro prima di addormentarsi. ‘Peccato. Perché lui crede in te’. <<Ma tu…>> non doveva chiederlo, ma voleva sapere
<<…sei un angelo caduto?>>. ‘No!’ la voce ora si era indurita. I muscoli tesi lasciavano percepire non rabbia, sofferenza. Dallo squarcio nella camicia una sola
magnifica ala nera ‘Ero un angelo. Gli angeli neri spazzolano le nuvole per donare la carezza della pioggia ai raccolti’. ‘‘Quanti sono gli angeli?’’ la ragazzina
fino a quel momento ammutolita. ‘Quanti lui lascia che vivano’. <<Dio…>> Lobella indietreggiò, le era sfuggito. ‘Dio. Dio guarda le cose da dietro la pochette
sulla giacca dei potenti… Lui e Mefistofele erano come fratelli, e il mondo conosceva solo la pace. Ma Mefistofele aveva un figlio. Per Lucifero l’umanità erano
tessere di un domino da incoraggiare, per poi veder cadere. Dio lo cacciò, e l’amico di sempre pur riconoscendo la giusta causa, consumato dal dolore decise di
far conoscere al mondo la crudeltà delle guerre’. <<E tu? >> ancora Lobella, spinta dalla curiosità. ‘Fui mandato nel mondo per parlare a Lucifero.
Si nascondeva fuori Varsavia. Incontrai un uomo che di quel paesino conosceva il decoro, e i segreti. Ospitava nella sua locanda una giovane donna. I suoi capelli
erano i fili con cui la notte tesse il cielo. I tuoi me li ricordano Lobella. Ci innamorammo. Adamantina fu l’occasione per Mefistofele di esigere da Dio una
punizione esemplare, al pari di quella inferta al figlio. E Dio lasciò che mi recidesse un’ala. A Lucifero non bastava…’ cadde in ginocchio ‘…e la uccise’.
<Voglio aiutarti…> Benedetta, commossa. ‘L’hai già fatto, lasciando che tuo marito trovasse come lenire il suo dolore. Zelo porterà da Adamantina il cippo di
frassino. Ora dovete andare. Se riuscirò ad attraversare le dieci stanze di questo palazzo, mi sarà dato di vederla un’ultima volta’.
<<Cosa ti aspetta?>>. ‘Lobella, signore… andate. Adesso!’.
Le ore si erano posate lente come fa la neve. Con l’ala a brandelli ma le anime ricongiunte, Samael chiuse un attimo gli occhi… il cippo era al suo posto, e lo
scavo fatto. Accarezzò i cenci della veste vermiglia, e si sdraiò accanto a lei. Si guardò l’avambraccio. Il fedele ratto capì che il momento era giunto. Due
lacrime gli scendevano lungo il braccio. ‘Amico mio…’. Iniziò a rosicchiargli il petto, e il cuore di un angelo fece ritorno a casa.
Un profumo di cannella e zenzero accarezzò il vetro anteriore dell’autoarticolato amaranto che percorreva la statale oramai da una buona mezz'ora, costretto alla
deviazione da un incidente nel quale al ragazzotto alla guida parve fosse coinvolta sola una Volga nera. Forse un prete e una suora, spauriti ma fortunatamente
illesi. Procedeva quasi a passo d’uomo da un po’ cercando di immaginare il volto del padre appena gli avrebbe mostrato il nuovo trattore Fiat che stava per
regalargli, quando sul bordo della strada gli sembrò di scorgere una figura vermiglia, e frenò bruscamente. Il tir aveva appena smesso di ancheggiare, che si sentì
ringraziare “Vado solo poco più avanti... c’è una locanda. Mi chiamo Adamantina, e tu? “. <Edgard> in uno spiffero di voce. Scesero entrambi. All’omone
giulivo di centottanta chili caffè macchiato caldo e croissant parvero tutto ciò che potesse desiderare. Si sedettero all’angolo rischiarato dalla finestra.
“Non capisco, il mio Samael aveva detto che si sarebbe fatto trovare al tavolo dirimpetto alla finestra. Arriverà…”. Sorrise. Un topino intanto le era salito sulla
mano… asciugò quelle due stesse lacrime con un fazzoletto candido da cui si poteva sentire il miele.
