Ma tu perchè me guardi,
nun c'hai proprio da fà ?
Se proprio nun ce credi
poi annare a passeggià.
Che t'amo te lo dissi,
portai pure li fiori
m'aspettavo me baciassi
e non me buttassi fuori.
Che male avrò mai fatto
per non lasciare al caso
de chiedette un contatto,
d'amore son pervaso.
Me guardi e poi risponni
me dici "mentecatto"!
Tu forse te confonni
tra amore e gran misfatto.
Na moglie già ce l'hai
tre figli, amante e socera
e nun so tutti li guai,
stavolta andrai in galera.
Mejo ca nun parlavi
pe di ste cose qua,
Bastava che dicessi
"Vattene e nun tornà !"
nun c'hai proprio da fà ?
Se proprio nun ce credi
poi annare a passeggià.
Che t'amo te lo dissi,
portai pure li fiori
m'aspettavo me baciassi
e non me buttassi fuori.
Che male avrò mai fatto
per non lasciare al caso
de chiedette un contatto,
d'amore son pervaso.
Me guardi e poi risponni
me dici "mentecatto"!
Tu forse te confonni
tra amore e gran misfatto.
Na moglie già ce l'hai
tre figli, amante e socera
e nun so tutti li guai,
stavolta andrai in galera.
Mejo ca nun parlavi
pe di ste cose qua,
Bastava che dicessi
"Vattene e nun tornà !"
4 commenti
Odio queste fate:
ronzano intorno,
sussurrano insistenti.
Le scaccio con la mano
e corro per le stanze,
l’abito si apre e sorride
sulle mie gambe nude
mentre scivolo fuori dalla porta,
amo la mia intemperanza.
Che strana luce si gode oggi:
piove col sole
e indosso ancora il mio vestito
con estrema eleganza.
ronzano intorno,
sussurrano insistenti.
Le scaccio con la mano
e corro per le stanze,
l’abito si apre e sorride
sulle mie gambe nude
mentre scivolo fuori dalla porta,
amo la mia intemperanza.
Che strana luce si gode oggi:
piove col sole
e indosso ancora il mio vestito
con estrema eleganza.
E’ sera.
Li sul tavolo
il bicchiere di cristallo
emana un magico luccichio.
Nel suo grembo trasparente,
si adagia dolcemente
il profumo di fragole rosse,
versato dalla tua mano ferma
Come la giostra
faccio girar la coppa saporosa.
Le labbra asciutte
si bagnano.
Caldo scende
inebriando intimità
inebriando intimità
e d’improvviso
libera tutte le mie fantasie
Sono la nube che segue
e precede il temporale,
con la sua infinita carica
di elettricità e odio
per questo mondo in bilico,
il respiro che si fa uragano
mentre intorno tutti alzano la voce.
Sono la morte
che si tinge di sonno
per dare sollievo alle anime deturpate
da questa pesante apparenza di vita,
il mozzicone di sigaretta
che hai gettato a terra
assieme ai tuoi guai e illusioni.
Sono la mano invisibile
che cancella le sillabe amare
dal tuo libro del destino,
la tua valigia con le ali
quando deciderai, infine,
di spiccare l'atteso volo.
e precede il temporale,
con la sua infinita carica
di elettricità e odio
per questo mondo in bilico,
il respiro che si fa uragano
mentre intorno tutti alzano la voce.
Sono la morte
che si tinge di sonno
per dare sollievo alle anime deturpate
da questa pesante apparenza di vita,
il mozzicone di sigaretta
che hai gettato a terra
assieme ai tuoi guai e illusioni.
Sono la mano invisibile
che cancella le sillabe amare
dal tuo libro del destino,
la tua valigia con le ali
quando deciderai, infine,
di spiccare l'atteso volo.
Poi finì il brivido letale della curiosità.
Finì la scoperta, l'asintoto,
si sfibrò quel filo invisibile a legare i misteri.
Ma avrei riconosciuto il tuo respiro in una piazza,
non con l'educazione dei sensi
ma credendo finalmente in quello che non considerano mai.
Finì il tempo dei condizionamenti,
delle costruzioni preliminari
e a quel punto ero felice di essere nudo e sporco.
Quello che c'era a quel punto era non un minerale puro,
ma una roccia contaminata dall'ambiente circostante.
Continuavo a vedere fidanzati
che non sapevano ancora di esserlo
e noi avevamo la passione in mano.
E sarebbe divenuta complicità,
poi abitudine, poi ipotesi indefinita.
Capii in quell'istante, lontano da ogni altro istante,
che uno più uno fa zero
e che se un'intesa è figlia del tutto
anche il tutto è figlio di un'intesa.
