Alcune vite fa scrissi due poesie sul Natale. “La leggenda del giocoliere” dove un poveromo, capace ancora di accorgersi di un fiore cresciuto in un tombino di scolo, portò in dono al bambinello l’unica cosa che sapeva fare. Volteggi e palle colorate. Come quelle di vetro, plexiglass o plasticaccia, conta poco, che addobbano l’albero d’ognuno accanto alla porta.
Anche se so bene che il vinaio del presepe vi vede che nella parte dietro mettete meno palline.
Potrei dirvi che nello scatolone le statuine è come se prendessero vita per passare l’anno a intrecciarvi le lucine. O che ogni volta mi addormento quando tirate fuori le pecorelle una ad una.
Chi sono io? Sono stato in presepi dove c’erano troppe pecore, ma nessuna voglia di toglierle. Così qualcuno ci metteva un lupo.
Potrei raccontarvi di come Giuseppe, oppresso dallo scenario nel quale viviamo, ieri se ne sia andato a comprare le sigarette e non sia ancora tornato…
O dei pecorai in fila con gli smartphone in mano per farsi a turno un selfie con i Magi.
E chi è lei che ancora apprezza incenso e mirra, e non si aspetta uno chalet di montagna a Natale e un brillocco sotto al vischio, a cui rivolgo questi auguri?
Io sono il pastorello che dorme beato e che si immagina il presepe sognando. E se Babbo Natale mi ha insegnato qualcosa, è che se ti presenti solo una volta l’anno tutti sono felici di vederti.
Già, quasi dimenticavo… la seconda poesia. “Il bambino cieco di Betlemme” quella notte in cui tutto correva verso un’unica mangiatoia seguì il suono forte delle campane delle greggi fin sotto la cometa, che splendeva come oggi a metà mese la spia della benzina.
Qualcuno a mezzanotte anche stanotte che è Natale farà gli auguri ai cigli delle porte e brinderà con l’ultimo cappone, senza piume ma che almeno attraversa sulle strisce, davanti all’albero di qualcuno con le campanelle.
Lei è la mia amica di penna. Nel suo presepe, Maria fa le pernacchie sul pancino a Gesù e le sue risate si sentono in tutto il mondo.

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Profilo Autore: Mirko D. Mastro  

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Papà si chiamava Domenico. Papà condivideva le giornate oramai da degli anni con una lesione al tendine del braccio che gli tarpava le ali. Un dolore divenuto lancinante, come se qualcosa si lacerasse… quando se ne andò.
Il sole che scalfisce la sua lapide oggi pare un fiore dai grandi capolini giallo aranciati con i petali spettinati.
Quando toccherà a me lo farò in una nota calante, con l’odore di pioggia e foglie gialle delle caldarroste che impregna le narici. E gli occhi stanchi, e saturi di parole.
Se sarai, come fai sempre quando non ci sono allo scrittoio, figliolo… alza la carta carbone. Non mi arrabbierò, e riscrivi con il tuo rispetto quell’unica frase sottolineata. Leggerai senza comprendere, e senza comprendere cercando di pulirti dalla guancia una macchia privata obbedirai a tuo padre. Aspetterai che asciughi, e che i cuori sulla soglia entrino come un torrente tumido a rincorrersi con le anime felici, chiudendo la porta e restandoci per sempre. Guardandoti il palmo attenderai che anche il tuo ritorni a battere come si deve. E scriverai…
Ricorda che siamo gente semplice che per arrivare a fine mese lavora e prega, e…
Scrivila adesso quella frase.

… Il suo cuore rileggeva sempre lo stesso capoverso.

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Profilo Autore: Mirko D. Mastro  

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L’aria fredda che arrivava dalla gola tra i monti lo sorprese mentre si avviava alla fermata dell’autobus che lo avrebbe portato in stazione. Sollevò il corto colletto del giubbotto nella speranza  di proteggersi il collo, ma non ottenne il risultato sperato. Ieri aveva goduto di una piacevole giornata di sole che lo aveva convinto di indossare quel giubbotto primaverile e oggi, nella fretta di uscire di casa, lo aveva staccato dall’appendiabiti dell’ingresso con noncuranza. La cartella batteva sulla coscia sinistra mentre affrettava il passo, quasi come un pendolo che scandisce le ore, ma nella sua mente rigurgitava costantemente il pensiero del la ragazza che vedeva da lontano e sapeva di amare. Non aveva ancora avuto il coraggio di fermarla, di parlarle, di presentarsi, ma poi questa mattina si era fatto forza, spinto dai sentimenti  e dall’attrazione fisica che lo consumava. Lei era alla fermata, un’apparizione celestiale! Le si avvicinò.

