il tuo volto appare crudele,
mostri un arido cuore,
le tue spiagge sono nere
come anime in peccato mortale,
i tuoi tramonti sono sulfurei,
come esalati da gironi infernali.
E’ nella storia antica
la tragedia che ti ha mutata
in un isola incandescente,
in una pietraia tagliente,
in un mondo inerte e ardente.
Lanzarote,
nelle profondità delle antiche colate laviche,
nelle morbide sabbie annerite da lapilli
nelle aride pianure pietrificate
l'uomo ha percepito il mistero dell’energia creatrice
e della modalità naturale con cui il nostro pianeta
fu plasmato.
Lanzarote,
isola ferita e guarita,
isola violentata e addolcita,
isola inaridita e vivificata,
insegnaci, con la tua pacificata energia,
a volgere verso il bene
la nostra indole spietata,
superando con animo audace ma sereno
le asprezze, le complessità e le incognite
del nostro inarrestabile viaggio
verso una meta che ci è ignota.
era nell'anziana signora che attendava invano
un parente lontano;
era nel grembo della giovane donna sola
in un letto d'ospedale, che fissava il soffitto senza esitare;
era nel mio volto riflesso nello specchio,
la pena e la carta riposta in un cassetto.
a modo mio
facendo spazio a nuove osservazioni
a nuove idee
Osservando l’incontrollato e frenetico muoversi
percepisco e traduco la gravità delle azioni
Si rinvigoriscono le spente speranze
nel raccogliere
la futilità delle parole
Abbandono i bisogni
salvando le necessità
trasportando i giorni come pesante fardello
Aspetto al confine il sospirato sollievo
si staglia la torre angioina.
Come un mastio in navigazione
il campanile del monastero
fende l’aria dell’aurora.
E ha in sé una certa dose di solidità,
ma non ha ancora riconquistato
la nettezza degli spigoli e degli incastri
e sembra calarsi dietro un velo
di sudore freddo pietrificato.
L’erba verdissima cresce rapida
nei prati collinari
accarezzati dal tepore lieve del favonio.
L’azzurro del cielo,
tra rododendri e ginestre,
si scialba nell’ossido di piombo
perdendo la profondità del cobalto.
E si riverbera
in umane trepidazioni,
affastellate come matasse
in un cesto di vimini.
Vorresti essere te stesso
e non soltanto un illusione.
Vorresti far capire a lei
non è una terra da conquista
da raccontare poi ubriaco
in qualche bettola la sera.
Dovresti farti perdonare
rimescolando il tuo passato
non se mai stato
certamente un santo
ma solamente un uomo
senza volere illudere nessuno
l’unico che veramente
ci ha rimesso il muso
sei stato solo tu
mio caro amico…
la notte è un soffio di pace,
tutto tace nel riflesso di un calice rosato.
Cin sotto le stelle,
Cin alla giovinezza che passa,
Cin alle belle abitudini,
ai sogni incompiuti,
alla gioia del cuore,
aperta, urlante e accesa
come un mazzo di papaveri ardenti,
i nostri pensieri
caldi come il pane.
lepri in amore,
s’impennano sulle zampe posteriori
e si scazzottano,
s’abbracciano come pugili stanchi,
si rotolano nei fossi,
perse nel delirio della fregola.
Amoreggiano, corrono
nel vento affettuoso,
come in una danza scaramantica.
sarà che mancano sempre le voglie,
sarà una zanzara a portarti al progresso,
ma intanto il vento vede la cartaccia e la coglie.
Tutto questo ignorare un fiume malato,
tutti gli esperimenti bucando l'acqua in vena,
sarà che non ricordi dove sei cresciuto,
sarà che non pensi se ne vale la pena.
Sarà che per tuo nonno non era importante,
sarà che si fidava delle parole della natura,
non indagò oltre come fece altra gente;
l'altra gente che ne ha fatto spazzatura.
Sarà che questo treno preso da un abbaglio
non c'ha più visto inciampando sulle rotaie;
sarà che era un pretesto per trovare il meglio,
sarà per questo che noi viviamo di topaie.
Sarà che tuo nonno pensava a luci spente,
sarà che sapeva che chi corteggia il fuoco
alla lunga non sa più essere un amante,
sarà che alla fine per sbottare gli basta poco.
E ti fermi un attimo a guardare la tua vita
e sai che è quella adesso è quella
e se non puoi farci nulla per cambiarla non ti resta che viverla
e ti fermi un attimo e ti rendi conto che non ci sono soluzioni
adesso non ci sono soluzioni
e se non puoi farci nulla per trovarne una non ti resta che accettare la situazione.
e ti scende una lacrima e capisci che disperarsi non porta a nulla
se non a disperarsi di più.
tanto vale viverla con consapevolezza che adesso è cosi
e che amareggiarsi non porta a nulla .
e ti fermi ancora un attimo lasciando passare quel pensiero negativo.
con nella testa e nel cuore una sola cosa da fare ...fare un bel respiro profondo e proseguire sorridendo comunque...adesso.
Si consumano le parole
dietro un sottile filo di voce
supplicando ai tuoi occhi
di poter ancora brillare
e far morire alle prime luci
dell'alba che si colora di te.
Tu resti ad ascoltare in silenzio
per paura di cadere
dove solo tu sai le tracce
e dici e non dici
e poi vorresti inseguire
la voce ma ti fermi
ad ascoltare il rumore del mare
e mentre le onde scavalcano
i tuoi pensieri il tuo cuore
ti sussurra "puoi ancora brillare"!
rinnovando prati e siepi.
Scampato ai massacri dell’inverno,
si leva un merlo
con rumore concitato
di carrucola mal oliata.
Torna lo scirocco
e tira a lustro l’aria nuova,
staccando dai pennacchi dei tarassachi
i semi a ombrello
che volano dappertutto.
E i miei occhi si tuffano
nei nasi verdastri delle colline
alla ricerca di aghi e spilli.
E i miei pensieri rovistano
dentro i mammelloni cremosi
del cielo primaverile
che alterna il grigio atlantico
alla panna fresca.
Vidi quel vecchio sul dondolo stanco,
una paletta inanimata sul grembo teneva
e quella piccola mosca che sulla mano posò
con la paletta schiacciò, chissà se qualcosa provava.
Morendo la mosca nessun suono emetteva,
il vecchio pensava "Non si può chiamar neanche Morte",
è bastato un secondo secco che il dolore ignorava,
piccola mosca, piccolo urlo di strazio, dannata sorte.
Piccola mosca, flebile Crac! e nessuno più ne parlerà,
come te a miliardi in questo mondo di vincenti,
nessun si chiedeva cosa fossero i nei della società,
il Paradiso è dei grandi, non importa se ti penti.
Perché nello schianto la piccola mosca ruggiva
ma non si sentiva perché i giganti fan rumore,
piccola macchia nera che non peccava e gemeva,
piccolo il corpo, ma d'un uomo il dolore.
Schiacciando la mosca si colpì anche la mano,
così si accorse che una paletta fa male,
e se nel piccolo insetto la vita ignoriamo,
con gli occhi troppo grandi per le verità osservare.
Il vecchio si rese conto in quello squittio
che a quella mosca dei grandi sogni strappò,
che aveva sputato in faccia a qualche dio,
così sollevò la paletta e un colpo si sparò.