Ne segui` un'accanita discussione sul ruolo dei metalli nella storia dell'umanità dove ebbi la meglio perché ero molto "ferrato" in materia in quanto mio zio era il re del tondino ed inoltre avevo fatto una tesi sul romanzo " Il padrone delle ferriere" e sui binari dei treni delle ferrovie Nord ed inoltre perché avevo una salute di ferro, abitavo vicino ad uno stagno e , a volte, mi veniva un sonno di piombo !
Eh sì, non è tutto oro quello che luccica, tranne l'argento della parrucca di mia nonna Urania dall'insolito color Wolfranio!
Comunque la discussione degenero` tanto che il vicino di casa mi telefonò lamentandosi duramente e così mi agitai alquanto dicendomi; stai "cadmio" ....ma non ci riuscii e allora risposi seccato; dai, non fare l"indio", non farmi girare il "berillio" altrimenti ti "cobalto " tutto e ti gonfio come un "palladio", brutto "stronzio" che non sei altro!
Non capisci un "nichel" e, se insisti, ti faccio "rubidio"e ti riduco come un "polonio"......brutta faccia da "tungsteno"!!
Uffa......che "bario" !!
Capitulum tertium
Samael forse vi guarda dormire
I giorni che seguirono furono confusi, indistinti. Un continuo andirivieni di auto e genti alla locanda Della Cannella per commemorare
quella vecchia macchietta che del paese conosceva il decoro. E i segreti.
Benedetta, rovinata nella più scorata malinconia per il lutto e la passività del marito, desiderava solo muoversi di nuovo liberamente.
Si sentiva egoista. Il marito passava le giornate in bottega ad evadere gli ordini. Diceva di essere gravato dal lavoro. E le notti nel capanno
retrostante la locanda a far chissà che. <Andrà meglio Benedetta, qualunque cosa ora tu faccia non lo farà stare meglio…
Se abbandonassimo tutti l’idea di credere nel diavolo, forse le brave persone smetterebbero di morire>. Lobella guardava nel cappuccino
sperando di ritrovarci forse il sorriso dell’amica. E cercando di togliersi dalla testa quei pensieri sulla presunta somiglianza tra il forestiero
e l’impenetrabile uomo del dipinto. <A proposito del forestiero… Ho incontrato tuo marito dal fornaio e mi ha raccontato che quell’uomo
gli ha commissionato un cippo di frassino senza epitaffio per questo venerdì… ma non ti ha detto di essere un rappresentante di melata?>.
<<Credo di sì, non ricordo… Scusami cara>>. Benedetta sparì dietro la porta della cucina. Dopo una lunga telefonata col figlio da
Edimburgo, che solitamente le metteva il sorriso, ritornò al bancone quanto mai angustiata. Ciò che le aveva detto, le parole le sentiva
scorrere dentro il sangue come veleno… le vedeva quasi. <<Lobella, cara… vieni con me. Perdonami Eadweard… vi ho interrotti. Te la
riporto fra pochi istanti>>. Le due donne accompagnate dallo sguardo attonito del marito di Lobella scomparvero. <<Lobella, ho sentito
mio figlio…>>. <Sta bene? Come va l’insegnamento?>. <<E’ questo il punto. Da qualche giorno pensava di tornare, era quasi rassegnato
a rinunciare al suo sogno. Pochi minuti fa mi ha detto che ora è entusiasta: appena ieri un uomo si è proposto di sovvenzionare il suo corso
sulla cura delle creature magiche… un uomo con un ratto tatuato sull’avambraccio, un certo Samael Propinquus… Solo ieri. Ieri.
Lobella… ma se ieri sera il forestiero ha cenato qui alla locanda, e adesso sta seduto in quel lato con un caffè!?! >>.
<Amica mia, Benedetta… ho paura. Per mio marito e mia figlia. E’ strano, ma per me non riesco ad averne. Mi sembra di conoscere
quest’uomo. Di conoscerlo bene. Lo sento dentro di me, come se ci fosse sempre stato… Dobbiamo andare al Palazzo sull’Acqua.
