Mi emozionano gli sguardi
Mi toccano quelle vite leggere
che mi passano accanto senza chiedere,
senza disturbare ,
senza bisogno di spiegazioni .
Mi toccano le cose piccole ,
mi commuovono le cose discrete ,
quelle che quasi si nascondono,
timide di essere cosi belle da non volerlo mostrare .
Mi toccano i dettagli sussurrati,
i miracoli silenziosi ,
le carezze che si vedono ,
le distrazioni che aprono la mente e il cuore .
Oltre la carne
Percepisco la sua fattezza,
un tafta increspato
intriso d'una miriade di profumi.
Sa d'agrumato
di brezza leggera portata dal mare
sa di salsedine
quest'anima sola d'amare.
Tronco d'ulivo secolare intrecciato da burrasche interiori,
nulla e nessuno lo può annientare
nonostante sia affranto da un' infinità di dolori.
L'animo mio rinasce dalle ceneri
è una fenice vagabonda, gabbiano innamorato,
ha bisogno dei suoi spazi di solitudine
per esser riparato.
Come un camaleonte che muta pelle
la solitudine gli è di supporto
per tornare a cibarsi di stelle
e gioire nelle beatitudine.
Il respiro alterno, l'aria che muove
di parole, luoghi comuni e pensieri
Ritornare sui miei passi
e rilegger quanto scrissi,
giovinezza mia che vissi,
emozioni e lor sintassi,
foglio penna e calamaio,
oggi monitor-tastiera,
e riviver primavera
come mago pifferaio
che convincer vuol sé stesso,
or ch’è il capo suo canuto,
a tornar su quel vissuto
già baciato dal successo.
Pane amore e fantasia
ebbi e pur il companatico
ma non senza un senso pratico
che guidò la strada mia.
Fu così? Arduo m’è dire
se possibil miglior sorte
or ch’esauste son le scorte,
or ch’è il giorno all’imbrunire.
Capolìn fa nostalgia,
che m’afferra e il cuor mi morde,
e mi fa vibrar le corde
di recondita armonia
il sentir vecchie canzoni,
mentr’ambascia mi pervade
se percorro quelle strade
ove cadder gli aquiloni. (*)
E così sto in depressione,
tra rimpianti e tra rimorsi
ripensando a quei percorsi
ove persi un’occasione.
Quel non detto, quel non fatto
in quell’attimo fuggente
celebrato e contingente
ch’è dal caso contraffatto.
D’incompiuto il cuor s’impregna,
sensazion che trasfiguro
ch’alimenta il fuoco oscuro
ove ancor arde mia legna.
(*) “felice te che al vento non vedesti cader che gli aquiloni” (G. Pascoli, da: L’Aquilone). Estrapolata da tutt'altro contesto, la matafora vuole significare che ho vissuto disillusioni ma non, come il poeta, grandi tragedie esistenziali.
Su questa terra di cemento,
dove i muri crescono come alberi morti
e l’aria sa di polvere,
sono nato con gli occhi rivolti al cielo.
Nel sonno vedo un mare di sabbia,
dune che respirano,
creature lente che cambiano forma,
grani d’oro che sfuggono alle dita
per farsi vento.
Ho inseguito quell’orizzonte,
ma sono caduto in un miraggio d’amore:
un’oasi di acqua finta,
catene di seta che stringono dolcemente,
un giardino recintato
dove i fiori non hanno radici.
Qui non esistono sbarre,
non c’è guardia né chiave,
eppure i pensieri camminano in cerchio,
senza mai trovare il varco.
Il tempo scorre come sabbia bagnata,
pesante, senza canto,
e il sole della libertà
non filtra oltre queste mura invisibili.
Ma nella cella dei miei sogni
il vento del deserto entra ancora,
e so che un giorno
sarò uno di quei granelli
che il cielo porta via.
Come si dovrebbe rintracciare da questo timido e costretto nascondiglio terrestre la miracolosità della immaginazione, il grande teatro della mente che niente ha da invidiare ai milioni di galassie così mostruose e antiche da essere senza un tempo concepibile? Le merci d’oro e seta che di notte si filano in sogni, chissà da quale profondità emergono? L’incommensurabile grandezza degli istinti che prima di esprimersi si mediano e si annodano in un lavorio sconosciuto, ma permanente, per renderli compatibili, gestibili, persino reprimerli.
