alti... bassi...una festa
sprizzano gioia, felicità.
E’ stata sempre li da secoli
ma solo adesso
la vedo in tutto il suo splendore.
Ammirarla profonda emozione
mentre il sole illumina
ogni getto
danandogli
riflessi particolari
sfumature magiche.
Forse sono io
che vedo felicità
anche nell’acqua
e il mattino si accende
di particolare luce
quella dell’anima, del cuore.
piazze di pelle senz’auto sull’asfalto
con lo sguardo strafottente giocando a palla
dai colorati tratti dell’infanzia in spalla.
Domeniche silenziose sospeso il chiasso
nel silenzio d’una Napoli viva nella sua morte
scrostando vene d’isolati all’insipiente passo
tra giri invisibili di miele in vuote strade sporche.
Muta, gela l’anima al movimento speso
rasente lo scordato richiamo del grigio fosso
su muri sventranti vinto lo sporco addosso,
come quando costruisci solitudini di paura
senz’occhi in vita, fuggendo muto il gioco
correndo senza cedere al muro di cera
perché dentro la disperazione v’è solo arsura.
Sbiaditi odori nativi di cime di rapa
e parole sulle scale di mamma ansia e sale
con quegli occhi verdi che scrutarono ragioni
tratteggiando in dono i miei solitari domani.
Mi dedicai a sistemare le valigie pronte
ricucendo distanze intrecciate al tronco
rinsecchito cuore nel suo ululare,
smise così il tempo di germogliare
con l’odio nell’anima per una città che sapevo amare.
Sussulto ogni volta che rigurgiti di ferite vive
riemergono in me dal fondo amato
insieme a coloro che mi chiedono di tornare.
Appesi alle pareti incartate lentiggini e vezzo
una scugnizza col suo golfo sul petto
avendo follia nel cuore al ritmo di tarantella
come piccioni in amore sui cornicioni a bretella.
Ma Napoli colora schiamazzi e baldorie
partorisce balconi decomposti di storie e costumi
cullanti istanti reietti fumi d’ammuina
a chi ancora si domanda i perché della vita.
Come spiegare l’intuizione, cosa rispondere
tacendo al vero il senso della ragione
quale il mio ricordo della fanciullezza stata
nel fondersi con la mia fantasia di strada
l’essere favola scritto in un modo così pulito
forse con poca poesia ma con così tanto fiato.
e l’odore delle resine vaganti si sente nell’aria.
La primavera risveglia alberi e gemme
e fa stiracchiare il popolo del bosco,
liberandolo dal gorgo invernale.
Il bianco dei pruni
ricama mulattiere,
orti e casolari.
E si riverbera nei labirinti
della mia coscienza.
Piccole deflagrazioni
di primule in piena fioritura
macchiano di giallo
il verde brillante dei prati
e immettono nuova linfa
nel caleidoscopio
della mia esistenza ingrigita.
la strada idiota del bel pensiero
con la spinta del vincitore
con lo spasmo dell'atleta
con la tranquillità di chi riposa
mentre osservi
dai suoi bordi in fiamme
la profonda caverna delle tentazioni
giusto per convincerci che
la paura, non ci accompagnerà
E nel cader lento degli sguardi
mostraci come i nostri fratelli
sono nemici, avversari nascosti
ma vicini
Vedremo la meta promessa
il risultato giusto che ci attendeva
tutti
senza aver proferito calunnie
e brandito bastoni
E sarà il gioir e ritrovarsi
di zingare passioni
fino alla perdizione
Se ne sta li dentro, chiuso
come la puzza in cantina
se ne sta li dentro recluso
l' aver studiato non ti da la lode
di diventar menefreghista
di chi almeno in faccia vederti vuole
esci fuori respira st' aria viziata
come la tua camminata
osserva la sofferenza radicata
ma tu non esci la stanza é bella
colma di fogli e penne firmate
ma il malato non l' osservi in cartella
non lo vedi dai globuli bianchi
non lo vedi dai globuli rossi
ma dagli sguardi atroci e stanchi
dalla bocca serrata ,il sopracciglio,
che quasi sparisce dal dolore
e cerca nelle urla un mezzo appiglio
non me ne voglia il medico
più che una lotta é una speranza
lungi da me esser polemico
ma sta vita é una sola
e seppur tu allunghi e curi
meglio é viver bene un ora
che arrivare a dire stufi
-quando arriva la mia ora?
Depone il dolore
Ai piedi del cupo destino,
Dal campo vicino
Sacrifica il cuore
Che ancora il vagare non ferma.
Sarà per la crisi violenta
Che porta miserie africane
Ai lidi già poveri e tristi
Di orrori di schiavi già visti
Da donne isolane
Di nera pupilla già spenta.
Ma l’anima è persa
Per oggi e perfino domani
Senz’una speranza
Ne tetto ne pallida stanza
Son vuote le mani
E muore nel pianto sommersa.