Quel quadro, io… devo vederlo>. ‘Benedetta… Ciao Lobella. Devo dirvelo, è incredibile… fantastico, tesoro. Quel forestiero…
è venuto in bottega. Devo fargli un cippo in tutta fretta’. <<Lo so, caro… digli che non riesci>>. ‘Che farfugli, moglie. Mi avrebbe pagato
600 zloty! Prima non voleva l’epitaffio, ora ha aggiunto altri 66 zloty perché vi intagli, sentite che scritta insolita… Il destino / fila lo
stame / della vita, / inflessibile’. Il rumore prodotto dai cuori di Benedetta e Lobella era molto simile a quello dei topi che scavano in
soffitta, cercando di farsi strada dove non dovrebbero. Decisero che l’indomani la locanda avrebbe rispettato il giorno di chiusura dopo
tanti anni, e avrebbero dipanato il mistero. Si sarebbero avventurare alla volta del Palazzo.
Quella notte Eadweard si sentiva come ogni notte il custode del proprio angelo, la sua donna. Lobella fingeva di dormire al fianco del suo
angelo, ma qualcuno era come se conversasse con la sua anima… come se vegliasse su di lei.
Quella tiritera nella testa…
Il destino / inflessibile / recide / lo stame /.
Quell’ansia.
della Bassa Baviera dopo
l'«Oktober Fest» si esplicita
in una metempsicosi
teologico animistica di tipo
anseatico magdeburghese
confrontandosi con la
cesura nazionalsocialistica
della componente austroungarica
ascrivibile al ramo dinastico
della principessa Sissi.
In conclusione, lo spossessamento
territoriale asburgico teutonico
ben rappresenta i prodromi
oligarchico verticistici del
futuro Merkel-pensiero
europacentrico.
Oh Kaiser ! per mille crauti !!
Capitulum secundum
Samael Propinquus e il Palazzo sull’Acqua
In una postura innaturale la testa incanutita tra le braccia pesava sulla ruota del vecchio trattore. Dopo mesi di silenzio non era più tempo di congetture, c’era la
semina dello zenzero. Ma oggi il portalettere si era spinto fin là. Il manicomio statale lo informava di avere in degenza tale Edgar… come poteva essere il suo
ragazzo. Avevano avuto divergenze sul lavoro dei campi, ma era un bravo figliolo. Giudizioso e instancabile. Sempre via con quel grosso camion. Solo un po’
cocciuto… gli avrebbe comprato uno di quei trattori nuovi. Un FiatAgri forse…
Al di là del Parco Lazienki una Volga nera a fari spenti nella sera percorreva la statale poco trafficata. Alla guida sotto il cappello plumbeo come il cielo, un
uomo. All’estremità del braccio fuori dal finestrino l’indice asciutto pareva indicare il Palazzo sull’Acqua all’interno del parco, e canticchiava. Intorno al
chilometro 13 rallentò bruscamente “Avresti dovuto lasciare che ti pettinassi per il ballo… L’oro alle pareti e i lampadari di cristallo, sarebbe stato tutto per noi…
Regge il fio dei giorni / per la tela tra le dita. / Pone sulla rocca il pennacchio, / filatrice della vita. / Uno due e tre Moire / Cloto non la puoi sentire”.
Quando la porta si aprì, alla locanda Della Cannella la proprietaria accolse il forestiero invitandolo a sedersi accanto al caminetto e a rifocillarsi con una zuppa
calda. A pochi passi da lei sulla sedia rivolta al focolare un anziano si destò come da un incubo. Gli occhi sgomenti. Iniziò a balbettare <<Avvolgendo al fuso il
filo / dispensa la morte. / Per la tela tra le dita, / fissatrice della sorte…>>.
Nel mentre infilò l’uscio un artigiano ‘Non vedevo l’ora di rientrare…’ e un tenero bacio sulla fronte alla bionda locandiera che annuì.
<<…uno due e tre Parche / Lachesi non la puoi capire>>. ‘Smettila vecchio, spaventi i clienti con la tua Filastrocca delle Ombre torbide’. Lei cercò di calmarlo,
e insieme lo accompagnarono a letto. La donna tornò subito per scusarsi con l’ospite, offrendogli la cena. Lui chiese una camera per qualche notte, e salì.
Il mattino seguente l’anziano non si vide. L’artigiano era uscito di buon ora, e il pernottante chiese un caffè macchiato caldo e un croissant alla marmellata.