Capii anche quella strana legge del serpentone.
Una fase per ogni metamero del suo scivoloso corpo,
sì, ma non è un caso se "Serpente" inizia per S.
Finì la scoperta, l'asintoto,
si sfibrò quel filo invisibile a legare i misteri.
Ma avrei riconosciuto il tuo respiro in una piazza,
non con l'educazione dei sensi
ma credendo finalmente in quello che non considerano mai.
Finì il tempo dei condizionamenti,
delle costruzioni preliminari
e a quel punto ero felice di essere nudo e sporco.
Quello che c'era a quel punto era non un minerale puro,
ma una roccia contaminata dall'ambiente circostante.
Continuavo a vedere fidanzati
che non sapevano ancora di esserlo
e noi avevamo la passione in mano.
E sarebbe divenuta complicità,
poi abitudine, poi ipotesi indefinita.
Capii in quell'istante, lontano da ogni altro istante,
che uno più uno fa zero
e che se un'intesa è figlia del tutto
anche il tutto è figlio di un'intesa.
Capii anche quella strana legge del serpentone.
Una fase per ogni metamero del suo scivoloso corpo,
sì, ma non è un caso se "Serpente" inizia per S.
Portami al lago,
dove le montagne si specchiano nell’acqua,
tra la frescura dei boschi e canti d’uccelli
intenti al primo volo.
Sarò ninfea, mi cullerò sulle ondine
nate dai giochi del corpo sinuoso,
mi lascerò dondolare tra le tue braccia
mentre baci dolci d’acqua e d’amore
ci trasporteranno ammaliandoci.
… Portami al lago,
sotto un manto di stelle,
le conterò con te che m’accarezzi piano
e mi sussurri l’amore e brezza lieve
ci respirerà desiderio.
Odalisca,
danzerò per te tra mille voli di farfalle,
inventerò la mia danza del ventre
su un letto d’erba umida di fresco piacere.
Gitana,
al chiar di luna sventolerò ventagli
al ritmo di flamenco
e sensuale mi accosterò al tuo corpo.
Sarò, farò, inventerò!...
… Portami al lago,
spegni questo fuoco…
dove le montagne si specchiano nell’acqua,
tra la frescura dei boschi e canti d’uccelli
intenti al primo volo.
Sarò ninfea, mi cullerò sulle ondine
nate dai giochi del corpo sinuoso,
mi lascerò dondolare tra le tue braccia
mentre baci dolci d’acqua e d’amore
ci trasporteranno ammaliandoci.
… Portami al lago,
sotto un manto di stelle,
le conterò con te che m’accarezzi piano
e mi sussurri l’amore e brezza lieve
ci respirerà desiderio.
Odalisca,
danzerò per te tra mille voli di farfalle,
inventerò la mia danza del ventre
su un letto d’erba umida di fresco piacere.
Gitana,
al chiar di luna sventolerò ventagli
al ritmo di flamenco
e sensuale mi accosterò al tuo corpo.
Sarò, farò, inventerò!...
… Portami al lago,
spegni questo fuoco…
«E immersi noi siam nello spirto Silvestre, d'arborea vita viventi»
(Gabriele D'Annunzio)
In questa atmosfera di azoto e ossigeno,
fra questi quattro elementi simbolici,
noi siamo le due polarità dell’etere
che si rincorrono in una goccia
di sentimento panico.
Eterni ed immutabili
ci libriamo in voli estatici
verso l’uno che lega l’altro;
e fra l’orizzonte roccioso
dell’io
e la passeggiata
dei giardini del Pincio,
guardiamo in reo silenzio
lo spirito destarsi
e la natura
corrompersi.
Non è per assenza di vuoto
che non ci si potrà più incontrare,
è che siamo senza peso e trasparenti,
impossibilitati a fondere in materia
dall’alchimia di un elisir
di lunga vita.
Ma è amore, questo,
è la sola ragione
d’essere,
per chi
(come noi)
non
potrà
mai più
esistere
separato
dall’altro:
come la luce e il buio,
come l’amore e l’odio,
come la diversità
e la relatività,
come le
infinite
possibilità
di una menzogna
che non potrà mai
essere svelata.
