“Something's got a hold on me and I don't know what. It's the beginning of a new age.”
(The Velvet Underground)
L’ho letto nelle stanze del Libro di Dzyan
che quando avevo ancora i tratti di rana,
ben dentro al ciclo finito della rinascita
e in armonia col verde della natura,
non avrei mai potuto fare ritorno
alla casa cerulea del Padre.
Non ero certo io, a quei tempi,
chi si struggeva cercando l’ascesi,
solo giravo senza scopo e destino
nell’interminabile e diafana ruota
di una reincarnazione obbligata:
quella che ora, da uomo,
chiamo realtà.
Era l’azzurro brillante
del verde che ossida,
del giallo zolfo,
era il vapore
che si dissolve.
Ed ora che il cosmo
emana energia divina
anche io tornerò ad essere
la memoria dell’acqua
la verità dimenticata
e la coincidenza
che non esiste.
Sarà l’era del salto,
il tempo dell’evoluzione,
e noi, come ovoidi luminosi
vivremo di empatia e creatività:
gli uomini blu dai figli cristallo
che riflettono arcobaleno.
Tu, sarai stella indaco,
ed io l’emanazione di un pensiero
in cui convergono i corsi del risveglio,
il bramato attributo dell’immortalità.
leggero e colorato
senza il peso del mondo
ancora nell’azzurro
privo di lacrime
pregno di sogni
verso l’alto
ed ancora più su
anche da solo
ancora trasparente
senza densità di pensieri
pieno di emozioni
verso l’alto
senza mai guardare giù
per volare
dove solo tu sai
divisi ma non troppo.
Vediamo
lo stesso cielo azzurro.
Osserviamo la luna
ci sta a guardare ma ci divide.
Due mondi
con la stessa tristezza.
Malinconia che oscura
quel mare di stelle.
Vorrei essere una rondine
per volare fino a te.
E' vedere quel sorriso
che a volte mi manca.
Al nostro appuntamento
arrivai puntuale
tant'è che le lancette
le portò via il vento.
E arrivai in silenzio
nudo del coraggio
di pelle e d'estate
ma vestito d'argento.
Al nostro appuntamento
fissato trent'anni prima
arrivai dal cielo
o forse dal mare
in una mano
un mazzo di spighe
e dall'altra
la luce di stelle infinite.
Al nostro appuntamento
arrivai distratto
e solo il tuo canto
mi aprì il cuore.
E ricordo bene quel giorno
che appoggiasti le labbra
sul mio fianco ferito
e all'improvviso
mi baciasti il dolore
ed io per non farti scappare
ti afferrai dal fiato
in quella nera mattina d'Aprile
rotolandoci a terra
incoscienti
sviscerammo amore.
che guardano passare i giorni
senza curarsi dei tramonti
o dei sogni che muoiono all'alba.
Siamo spenti dentro
chiusi dentro gabbie ipocrite
dove perdiamo conoscenza
di ciò che ci circonda.
Non guardiamo più il mare
non sentiamo il mormorare il vento
e confondiamo l'azzurro del cielo
masticando odio e violenza.
Siamo dissennati e spenti
e guardiamo il cielo arrossarsi
siamo incapaci di liberar la voce
solo buoni a girar le spalle.
Siamo follemente persi.
godendo ferite aperte al vago
con occhi morbosi di delirio
spasmodici tagli di vibrato.
Sentirsi vivi al vivo del sopravvissuto
laddove morto è l’amore dato
laddove risorto è il sogno ceduto.
Cercare infine nelle vene il flusso.
Cercare nelle solitudini il giardino.
Cercare nel silenzio l’inciso segreto
ingenuo rivelato al riflettuto
credendo di capire il divorato.
Senza umiltà priva di contemplazione
senza penitenza accanto alla visione.
tra i fiori di campo
sono il solo rumore
mentre il sole
silenzia i monti
e ogni presenza
rimane colore.
Una cornice
è il cielo e il mare,
merletti di nuvole
sotto un disegno
di note violacee e rosate,
ampie distese variegate
e tutto questo profumo
di malva che ricalca.
Mi chiedo
come fa un giorno
ad essere diverso
dall'altro.
I sentieri pizzicati
dalle coccinelle,
le scarpate rinverdite,
i muri di ripa aggrappati
all'edera e alle siepi,
corolle gialle e petali bianchi
tra i ruderi e filari di rovi .
E noi
immersi nell'ombra
del tramonto
con i nostri passi
solo
il vento scivola
i pensieri.