La locandiera badando a non farsi notare lo guardava negli occhi… non ci vedeva l’anima. E’ solo un detto pensò, e sorrise. Quel giorno per l’ora di pranzo
arrivarono un guardiano del Palazzo sull’Acqua con la moglie, una romanziera. Clienti di vecchia data. Lei chiese del suocero alla locandiera, e la donna rispose
che nella nottata aveva avuto un febbrone. In serata si aggiunse alla compagnia anche l’artigiano, e davanti alle caldarroste e al buon vino le chiacchiere
riscaldavano l’aria Della Cannella al crepitio del fuoco. Da sotto il cappello l’uomo osservava la romanziera. Gli occhi scuri come due ombre gli ricordavano
qualcuno del passato, e gli cagionavano uno strano interesse quei capelli lunghi e scuri. La donna si accorse di lui, e gli si avvicinò per invitarlo a unirsi alla
combriccola. <Venga a bere con noi, io mi chiamo Lobella. E lei, qual è il suo nome?>. Esitò. Il dito asciutto girava intorno al tovagliolo “Samael. No, grazie.
Domani ho molto da fare”. E andando via arrotolò le maniche della camicia palesemente ansioso. Lobella avrebbe giurato di aver capito domani abbiamo molto
da fare, e che il ratto tatuato sull’avambraccio si fosse mosso… ma pensò certamente di aver frainteso per via della stanchezza per il viaggio. Mentre si diceva
poi che nessuno si tatuerebbe un topo… dalla porta ecco entrare la figlia adolescente col fidanzato. Le due si misero così ad ancheggiare in una danza che più che
a un ballo somigliava al colmare d’affetto una troppo prolungata assenza. Spensierate e gaie iniziarono a raccontarsi degli ultimi mesi, finchè il padre non
reclamò un caldo abbraccio. Il giovane sedette con gli uomini a bere. La ragazza invece si intrattenne a lungo con la locandiera. Non si vedevano da tempo, e
Benedetta voleva sapere tutto degli studi e dell’amore. Lobella cercò di non disturbarle, ma qualcosa la induceva a porsi domande sull’insolito comportamento
dell’unico altro cliente della locanda. Non era semplice curiosità la sua, ma che altro allora!? <Benedetta… tesoro, scusate. Benedetta, che puoi dirmi dell’uomo
che alloggia qui? Come si è registrato? Da dove viene?> pareva scossa. <Che ne pensate? …credo di averlo già visto, non so dove. Parlandogli mi ha dato come
l’impressione che desse importanza unicamente al tovagliolo che cercava di nascondere>. Benedetta sobbalzò ‘‘Sento parlare di nuovo di un tovagliolo, come la
volta del camionista… Un forestiero allora me ne rovinò uno. Lo prese la Policja, ma lo fotografai col telefono per farmelo ripagare se fosse mai tornato. Ecco.
Guardate’’. La figlia di Lobella <Io so cos’è, è latino… PICTA significa quadro>. A Lobella sovvenne qualcosa. Impietrì. <Ricordate quando andammo tutti
insieme a visitare Parco Lazienki… stavano ristrutturando il Palazzo sull’Acqua, e avevano spostato le opere nella Casa Bianca. Lì vedemmo un quadro
ottocentesco…>. <Calmati mamma, mi spaventi…>. ‘‘Lobella, amica mia…’’ cercò di sfiorarle il braccio, Benedetta, per tranquillizzarla. Gli occhi sgranati tra
i capelli scuri <…l’avambraccio. Nel quadro l’angelo di Lucifero sembrava ridere dei ratti che gli rosicavano le carni…>. ‘‘Lobella, cara…’’ la locandiera
visibilmente preoccupata. <E dimmi, che nome ti ha dato quando è arrivato…>. ‘‘Vediamo. Samael… aspetta, Samael Propinquus. Pare greco…’’.
<So anche questo…> la ragazza tentennando <…anche questo è latino, vuol dire… vicino…>. Un urlo inumano fece correre le tre donne e i commensali al piano
rialzato dove vi era la stanza dell’anziano ammalato ‘Padre…’. ‘‘E’ tornata la febbre?’’ chiese angustiata Benedetta. <<Taglia con le forbici / quando giunge il
momento / di arrestare la vita. / La tela si scinge al vento. /Uno due e tre Esperidi / Atropo decide quando morire>>.
Un colpo di tosse. E spirò.
