Fabio telefonò alle 18:30.
«Ciao Costanza, che facciamo stasera?... Andiamo a cena insieme?»
«Sì, va bene! Mio marito, come ho accennato, torna fra due giorni… Ti aspetto alle 20.. Ciaociao.»
 
Nessuna telefonata dopo questo colloquio.
Erano le 19:57 quando Fabio decise di parcheggiare la macchina davanti al portone. Qualche goccia s’addossava sul parabrezza. Il vento che prima infieriva fra i rami spogli, stava scemando. E sarà un signor temporale, pensò.
Salì a piedi fino all’attico di Costanza. La porta era spalancata. Le luci accese. S’affacciò.
«Costanza… C’è nessuno in casa?» ripeté almeno un paio di volte. Tendendo l’orecchio.
 
Un senso d’inquietudine si impossessò di lui. Attimi confusi: entro non entro... Poi, deciso, entrò.
L'ingresso era immenso, un ottagono di mosaici, grigio sfumato, alla fine una scalinata bella e armoniosa, di marmo di Carrara.
Si aggrappò allo corrimano di noce, quasi a tirarsi su, e in un solo fiato fece tutta la rampa dei gradini. Lucidissimi. Senza impronte, sembravano.
 
Il pianerottolo che dava sul grande salone sprizzava freddo, a tratti gelide ventate. Si fermò. Fece un bel gran respiro, e iniziò a camminare. Un paio di lampi schiariva il buio.
Avvertì di rallentare il passo, come se i piedi poggiassero su una pozza liquida.
Si guardò intorno, accendendo un Dupont d’argento. Quattro finestroni spalancati. Un tavolo immenso, di ciliegio rosso. Al centro una composizione di fiori bianchissimi. Pensò alle begonie, mazzetti di mughetti. Però s’accorse che da un lato dell’immenso bouquet, l’armonia era scomposta. Aggirò il tavolo e dall’altro lato vide che a terra c’erano fiori, stramazzati, in un laghetto di acqua.
Le tende in balia del vento vorticavano. Il freddo diventò visibile. Fumava. E cominciò a tremare davvero quando tutto si spense.
 
Ma, perché sono entrato… Non era meglio rimanere sulla porta d’ingresso…cazzo, si diceva ad alta voce.
Inciampò. Immediato fu un fracasso incredibile di vetri rotti. Uno scricchiolio al rallentatore lo scosse, urtando gli estremi del coraggio. Imbarazzandolo. Sentì addirittura gli squilli d’un telefono.  
«Il telefono… il telefono… Dove sarà il telefono..», gridò.
 
Poi, la voce di Costanza. Che tono angelico. Tranquillo, come quando si parlano.
«Cosa succede Fabio…» - ha in mano una bugiola luminosa - Non trovo il contatore… Scusa».
Una pausa. Protende la candela, verso il pavimento, dietro me.
Che hai fatto… perche?» É incredula.. accorata.
«No… Costanza non ho fatto nulla… ho trovato la porta aperta e sono entrato.» Non mi sente.
«No, mio dio.. Lilly, Franck… No! No! No! Come è possibileeee…»
 
No, no! Sono morti, sono morti, sì! Si! Si! Sono morti. In ginocchio, un profilo dolente.
«Sei stato tu Fabio, perché l’hai fatto.. » Mi guarda… mi guarda…
«No! Costanza, io non c’entro»
 
Poggia la candela sul pizzo del tavolo. Girà su se stessa. La immagino ricomporsi. Una voce roca, commenta: No, lui non c’entra… ho dimenticato di chiudere le finestre…
«Aspetta! Il vento, quando sono arrivato era fortissimo… avrà spostato la boccia di vetro sul bordo del tavolo e… Lilly e Frank, poveri pesciolini rossi… Cazzo.. e tutto un lago, vado a prendere il mocio. ».
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Profilo Autore: fabio brogini  

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