come un fiore nel suo giardino,
e lascia che il suo olezzo
inebriante invada quel sorriso,
inarcato dolce come miele
sul davanzale della speranza.
Destati dalla pigra indecisione,
sotto le secche fronde
nel loro lento stormire,
confuso col fruscio interiore
che ti arresta consapevole,
dinanzi al falò
delle tue inclinazioni!
Cingiti il cuore di coraggio
e intona un canto nuovo,
melodiche note nel progettare
binari dove lesto far viaggiare,
il sogno bramato!
Indossa un abito
di pura bianca costanza,
in quelle parole che pronuncerai
guardandoti fiera
allo specchio del confronto,
raccontandoti fiera
di avercela fatta,
come protagonista
in un film d'amore
per il lieto fine fiorito,
nella serra della vittoria
nella storia della propria vita.
Conosco questo riparo
con la fuliggine che sa di me,
e le pareti colme di fatiche e ricordi.
Luci che non si spengono mai,
il pensiero vorrebbe fuggire,
ma resta a domandarsi come vivere ancora.
I posacenere, ormai anneriti,
si colmano di pensieri bruciati
e le finestre non permettono
all'aria nuova di entrare.
Così il tempo trattiene
questa vita tra queste mura
che non si ferma.
Una sigaretta ancora
per cercare le parole.
Ma in questo torpore mi abbandono,
perché non trovo risposte.
Poi basta una frase,
un ricordo,
e le parole prendono forma
per declinare la vita che cambia
nella confusione del reale.
con dentro tanti fiori diversi.
L'altezzosa rosa con le sue spine,
la margherita ballerina,
il tulipano colorato,
il garofano,
il papavero,
il triste e compassionevole
crisantemo,
l'altera orchidea:
quel magnifico fiore che spunta
fra gli interstizi montanari.
Poi ci sono quei fiori
che non vanno nei vasi:
crescono ribelli insieme
a tantissimi fili di tenera erba.
Sono simili a margherite,
ma non sono margherite:
sono fiori,
ma nessuno li chiama fiori.
Non si mettono negli occhielli,
fra i capelli,
nelle pagine di un libro.
Nascono
un po' dove capita:
sulle strade, fra i gradini,
attorno alle fontane.
Emarginati, servili, sottomessi
si affacciano timidamente
al mondo,
ma non lo fanno
perché sono prepotenti:
vogliono solo vivere liberamente,
così...come fanno gli altri fiori.
Sono fiori come gli altri,
ma per tanti non sono fiori;
eppure si ricoprono
di goccioline d'acqua
e piangono rugiada
come tutti gli altri fiori.
Rassegnati si limitano ad essere
"quelli..." oppure "gli altri."
Vivono ai margini:
ghettizzati, derisi e bullizzati.
Eppure...anche loro quando
vengono calpestati soffrono...
ma nessuno se ne accorge.
Sono fiori...ma a parte i bambini,
qualche animo nobile
e qualche poeta...
solo pochi li amano,
solo pochi li rispettano,
solo pochi li chiamano fiori.
che, dentro di me, prende forme:
fascio bianco, forte e radiante,
come aura sul capo uniforme.
Dal bianco vira al violetto,
Chakra eccelso si tinge d'oro
Spirto che cresce cambia aspetto
oltre la mente, un gran tesoro
Scopro in me profondo mistero:
Luce invade la mia coscienza
Chakra che fonde alma e pensiero
lieta son di tal esperienza!
Continuo la meditazione
scoprendo il mio essere Luce
esercizio di introspezione
all'Arbitrio del Sé conduce!
Ho visto passare tanti anni
sotto un cielo azzurro, grigio, piatto o variegato di nuvole .
Ho dato tutto quello che potevo dare , ho avuto tanto e ho perso pezzi di me lungo la strada,
lasciandoli andare come foglie portate dal vento.
Ho visto stagioni rincorrersi senza sosta,
mentre la terra, sotto i piedi, cambiava silenziosa il suo vestito.
Ho teso le mani per stringere promesse,
qualcuna è svanita, qualcuna è diventata radice.
Oggi guardo i solchi di questo tempo che passa
non come rughe, ma come canali pronti a raccogliere la prossima pioggia.
C’è una strana pace nel sapere che nulla si trattiene,
che tutto scorre, si trasforma e, dopotutto, rimane.
Brindo al cammino fatto e a quello che viene ,
mentre il tempo, saggio, continua a fiorire.
non fosse l’ultimo canto del cigno
dopo subìto un destino molesto,
non tanto quella condanna al macigno
ch’anzi, fu sfida lanciata agli Dèi
mia scommessa arrogante e beffarda,
quanto il rifiuto di questi anni miei
vinto dal tedio di un’ora già tarda.