Per questo motivo, l'accantonamento compulsivo delle scatolette di tonno scadute da più di tre anni con rare tracce di ruggine, configura una sorta di cerchiobottismo luciferino tardo barocco non esente, però da una triangolazione sistematica dei quadrati costruiti sui cateteri, con relative ricadute sui raccoglitori precari di pomodori soggetti al più bieco e devastante caporalato pseudo mafioso.
Dunque, considerando la carica protonica proveniente dai profumi del lardo di Colonnata prodotto illegalmente da un lontano cugino di Matteo Renzi, si evince che ,
inesorabilmente, la produzione e la vendita di Chanel n.5 tarocco nei mercatini rionali della Vucciria, precipita in caduta libera con conseguenze catastrofiche nella sudorazione compulsiva degli scaricatori di porto del sud del Mediterraneo con indice barometrico di umidità del 50%.....
Si, ..ma poi, alla fine... chi se ne fregaaaa !!
Caput primum
Il cippo fuori Varsavia e la comparsa di Samael Propinquus
Con l’alba di un altro due di novembre una fitta coltre di nebbia investì il vetro anteriore dell’autoarticolato amaranto che percorreva la statale oramai da una
buona mezz’ora, costretto alla deviazione da un brutto incidente nel quale al ragazzotto alla guida parve fosse coinvolta sola una Volga nera. Forse un prete, o ciò
che ne restava pace all’anima sua, alla guida. Ma avrebbe giurato di aver visto una suora nel cartoccio del lato passeggero.
Allan17 amava il profumo di cannella e zenzero di Varsavia a quest’ora del mattino, ma anche per un omone giulivo di centottanta chili un sudario sul parabrezza
era motivo per perdere il sorriso. Procedeva quasi a passo d’uomo da un po’ con il finestrino abbassato che invitava l’aria pungente a schiaffeggiargli il viso così
da rimanere sveglio, quando sul bordo della strada gli sembrò di scorgere una figura vermiglia. Pensò a un fantasma, e scoppiò in una risata sonora e prolungata.
Appena il tempo di ricomporsi, e frenò bruscamente. E se qualcuno avesse bisogno di aiuto in quella landa pallida e desolata… Sembravano dire i suoi occhi
straniti. Il tir aveva appena smesso di ancheggiare, che si sentì ringraziare “Vado solo poco più avanti, ma fa tanto freddo stamattina. Mi chiamo Adamantina,
e tu? “. <Allan17> in uno spiffero di voce. Ma che nome è da dire a una signora, pensò subito. Edgar non gli era mai piaciuto. Spolverò il sedile con la mano per
lasciarla salire, e vedendosi le dita così tozze la spostò subito portandola sulla fronte, come per non farle male. Quasi a spolverare i suoi pensieri. Doveva solo
guidare in fondo… Lei era così strana con l’asciugamano sulla testa, vestita leggera per quella stagione. E così stranamente donna per uno come lui.
“Scendo qui”. Dopo così poco… Aveva fatto in tempo solo a chiudere il finestrino perché non sentisse troppo freddo. “Grazie Allan17”. Sorrise. E si diradò
come la nebbia davanti all’autoarticolato. Era appena ripartito con ancora quel profumo di miele in cabina, quando si accorse di un fazzoletto candido accanto
alla portiera. Doveva esserle caduto scendendo… Fermò il bestione amaranto. La strada era ad appena due corsie, così mise gli indicatori di posizione e si
incamminò. La mattina ora quasi tersa permetteva di vedere a qualche metro, ma non c’era nessuno. Né case. Eppure era scesa lì, ne era sicuro. Era riuscito a
vedere solo il cippo del chilometro 13. Solo un camposanto. Dal fazzoletto che stringeva appena per non rovinarlo poteva sentire il miele…
Lo stesso profumo lo attirava inspiegabilmente a entrare. Qualcosa come un presentimento lo fece fermare proprio lì. Tra le erbacce si intravedeva una vecchia
lapide. Spostò i rovi graffiandosi solo un po’ e lesse Adamantina… E una foto sbiadita sotto il muschio. La sua Adamantina. Gli cadde il fazzoletto.