Per fortuna abbiamo un limite in numeri decimali incompatibile con l’eternità, con la saggezza, con la pazienza. La vita è un colpo di tacco, un sorriso appena accennato, molto meno del brivido di un continente. Io, per esempio, temo qualsiasi tipo d’amore semplicemente perché soffro del tempo che non ho, dell’impossibilità di poter solo dare alcuni cenni esterni di chi io sia se non come sintesi approssimativa. Di lei, qualsiasi lei, temo di non poter andare oltre ad un profumo, ad una lacrima, per non parlare di un bacio. L’ho baciata? Certo, infinite volte, ma se dovessi raccontare cosa accade quando si conclude un bacio non potrei farlo. Il troppo presto è capace di uccidere tutto il bacio. La fine! La fine cancella sempre l’inizio e il durante!
Sai di me, sapete di me, tutto il possibile che può conoscersi in un attimo, nient’altro. Io di me so qualcosa in più di voi, ma poca cosa. Mangio, bevo, dormo, rilascio cose già utilizzate, faccio sesso, ho potuto contribuire alla riproduzione. Tutto qui? Si, tutto qui! Il resto è fantasia, immaginazione, sogno, istinto. Sono io il proprietario di tutto ciò? Si, ho questa incombenza e responsabilità. Cioè posseggo un cosmo infinito che non sono in grado di conoscere né, ovviamente, di utilizzare e gestire al meglio.
Mi fa piacere che qualcuno abbia indagato la relatività. Grazie! Ma sono, siamo ben altro. Siamo la parte meno evidente e meno indagata dell’infinito. Siamo relativi a noi stessi!
La nostra relatività è infinita e inconoscibile. Si, certo, posseggo abitudini, modi, sistemi, comportamenti, ma al primo soffio di vento d’anima lasciano il posto ad altro. Quel qualcosa tra il grandioso e l’infimo, tra il miserabile e il degno. Credo che chiunque abbia parlato, nel corso di migliaia di anni (poeti o religiosi che siano stati), di inferno e paradiso cercasse disperatamente di andare al centro della nostra miseria. Abbiamo un’intelligenza, grande o meno grande che sia, adatta ai particolari, ai piccoli accadimenti, alle piccole scienze. La grande scienza che dovrebbe indagare nei meandri della immaginazione, dei sogni, degli istinti, della fantasia non sarà mai a nostra disposizione. Per fortuna io credo, altrimenti non potremmo sopravvivere a questa conoscenza.
Chi scrive dovrebbe essere obbligato a cerchiare in rosso i propri passi nel mondo per non perdersi. I passi fisici e quelli su carta. Chi scrive dovrebbe chiedersi, maledizione, quanti di questi passi sono veri e quanti quelli falsi. Molti si accorgerebbero di non essersi mossi di un millimetro. Niente che si scriva, come nessun viaggio è reale se non è macchiato dall’istinto, se non porta con se tutte le caratteristiche di un sogno ancora da fare mille volte in una certa notte, in un certo anno, in un certo letto ben scelto per una nuova amante, in un ultimo bicchiere d’alcol che ti porti dove non sei stato ancora.
So che i grandi, alcuni grandi scrittori, hanno scritto sapendo bene dove stavano portandoci. Altri, impasticcati di presunzione, sono grandi solo per alcuni salotti di velluto consumato. Scrivono solo per onorarsi, per cospargersi di brillantina senza ungersi le mani. Scrivere è un mestiere che sporca, che uccide, che respira d’ossessioni, cerca spiragli d’aria dove l’aria non c’è perché se vi fosse stata Joyce non si sarebbe occupato di Ulisse, Dostoevskij non avrebbe conosciuto i Karamazov e Majakovskij – il più grande - sarebbe morto centenario. Certo, scrivere non è mai innocuo, e di questo ringrazio Dio o qualsiasi altro Dio che voglia prendersene la responsabilità.