-Ciao…scusami…io sono Stefano. Non voglio importunarti, ma vorrei conoscerti… e invitarti… a fare una passeggiata.

Lei lo fissò con i suoi occhi di cielo, come quando è sgombro dalle nuvole ed è di un azzurro intenso. Stefano ritirò la mano che le aveva teso, provando un senso d’imbarazzo nel capire che lei era rimasta immobile e indifferente.

-Sei un bastardo…sei un gran bastardo! Pensi che io sia così ingenua dal crederti? Tu hai volgari intenzioni, sei un disgustoso bastardo!

Poi girò le spalle e se ne andò,  non senza volgere più volte lo sguardo irato verso l’allibito ragazzo.

Stefano, confuso,  si ripeteva  quel terribile aggettivo che rimbombava nella mente. Era rimasto immobile e impietrito. Lei ormai era lontana, un miraggio nel deserto… Poi  si riscosse all’improvviso, quando giunse alle sue orecchie l’urlo sguaiato di un ragazzino che gli gridava a brevi, aggressivi intervalli : -Bastardo! bastardo! bastardo! Sei un gran bastardo!!!

Aveva sentito la risposta della ragazza, mettendo in atto il suo piano criminale. Poi, soddisfatto, si allontanò e riprese la sua corsa in bicicletta. Stefano si ripeteva che era un bastardo e si convinse d’essere un bastardo.
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Profilo Autore: Libero  

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Ho stretto un patto con la morte. Lei viene quando ne ha voglia con delle richieste quanto meno bizzarre che io non devo fare altro che assecondare. Qual è la mia parte in questo accordo bislacco?
Ho i capelli tanto corti… e il cancro.
La prima volta che è venuta a trovarmi, da oltre il crinale avevo deciso di scendere in paese per far scorta di cibo e bevande. A ripensarci, con la mia andatura dinoccolata parevo un omino di pan di zenzero che si strofinava a grandi passi alle foglie di marasca. E a grandi morsi trangugiavo amaretti uno via l’altro, annusando inebriata l’incarto. Una bambina vestita di bianco, seduta su di un tronco muschioso <Ciao signora… mi piacciono tanto gli amaretti >. “Ciao, prendine uno” io, cercando di scantonare. <Signora, me ne dai un altro?>. Bloccandomi, visibilmente contrariata “Tienili pure, ma ora torna a casa”. Già ripartita, e di spalle <Grazie. Devo dirti ancora una cosa…  Domani mattina il tuo buongiorno avrà il sapore di un bacio freddo all’angolo delle labbra>.
Con le gambe impietrite e il cuore di corsa guardai al cielo, e poi di nuovo il tronco. Nessuno oltre me. L’avevo sognata!?
Oggi ho uno scialle di lana grossa, e c’è quell’aria immobile di quando sta per nevicare. E continuo a pensare a quando da bambina mettevo un maglione che mi arrivava alle ginocchia, come a coprire anche il futuro.
L’ultima volta mi ha fatto visita al tramonto… uno di quei tramonti che tutti si fermano a guardare.
Una vecchina lavorava a maglia sulla sedia a dondolo della cucina. Composta. Percepivo il tempo scorrere appeso ai ferri.
Quando tornerà le darò uno di quei cappelli che lasciano scoperti solo gli occhi, che le ho cucito.
E le dirò che sono stanca.

In questo volo senza pilota Mariangela lascia tre figli. La più piccola… adora il pan di zenzero.

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Profilo Autore: Mirko D. Mastro  

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C' era una volta Babbo Natale.

Non era il solito babbo con la barba bianca e incolta, ma una bellissima donna vestita di rosso, con in testa un buffo cappello con il pon pon.

Si aggirava per i centri commerciali, per le fiere e i mercatini.

Aveva con sé un grande sacco con dentro incartati tantissimi regali, non solo per i bambini, ma per tutti.

