Caccio via il tuo volto dai miei sogni ma,
imperterrito tu continui a vagarmi dentro.
È per questo che non dimentico i tuoi occhi.
È per questo che assaporo ancora la tua bocca.
Poi mi sveglio e continuo ad immaginarti...
con un gesto cerco di mandarti via
ed in un altro ancora ti richiamo.
Maledetta me che t'amo ancora.
Forse dovrei cercarti, o forse scappare via.
Ma in capo al mondo... nei miei sogni,
vulnerabili follie mi riportano a te ancora.
E ancora... e ancora... e sempre.
Alla fine mi rassegno ad un dolce ricordo,
come una moviola da guardare al buio.
Era il film che avrei voluto per noi,
i soli protagonisti di un lungo romanzo.
"Sempre" sarebbe stato il titolo di una trama
un po' intrecciata e senza titoli di coda, perché
il "felici e contenti" non sarebbe bastato al cuore.
E mai nessun ricordo ha mai avuto fine.
Assuefatta al concetto
di Caporetto e la sua disfatta
la gente non cambia,
mente e scambia segni
di pace per fare guerra
di fuoco e nell'aria il fumo
mentre l'acqua resta nel pozzo
e terra diviene rapace,
incapace alla presa
o all'onorevole resa
e va in chiesa
solo per evitare di cedere
la decima parte, un solo cero
e alle porte compare speranza
di scampare alle folle
dei decimati
ma coscienza non tace
e morde ... perspicacemente.
indelebile, impressa in chi guarda.
Con silenzio suona nell'ascoltatore:
non la smuove un grido irrazionale,
poiché non sente chi non ha fil di voce
nondimeno pesa ineluttabile
come macigno sull'animo umano.
Nelle viscere si annida crudele,
parassitico malessere profondo;
ambigua febbre d'angoscia manifesta
vana è la felicità per guarirla.
Imperatrice, i due regni accorda
e al disperato gesto dà un senso.
Giustifica chi lontano da lei sfugge:
il suicida, sfinito di galleggiare
nel grigio opprimente del vacuo nulla,
abbandona l'esistenza e la morte,
insieme cauto e avventato,bacia.
Da qui,
da immagini cupe
da voci urlanti
Evadere.
Sradico pensieri...
una fitta alla tempia,
ma forse svanirà.
Lego strette
le loro trame,
brandelli del lenzuolo
di un galeotto in fuga.
E mi calo
da quella finestra,
ma poi... lo strappo
e lo schianto.
Sento il freddo
del pavimento
sullo zigomo
dolorante.
Non lasciare che il sistema
Degradato,
che questa società
meschina,
ti cambino,
cerca di cambiare tu le cose;
non rinunciare mai,
a te stesso,
le tue idee,
la tua vita,
le abitudini,
il tuo modo d’essere;
non cambiare mai,
vai fino in fondo,
cercando la tua libertà;
in questo mondo pazzo e falso,
che cerca sempre,
di manipolarti,
di comandare,
di plagiarti;
con le sue cazzate,
i falsi miti,
i luoghi comuni,
la pubblicità
scema e omologante;
cerca le cose vere,
genuine,
l’amicizia,
la chiarezza,
la verità,
le cose come stanno;
l’indipendenza.
è un organo troppo fragile.
Esso è esposto a troppi inganni
e sotto sforzo ha mille affanni.
A volte si ferma e sembra morto
con una carezza in vita lo riporto,
ma non riesce a gridare al mondo
anche lui, come il mare, è profondo.
oggi sono da te, i tanti luoghi
dove crescevo -li giro attraverso le foto
attaccate in cucina per avere alla mano
tu l’appiglio, mentre la chiglia
prende una tenera curva e sommerge.
dal balcone c’è il valico, oggi è tanto vicino
un palmo per un viaggio e le campanule lassù
gioielli di roccia in tono col lillà dei tuoi capelli.
ti arrampicavi
cerva che non teme dirupi
e ora vieni incontro su un perno artificiale
tra mura sicure. sfiori di un tatto leggero
la guancia, il sorriso che ti lascio
è anch’esso orma di sponda
ma solleva -poi dici- da tutta questa Terra
che scotta.
scende piano
corre veloce
è troppo lontano.
Gioca presto
cambia in fretta
sali in alto
c' è la scaletta.
Non pensarci
è una sfida
non fermarti
rischi la vita.
Corri ,corri
guarda oltre.
Niente regali
cose storte.
Pensa, parla
rifletti a lungo.
meglio il sole
che il freddo buio.
Non sto
bene
Sto nel mio;
passerà
Stazione fantasma
in cuor tuo
l’anima spegni
e ogni veicolo
passante in galleria
mi scuote
il cervello
mi scuote
la Vita
mi scuote
l’Essenza
mi scuote
l’infinito
che in mani
posseggo
Il maggiormente
veloce
è dell’emozion
la più instabile
rimango
senza parole
avvolto da tristezza
se di un abbraccio ai fianchi
sento soltanto un ricordo che aleggia
sulle prime luci dell’alba in un giorno di settembre
quando tu eri ancora vita, e mi parlavi, sotto l’arco della porta
ed io che ti ascoltavo attento, quasi stupito, in quella frazione di tempo obliquo
ed io che ho di te questo momento; che rimarrà sull’uscio
impresso a caldo, abbarbicato nel dolore
vischioso e irreparabile, perché
a tutto c’è rimedio
tranne
alla
m
o
r
t
e
Sotto la coperta a rombi
di lana colorata mangiamo
patatine sul sofà e ti soffio
sull’orecchio, tu mi fai
il solletico e ridi.
Nudi appena sotto
il paradiso mi copri
del colore dei tuoi occhi
e mentre facciamo l’amore
continui a sorridere.
Dentro un brivido,
nel gancetto del reggiseno
che ti tolgo con un bacio.