Un rientrare
di volo echeggia
e ci distoglie.
Poi tutto rimane
silenzio.

Dedicata a Carmela Viscomi e alle nostre passeggiate serali
Al punto in cui tutti hanno ragione e torto.
Al punto in cui tendono il mangime ad un metro dalla gallina.
E alcuni mari si fanno rossi,
altri sono diventati tali oltre il senso di ogni misura.
Siamo arrivati al punto di importare la povertà
senza esportare la ricchezza (dimmi come hai fatto, mago).
Siamo giunti al poter far tutto per pura erudizione,
abbiamo messo all'ingrasso dei termini
finché quei termini non hanno invaso ambiti meno che collegati,
abbiamo fatto del perbenismo una soluzione
e ora siamo al punto che non c'è più un punto
il sole mi fa sentire un leggero tepore,
un filo di vento mi spettina i capelli.
Osservo il mare
una distesa immensa di acqua
senza fine...senza confini.
Navi in lontananza, piccole barchette a vela,
qualche ragazzo con la tavola
da windsurf colorata.
Un giorno di festa,
la gente
si diverte come può.
Si sente l’odore
della salsedine,
i gabbiani volano a filo d’acqua.
Il rumore delle onde
si infrange a riva e sui piedi
è fredda...non è ancora estate.
Penso a tante...mille cose
non so
se ne vale la pena.
Ci guadagna la testa
ne trae vantaggio
raggiungo la pace dei sensi.
Ma le persone
che mi vogliono bene
ne soffriranno molto.

che il tempo è assente,
di sbalzi colorati
composto
il progetto vivo!
Antropici esseri
ti graffiano
per nutrirsi d’amore,
tesoro dell’animo
che ingegni oscuri
bramano,
come zecche morbose
ti saltano in corpo
divenendo giganti,
ladri di forza!
perché, per fortuna, i cieli sono dodici,
perché esistono ancora i comici.
Credo in qualcosa d'importante
perché c'è vita nelle piante,
perché le gioie sono tante.
Credo in qualcosa di tremendo
perché c'è il vuoto attorno al mondo,
perché se cadi non c'è mai fondo.
Credo in qualcosa di grande
perché c'è ancora il sole sulle verande,
perché la vita sempre si espande.
Credo in qualcosa d'impreciso
perché non esiste perfetto sorriso,
perché è così lontano il paradiso.
Credo in qualcosa di sublime
perché c'è il fuoco nelle rime,
perché dopo le valli ci son le cime.
Credo in qualcosa di malvagio
perché questa vita è un gran disagio,
perché il domani è un brutto presagio.
Credo in qualcosa d'imponente
perché il sogno va oltre la mente,
perché il tutto è più del niente.
Credo in qualcosa d'infernale
perché c'è la morte in mezzo al mare,
perché c'è l'umido e le zanzare.
Credo in qualcosa di sincero
perché c'è luce oltre il buio nero,
perché la vita non finisce al cimitero.
Credo in qualcosa d'indifferente
perché c'è il sole, l'amore e poi niente,
perché fuori c'è tutto ma mi sento carente.
Credo in qualcosa di mendace
perché sembra miele ma è antrace,
perché di giorno son angelo, di notte rapace.
Ma credo, credo perché sono folle,
perché l'inferno svanirà in mille bolle
e piangeremo solo per sbucciare le cipolle.
ci sono dei manichini.
La radio ha detto che è finita, qualunque cosa fosse.
E sospiro, sospiro ancora,
una boccata d'aria profonda
come se non avessi mai respirato.
Non m'importa più di niente: che sarà, come sarà,
chi lo farà; niente.
Questo è il mio istante primitivo. Non lo sto a dire,
sono il poco che mi può essere rimasto addosso.
Stanno alzando la bandiera tricolore.
Davvero, dove diavolo la trovano la forza?
E' un tumulto, un vociare, un becero di camionette in pensione.
Sospiro ancora, per oggi questo è abbastanza.
girone
m’accolse
l’estremo Inferno,
varcata la soglia
la morfica follia
s’avvinghia.
Lancinanti messaggeri
abbattono
le mura del dolore
è l’assedio!
Demoni bianchi
ti dicon
che questa è salute
nutrendo in te
infinita solitudine,
carcere antropologico
dei tumori,
frustrati i condannati
già portanti
l’immenso atroce.
Notte e giorno
non han tempo
spazio d’implosione
increduto,
come progetto
vissi
la vita,
carne che carne
nutre!









