Era sera, quel momento in cui il cielo si fa indaco; l’acqua del fiume scorreva placidamente, come una ninna nanna, come le lacrime di commozione di una madre mentre allatta il figlio.
Adoro quel momento della giornata; un po’ perché la sfacchinata quotidiana è finita ma soprattutto perché so, che a breve, potrò mettermi ad osservare il grande manto, trapuntato di stelle, dove gli occhi si perdono per l’intensità del nero.
Non mi curavo affatto di cosa stesse succedendo intorno; non volevo farmi contaminare dall’ansia, né tantomeno volevo ascoltare gli aggiornamenti, le cronache e quegli odiosi numeri che sapevano di morte.
Ero là, beato, innamorato di quel momento e sapevo che il Cielo non mi avrebbe tradito e mi avrebbe regalato, come ogni giorno, un quadro diverso.
- siamo in un mondo dove si alzano muri
ma esistono esseri minuscoli
in grado di uccidere con un solo starnuto -
*aiutò a far passare il tempo a tanti,
*aiutò a capire cosa stesse succedendo nel mondo,
*aiutò molte persone a capire che quelli che erano dall'altra parte del vetro, nonostante la loro compagnia, non avrebbero mai potuto riempire i vuoti personali.
L’appuntamento è avvenuto stasera nel silenzio di questo bellissimo balcone illuminato dalla stessa luna a falce che qui da me nasconde il suo lato oscuro dietro la collina di Miralta mentre alla foce della Piave dove corre il Sile, caro amico, mi piace pensare ti resti accanto accarezzandoti soltanto, intanto che ti preoccupi di amare “la solitudine della felicità”.
Tra le pagine del tuo nuovo libro ritrovo “ogni passato che hai fatto riposare alle tue spalle”, bevo un bicchiere di vino e so che ne berremo un altro insieme lungo l'asta del fiume. Mi tremeranno le mani per ogni ettolitro (hl!) di vita che divideremo insieme, Michele.
Mi avevi detto qualche tempo fa del libro, le tue parole profumavano di quella felicità… Così dopo un Raboso ti aiuterò a rimanere solo. Ti lascerò al procedere lento e ostinato della vita, e alla tua naturalezza ne ”l’assumere sogni disoccupati”.
Siedo ancora nel balcone su una ballata folk pensando forse di essere altrove, tra poesie e riflessioni in prosa che accarezzano l’una l’anima dell’altra.
Perché sa, signora mia, io sono troppo umile: è questo che mi frega. Me lo dicono tutti, tirale fuori, quando è il caso, ma non ne sono capace. Che ci vuol fare? Sarà una questione di educazione o di geni, ma proprio non ce la faccio a essere maleducata o solo a esprimere il mio pensiero. Perché sa… anch’io penso almeno una volta al giorno, però non mi vanto delle mie profonde riflessioni. Un esempio? Delle riflessioni o della mia umiltà? Sapesse signora, sono talmente umile da avere rifiutato una carriera da cantante… da giovane ero stata scritturata per un ruolo da soprano in un’opera lirica di quelle importanti…mi pare fosse la Traviata, se non ricordo male. Solo a pensare al teatro pieno, agli applausi, ai fiori in camerino, alla fila di corteggiatori… mi sarei sentita fuori posto. Sa anche oggi, quando sfaccendo a casa e canto, sento dei rumori di pentole battute l’una contro l’altra, in segno di approvazione dai condomini. E allora che faccio signora mia? Smetto all’istante, per non dare alimento al mio orgoglio. Anche a letto con mio marito sono l’immagine perfetta dell’umiltà: non mi muovo, nemmeno un verso, un sospiro di piacere. Questione di frigidità? No, signora mia, è che non voglio rubargli la scena, preferisco lasciargli recitare in pace il suo monologo. Anche con l’amante? Quale dei tre? Sa, sono talmente umile che non riesco a dire di no a nessuno. Certo non faccio differenze, solo che l’ultima volta… è una confidenza tra donne, mi raccomando. Allora l’ultima volta ho proprio fatto una fesseria, ho dato appuntamento al solito Motel a due dei miei spasimanti alla stessa ora. Sapesse la vergogna, ma che avrei dovuto fare secondo lei, mandarli in bianco tutti e due? O fare i turni? Ho proposto di fare del sesso di gruppo, ma in umiltà… che vuol dire? Che sono stata in ginocchio tutto il tempo…
