se dell’etimo andiamo a dare conto
originando dal greco “poieo”
che tradurre possiamo come “fare”
Normalmente il poeta cosiddetto
scrive, s’angustia, piange, si dispera
ma in genere si guarda ben dal fare
sperando nell’aiuto delle stelle.
Magari è pure bravo a suscitare,
in chi legge, uno straccio d’emozione;
però lo fa col fin di farsi amare
e muovere gli utenti a compassione.
Lo so, sono un po’ cinico e bastardo
(come direbbe quel mio amico sardo).
Bischerate io scrivo senza meta:
vi prego, non chiamatemi poeta!
gioie perdute.
Soste negate,
schede impazzite.
Percorsi segnati
controllati a vista.
Ricordi bloccati
cercati e ricercati
persi nel nulla,
per sempre perduti.
Che fatica,
vagare alla ricerca
d'un sogno.
Porte chiuse,
separati dal mondo.
Freddo addosso,
dov'è il sole?
Chiudi gli occhi e
ricorda il calore.
di luce e di Angeli
nel cieco abbandono
di un anima
preludio e Oceano
a liberarti il mattino
E non vedrai cadere le foglie
nel tuo nascere Dea
nei versi di Febbraio
nel grido
che oltraggia il deserto
in questo tempo distratto !
Non esisterebbe primavera senza lo schianto
dei cadaveri dell'autunno.
Non esiste più il tuo soffio nel mio corpo,
che via via si faceva grosso, grosso, più grosso.
Non esiste più il Limbo:
bastava non credere in alcun battesimo.
Se tu fossi qui, neanche noterei la tua presenza.
Vedrei oltre un sospetto, denso lembo trasparente
a cui il dio tempo concederebbe lo sbigottimento
di un secondo.
Stringo la sabbia. C'è del rosso:
il rubino ha sposato il sangue.
Ho la testa sulla spalla,
dorme così chi si è ritrovato.
Non so se morto, che importa?
Passa un vento caldo:
quindi, è l'alito di qualcuno
che mi ha ingoiato
ma non ancora digerito.
Spaesato
da tutto questo
quasi -combatti o fuggi-
non ho più segreti da dirti.
La brezza del sogno,
oramai,
ha trovato
la sua forma
da pio parassita
proprio nel nostro
vuoto mentale.
Nel nostro
nido.
Ed è qui,
tra l’eterno
e il temporale,
che ansia ed angoscia
generano il principio
di ogni pensiero,
come fosse
una
lunga
vertigine.
Tu sei taciturna,
concentrata a cercare
i residui dei sogni di ieri.
Invece io ti parlo
con gli occhi,
intanto che aspetto
che la malinconica
inesorabile avanzata
dell’abbrutimento
la smetta,
per un attimo,
di perseguitarci.
Amo quel momento
che si dimentica,
che non si è
più sicuri
di essere:
il prima che
si faccia
alba,
e
l’appena dopo
che si è tornati
a dormire.
La vita
fino
alla
prossima
levata del sole,
quando canta il gallo
e piano piano si sveglia
il mio subconscio malato.
e da ogni angolo
affiora un particolare,
come un fantasma
che spunta dietro alla tenda,
un'ombra nuda
che sveste questo corpo di carne,
futura frattaglia.
Ma ci sono spazi ciechi
in cui l'occhio non arriva
e il cuore fatica,
per timore suppongo.
E quando credo di conoscermi
non vedo più nulla
di quello che credevo essere me.
Come è difficile
scoprirsi estranei ed ostili
al proprio stesso nome.
E capire che l'essenza
rifugge l'apparenza.
Inutile ogni sovrastruttura,
e più vana ogni difesa.
Torna a casa soldato !
La gloria non è oltre la collina
la gloria è nell'oro dei tuoi campi di grano.
Torna a casa soldato,
chi ti spara non è il tuo nemico
tuo nemico è chi ti ha dato il fucile.
Torna a casa soldato,
ci sono solo due bandiere possibili
quella nera e quella arcobaleno.
Torna a casa soldato,
tua madre abbraccia la madre del tuo nemico,
le loro lacrime sono uguali.
