E si ritrovano le mie ombre
ancora una volta sole
sul far del giorno
a scrutare l’orizzonte
perse nell’immenso mare
mentre dentro brucia
l’attesa delle ore.
Ancora una volta
ferite nel cuore
dopo aver tanto amato
fino all’ultimo respiro,
ora cadono come pioggia
al di là della luce.
E tra le lacrime
e i sospiri
che riflettono le sorti
flettono incredule le ginocchia
ancora una volta
lasciandosi alle spalle
smarrite confidenze.
Sicilia
Sì un triangulu di peni e d’amuri,
sì ’na matri di tanti beddi figli
masculi e fimmini comu gigli,
ma una ie tinta e ie lu to duluri.
Di ’na matri cu lu cori d’oru
nascì na figlia laira e vilinusa,
sangisuca ca attacca la vintusa
e nun canusci né frati né soru.
Ssu cancaru t’avissitu a livari:
ssa to figlia crudeli e tantu brutta
tutta la to dignità si vo mangiari;
’nchiudila si pua dintra ’na grutta.
Tu sì ’na signura nobili e fina,
ma siccomu cumanna ssa patruna,
ca a lu pedi t’attacca la catina,
’nguttuta tu ti chiangi la sfurtuna.
La mafia di la sugiità ie lu riiettu,
ie ’na lupa allupata senza cori
e a mia m’abbruscia lu pettu,
datu ca campa si lu statu mori.
Pri la Sicilia ie sulu disprazioni,
ie lu scunfurtu di tanti siciliani
ca non vonnu la strema unzioni,
ma travagliari sireni oj e dumani.
Sicilia mia bedda comu la luna,
pri tia scrivu versi notti e jornu
pri tia iju cantu amuri a serenata;
sì ’na rigina cu ’n testa la curuna,
di la to biddizza lu me cori adornu,
accussì senza feli passu la jurnata.
cariche di malinconie
eterno innamorarsi
di antiche
nostalgie
ed il vento soffia
contro la paura d'un oblio
di angosciati samurai
danzanti a fil di lama
mentre la neve impostora
angusta soffice peste
di conformismo rappreso
attutisce le urla guerrire
grandi cause
come sfibranti attese
plasmano la morte
traslando la vita in abrasioni
parole come katane affilate
scritte da un vento divino
spirano all'ombra dei ciliegi
sulla sacra stele del samurai
che voleva vivere per sempre
usando come kimono il cuore
dove la Gloria cristalizzò
del pensiero il suo
Vigore.
In memoria di Yukio Mishima.
È meritevole il pensiero
del concesso merito
nella frangia di vita
in quel pensiero sdrucciolevole
che diventò pesante
fino ad esplodere
Eppur sono occhi questi occhi
che in fondo non videro
il merito fasullo donato fino ad oggi.
Nessuna scelse
Rotolammo nel senso circolatorio
in quella posizione fetale
fino all'esplosione nella luce
Pianti e risa s'alternavano
come il silenzio e lo stupore
senza verbo nella lingua
arsa affamata gonfiando
Or si ritrova a fare i conti
con quei silenzi
con il verbo che riempì la bocca
soffocando nelle ingiustizie
Se basta è il basta
cosa ne rimane del bene
di quell'amore filiale
sperduto nell'arso deserto.
Qualcosa di niente
fra gli ingranaggi degli ombrelloni
Qualcosa si sente
nella larghezza dei pantaloni
Cibo che è questo e quest'altro
La barca che affonda odia il violino
Agnelli che non hanno da dire nient'altro
sciolgono pastelli nell'orcio vicino
Qualcosa di niente
che conosce bene la linea sottile
qualcosa che mente
e su mutazioni provvisorie vuole dormire
Qualcosa di guerra
come un prodotto conservato alla buona
I bimbi salutano le cineprese
sfoggiando vecchie tute del Barcellona
prototipo celeste
di un fiore carnoso di primavera,
fiore divelto
dai campi smisurati
di teologi dispersi
nel vuoto
che cinge il pianeta.