Solo l’accidia del viver m’impregna,
inesorabile il tempo che scorre
in un assolo che tutto disdegna
senza riuscir più di nulla a disporre.
Né la poesia più lenisce l’affanno,
oasi serena in quel ch’era un deserto
ove maliardo fingevo un inganno
mentr’or non sfuggo al mio cupo sconcerto.
Vago avvilito se penso al passato,
l’ansia mi coglie se penso al futuro.
Vivo un presente che par dileguato,
cerco smarrito quell’io duro e puro.
nel tuo più profondo recesso,
il luogo nascosto
dove quel dolore, intriso di tristezza,
si nasconde.
Sollevi lentamente
il polveroso tappeto della tua memoria,
dove fotogrammi di te dondolano,
appesi a leggere ragnatele.
C'è così tanto
sotto quel tappeto mnemonico.
Eppure,
quel dolore che distrugge
ha trovato un luogo,
forse invisibile.
Ti aggiri
tra le circonvoluzioni che la tua scatola accoglie.
Ma niente.
Nulla che sia dolore
naviga nel liquor che tutto circonda e protegge.
Lo troverai,
forse,
un giorno;
ti aspetta, sanato, sull'uscio della felicità.
C'è una stanza sospesa
dentro uno schermo,
un luogo dove il tempo smette di correre.
Condividiamo una foto, un vecchio sorriso,
solo per salvarlo dall'oblio,
per dire al mondo che quel momento è esistito.
E d’improvviso ritorna l’odore della domenica,
la cucina piena di fumo e di vita,
la mano di mia madre
che stringevo da bambina.
Ritorna il rumore dei giorni di festa,
le risate nate per niente,
quei gesti semplici che scaldavano la casa.
Eravamo noi,
che crescevamo senza accorgercene,
con gli occhi pieni di futuro.
Oggi guardo i miei figli e ritrovo lo stesso cammino,
lo stesso stupore,
lo stesso tempo che scorre.
Questa nostalgia non è una ferita vuota,
è solo il passato che continua a farsi sentire.
Ricordare significa proteggere quel fuoco,
guardarsi allo specchio e riconoscere da dove veniamo.
Il tempo passa, è vero,
ma non tocca l’amore che ci ha resi ciò che siamo.
Sto male in questo vivere fasullo,
penosamente male e sempre più,
e mentre nel malessere mi cullo
questa stagion mi sembra schiavitù.
Forse un po’ masochista mi trastullo
rimpiangendo la vita mia che fu,
ché l’albero ch’or vedo così brullo,
fu prodigo di frutti in gioventù.
Or anche tra la gente, in solitudine
scorre il mio tempo e pure nel virtuale
fuga non vedo più dall’inquietudine
che mi rode da dentro o che m’assale,
sicché persino in lieta moltitudine
lavora dentro me un oscuro male.
che travolge litorali,
spiazzi, auto e vite,
la tua dipartita
ha sconvolto
la mia esistenza.
Ancora adesso
soffro e cerco
conforto in amici
e poesia...
Ma la mia anima è
cambiata,
la solitudine come
un macigno è difficile
da affrontare.
fugaci giungono voci
di corse di bimbi in avventura,
nella nebbia dell’incoscienza,
innocente e variopinta d’emozioni.
All’ombra dei miei segreti,
alzo lo sguardo sui miei anni svelti
che, come rotoli, svanivano
nei sorrisi e nei ritagli di canzoni,
tra timide lacrime d’amore,
sui libri sfogliati di scuola
che sapevano raccontare
storie di tele ricamate d’altri tempi.
È il passato che sfiora la pelle,
in un attimo di silenzio,
mendicante di ore in fiore
da ricordare e conservare
nel cassetto del cuore.
Chiederò al mio respiro
di non sciupare, con inganno,
quel batticuore nel rivedermi ancora:
quel che ero,
quel che resta,
quel che è andato via,
nei riflessi di folate di nostalgia
che ingoiano la mia anima,
davanti allo specchio del presente.
Accetterò il mio odore di vecchio.
Giocano, oltre la finestra, i fanciulli,
tra versi immaturi di consapevolezze,
e io mi stringo nel petto
la malinconia del nulla che resta,
che finge di amarmi,
mi accarezza col suo antico
brivido nostalgico
e mi lascia solitudine da ascoltare,
leggendo l’esperienza senza pioggia,
che vaga tra i frutti della vita,
restituendo, sottovoce, un fremito
che non cancelli
via le orme seppellite,
ma che adorni i passi al porto terreno.