Torna a casa soldato,
chi ti ha mandato qui
dorme in un letto d'oro,
imbottito di patriottismo e nobili intenti.
Torna a casa soldato,
la guerra è buona solo per i mercanti
e i vermi della terra.
Torna a casa soldato,
il tuo nemico ha chiesto a Dio la vittoria,
anche tu hai pregato per questo,
Dio non dispensa vittorie,
Dio dispensa compassione.
Torna a casa soldato !
Per la festa
di Sant’Emiliano
dalle cascine le genti
onninamente, piano piano
raggiungono il paese.
La sindaco parla di politica
col lattaio
sulla ruota panoramica
mentre il curato,
carico come un mulo,
chiama inutilmente
il diacono sul calcinculo.
Sull’autoscontro lo sbombone
si atteggia con ginger e accendino,
dimenticando sul
respingente il piede nel mocassino.
notte senza sonno,
volo tra i pensieri di un domani...
Volo??
Mi dibatto irregolare, per non cadere,
schiantare questo corpo d'aria fusa,
come una nobile canzone sopravvivo,
nei solfeggi di dita alacri,
a stento resisto aggrappandomi
hai soffi forti, di un vento impetuoso
che non risparmia.
Ma nel cuore ho solo resti di speranze
ormai perdute e sul mio labbro tace
anche il più flebile dei suoni.
Volo ...
ed aerea resto, senza piu la dolcezza
di un gesto, ora parla solo il vento.
il cuore scandisce quel ritornello,
la danza della notte lo asseconda,
la luna migliore assiste, discreta.
Novembre si colora di ricordi
e la nebbia, la pioggia e il vento,
innocui messaggeri di gelo,
rimandano a dopo ogni minaccia.
La mia canzone sforacchia il tempo.
Protetto dal coro dei sempre vivi,
immagino primavere già viste.
Detergo gli occhi dalla resa.
La finestra che dà sul cortile di casa
è una cornice di un quadro prezioso,
sempre uguale appesa ad un cielo lontano
dove il mio sguardo ritorna a mio padre
affacciato da quella stanza di stinte pareti,
squallide ormai da un tempo remoto.
Era sempre lì proteso a scrutare l’infinito,
laggiù dove il monte tagliava una parte di cielo
e dove il sole non si scordava di domare la notte.
Le mie radici si sprofondano in quel tempo quando tu eri,
e nel ricordo si riempie quel vuoto profondo
che lasciasti dentro di me, e in quel momento
tuo figlio si compie e rinasce per un istante soltanto,
poi tutto svanisce in un mare di pianto.
Scopro passi d'una triste danza
s'associano a non rari pezzi di storia
amara, come battaglie inconsistenti
al peso, per un vessillo i morti
di lungo assedio... e ancor si piange.
Una parte vale l'altra, chi conduce
e chi esegue, senza sorriso. Passi
in successione lenta, stridente
il suo lamento e irrigidito il tronco.
E contentezza vola sciolta allora
è ricerca d'acquietar la sera e s'affoga
tra il tripudiar di affamata folla
nel nero greto di un vigna incolta.
Vento calpesta abeti
folle impazzite sulle piazze
velocità indifferenza
sgomitate di greti a case
un fiume di denaro
nella mente del pianeta.
La natura ci copia
raro nell’universo
ma qui
il padrone non è certo del servo
e il servo si gioca il padrone
abitudine al gioco degli scacchi
sconfitta idiota vittoria di matto.
Cammino lungo il sentiero dei colli
che scende in dolci balze alla pianura.
Prati verdi insanguinati di papaveri,
mi stordisce il profumo dei tigli
mi chiama da lontano il canto dell’upupa.
La torre antica e il vecchio mulino
mi osservano stupiti…
"che raro, che strano viandante!"
La quercia maestosa, l’esile betulla
parlano fra loro guardandomi curiose.
E osservo sorpreso la verde radura,
l’ignuda fanciulla che attinge alla fonte
e quella seduta,
il menestrello che suona,
l’altro che ascolta incantato.
D’un tratto mi scuoto e mi trovo seduto,
rapito, a guardare il dipinto.