Il tuo giorno
è un'alba di millenni
disegnati sulla fronte,
un canto di stelle lontane
che lacera gli orizzonti
dei rumori di guerra.
«A los doce años sabía dibujar como Rafael, pero necesité toda una vida para aprender a pintar como un niño.»
Cit. Pablo Picasso
«Quando parlo di Dio lo faccio perché è una parola comoda, da tutti comprensibile, ma in effetti mi rivolgo al Grande Spirito in cui si ricongiungono tutti i minuscoli frammenti di spiritualità dell’universo.»
Cit. Fabrizio De Andrè
Le parole nelle immagini o le immagini nelle parole,
e i colori nei pensieri o i pensieri nei colori:
sono solo altri accostamenti,
squarci di vita in poesia.
Perché nulla,
realmente,
può essere creato.
E c’è la scuola genovese
in questa tempesta cerebrale,
ci sono l’aura dei primi del novecento
e il periodo migliore, quello blu turchese.
Tanti, alla fine, sono i piccoli mali cupi
di un’atmosfera così malinconica.
Ed è un disturbo transitorio il nostro,
stemperato soltanto dall’ebbrezza dell’arte;
dalle esigenze di chi è oppresso e ubriaco,
come può esserlo un tino di mosto.
Ma andiamo avanti,
come gli sfruttati e i poveri,
sospesi fra un’umanità monocromatica
e un mondo plasmabile.
Andiamo avanti,
suonando e cantando, modellando;
sempre soli nella nostra propria penombra,
e con molto, moltissimo whisky nel corpo.
Cantautore degli emarginati
o poeta degli sconfitti,
il frutto delle visioni spezzate
o il bohèmian ufficiale e famoso:
lo sanno tutti che è labile,
il confine tra genio e follia.
Ed è questo il fatto.
Allora puoi erigere qui la tua residenza,
oggi, che hai passato i 92 anni.
Oggi che il mio animo è perfido,
sadico e avvelenato,
e che non vedo più in turchese.
Oggi che non so più esser magnetico:
per chi, come lei, non poteva
che continuare ad amarmi.
Così resteremo slegati e sbendati,
per un tempo lunghissimo,
a elargire parole pietose
a chi di certo non potrà uscirne fuori.
Poi sfideremo ancora il mondo:
io, con la sua quarta di copertina,
con la Chitarra Estudio,
la numero 097;
tu, con il principio creatore,
con il tuo caos.
E non fa differenza, lo so,
se il cane ringhia ancora
e se tutto è più effimero e fragile.
Oggi che tutto va, che tutto passa,
che tutto si prepara a stendersi
come una toppa
sulla nostra fragilità.
Oggi che qualcosa si è smosso finalmente:
nel mio imbarazzo, nella mia fede,
a pochi anni di distanza dalla vostra morte.
Fra la decadenza de la rive droite
e il brontolio rabbioso
della poesia vera.
Così, dopo e là,
a la Butte de Montmartre
o al Monumentale di Staglieno,
su quei vecchi depositi di cadaveri,
non ci saranno rito funebre o sepoltura celeste:
ma solo acque di prima pioggia.
Esuliamo da qualunque definizione, noi.
Siamo l’epiteto assegnato ai poeti di genio,
agli artisti che portano in sé
la lacerazione e l’incomprensione.
E voi annichilitemi, distruggetemi,
portatemi via di qui,
che la mia fantasia non si lascia avvilire,
che nulla può inghiottire
la scintilla della mia immaginazione.
Nella superficialità e nel vuoto
siamo noi i sognatori sconosciuti,
i cubisti degli anni folli o gli artisti marginalizzati:
nudi, senza colori tra infinite sfumature di grigio.
Avevi un bassotto di nome Lump, amico Pablo,
e tu uno di nome Libero, amico Fabrizio;
che vi abbaiavano sempre,
che vi indicavano la drammaticità
e poi l’assenza alla vita
di chi rifiuta i diritti dell’uomo.