E poi signora mia, non sono abituata a dare ordini, ma a ubbidire, anche con i miei figli. L’altro giorno per esempio il più grande mi ha ordinato di andare a malmenare la sua professoressa di lettere, perché aveva avuto l’ardire di mettergli un’insufficienza, nonostante avesse fatto scena muta durante l’interrogazione. Si può, dico io? Vede i miei figli sono tanto educati, se sono interrogati fanno presente all’insegnante di essere preparati, di conoscere alla perfezione l’argomento, ma che per non volersi mostrare troppo intelligenti, preferiscono non rispondere. Una questione di umiltà, insomma. E questa stronza di professoressa che fa? Gli mette un due, che assurdità! Che ho fatto allora? Ho ubbidito… l’insegnante ora è in ospedale con trenta giorni di prognosi. Niente di grave, qualche costola fratturata, il naso rotto, una gamba malconcia…spero abbia imparato la lezione. Di queste cose di solito si occupa mio marito, ma quel giorno era lontano per lavoro e allora è toccato a me difendere l’onore della mia famiglia. Vuole sapere se leggo? Non mi permetterei mai, signora mia. Dickens? David Copperfield? Mai sentiti nominare, mi racconti signora, sono tutta orecchie. Allora se non ho capito male in questo romanzo c’era un tizio, Uriah Heep che faceva sfoggio di umiltà, ma in realtà tramava per impossessarsi dello studio d’avvocato del suo datore di lavoro e per sposarne la figlia. E’ così? Non è che signora mia mi sta dando della bugiarda e della stronza? Come si permette? A me che ho una voce da soprano, che potrei cantare in tutti i teatri del pianeta, che ho un marito e tre amanti che mi adorano, ma come si permette! Sa che le dico? Che lei è un’arrogante, signora mia e che è meglio non parlare con certi esseri inferiori. Tanto non sono in grado di capire una virtù come l’umiltà!
Dunque, ben venga questa forma di sincretismo precolombiano imbastardito da una forma di cerchiobottimo peloso, comunque gradito ad un certo provincialismo periferico acriticamente compromesso con la più becera commiserazione interstiziale, ovviamente connivente col più squallido campanilismo omofobico.
E così, purtroppo, non essendoci più le mezze stagioni e la rondine che fa primavera, senza l'altezza che è mezza bellezza e il mondo che è fatto a scale, c'è chi scende e c è chi sale, meglio un uovo oggi che una gallina che l'indomani al mercato mio padre con due soldi comprò non essendoci ancora il bancomat... ahi ahi ahi..che disdetta, siamo fritti...!!
Purtroppo, pescando nei pressi del porto di Posillipo, dando una pedata ad un pacchetto di patatine Pai sul pontile mi procurai la perforazione del pollice del piede destro perché dentro il pacchetto c'era una palla di piombo con pericolose protuberanze a punta, così finii al Pronto soccorso dove mi fecero una puntura col piramidone e del permanganato di potassio che mi gonfiò parecchio la pancia e, purtroppo, anche le palle ed il pisello.!!
Ero preoccupato per la cosa ma mi tranquillizzarono dicendo che tutto era previsto dal protocollo e che mi sarebbe passato con una
serie di pediluvi alla papaya e della polpa di piranha pretrattata alla polvere pirica e ai peli di puzzola della Pennsylvania presi durante il periodo dell'accoppiamento.
Pallido come un pupazzo di Popeye caduto in una pozzanghera, mi proposi allora di prenotare un periodo di relax presso la pensione "Da Peppino" dove, secondo un passaparola, praticavano una particolare preparazione atletica
al gioco della palla prigioniera che, per una pippa come me, avrebbe procurato una progressione di performances da primato rinforzandomi poderosamente i piedi ,i polpacci e i pettorali !