Piccoli, giovani, nonni, la osservavano e si avvicinavano a lei con fare sicuro, nel suo angolino, dove stava seduta su una sedia tutta addobbata.

Ciò che essa aveva di bello, erano i suoi occhi profondi, sempre pronti a guardare con luce il prossimo.

Il suo sorriso e le sue parole toccavano il cuore.

Donava regali, insieme ad abbracci che non mancavano mai, a tantissime persone che rimanevano incantate da tanta bontà. 

Era proprio speciale, gentile come pochi.

Un giorno che sembrava essere come tanti, un bimbo si avvicinò a lei e le disse: <<Babbo Natale oggi sei triste, esprimi un desiderio e io lo realizzerò.>>

La donna ascoltò il bambino, chiuse gli occhi e pensò alla sua famiglia, quanto avrebbe voluto averla vicina.

Diede un bacetto al piccolo, consegnandoli il regalo, infine guardò l' orologio al polso e vide che erano le 21.00.

Si avviò verso la macchina, dopo aver controllato di aver svuotato tutto il sacco a fondo.

Il centro commerciale stava per chiudere e doveva tornare a casa.

Si fece una doccia veloce, cenò e verso le 23.30 si addormentò stanca nel suo grande letto. 

L' indomani, avvolta ancora dal suo pigiamone, sentì il campanello suonare. 

Si mise un accappatoio, pensando che fossero venuti a trovarla dei piccoli bambini, in cerca di caramelle e leccornie e con grande sorpresa, vide dietro la porta, gli occhi felici

delle sue figlie. 

Con profonda gioia e affetto le abbracciò.

Dopo tanto tempo le aveva davanti a sé. 

Finalmente era arrivato anche per lei il Natale!

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Profilo Autore: Passione infinita  

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“Robi… Dai Robi, scendi. Mamma mi ha dato la Girella. Una anche per te. Dopo, quando inizia Bim Bum Bam sai che mi tocca salire… poi inizia a far freddo e buio, e la mamma mi tiene in casa”.
Sonnecchiavo nel balcone, sulle mie foto delle elementari con gli occhi di oggi… sembravamo dei bambini poveri. E Roberto arrivava, con le solite ginocchia bucate.
“Robi, hai rotto i pantaloni della tuta!”.  E quello <No, tranquillo. Mia madre dice che tanto li romperò anche domani. E poi, sono quelli che mi ha passato mio fratello…>.
Andavamo sui pattini a quattro ruote col freno a tampone. Questo sarebbe dovuto servire a fermarci rapidamente, premendo solo la punta del pattino contro l’asfalto. Ma contro l’asfalto ci finivano le ginocchia, e se avevi fortuna le mani al posto della faccia.
Il salario di papà ci permetteva di stare bene, ma non capivo perché non mi comprasse la bicicletta.
Roberto aveva una Saltafoss con le fiamme.
Robi, me la fai provare… solo una volta, per favore”.  <Fossi matto, chi la sente poi mamma… Guarda che fiamme! Oggi sono più grandi, vero?>. Roberto girava per il cortile sul suo bolide rosso, e io lo seguivo con la mia macchinina a pedali con l’adesivo di Batman che mi aveva appiccicato papà una domenica. Ma non ero triste.
Divenni triste invece un pomeriggio che faceva freddo, ed era quasi buio. Il cancello del cortile si stava aprendo, e Roberto pensò di sgommare sul binario. Quello del quinto piano che aveva da poco preso la patente entrò anche lui sgommando, e l’indomani Robi non scese.
Mi spiegarono mamma e papà, non so cosa capii. Forse pensai che la sua famiglia si fosse trasferita.
Ma mi domandavo dove fosse finita la bici con le fiamme.
Una sera papà guardava il telegiornale su Telemontecarlo sullo schermo a tubo catodico della nostra Brionvega che funzionava quasi sempre, basta che non la si toccasse. Proprio mentre va la pubblicità di una Saltafoss con le fiamme come quella di Roberto, la TV si mette a trasmettere soltanto bianco. Papà si alza, preme con le dita un punto in alto, alla sinistra dello schermo, e tutto torna normale. Tranne che la bicicletta non c’è più…

<<A cosa pensi? Che fai con quelle vecchie foto… e perché hai messo l’antologia tra le mie piantine aromatiche?>>. Mia moglie, è uscita a buttare l’incarto di una specie di Girella che ha cambiato nome. “Riflettevo sulla nuova scrittura creativa, Se tu fossi un bambino cosa ci racconteresti…?”. <<Sei strano. La cena è quasi pronta, vieni>> appoggiandomi una carezza sulla testa. “Arrivo”, sorrido. E prima di rientrare penso solo per un momento a Robi… lui non è più arrivato.

