
Bella! Bella?
Ti getto centesimi di tango
nella tua gonna-tulipano
gonna-campo di lava
tu che sei ormai già sbocciata dal fuoco,
e sei stata vinta dal tempo,
rigiri le dita eccentriche
violini scordati
che ancora e ancora aguzzano
la vecchia aria degli angeli.

Forse
Attraversa le costellazioni.
Forse in realtà
L'anima, il corpo
Che credevo mi arricchisse.
Invece mi accorgo
di cadere

in quella strada a metà
che definisce l’orizzonte.
La rincorrevano dodici rondini in cielo
in formazione, come losanga,
sfidando il vento e, ignare,
l’uragano carico di morte
che si nascondeva
dietro la collina del divenire.
S’incontrarono, stupiti,
nella mezzanotte
dell’apparir del mondo,
tra polverosi spirali
di vento e morte
che roteavano le loro ali spezzate
e le scagliavano al suolo,
recise dalla natura che
mostrò spietata i suoi colori
...tre proseguirono ad est.
tutto s’era compiuto
Forse è altrove
Nella calma di un mare piatto
In un raggio di sole
Forse è altrove
Tra le fusa di un gatto
ad un uomo che ancora si commuove
Forse è altrove
Nelle strade di un pomeriggio
Dietro ad una tenda di dolore
Forse è altrove
Mentre giuro di star bene
Ma non trovo le parole
Forse è altrove
Mentre scavo ricordi
Come pietre preziose
Forse è altrove
Mentre il tempo dei sogni
Ha lasciato spazio all’errore
Forse è altrove
Dove non sono adesso
Quel giovane pieno di speranze
Disperato non muore…
Forse… altrove
Forse… altrove
Forse è altrove
Sono esimio io, nel senso più antico del termine,
come l’animale tapino approntato per il sacrificio,
forse il più eminente e bello esemplare del gregge.
Sono l’uomo nomade che vive in simbiosi col pascolo:
di notte sento solo il rumore del calpestio degli armenti
e sogno stazioni di posta che in realtà non arrivano mai,
ma di giorno posso vedere il mondo e vagar scompagnato,
pensando al Celeste Impero, in verde, e alla vita stanziale.
Sono l’esimio pastore sempre in bilico sulla mulattiera,
sono l’ippovia che costeggia la mente di Gengis Khan,
la crêuza che dal monte scende al golfo, in picchiata.
Sono il sentiero, il viottolo, la transumanza dell’ego,
un carruggio, il vento che increspa le acque calme:
perché alla fine, si sa, “è il mare che fa le strade”.
mi son svegliato stamattina
mi son svegliato tutto bagnato
perche ero ispirato
ispirato dal giochetto
e son cascato giu da letto
giu da letto ho ripensato
al giochetto tutto bello
allora mi son detto
stella stellina
chi votiamo stamattina?
stella stellona
la solita poesiola
la solita poesiella
stella stellina
il voto si avvicina
ma tanto tutto è già?
un barbatruccooooooooo…
Sospese delusioni rimarcano i bisogni
le volontà, le prese di posizione
confermano le ipotesi...
il sogno dei poeti è pane di speranza
lo sforzo degli atleti è simile nella prestanza
e il limite, lo fa solo la pazienza...
la musica dei corpi, ha fame di cantanti
e il mondo ha troppi tristi pascoli
... ... di arroganti... erranti...
la missione dell'uomo a se pensante
ha radice nella povertà degli animi
e nella vuotezza dei discorsi politici...
risorgere dalla notte che ci copre
risulterà, normalità del genere sapiente
l'unica ricchezza della terra... a tutt'oggi
...è la brava gente!
e tu sei la più spettacolare, la più imponente e bella
fra tutte le nubi: sei violenta, calda, umida, elettrica.
La mia è un misero cirrocumulo a forma di ovis aries
che non concede neppure la propria ombra a terra,
e che dal ghiaccio secco dei suoi seimila e più metri
preannuncia l’arrivo di un fronte caldo, di rovesci.
Porti vento, fulmini, instabilità e temporale, tuoni,
ed io pioggia inclinata che non raggiunge il suolo,
che tristemente evapora durante il suo percorso,
lasciando solo una scia di vapori, fiocchi e cristalli.