«Ogni individuo, ogni figura umana con la sua vita non è altro che un breve sogno dell'eterno spirito della natura, dell'ostinata volontà di vita»
(Schopenhauer)
I ziti, nell’accezione popolare calabrese, sono i fidanzati. Questo termine non è ancorato ad un preciso momento della nostra condizione anagrafica ma spazia da quando due persone iniziano a viverla, a quando essi raggiungono l’ufficialità, per protrarsi a qualche anno dopo il matrimonio. Infatti, quando ci si reca ad un matrimonio, si usa dire “vado agli ziti”. Per quanto dolce sia questo stato, è necessario sempre raddoppiare la zeta iniziale, rafforzarla, insomma. Come dicevo, è uno dei periodi più belli di una coppia, quello della reciproca conoscenza, dell’innamoramento, dello scambio di reciproche effusioni, in un tempo ancora lontano dalle problematiche della vita di coppia e di quella giornaliera.
Ti ricordi, amore mio, quando toccò a noi ? Cominciai a corteggiarti per scommessa, si proprio per una scommessa. Me ne facesti pentire amaramente. M’innamorai di te e mi facesti sudare le proverbiali sette camicie per conquistarti. Eri un peperino a quei tempi ! E solo questo eri, perché, a tredici anni non eri né carne né pesce, non avevi gli attributi necessari per essere donna, giocavi a farla, ma ci sarebbe voluto ancora qualche anno per esserla veramente. Né io, dall’alto dei miei diciotto anni potevo aiutarti granché. Diciamo che stavamo giocando entrambi. Eppure, quel settembre caldo, che ci trovò ancora immersi fino alla cintola in un mare meraviglioso come il nostro, mi dicesti si ! Fu l’inizio di una cavalcata che dura da tanti anni. Eravamo ziti, finalmente. Non ufficiali, però. Passarono anni di alti e bassi, sempre insieme o, almeno, nei periodi in cui io tornavo dall’università. Restammo insieme, da ziti o meglio, tra l’essere fidanzatini nascosti e ufficiali, per ben sedici anni, prima di convolare. All’inizio non fu semplice, ai tempi non ci si poteva incontrare spesso. I tuoi genitori ti impedivano di uscire e quando giunse loro all’orecchio che io ti stavo dietro, inasprirono questo provvedimento. In casa tua vigeva il matriarcato (come vige anche oggi…a casa mia, dove comandi tu !). Sembrava che tua madre me lo facesse apposta, ma non era così. Doveva farlo, in quei tempi bui. Poi, sotto sotto, permetteva che trovassi il modo per vederti, anche solo per qualche breve momento. Non si pensi che era il vecchio gioco delle mamme quando erano, invece contente ! Nooo…D’altra parte, io venivo da una famiglia agiata, in vista nel nostro entourage, frequentavo l’università, ero un ragazzo tranquillo, tranne quando salivo sulla mia Giulia, il secondo grande amore della mia vita. Solo in quello ero pericoloso, per il resto…ero un buon partito. Poi le cose migliorarono, col cambiar dei tempi. Potevamo farci vedere in pubblico, frequentarci, fare gite insieme…se c’era il parroco ! Tutto sommato, andava meglio, bisognava accontentarsi. Filava tutto meglio quando, con quella tua frase, mi inducesti a cadere nel tranello più vecchio del mondo.
· Perché non vieni a cena a casa mia, domani sera, con la tua famiglia ?
· Scherzi ? – ti risposi – A questa cena, ci sarebbe pure tua madre ?
· …e mio padre !
· Hai dimenticato le forze armate…
· Paura ?
· Chi io ? no, terrore !
Capii che mi stavi proponendo, in chiave moderna, la classica cena della richiesta. Se dicessi che accettai di buon grado direi una bugia. Fibrillai tutta la notte ! Al mattino successivo catechizzai i miei fratelli. Il più piccolo perché si comportasse bene a tavola. Il più grande, che avrebbe avuto un ruolo importante dovuto alla mancanza di mio padre che era scomparso, perché non mi sfottesse davanti a tutti. A mia madre non dissi niente, anzi la guardai negli occhi e vidi che era felice per me, tanto mi bastò. Così andammo alla cena. Io portavo il canonico mazzo di fiori. La porta fu aperta dalla stessa madre e dopo baci e abbracci con la mia e con i miei fratelli, mi porse la mano non senza aver cambiato lo sguardo dall’allegro al serioso. A scanso d’equivoci, le scagliai il mazzo di fiori che, nelle intenzioni, dovevano essere per te ed entrai in fretta.
