Una lacrima da un ciglio di donna scivolò su un ritaglio di luna. Penzolava, e dondolava in un lembo di cielo finchè cadde. La cullò la manovella di un carillon, e solo quando non più piccina… se ne prese cura un tempo di 3/4 sul pentagramma. Qualcuno dice somigliasse a Venere, qualcun altro giura non sapesse di piangere. E la chiama mamma.
Fuorchè una sincera lietezza per l’emozione lasciata nel cuore, sento che altro ahimè ballerina non sia riuscita a trasmettere. “Excusez-moi”. Un amico giorni fa leggendo questa poesia mi disse soltanto: Mi sembra di cogliere un dramma. Comunque “merci... rien ne va plus”.
Elegante come la prima stella della sera, in bilico sui suoi passi nobili e lenti danzava in un valzer con la sua bambina tra le braccia in un tenue bagliore che sfiorando la coda del pianoforte la invitava a seguirla tra le nuvole di una luna mezza falcata. Adagiata nella culla, la bimba la guardava dormire. Da quel giorno continuò a dormire, e ballerina continuò a provare quei passi… duri, troppo grandi. Come i visi tirati accanto a lei di chi da quel giorno è stato sempre troppo lontano. Troppo altrove. Quei passi stanchi sul far di ogni sera. Diciotto soli passi di quel valzer francese che ora sono i passi eleganti e nobili, e lenti di ballerina. Adesso che dal cielo l’accompagna la sua mamma.