Corse quasi, per quanto possa affrettarsi un uomo della sua mole. Tornò al camion e ripartì, rifiutandosi di pensare. Guidava da qualche chilometro quando una
locanda con un enorme spiazzo apparve dopo campi e solo campi di zenzero. Gli sembrò la soluzione a tutto: caffè macchiato caldo e croissant erano quanto di
più concreto potesse desiderare dopo… <Dopo niente…> si disse <non è successo niente>. All’interno un signore elegante e un artigiano chiacchieravano con un
prete, e una suora faceva apprezzamenti sulle nuove tazze che una donna dietro il bancone toglieva dalla scatola. E un anziano le dormiva accanto sulla sedia.
Edgar ordinò e si sedette all’angolo davanti alla finestra. Nel tavolo dirimpetto un uomo. Non aveva ancora affondato i denti nella marmellata quando guardò
fuori. Trasalì. Nel parcheggio una Volga nera sembrava osservarlo. Cercò di non farci caso e iniziò a sorseggiare il caffè. E si mise ad ascoltare i discorsi degli
avventori. Parlavano di una donna che voleva mantenere perfetti i suoi capelli anche durante la notte, e della prossima apertura di un parrucchiere. “Proprio lui,
pensa che era sua zia…” diceva uno. “Ma in via Albatros dove lei aveva l’appartamento!?” chiedeva l’altro. “Sì, sì” ancora quello “E’ un peccato però, era una
bellissima ragazza. A volte la vedevo qui alla locanda, prendeva sempre un cappuccino. Dicono che una sera cosparse i capelli di miele e li lasciò avvolti in un
asciugamano. Il giorno successivo non si svegliò più. Chi la rinvenì tolse l’asciugamano e vi trovò un nido di ratti intento a mangiarle la testa”.
La marmellata che era come se sapesse di miele gli si mise di traverso e per poco non lo strozzò. Edgar uscì senza prendere il resto. Aveva i brividi.
I giorni a venire furono caotici. Un continuo andirivieni di auto azzurre e bianche tra il chilometro 13 e la locanda Della Cannella. La Policja mise sotto sopra il
tir e interrogò ogni persona residente nella zona o anche solo di passaggio. L’anziano replicava alle domande “Che Dio lo assista”, e la bionda affittacamere non
aveva ricordo che di un caffè macchiato caldo e del tovagliolo che un forestiero le aveva rovinato scrivendoci sopra qualcosa. PICTA. Lo mostrò agli agenti che
chiesero chi altro ci fosse quella mattina nella locanda, e fuori. I quattro confermarono di non aver visto nessun altro, oltre loro stessi e il grosso autoarticolato.
E il camionista di cui non si seppe più nulla.
Sul sedile del passeggero ondeggiava appena un fazzoletto dal profumo di miele.
Checché se ne dica, è pacifico che la correlazione del reflusso gastroesofageo dei mufloni delle Madonie clonati clandestinamente, con la stipsi ostinata del gallo cedrone del vicentino dopo una notte di sesso selvaggio, si evidenzia evidentemente in una sorta di simbiosi coeticostereoidea tipica dei dromedari sahariani durante il Camel trophy.
In conclusione: tanto va la gatta al lardo che una rondine non fa primavera mentre c è il rosso di sera e i topi ballano perché è meglio un uovo oggi di un cavallo che campa perché l'erba del vicino non porta pena e ognuno ha la sua croce mentre piove sul bagnato quando ogni lasciata è persa e il lupo perde il pelo andando con lo zoppo e col diavolo che fa le pentole ma non ha i denti e morto un papà tutti i cocci sono suoi... buonanotte...!
Lo affrontai facendogli fare una figura da fesso mostrandogli una foto mentre faceva il figurante in un film di Fassbinder vestito da femminuccia con un fiocco fucsia durante la fiera della faraona di Fiesole nel giorno di San Faustino insieme ai frati francescani giunti da Fossombrone con un furgone Fiat color fico fiorone.
Gli feci una faccia come il figlio di Frankenstein, gli fratturai un femore e poi lo caricai in fretta e furia sulla mia Ford Fiesta portandolo al Fatebenefratelli ridotto come un fantoccio.
Poi, fiero del fatto, e affamato come un ferrotramviere dopo la cinquantesima fermata, mi fiondai in un fast-food abbuffandomi di fritto misto, una favolosa fiorentina coi fiocchi, formaggi di fossa, flan ai funghi finferli, frollini ai frutti di bosco e frizzantino friulano fresco di cantina.
Che fatica ragazzi !!