Io al momento li studio ancora,
quel quadro strano
e quelle mille gocce di splendore,
sempre in bilico
fra sofferenza e speranza.
Come la poesia, che a volte vive
dentro una lampadina;
e come le tue parole e i suoi colori,
che prima si rubano
e poi si riaccostano nel disordine,
regalando voce al mondo:
il soffio della vita
tra le mani.
Le truppe d'occupazione naziste, a Parigi, assieme all'ambasciatore tedesco, domandarono a Picasso vedendo il quadro di Guernica "Avete fatto voi questo orrore, maestro?" e lui rispose "No, è opera vostra."
Mi dipingo Signore
come una foglia.
Adagiata al mio albero
fuggo da tutti i pensieri,
accendo i rovi lungo il viale
sembro un raggio di sole nell'erba taciuta,
dono l'odore al soffio fresco della sera
e inganno e rubo carezze.
Muta,
poso un bacio a quest'aurora
e se piove o cade la neve
dammi Signore
l'ultimo palpito del cuore,
dammi una rosa rossa e il suo profumo,
il volo mite delle rondini
mentre guardo il cielo attaccata stretta al ramo
accolgo quel vento d'incertezze ,
delicato penetra fin dentro alle mie radici.
Senza lamento .....senza miraggio....
Dammi un dormire sereno accanto!
Attraversando quello spazio stretto,
più di una volta mi sono ritrovato nudo
e ho guardato il mio futuro incerto negli occhi
di una indomita zingara inquieta.
E poi sguardi sorridenti, mani straniere
che mi sfiorano e mi abbracciano, cingendomi
di una felicità preziosa.
Attendo impaziente i giorni che mi separano
dal mio viaggio,
ogni nuova alba mi farà riflettere su ciò
che forse non sarà,
in questo freddo autunno.
Tra i monti, tra le valli e al mare
tanti miei affetti ho disseminato;
silente e triste in questo collinare
solingo or ricordo il mio passato.
Ricordo un viso vellutato e dolce,
che mi dava quel perduto ardore;
giulivo, effondeva un bel chiarore,
che ancora oggi l’anima mi molce
nel tremulo fulgore dell’aurora,
che risveglia la fauna e la flora.
La grazia di quegli occhi azzurri,
dai quali scendevan lentamente
le perle trasparenti sulle gote.
Ricordo ancora i flebili sussurri,
che a stento intuivo dolcemente,
suonando la brezza le sue note.
Quella donna angelica, d’incanto,
irradia spesso la mia lassa mente
e il ricordo, che nella notte canto,
mi affliggerà l’anima, che sente
di avere spento una radiosa stella,
che tuttora mi onora la favella.
Giunga la mia poesia al tuo cuore
come profumo di giglio alle nari.
Silente, soffro solitudine e dolore;
flesso al Fato, vivo giorni amari.
Coscienze vegetali
Nella notte che stilla
Dai rami vetrificati
Alla pallida luce della luna
Il freddo siderale ammanta
Questi strali di rovi
E le gemme nuove
Arboreo stare
Aspettare e raccogliere il vento
Alzare le proprie radici
Seguendo gli spasmi della terra
Danzando con essa e cercando sempre il cielo
armonia col tutto
passività serena
Che noi animali
segretamente
invidiamo
simpatia e dolcezza.
D’impeto
è scattata la scintilla.
Presto trasformata in
travolgente passione.
Delicato...dolce
come cioccolato.
Si è generato un uragano
dentro me.
Devastando i miei programmi
la mia vita.
Momenti, giorni, ore indimenticabili
vissuti intensamente.
Le tue braccia mi fanno
sentire protetta come una rosa.
Al riparo dal vento e dal
resto del mondo.
Non vedevo l'ora di tornare a casa,
sul fare del sole nascente
i piedi già risalgono l'acqua
rosata dalle scie
dalla rete da pesca
che sminuzza
per poi riamalgamare -
la finestra si apre
al cibo rosso di cui il povero si nutre,
cinque raggi che piano perdono colore
sul far della sera.










