Raramente riescono a distinguere
tra effettivo e fasullo; ecco
perché è così facile ingannarle.
Più dai loro aiuto, e più ne hanno
bisogno: finchè la tua gentilezza
sarà capace di incantarle,
impoverirà la loro umanità.
I sentimenti non danno canoni per
limitare un’illusione o un capriccio.
Sono un veleno violento che oscura
la ragione, il tentativo di costringere
la verità ad arrendersi al chiacchiericcio.
La chiaroveggente prova a dare il soffio
della vita ad una bugia cercando
di adombrare quella verità con la bellezza
effimera dei desideri: far abbandonare
la mente razionale per la negromante
è lo scambio in cui si perde ogni certezza.
Gaius, medico badiale
dalla struttura pingue
prova indifferenza
all’adiposità e al sangue.
Ma appagamento
nel lustrare il martelletto
e nel tirar a lucido lo stetoscopio,
non il corpacciuto aspetto.
Si compiace,leccardo, nel forbire
il termometro nella sua abitazione,
al pari del blandire in visita negli
altrui alloggi il gravoso buzzone.
Dopo la nostra relazione che definiscon
fedifraga e incestuosa, ma che per me
non è altro che irreprimibile passione,
ho pensato di dedicarti una pagina su
lo Strillone di Tintagel, o di far librare
un aeroplano con la bandiera araldica
con su scritto “Mia dolce ossessione”.
Per non smettere di baciarti
il collo, se fosse in mio potere
ordinerei di allontanare
il giorno alle stelle.
Ma posso incaricare l’alchemico
di fare un profumo che ricordi
l’odore della tua pelle.
A un certo quid di caffè
e tabacco a iosa,
parole accartocciate
nei fogli
o sfuggite sulla losa
lui esce di fretta come
da una strettoia di implicazioni,
con lo staffile nella mano.
E un bacio cade
dalla tasca dietro dei calzoni.
Lei si stringe a nessuno.
Sbadiglia, coi piedi nudi sulla pioda.
Le sfugge un sorriso
quando si accorge di quelle parole
raminghe beccate da un batticoda.
Poi rientra…sul mio verone: lascia
cadere la veste sui calzari e mi chiede
amore non solo con gli occhi.
Apro gli occhi, e mi resta
quella cutrettola che continua a beccare
i miei scarabocchi.
E una vanessa dalle ali
festonate
sui miei calzari.
Mi accontenterò della sua livrea vivace.
E di quei pochi istanti in cui le nostre
divengono figure complanari.
Con Mordred al potere
scordiamoci il rispetto delle leggi.
Da lungo tempo scarseggiano
gli erbaggi per le greggi,
e lui dispensa arroganza
ai regni contigui.
E lascia il suo popolo a fave e cardi.
Ma si rende conto che oltre i confini,
lo dice anche il giornale,
hanno imponenti baliste e dardi…
Scolpati coloro che han la becca:
i carri non sarebbero dovuti
passare.
Per gli eserciti a cavallo
era notorio il divieto
di traversare.
Solo fanteria, o fittavoli
con bestie da bardo
e bardotti da tiro.
E noi sotto con lo scricchiolio
nell’orecchia del bollettino.
Appesi ogni giorno a un sospiro.
Il Re Saggio giace
tra cielo e mare ad Avalon.
E Ambrosius ha avuto
il suo memoriale
nel Cerchio di pietra,
come ho fortemente voluto.
Vecchio bastone, il solo compagno
rimastomi, con la tua impugnatura
logora appena sopra il nodulo…
Se non porrò fine alla follia
di amare Morgana, presto
questo druido avrà il suo trito tumulo.
Vengo qui nell’isola delle mele
sei mesi l’anno.
Prendo un cappuccino,
e sfoggio i miei cappelli.
Adoro i cappelli e la mitologia.
E amo leggere.
Ho da poco iniziato
La notte dei lunghi coltelli.
Sono vecchia, mangio poco
e dormo anche meno.
Viaggio con un piccolo involto,
e i libri mi alleggeriscono i fardelli.
Tra gli innumerevoli mestieri
che ho fatto per sopravvivere,
sono stato occupato per un periodo
a Ginevra nella carpenteria nautica.
Con Arthur, un omone elvetico
responsabile del rimessaggio,
e l’albionico Artorius, operaio nella
verniciatura dei natanti con anni di pratica,
ci facevamo scorpacciate di reclette
e birra artigianale.
Qui ho conosciuto Viviane,
una ragazza irlandese devotissima al Tau,
dalle movenze di dama, forse del lago
vicino al paese dal quale veniva.
Le piaceva giocare coi lessemi in antonimia, e
far l’amore con un bicchiere di Muller-Thurgau.Arturo è una brava persona,
un galantuomo e un marito che
non mi ha mai fatto mancare
nulla: ma del lavoro mai pago.