Fummo, così, fidanzati ufficiali. Dopo qualche tempo convolammo a giuste nozze. Ancora, vivemmo, quei momenti di spensieratezza propri di quando eravamo ziti. Poi diventammo vecchi coniugi. Ora, non ti va più bene che fumi, ammorba l’aria, dici. Devo metter (mi vergogno a dirlo !) il bavaglione quando pranzo, altrimenti mi sporco, devo adorare la donna delle pulizie che svolge un compito encomiabile in casa, dopo il tuo. Devo usare il dopobarba che piace a te, indossare gli abiti che piacciono a te. Le pattine ancora no, ma ci manca poco. Che ci succede amore mio ? Eppure c’è una filastrocca, vera, sacrosanta, in dialetto, ti faccio anche la traduzione, se vuoi. Recita così :
T’arricordi quand’eramu ziti ? Ti ricordi quando eravamo fidanzati ?
‘nda mangiavamu cicculati ! Ne mangiavamo cioccolate !
E mo ca simu spusati Ed ora che siamo sposati
Caci, pugna e vastunati ! Calci, pugni e bastonate !
Non ti viene da domandarti : Chi ce l’ha fatto fare ? Scapoli, non si vive meglio ?
Ti ricordi, amore mio, quando toccò a noi ? Cominciai a corteggiarti per scommessa, si proprio per una scommessa. Me ne facesti pentire amaramente. M’innamorai di te e mi facesti sudare le proverbiali sette camicie per conquistarti. Eri un peperino a quei tempi ! E solo questo eri, perché, a tredici anni non eri né carne né pesce, non avevi gli attributi necessari per essere donna, giocavi a farla, ma ci sarebbe voluto ancora qualche anno per esserla veramente. Né io, dall’alto dei miei diciotto anni potevo aiutarti granché. Diciamo che stavamo giocando entrambi. Eppure, quel settembre caldo, che ci trovò ancora immersi fino alla cintola in un mare meraviglioso come il nostro, mi dicesti si ! Fu l’inizio di una cavalcata che dura da tanti anni. Eravamo ziti, finalmente. Non ufficiali, però. Passarono anni di alti e bassi, sempre insieme o, almeno, nei periodi in cui io tornavo dall’università. Restammo insieme, da ziti o meglio, tra l’essere fidanzatini nascosti e ufficiali, per ben sedici anni, prima di convolare. All’inizio non fu semplice, ai tempi non ci si poteva incontrare spesso. I tuoi genitori ti impedivano di uscire e quando giunse loro all’orecchio che io ti stavo dietro, inasprirono questo provvedimento. In casa tua vigeva il matriarcato (come vige anche oggi…a casa mia, dove comandi tu !). Sembrava che tua madre me lo facesse apposta, ma non era così. Doveva farlo, in quei tempi bui. Poi, sotto sotto, permetteva che trovassi il modo per vederti, anche solo per qualche breve momento. Non si pensi che era il vecchio gioco delle mamme quando erano, invece contente ! Nooo…D’altra parte, io venivo da una famiglia agiata, in vista nel nostro entourage, frequentavo l’università, ero un ragazzo tranquillo, tranne quando salivo sulla mia Giulia, il secondo grande amore della mia vita. Solo in quello ero pericoloso, per il resto…ero un buon partito. Poi le cose migliorarono, col cambiar dei tempi. Potevamo farci vedere in pubblico, frequentarci, fare gite insieme…se c’era il parroco ! Tutto sommato, andava meglio, bisognava accontentarsi. Filava tutto meglio quando, con quella tua frase, mi inducesti a cadere nel tranello più vecchio del mondo.
· Perché non vieni a cena a casa mia, domani sera, con la tua famiglia ?
· Scherzi ? – ti risposi – A questa cena, ci sarebbe pure tua madre ?
· …e mio padre !
· Hai dimenticato le forze armate…
· Paura ?
· Chi io ? no, terrore !
Capii che mi stavi proponendo, in chiave moderna, la classica cena della richiesta. Se dicessi che accettai di buon grado direi una bugia. Fibrillai tutta la notte ! Al mattino successivo catechizzai i miei fratelli. Il più piccolo perché si comportasse bene a tavola. Il più grande, che avrebbe avuto un ruolo importante dovuto alla mancanza di mio padre che era scomparso, perché non mi sfottesse davanti a tutti. A mia madre non dissi niente, anzi la guardai negli occhi e vidi che era felice per me, tanto mi bastò. Così andammo alla cena. Io portavo il canonico mazzo di fiori. La porta fu aperta dalla stessa madre e dopo baci e abbracci con la mia e con i miei fratelli, mi porse la mano non senza aver cambiato lo sguardo dall’allegro al serioso. A scanso d’equivoci, le scagliai il mazzo di fiori che, nelle intenzioni, dovevano essere per te ed entrai in fretta.