Pimpante come un pregiudicato evaso da un penitenziario, preso da un poderoso appetito, mi precipitai nella pizzeria "da Pascalone" dove mi pappai una prelibata pizza peperoni, pancetta, pinoli, prugne e pomodoro pachino senza olio di palma, seguita poi da un pasticcio di pesche alla panna e pistilli di primule di Pozzuoli. Così pasciuto mi spaparanzai sulla mia poltrona di piume di pellicano e dopo la lettura di un paio di poesie di Prevert, mi prese una pesantezza di piombo alle palpebre e mi addormentai
placidamente sognando piacevoli momenti con procaci peripatetiche parecchio porcelline in un postribolo sui monti Peloritani ....
.... che pacchia, però .!!
Ripresomi dalla sbornia e baldanzoso come un cane bovaro bernese dopo un buon bagno e una sbobba a base di bovino del basso biellese, mi abbandonai in un bad and breakfast insieme ad una baldracca berlinese con la bocca da batrace del Borneo e una voglia di barbabietola su un lato B da brividi!
Poi, soddisfatto ogni mio bisogno,
preso da debordante bulimia, entrai in una brasserie e mi abbuffai abbondantemente di bocconcini alla bottarga, bruschette di bresaola al burro biologico, braciole di bufalo al basilico di Bordighera, creme brule' e brutti e buoni di Bassano, il tutto innaffiato da un buonissimo Blanc de Blanc barricato di Borgogna col sottofondo delle Mille bolle blu di un vecchio jukebox....
baci ed abbracci !
a quella domanda mi trovai molto imbarazzato non sapevo cosa rispondere
si ero stato sposato, ma poi... tutto finito male. < Sono vedovo Maria,
scusami ma non farmi andare avanti sto facendo questo viaggio
dai suoi occhi scese qualche lacrima, io le presi le mani stringendole forte
Guardandosi allo specchio si rese perfettamente conto del perchè ci stesse mettendo così tanto, in fondo le piccole righe che gli contornavano gli occhi non mentivano più di quanto non facessero tutti i suoi documenti. Non era più abituato, anzi, non ricordava più neppure come si facesse. Ogni piccola e stupida decisione portava via minuti e minuti di tempo e sforzo mentale, e qualunque opzione scelta lasciava dietro di se dei dubbi che lo tormentavano.
Aveva optato per una camicia bianca, una giacca blu notte e dei pantaloni rosso mattone, dopo solo un’ora di riflessione.
Adesso doveva interrogarsi di nuovo, e decidere cosa farne dei suoi capelli. Un altro segno del tempo che è passato, dall’ultimo appuntamento erano diminuiti quei capelli castani, quasi rossicci. Se lo ricordava bene quell’ultimo appuntamento, aveva un’acconciatura da punk rocker, ma con una quantità esagerata di gel e lacca, sembravano fatti di pietra e riflettevano la luce, due cose che lei non mancò di notare, e sulle quali hanno riso su molte volte nel corso degli anni. Decise saggiamente di non replicare, e li pettinò semplicemente verso sinistra.
Mentre pensava a quale profumo mettersi, si rese conto che una cosa, nel tempo, non era cambiata. Quella sensazione di terrore che gli attanagliava il cuore, lo rendeva pesante e talmente caldo da sciogliergli il petto. Terrore dato dal voler fare una buona impressione, dal non mandare tutto a puttane, un po’ perchè lei gli piace, un po’ perchè con le donne è sempre stato pessimo. Aveva un talento naturale nel dire la cosa sbagliata, ad agire come un idiota, a prendere sempre la decisione peggiore. Ne aveva perse tante per colpa della prima impressione, nonostante fosse opinione generale che fosse un bel ragazzo. Con lei, però, non ci era riuscito, nonostante ci avesse provato in tutti i modi a farla scappare come le altre, con lei non c’era riuscito. Ogni suo comportamento goffo, ogni sua impacciataggine, ogni suo argomento fuori luogo, lei rimase lì, avvolta fino al naso nel suo maglione di lana grigo, per chissà quale strano motivo. Ci era rimasta per molto tempo, finchè, come una sigaretta abbandonata sul ciglio di un posacenere, si era spento tutto.
