davanti una bara affatto intristiti,
operan con le lor mani esperte,
attorno gente in lacrime inerte.
circumnavigan l'esagonal legno,
con arnese che lascia il segno,
infuocata è la sua gittata,
la cassa zincata vien sigillata.
attoniti si assiste a ciò che accade,
tutto intorno il gelo cade,
di un tratto una persona cara,
cade in un ricordo chiuso in una bara.
l'atto si è tristemente compiuto,
un ultimo segno di croce è dovuto.
un altro uomo ha conosciuto il creatore.
pensi a quante saran ancor le tue ore.
Il mondo è volontà e rappresentazione
dicono; “da casa mia cosa vuoi sapere?”
Dicono lavora ma a che pro l’azione?
Mi chiedo se valga la pena per vedere.
Un ritorno che chiama giocoso
l’uroboro che conduce ascoso
dalla melanconia all’amor per il fato
al concetto che in casa sto bene
nonostante i passanti ed il loro iato
passanti drogati e lavora si ma fallo bene
intanto lavoro per studiare il baffone
ma lavoro e quindi niente Fone
Ma per favore! Il tempo riverbera
nel contemporaneo uno spirito effimero
che del bene conosce e serba
a sé il tempo migliore e quel crine femmineo
Non creder che il tempo sia passato
ad ogni incidere si fa mia la linea di fuga del pathos
Un incedere lento ma gratificato
Un lavoro di sintassi e sintagmi
sapientemente intrecciati al caso
come l’eruzione dei vulcani ed i loro magmi
si solidificano lasciando al conoscibile
l’essenza anch’essa mia ma incredibile
Diviene fatto e quindi morale
non lascia niente al caso invece demorde
della logica la sua condotta mentale
tracciando segmenti su queste corde
e son tracciate da infinite dita
che modella la materia fino a darle vita.
al piacer sorge effimero desio
di averti mia senza piani
come uccel libero nel bosco
ma son tanti i massi
tra i nostri sentieri
coi quali ci incontriamo
sempre più sereni
e senza più canzoni ancor domani
dimandi tu serena la voce ancora:
Ti amo mia amata come fosse allora.
Frutti corrotti ai miei piedi
Non scorgo via alcuna,
Ora lo so
E' costellata di sguardi distolti
E' intrisa di silenzi ignorati
E' pregna di rinunce e di timori insolenti
E' madida di sangue e lacrime
Occhi , centinaia, migliaia di occhi trafiggono il mio sguardo
Dov'erano allora, quando li cercavo?
Ora io sono qui, all'ombra di fronde di vento, cogliendo petali di sabbia.
“Sono uno come te, sono le due del mattino e sono solo.”
“You had me at "hello".”
Entreremo in società.
E la fame che prima mordeva
le spire delle nostre gambe
sarà fioco ricordo
di fronte
alle lusinghe
dell’aristocrazia,
agli onori non-militari.
L’impavidità e il coraggio,
crepitavano senza dispiacere
-di questo sono fatti i sogni
mi dicevi mentre dormivi-
Ma quando ardevamo
come focaccia
e non appena
bruciavamo
come oppio
-mentre il buio
si offriva limpido
ai tuoi occhi verdi-
io ero già pronto
a morire.
«What we've got here is failure to communicate»
che vuol vedersi allegra
quando prece e ogn'ora
con canti da cinciallegra.
Vuoi forse chiamarla beltà
essa è piacevole al core
essa piace nella sua regalità
essa è come fosse istesso amore.
In quanto da per gli occhi
- come nei poemi classici -
una dolcezza antica che è amore
rende il mondo un trastullo di balocchi
ed è gaudio e gioia nei suoi apici
sorpresa arcana quando fa clamore
messi insieme posso esser fraintesi,
che cosa mai entrambi racchiude,
che dentro una cernier non si chiude.
Duro e liscio può esser un martello,
o anche il ruotino di un carrello,
duro e liscio può esser un bicchiere,
o l'elmetto di un bersagliere.
Duro e liscio può esser anche un igloo,
o il bastone di un anziano di Cantu,
duro e liscio può esser un appendino,
o del pane acquistato lo scorso mattino.
La differenza con ciò che pensi tu,
te la svelerò appena proprio qui giù:
tutti rimangon tali da sera a mattino,
tranne uno che dopo un pò diventa piccolino.
- Lo stesso che disegnò la poesia -
Infatti augusta beltade
se fontana vivace e poesia
sorgente che ristora e da pace.
File di fragole selvatiche
attraversavano la brughiera,
cercando posto tra i viola della lavanda.
Un sentiero e un portone in ferro,
percorrenze senza ritorni
mi accompagnavano per poi abbandonarmi.
Avevo vestiti nuovi e fissavo
un cielo plumbeo striato da grigi nembi,
nel cuore e nella mente l’insensibile
suo tocco,
la sua voce oramai eterea e lontana.
Questo ricordo.
E d’esso avrei voluto raccogliere uno stralcio d’erba
e portarlo con me in quel giorno d’aprile.
Era tempo nel pendolo che non scorre mai e io...
Come sempre ero lì
e come sempre incontrai un viandante.
«Posso amico lasciarti un pensiero?»
«Qual pensiero vuoi dunque abbandonare a me?»
Era cosi quel vento bizzarro
che incontravo nel campo dei miei silenzi.
L'aquila nera volava alta
e fra le mani incrociate
stringevo il freddo.
Decisi di non incontrare più il vento,
ma non potevo sottrarmi.
Avrei voluto confidare l'anima a Emy Swonson.
Provai a sussurrare
senza parola, senza conoscere lingua.
Era un giugno dal profumo di malva
e lei riposava davanti a me.
«Ti prego vento amico,
tu che vai fra lapidi di pietra.
Vedi? Emy è sepolta lì...
Portale questo cuore,
non posso spostare il mio peso di morte,
fallo tu che ogni giorno
sei così gentile da fermarti sulla mia tomba».