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Profilo Autore: Mirko D. Mastro  

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Pomposamente paludato come Madame Pompadour prima della presa della pastiglia per la pressione, mi proposi di passare un periodo di pausa dalle mie preoccupazioni partecipando ad un corso di Pilates presso la palestra "Las pelotas" di un certo peruviano di nome Pablito, particolarmente patito per i peoci cotti in pentola a pressione, senza polifosfati e olio di palma.
Mi rinforzai così i polpacci e i pettorali provando, in parallelo, una dieta sperimentale a base di proteine del Prof. Pierre De Porkis della Normale di Pisa, comprendente piatti di petto di pollo con patate alla paprika e pomodoro pachino, polipo del Peloponneso con purè di porcini, cotto in pirofila Pirex con petali di papavero della Provenza, plum-cake alla papaya e, per finire, pesche al Passito di Pantelleria con polvere di pistacchio e semi di popone passati in padella.
Ne uscii più prestante di una praticante di pole-dance tanto che mi proposero un provino per partecipare come protagonista al Musical "Papaveri e Papere" presso i prestigiosi studi della Paramount Pictures. Mi presero subito dopo  aver visto le mie performances e, per di più, vinsi anche il prestigioso premio "Pulitziot" per le migliori pulizie del palcoscenico dopo lo spettacolo.
Gasato come Pavarotti alla prima della Scala,
mandai un post ad una prosperosa parrucchiera con le poppe a pera invitandola ad un party in piscina particolarmente piccante, la quale, dopo nove mesi, purtroppo, partorì, rendendomi papà di un paio di paffuti gemelli che chiamai uno Pinco e l'altro Pallino... che pirla sono stato...potevo usare il preservativo ... pazienza !!

 

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Profilo Autore: Ferruccio Frontini  

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Aspetto Elena.
Non so più da che parte deve arrivare.
Sono due ore che l’aspetto, che aspetto lei e un tizio.

Poi- chiuso, abbiamo detto.
E’ stato tanto tempo fa.

E’ tardi.
A tratti mi appisolo,
chiudo gli occhi dietro gli occhiali scuri.

La risata di una ragazza mi riporta nel bar
e non so più se è giorno se è notte,
dove sono, che aspetto.
Aspetto Elena, ecco, un dolore qui nel petto
me l’ha fatto ricordare.

Guardo la mia faccia riflessa negli specchi del locale,
cerco di raddrizzarmi.
Lancio un’occhiata anche al barista: parla all'orecchio di una fighetta del negozio accanto.
Ho un sorriso per loro, mi s’incolla sul viso come un ghigno,
è invidia, nostalgia,
il ricordo di una vita che non m’interessa,
che non sarei più in grado di sostenere.

Finalmente almeno il tipo arriva.
Si siede, faccia stravolta, borbotta qualcosa.
C’è uno scambio veloce, mi infila un qualcosa nel taschino
sparisce in un baleno.
Mi tasto la giacca per controllare, fosse stata una visione!

Ora schizzo fuori come un fulmine,
con Elena senza Elena, non importa,
l’importante è finire, chi l’ha detto? Non ricordo …
Mi guardo intorno .
Una morsa improvvisa allo stomaco, traballo
giro gli occhi alla ricerca del cesso,
devo vomitare sciacquarmi il viso
e uscire da quest’inferno.
Ma non ne usciremo Elena, non ne usciremo…

- Elena, ho passato una giornata di merda oggi in quel bar-
Lei mi accalappia con la sua sciarpa azzurra e sorride come nella pubblicità.
- Elena, stringimi, ti prego, senti il mio cuore come batte?
Baciami, Elena, facciamo l‘amore come un tempo, Elena, Elena…-


Lontano qualcuno sta buttando giù la porta del bagno.