Troppo scontati nel tracciare paralleli
e detective nel guardare quello accanto alla borsa
che tu l'abbia fatto o no siamo grandi
e non mi spavento per così tanto
Voci insignificanti si scavalcano
e qualcuno muore nel pestaggio sotto una transenna
Troppo entusiasti o cattivi o scontati
ci prendono in braccio le schizofrenie
Il foriero ha annunciato cose banalmente importanti
e smorzano l'alterco i capi delle bande sciolte
Piume fuori schema sulla testa della gente
che per vedere da dove vengano
guarda in basso
Su Whatsapp delle misere tracce
di un libro che per eccesso di antichità
ha perso o sbiadito alcune pagine
pensosa
nel mese di giugno infuocato,
mi torna alla mente il passato
di dolci stagioni d’attese
di maggio d’aprile
di risa di giovani intenti
a vivere i giorni futuri;
col caldo di giorni finiti
che lacerano gli occhi già stanchi
dei vecchi che attendono
il buio
aspetto la morte che dia
riposo alle gambe
ed al cuore
all’anima arresa da tanto
vagare nel mondo diverso,
mi disse la vecchia pensosa
nel mese di giugno
col sole che splende cocente
ed io che l’ascolto
non vedo speranze neanche per me.
Bhè i sogni sono esperienze passate, esperienze che l'individuo ha già vissuto ma che in passato mentre ne era il protagonista non se ne accorgeva, non si accorgeva che fosse immerso in un sogno reale.
Il pensiero, grande treno del nostro io, funziona al contrario, ritorna indietro e fa rivivere le esperienze passate nella sua integrità, recuperando quel lato puro e idilliaco, che solo poco dopo l'individuo capisce che avrebbe potuto già viverlo se solo non fosse stato così immerso nei suoi pensieri...
il mormorìo della vita si risveglia.
Nei canaloni della Vellaneta i cardellini
cantano in competizione con i cuculi.
Appoggiato a una grossa quercia
ascolto il battito delle foglie
che escono dal bocciolo.
Nei prati delle mie emozioni
l’erba è verdissima
e sale in alto.
Tutt’attorno gli uccelli
si raccontano qualcosa
nel folto del bosco.

Un senso di stanchezza m’avvolge,
apatia staziona all’uscio
malgrado il sole
è sì forte!
Valli beate
di odori incantate,
inebriate di colori
e di quiete intonate!
Ma cotanta pace trabocca
come ricolma una brocca
sotto la fonte ribocca!
Mare amico diletto
sempre vigente
tu sollevarmi non puoi.
È un riprender fiato
che desio inalare,
nei fori di Roma
o qual si voglia capitale.
Camminando immobile
guardo con occhi chiusi
rumoreggio, silenziosamente
e spiandola
trasudo
Limpido, oscuro
attendo, partendo
ascolto, sentendo
e taccio parlando
Mi chiama
ma non sono qui, altrove, ovunque
ed in nessun posto
Cerco di liberarmi
incatenandomi, qua e là
Troppi sempre, nessun mai
Quello che è, non è
quello che c’è, non esiste
Scorrendo
i quesiti del vagare umano
ritornano
Domande solute
soluzioni, mai chieste
Invecchio, ringiovanendo
L’attimo è ora
ora non c’è
L’inganno
continuamente si evolve
si trasforma
e riparte
giovane virgulto
Ho visto un battello sul lago
Solcare le onde tranquillo
Fra monti che come uno spillo
Pungevano il cielo un po’ vago.
L’azzurro dell’acqua rinchiusa
Fra sponde ed alture boscose
Lo spinge alle ville famose
Di tanta ricchezza diffusa.
Solcando quell’iride illustre
Sorride felice alla vita
Ignaro che invece è finita
Nel poco la corsa lacustre.
Sta chiuso nell’aurea illusione
Di un lungo saper navigare
E non sa delle acque del mare
Aperte d’immensa estensione.
Non sa e non rimane deluso
Perché di quel mare non sa,
Ma noi che vediamo più in la
Crediamo di uscire dal chiuso
Di sbarre chiamate regresso
Vivendo da illusi che stiamo
Volando ed invece soffriamo
Reclusi ed ostaggi del sesso.
osservo mucche e cavalli
che pascolano nei recinti.
Lunghe strisce di maggesi e tigli
si stagliano veementi
alle pendici dei poggi.
Campi in moderata salita,
punteggiati da splendide querce solitarie,
sospendono l’ombroso volume
su distese di grano.
Fiori selvatici risplendono,
con la luminosità delle gemme,
in prati verdeggianti
e l’usignolo inonda il sentiero
con le sue frastornanti note.
Sono passato dal Medioevo
e c'erano simboli senza prospettiva;
poi dal Rinascimento,
ma tutti fotocopiavano carta ingiallita;
poi dal Barocco,
ma le cose strane evitavano argomenti importanti;
poi dall'Arcadia,
ma si annoiavano anche le capre sarde;
poi dall'Illuminismo,
ma tutto quel cercare di capire metteva fame;
poi dal Romanticismo,
ma mandare il cuore da solo in giro
è stato come dare un mitra a un pazzo;
poi dalla Scapigliatura,
ma i ragazzi ragionavano solo con la rabbia;
poi da Naturalismo e Verismo,
ma di naturale c'ero io fotografato appena sveglio
o l'operaio che si malediva per non aver studiato;
poi dal Futurismo, ma nessuno sa ancora cosa sia.
Così sono arrivato a te,
che segnerai un'epoca tutta nuova.
Nel bene o nel male, sia chiaro.
Ti auguro di essere diversa
da tutto quello che è esistito.