Le loro mattine erano fatte di cuscinate e battaglie di solletico, ma quando quella sigaretta si spense divennero molto diverse, dove nel più totale silenzio uno dei due si alzava e trovava l’altro che aveva già fatto colazione e guardava chissà cosa al cellulare. Entrambi, quando si dissero che non potevano immaginare la proria vita senza l’altro, erano sinceri, ci credevano con ogni fibra del loro essere. Le pagine strappate dei calendari, a poco a poco, non gli fecero dimenticare quella frase, fecero molto di peggio: Gli fecero dimenticare il motivo per la quale era stata pronunciata. Da lì il passo fu breve, diventarono da prima due coinquilini, poi due sconosciuti.
Si ricordò che doveva scegliere il profumo.
Decise di mettersi il profumo che aveva da quando era ragazzo, molto poco convinto che sortisse qualche effetto, ma considerandolo una specie di porta fortuna. Era ormai quasi arrivata l’ora di uscire, non voleva correre il rischio di arrivare in ritardo. Il film cominciava alle 17:30 e aveva deciso di andare in anticipo per prendere i biglietti.
Piove, ma la temperatura di Luglio fa decisamente il suo dovere, la camicia a maniche lunghe e la giacca diventano sempre più pesanti per colpa dell’umidità e del sudore. Ma non diede mai la colpa al caldo, avrebbe sudato anche a petto nudo. Nonostante la paura di fare cazzate ci fosse sempre stata, non aveva mai sudato così tanto. Probabilmente non era pronto a sentirsi di nuovo in quel modo, di aspettare una persona davanti ad un cinema, cercando di fare una buona impressione, scrutando la folla con la speranza di scorgerla, ma anche quella di non vederla, per il puro istinto di rimandare qualunque cosa ci provochi ansia.
Non potè fare a meno di chiedersi se le donne percepissero i primi appuntamenti allo stesso modo, se avessero paura anche loro di fare cavolate, dato che, a suo modo di vedere, in quella strampalata partita a scacchi che è un appuntamento sono le donne a muovere, sono loro che ti giudicano adatto o meno. Inevitabilmente si ritrovò a pensare di nuovo a lei, che per 6 anni era stata accanto a lui dopo che lui aveva provocato i soliti disastri, aveva addirittura centrato la macchina davanti alla sua uscendo dal parcheggio.
Sorrise amaramente, non era molto educato pensare a tutto questo poco prima di un nuovo appuntamento, ma non potè farne a meno. Si chiese come avessero fatto ad abituarsi talmente tanto l’uno all’altra da non riconoscersi, quando aveva smesso di chiederle come fosse andata la sua giornata, in quale momento lei le aveva stancamente fatto domande sullo sport soltanto per sentirlo parlare.
La scorse in mezzo alle persone che arrivavano, doveva essere uscita di casa quando non pioveva ancora, dato che indossava un vestito leggerissimo, giallo, senza spalline. La pioggia se l’era presa con i suoi capelli, che aderivano alla sua testa e alla sua nuca. Anche lei lo vide, e cominciò ad avvicinarsi.
Mentre si avvicinava il sentimento che lo logorava da tutto il giorno diventava man mano più opprimente, il cuore voleva soltanto uscire e sfogarsi con un sacco da pugile, tanto martellava forte. Non era sicuro che sarebbe anche solo riuscito a salutarla.
E mentre era in balia totale dei suoi pensieri lei si avvicinava, e ad ogni passo lei cambiava. Un passo verso di lui ed aveva i capelli asciutti. Un’altro passo e si erano allungati. Ancora più vicina, le piccole rughe intorno agli occhi erano sparite. Più vicina, adesso portava un berretto ed aveva le orecchie rosse per il freddo. Era quasi arrivata, ed indossava un maglione grigio.
Quando fu davanti a lui, e lo guardò con quei suoi dolcissimi occhioni scuri, con un sorriso imbarazzato che non le vedeva addosso da molto tempo, riuscì a trovare il fiato per salutarla:
“Ciao sconosciuta”.
Perchè in fondo, quando una sigaretta si spegne, prima che muoia, la sua brace è sufficiente per accenderne una nuova, e continuare a fumare, ricominciando da zero.