Fu Galeotto- siamo amici da
sempre- a convincermi a chattare
per conoscere nuove persone: così lo
conobbi, nickname Signore del Lago.
Lo incontrai la prima volta alla festa
di compleanno per mio suocero Uther.
Il fato volle lavorasse per mio marito.
Nel corridoio, da vero cavaliere,
mi aiutò ad allacciare il reggipetto.
Da allora ogni sera, quando termina la riunione
intorno alla tavola con i suoi sottoposti, mentre
Arturo si trattiene per ore a discutere con i suoi
sir più anziani, il signor Del Lago mi sfila
non solo il reggipetto e finiamo a letto.
Il giovedì tutta la famiglia
è in piscina, e io ceno con
il sacro Graal alla tavola
del Re Pescatore: mia suocera.
Mia suocera quando ride divertita
mostra denti bianchi come corde
d’arpa, e quando birichino scivola
il suo piedino sulla mia caviglia
è tempo che il Re Ferito salga in
automobile diretto alla taverna:
caffè e partita settimanale a scopone.
Il letto maritale diviene teatro di
consenziente adulterio, e il Graal non ha
più nulla di sacro alla luce della lanterna.
La Volontà ascendente
galoppa nella polvere
di quell’ardente campo di battaglia,
dove, già schierata
è l’immensa marmaglia.
A nord, coloro
che agiscono come abete,
che razional miete
ogni ramo che dalla luce discosta.
All’opposto,
similmente ai primi,
essi mietono senza sosta,
ogni ramo che dalla loro luce si discosta.
Badate bene alla distinzione,
uno solo può essere il vincitore!
Prosperità o declino
attendono il futuro cittadino.
Mentre trionfate sulle salme nemiche
ricordate di fare attenzione,
il bagliore non diventi ossessione,
perché occhi persi nella luce
creano un mondo tristemente truce.
mettete in dubbio ogni vostra certezza,
ad antifari io vi innalzo,
guidati dalla Volontà,
mostrate in ogni falsa luce
la sua intima oscurità.
Il maiale non è il verro
che nelle notti d’estate
ama stringersi con i suoi simili
e dormire naso contro naso.
Il maiale non è il suino
giocherellone che ama inseguire
i suoi simili e rotolarsi
lungo i pendii su è giù per il maso.
Il maiale non è il maschio della scrofa
che sviluppa affetto, ama i balocchi
e si annoia facilmente.
Animale pulito, anche schizzinoso.
Il maiale è un essere equivoco che non ama,
che giocherella con intendimento recondito
e si rotola sui suoi simili in tenera età.
In quell’inviolabile spazio defeca, disgustoso.
Fuori dai ristoranti attendo che tacchi
e cravatte abbandonino la scena…
Non sono un uomo di smoderata
pazienza, solo dispongo di tanto tempo.
Quando le luci della sala si spengono
e dalle cucine gli sbadigli rincasano,
ho tutto il tempo di sfamarmi dal pattume
prima di preoccuparmi del maltempo.
A ventre sazio faccio una puntatina
alla ferramenta all’angolo dove il gestore
lascia sempre bancali di poliuretano
sul retro, perfetti a copertura del mio riparo.
Pago della sera, spingo il carrello fin al bacino
di raddobbo ove domattina, tempo permettendo,
sanerò il mio ricovero; mi assopisco nella
vasca di carenaggio dissueta, mirando il faro.
La prima volta che ho sceso le scale
di questo enorme albergo con le sbarre alle finestre
ti ho trovata pallida e tanto silenziosa.
E da allora tutte le volte che scendo ti trovo che dormi.
Mi domando quante cose ti facciano fare
durante il giorno per essere sempre così stanca…
Vengo spesso a trovarti anche se tu non dici niente
perché mi ricordi lei: sai prima che mi trasferissi qui
abbiamo abitato insieme per tanti anni in una casetta
col giardino, e sopra il tetto un nido con le rondini.
Sai lei le accudiva, come accudiva me che a volte
non ricordo le cose e ho una gamba cianca.
Poi un mattino le rondini sono partite, e lei
si è addormentata; da quella volta ha dormito tanto
come fai tu fino al giorno che un signore gentile
vestito tutto di bianco mi ha portato qui.
Qui mi trovo bene, ma qualche volta mi sembra
di non ricordare più il mio giardino e la casetta bianca.
Qui mi danno quelle belle pastiglie colorate da bere
che io nascondo nella federa e quando sono triste
perché le rondini non tornano ci gioco al gioco dei bottoni.
Delle volte ricordo che non ricordo che ci faccio in questo
albergo coi chiavistelli alle porte; delle altre volte non sto
bene: mi guardo i polsi e mi sembra di ricordare la calanca.