Sei nube bassa, un cirro sospeso per galleggiamento
che porta il profumo dell’acqua sulla terra asciutta:
miliardi di gocce che attendono la forma di lacrima.
Ma non è sempre stato così: io piccolo e arancione,
in balia del vento come fa il fiato con l’aria fredda,
tu enorme, rosa, madreperlacea e nottilucente.
Fui secca nube interstellare io, nel mio altro sogno,
quando tu eri ancora ghiaccio sul punto di rugiada:
ero nube molecolare, un bozzolo, il globulo di Bok,
il luogo d'elezione per la nascita di nuove stelle.
Sei stata sopra Genova, sopra la mia casa d’infanzia,
prima cirro e poi falso cirro, pioggia, grandine, neve,
l’inizio e la fine di una violenta attività temporalesca,
poi nebbia fitta a schermare la linea del mio orizzonte.
Ma quando tornerò padrone del cielo e del tuo cosmo,
sarò materia oscura, la linea proibita, l’alone galattico,
e subito dopo una protostella ancora in attesa di nome.
Sarà quel profumo
saranno i suoi occhi
o che da un po
che nemmeno la tocchi.
Non la smetterai mai
d’andare a cercarla.
Lei è quell'effetto,
sa di speciale.
A volte parli
Senza pensare
quello che dici.
Fa tanto male
dovresti saperlo
eppure continui
lo stesso a parlare.
Prova a cambiare
ogni tanto discorso
dille che il cielo
è pieno di stelle
o che la notte
è un momento speciale
per poter dire
quanto amore sai dare.
Trova il coraggio
a parlarle d’amore
invece di dire
il contrario del cuore…
come nella neve
volerai dentro il sole
e nella luna
sognerai stelle colorate
disegnerai mani che
accompagnano
sorrisi che colorano
ti aspetterò sempre
anche quando te ne andrai
seduto sul ciglio
della tua vita
aspetterò in silenzio
scapperai come le stagioni
senza età
guarderai dove io
non arriverò
scriverai di quanto
sei cresciuto
di quanto
hai camminato
ti aspetterò sempre
anche quando te ne andrai
seduto sul ciglio
della tua vita
aspetterò in silenzio
ti aspetterò sempre
anche quando te ne andrai
in un angolo
del tuo orizzonte
mi vedrai
sono goffo
sono fesso
non capisco mai
se traccio linea retta
curva o scarabocchio.
Sono tutto
sono niente
sono un deficiente
non mi spiego mai
se quando fisso il vuoto
è cielo, tetto oppure orizzonte.
Sono volo
solo solo
sono vela
sono maschera di cera
sono anguilla
che scandaglia la scogliera.
Sono poeta
sono esteta
una cometa
sono una spilla velenosa
o forse una mimosa
ho qualcosa
in mezzo al petto
a volte brilla
altre strilla
forse è una perla
una conchiglia.
Sono fango
sono tango
mi dipingo
fuggo e torno
sono un adorno
sono un lampo
nel macello di una storia
senza inizio e senza tempo.
Ostinato cielo eppur sorprendi il cuore
covo di pieghe fragili in metastasi
al cospetto del sole chiuso nel dolore
operando disinganno al seme del raccolto.
Morto il sogno, sfigurato nella pelle
dal reciso filo di una tra le stelle
emerge la verità d’esser uomo folle.
Conchiglia la dolcezza a fiore ferito
nel tempo vivente con occhi d’innocente
tra sospiri di carne e sospensione
colma il vuoto del sole forato d’illusione.
Fissità ricucite con nude radici di passione
s’ostinano mappa a rifiutar ragioni
del troppo vivere forse per errore.
Il livido bacio a luce d’intenzione
rifiuta in fuga la facile guarigione
rimargina memorie accorpate nell’assenza
mostrando vena al pianto e alla missione.
Colori di parole in dignitosa stanchezza
l’anima addormentano senza alcuna sosta
elegante ondeggiano in fantasia di brezza
alla luna con occhi chiusi alla poesia
prima che muoia l’ultima mia follia.