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Profilo Autore: Tea  

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Vi siete mai domandati perché, di tutti i morti che ci sono stati nel mondo, nessuno è mai tornato indietro? Forse perché stanno tutti talmente bene nell'aldilà che, se la voce si spargesse, si suiciderebbe in massa tutto il genere umano.
D'altra parte, a ben pensarci, cosa c'è di meglio della morte?: una condizione di pace assoluta; nessun rompimento di scatole
(Tasse, malattie, isis, Equitalia, demenza senile, vitalizi d'oro, alluce valgo ecc........)
E poi, vuoi mettere il vantaggio che
la situazione è eterna e le rogne rimangono tutte a carico dei
sopravvissuti.
Si scatenerebbero anche campagne pubblicitarie per suicidi assistiti con tutti i generi di sistemi per farla finita!, per esempio; volo a corpo morto con paracadute difettoso, salto ad angelo dalle cascate del Niagara, annegamento in vasca idromassaggio Jacuzzi con vapori di acido cianidrico, scontro contro un pilone a 200 all'ora in Rolls Royce ecc...questo, ovviamente, per le classi più abbienti.
Per le classi più povere i metodi cambiano; si va dall'ingestione tout court di un flacone intero di Niagara per lavandini , allo schiacciamento da parte di un camion che trasporta
rifiuti tossici, dall'overdose di merendine scadute del Mulino bianco (con buona pace di Antonio Banderas), alla classica caduta del fon nella vasca da bagno e così via.
Per i più diseredati ci sarebbe sempre la possibilità del tre per due e soluzioni di suicidio assistito per famiglie numerose comprensivo di cremazione in forno per pizze nel giorno di chiusura!
Per i più snob le soluzioni sono decisamente più sofisticate:
morte lenta con Vergine di Norimberga, asfissia tra le spire di anaconda del Rio delle Amazzoni,
sfracellamento con selfie dai faraglioni di Capri, infilzamento in diretta streaming da parte di pesce
spada delle Galapagos ed inoltre,
soffocamento con ripresa in 3D con ingestione di pregiatissimo tartufo d'Alba del peso di due etti!
Per finire bisognerebbe ribaltare un famoso detto latino in ;
Mors mea, vita tua.....tiè...
Amen....

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Profilo Autore: Ferruccio Frontini  