Fummo, così, fidanzati ufficiali. Dopo qualche tempo convolammo a giuste nozze. Ancora, vivemmo, quei momenti di spensieratezza propri di quando eravamo ziti. Poi diventammo vecchi coniugi. Ora, non ti va più bene che fumi, ammorba l’aria, dici. Devo metter (mi vergogno a dirlo !) il bavaglione quando pranzo, altrimenti mi sporco, devo adorare la donna delle pulizie che svolge un compito encomiabile in casa, dopo il tuo. Devo usare il dopobarba che piace a te, indossare gli abiti che piacciono a te. Le pattine ancora no, ma ci manca poco. Che ci succede amore mio ? Eppure c’è una filastrocca, vera, sacrosanta, in dialetto, ti faccio anche la traduzione, se vuoi. Recita così :
T’arricordi quand’eramu ziti ? Ti ricordi quando eravamo fidanzati ?
‘nda mangiavamu cicculati ! Ne mangiavamo cioccolate !
E mo ca simu spusati Ed ora che siamo sposati
Caci, pugna e vastunati ! Calci, pugni e bastonate !
Non ti viene da domandarti : Chi ce l’ha fatto fare ? Scapoli, non si vive meglio ?
Lo spirito quando il mattino grigio
non ancora scomparso s'avvicina
al mezzogiorno, ha un piede minore e calmo,
da ramo afoso orizzontale
che sale e scende sotto un ventaglio blando -
se - tornasse improvviso a tarda sera col tuo nome
pieno di vita, senza un ostacolo.
Trattengo
lo sguardo sull'ora
lo sguardo sull'ora
è notte fonda o è gia mattino
la luna
ha consumato la notte
ha consumato la notte
ed è andata oltre
lasciando il cielo
troppo vuoto o forse pieno.
lasciando il cielo
troppo vuoto o forse pieno.
L'alba
è solo un pretesto
di odori e di profumi,
di luci, di ombre,di sguardi...
Senza parole.
Chi mi ha spinto nel labirinto del tempo
persa tra ricordi e sogni?
Ripercorro adesso gli stessi passi, mille volte,
ingoiando paure a farne di nuovi.
Questi sentieri li conosco, son sempre gli stessi
anche se dal cielo la luce sembra cambiare prospettiva,
la luna mostrarmi un’altra faccia.
Ma gli odori non cambiano, né i colori e
il mirto sa di mirto, il pesco sa di pesco,
la rosa non perderà le spine,
la loro vita durerà più della sua freschezza.
Il passato e il futuro mi tirano la giacchetta!
Immobile in questa dicotomia potrei morire.
Non aspetterò più!
Prima che d’argento saranno i capelli
e i graffi degli anni avranno alterato il viso,
devo uscire da questo perverso labirinto
potrei scoprire che lì non c’ero io.
Ho seguito una rotta,
amara e dolorosa come una ferita,una ferita che non uccide e non guarisce,
un solco immane e interminabile
tra gli spazi vuoti dell'essere,
inseguito da sciami di pensieri,
roteanti come inutili satelliti
di questo mio sperduto cuore.
Cuore accecato da luci di passione,
sperduto nell'ombra di ogni dubbio,
ma pur sempre tenero muscolo
capace di amare la carne,
il tocco lieve di mani indimenticabili,
il soffio tenue di un vento erotico.
Cuore bagnato dalla fresca rugiada
contro ogni destino calcolato,
a imprecare contro ogni cielo,
a tessere trame di versi,
versi che il mare della vita inghiottirà
o il grigio di questi palazzi confonderà
con miriadi di altre solitudini.
Il più grande imbarazzo lo provavo restando solo.
Cosa ci saremmo detti io e me stesso?
Due finti vaghi, l'uno con gli occhi in alto
e l'altro con le mani giunte dietro e un piede ondulante.
Un colpo di tosse accennato per far evaporare il silenzio,
un flebile fischiettio morto in due secondi;
D'incrociare gli occhi per carità.
A volte ci toccano queste sale d'attesa quasi vuote.
Ce n'è una in ogni vita. La domanda è:
che tipo di medico deve uscire dalla porta?
Cosa ci saremmo detti io e me stesso?
Due finti vaghi, l'uno con gli occhi in alto
e l'altro con le mani giunte dietro e un piede ondulante.
Un colpo di tosse accennato per far evaporare il silenzio,
un flebile fischiettio morto in due secondi;
D'incrociare gli occhi per carità.
A volte ci toccano queste sale d'attesa quasi vuote.
Ce n'è una in ogni vita. La domanda è:
che tipo di medico deve uscire dalla porta?