Tu che sei in un mondo
così lontano
e più ti penso
e tutto è così strano
nella mia mente
ci sei sempre tu
in primo piano
nelle giornate che fuori piove
oppure quando c'è tanto sole
e non ho voglia di parlare
nelle stagioni che cambiano
nei miei sorrisi
che fingono gioia
e tutto scorre come un fiume in piena
è una tempesta dentro il cuore
ed il tempo è come un pugno nello stomaco
che fa tanto male.
E penso anche a te
amore mio così lontano
che tocchi le stelle con le mani
e sarà dura così
fingere di stare bene
e pensare, pensare
osservando il cielo
che cambia i colori
nelle giornate che fuori piove
e con il sole che sembra smarrito
non ho proprio voglia di parlare
solo di pensare anche a te.
le sagge mani
dei lavoratori della terra,
che, con il sudore,
fecondano alberi da frutto,
nutrendo radici affamate d'acqua
sotto il calore del sole,
tra il profumo umido
della terra arata.
Come le braccia di chi,
operaio edile,
agisce sui cantieri all'ombra
dei pericoli e degli sforzi per obbligo,
mentre il ferro freddo e il cemento
risuonano sotto i colpi della fatica.
Che siano benedette le sagge mani
di chi fa dell'arte il proprio lavoro,
artigiano del legno per passione,
sfiorando con dita esperte
la trama di venature antiche,
modellando forme
che raccontano storie.
E di chi, con la sua mente,
organizza sul computer
programmi complessi,
trasformando idee astratte
in ordine,
tra il ticchettio ritmato della tastiera
e la luce fredda dello schermo.
Che siano benedette
anche le mani
di quelle donne anonime,
che, incessanti nei laboratori, praticano nel silenzio
dell'affanno e del sudore,
tra fili, aghi e tessuti,
intrecciando destini invisibili.
Che siano benedette
tutte le mani che raccolgono
le lacrime dei più poveri,
restituendo carità per le strade.
Saranno le mani
più ricche e potenti del mondo,
l'insegnamento del sacrificio
per amore
non sarà mai cancellato
dalla memoria dei suoi figli.
Benedette mani,
siate fedeli e feconde d'amore,
nella pace dello spirito,
e sarete forti lavoratori perfetti.

In luoghi ameni e longeve terre,
fioriscon alberi giganti, rose e tulipani,
a costeggiar corsi d’acqua galante e riflettente,
ove specchiar il cielo in rifrangente,
d’umile saggezza e purezza d’animo.
Oasi, per chi del mondo, fa opera d’arte,
e dell’amor sentimento primordiale,
del rispetto, montagna di pace,
oasi di serenità essenziale.
Misture di sentimenti,
prevalenza d’affetto e
tolleranza umana.
Volan colombe e parole,
nel ciel volan, su nuvole bianche,
ad azzurrar acqua di fiumi e mari.
Colombe di pace e sentimenti ad adornar di bene.
Messaggi di parole a migrar su continenti,
oasi ove attinger acqua pura,
angoli di vita, ove l’umanità dovrebbe viver e prolificare,
estasi gloriose a decantar union mondiale.
Ove dimenticar guerre, e bombe nucleari,
ove vita è semplicità e benessere spirituale,
ove siamo fratelli e non regni il potere,
ove il Signore, lanciò la pietra dell’amore.
Oasi ove vivrei volentieri!
6 Aprile 2025
anche quando tutto si scioglie intorno,
anche quando il silenzio pesa più di mille voci.
Resto,
con le mani che hanno stretto troppo,
e con il cuore che nessuno ha saputo leggere fino in fondo.
Sono stanca, sì...
ma ancora capace di luce.
Ancora viva di parole non dette
e sogni che non si lasciano morire.
Voglio abbracciare me;
perché per me ci sono stata poco.
Ma ora ci sono
e non mi lascio più andare via.
Ho dato tanto a chi non meritava.
Ho dato più di quanto avevo.
Ora che mi sono svuotata,
ho bisogno di riempirmi
di tutte le cose che non mi sono mai data.
Io resto;
perché adesso scelgo me.
Apre gli occhi
sulla luna ferita
dal tondino scoperto
del fabbricato
incompiuto, solo dirimpetto.
Sanguina dal finestrino
in un fascio la notte
nelle asole, su di un accordo
di viola, scordato
nel doppiopetto.
(dal manoscritto olografo "Fatiscente")