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La terza stanza

Tra le persiane accostate il temporale stanotte ha qualcosa di sinistro. E’ come se nell’intervallo tra un tuono e l’altro il riverbero sulle pareti mormorasse “Nel quadro fuori dalla finestra… osserva l’idea della verità per mezzo del falso”. Forse non è che nella mia penna… E di nuovo quel sussurro “L’aria che si vede in quel quadro non è respirabile”.
Ma torniamo a Christopher. L’avevamo lasciato appeso tra i salici come uno straccio sgocciolante, con la schiena appoggiata alla ruota della Volga a noleggio, piangente dalla fronte. 
<Che ti è successo, forestiero!? Credo tu abbia corso più di quanto il tuo angelo custode possa volare…> un uomo in livrea, nell’onnipotenza frivola di aver stroncato un volo. <Sembri stordito come questa farfalla…> mostrandogli soltanto quel po’ di colore che resta sulle dita <…una facile preda. Mi chiamo Eadweard e sono il custode del Palazzo sull’Acqua, cosa ti porta qui? Qual è il tuo nome?>. <<Il marito di Lobella…>> Christopher custodendo la sua eccitazione, sottovoce
<<incredibile, nel manoscritto c’è anche una sorta di vero storico>>. <Mi sembri frastornato forestiero. Facciamo così, ti porto con me alla locanda dove alloggio con mia moglie. Sai perché faccio questo lavoro? Quando ti toccano le mani giuste capisci che del tuo corpo non ne sei il padrone, ma solo il custode. Mia moglie è il mio angelo… suona libero, ma non risponde. Poco importa, le spiegherò una volta arrivati>. Nascondendo ancora quell’eccitazione che diveniva via via sempre più incontenibile, i pensieri di Christopher non gli permettevano di sentire il suo logorroico compagno di viaggio <<Ecco il km 13… non ho visto il camposanto. I campi di zenzero. Ed ecco l’enorme spiazzo, e la locanda. E c’è anche là in fondo quel che rimane di un autoarticolato>>. Non stava più nella pelle <<Certo, ferraglia e ruggine… ma pur sempre il tir di Allan17>>. <Ehi forestiero, siamo arrivati… sai che non so ancora come ti chiami?>.<<Christopher, signore>> la voce gli si faceva pian piano meno esitante. <<Mi scusi, le devo essere sembrato quanto meno strano>>. <Non importa Christopher, siamo tutti un po’ strani. Vieni, ci racconterai dopo. Ora ci rifocilleremo con la famosa zuppa di Grace>. L’agente letterario tentennò, deluso. E la sua esitazione crebbe nel varcare la soglia. L’insegna diceva Locanda da Benedetta. ‘Eadweard, già qui? Hai finito presto oggi. Ma sei in compagnia. Un tuo collega? Ben arrivato. Piacere, Grace. Zuppa per entrambi?’. <<No… cioè, sì la zuppa. Ma lei signora dovrebbe essere Benedetta…>>.  ‘Benedetta… la conosceva!? Cosa dico… lei è troppo giovane! Benedetta era la mia bisnonna. L’insegna è per ricordarla. Accomodatevi’. Ed ecco giungere dal piano rialzato la moglie di Eadweard  –Ciao caro, perché non mi hai detto che avresti portato un amico?-. <A dire il vero ci ho provato, ahahaha>. –Non fa nulla, buongiorno…-. << Christopher, il mio nome è Christopher signora Lobella>>. <Ma che dici… devo ammetterlo, sei quanto meno strano. Lei è il mio angelo, Dortmanna>.
–Perché mi ha chiamata così, Christopher!? Era il nome della mia 
cara nonna…-. <<Chiedo scusa a lei e a suo marito, signora. Mi sento un po’ confuso per via del lungo viaggio>>. –Non si preoccupi. Da dove viene, se posso chiederlo?- e intanto, spingendo con la mano dal braccio il marito verso la tavola apparecchiata per il pranzo, la donna cercava di uscire da quel momento di imbarazzo. <<Da Edimburgo. Aveva ragione Eadweard, questa zuppa è superlativa. Sono un agente letterario>>. <Ahahaha. Io un custode, e tu un agente. Ahahaha>.
-Eadweard, ti prego. E’ una professione affascinante. Mi dica, c’è qualche nuovo libro da non perdere?-. <<Bè, ci sarebbe un manoscritto. Sono venuto qui per parlare con l’autore>>. –Ah, è di queste parti?-. <<Sì, credo di sì. Ora… vi ringrazio per la bella compagnia, ma ho bisogno di dormire>>. –Stia tranquillo, Grace le darà una camera per la notte. Grace, cara…-.
Dal capanno retrostante la locanda,  dove Eadweard era solito recarsi a fumare, ondeggiava appena una vecchia insegna Locanda Della Cannella. L’uomo, mormorando qualcosa <Pe fende, veniet ad me>, attendeva con fare sottomesso. All’improvviso, dall’oscillare ora più deciso dell’insegna, come se sussurrasse “Non bisogna giudicare Dio da questo mondo, perché è soltanto uno schizzo che gli è riuscito male”. <Maligno, ti ho invocato per…>. “Preferisco le anime degli uomini che le cattedrali, perché negli occhi degli uomini c’è qualcosa che non c’è nelle cattedrali. Per quanto maestose e imponenti siano. Lo scozzese non deve trovare il manoscritto originale. Quella notte,
mentre non ti accorgesti che la tua Lobella fingeva di dormire, mi implorasti di darti l’onnipotenza. Adesso… fa ciò che è necessario. Tratto anche anime raggrinzite”.

Il manoscritto sullo scrittoio fa da cuscino al suo creatore, mentre dorme ignaro di tutto. Dorme mentre due mani fanno cigolare i braccioli della sedia all’angolo davanti alla finestra. Una di quelle mani arrotola la manica per non sporcarla di inchiostro, mostrando l’avambraccio tatuato. L’altra prende la penna nella mano assopita SOGNO DI SCRIVERE E POI SCRIVO IL MIO SOGNO.
(Onnipotenza, pag. 32 del tomo)

-il titolo e la CHIUSA sono ispirati a una citazione di Vincent Van Gogh.
 Le parole pronunciate da Lucifero “…” sono tratte da citazioni di Edgar Degas e V. Van Gogh

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