fra tuoni lampi e pioggia
abbiamo accompagnato
al sacro cimitero
le spoglie di un ragazzo;
il prete ha detto quanto
Gesù poteva dire
ma il babbo che ascoltava
riusciva a non capire,
la mamma non aveva
da un po perché l’è morta
e adesso pure lui
è andato ad incontrarla.
Le lacrime di tutti
non sciolgono il mistero
di questa nostra vita
che passa in un sentiero
di pianto e di amarezze,
di candide carezze
donate all’occasione;
è morto quel ragazzo
e noi nel frastornato
siam qui a non pensare
il turno che ci aspetta.
Mi viene da parlare dello stupido androide del caffè;
non chiedetemi il motivo:
alcune macchine non funzionano mai.
Accartocciano i bicchieri,
sputano lo zucchero a vuoto;
Sollevano la rabbia meccanica di cosmogonie
e di indecisioni.
Oggi le ho chiesto
se domani potrà evitare di fregarmi:
mi ha detto "No, ci vuole anche uno scherzo”.
Eppure chi distingue più quel che è reale?
La solita storia alla solita ora:
la snervante routine che non fa poi così male,
la solita idea che forse qualcuno sfiora.
Ci stavo cascando e mi ha salvato
dalle sabbie mobili dei pensieri ripetitivi:
il rumore di un bicchiere accartocciato
mi ha riportato nel mondo dei vivi!
guarda annoiato
e taciturno il panorama
che si adorna, nei giorni chiari,
della vista lontana del mare.
Spicca da lontano
una gigantesca torre
che sovrasta il diroccato
castello feudale,
palesando l’antichità del villaggio.
Sui due campanili del borgo
e sui merli della torre
una vivida brezza pomeridiana
trascina nugoli di rondini.
sempre inconsueti problemi aristocratici.
Tra sobrie negligenze,senza cuori impavidi.
Ombreggiature dissuadenti da effimere trasformazioni.
Slealtà tra abbracci e strette di mani appariscenti
scarni di rispetto e di stima reciproca.
Di spettri dispersi,appannati dalla pioggia incessante.
Tiepide carezze,aspettando un valico
che si estende verso confini illuminati dal colore rosa perla.
Apri le ali del cuore e sprigiona armonia,
ama,e non finire mai di amare.
La stanchezza che ti porta via
come un gabbiano che vaga
ad alta cima in piena libertà.
Finalmente una nuova luce è tornata
a splendere con tutta la sua vivacità.
a rispondere a Nicola
perché la sua parola
immensa la ritrovo,
e voglio scomodare
di Giove e di Minerva
il mondo che riserva
sorprese a tutto andare.
Lo so che le mie rime
son semplici e scontate
che sono insoddisfatte
dalle ultime alle prime;
però la mitologica
sequela di rovine
che fanno da confine
all’isola Nuragica
di misteriose pietre
sepolte dai Romani
per rendere più vani
i secoli con tetre
immagini di storie
disperse nelle mura,
riportano in natura
gironi di memorie.
Le vergini saranno
città dal volto nuovo
sbucate da quell’uovo
chiamato nuovo anno,
ma noi non ci saremo,
e chiudo questo verso
pensando a un Universo
che forse abiteremo.
OGGI, IL PASSATO DI DOMANI
QUEST'ORA, IL PRESENTE
IL PASSATO DEI SUOI MINUTI
REMOTO PER I SECONDI
OGNI ISTANTE DEL TEMPO, E' IL SEGNO
DEL FUTURO CHE VERRA'
DEL PASSATO DI ALTRI ISTANTI
L'INTENSITA' DI QUANTO FATTO, VISSUTO
E' LA MISURA
IERI, OGGI, ADESSO, DOMANI
E RESTARE VIVO
PERDENDOMI SOLO QUALCHE VOLTA.
il sole pare fermarsi in mezzo al cielo
e le argille si spaccano per l’arsura.
Nelle fessure della terra assetata
s’annidano le serpi.
Grilli e cicale
graffiano il cielo.
La calura arrostisce le pietre
e dardeggia sulla terra,
tostando i fieni appena tagliati.
E rovescia sulle spalle delle colline
barili di carboni ardenti.
magari da un dolce sorriso furtivo
o da una parola di spirito attivo
oppure da un’ombra che il buio riduce
ti senti importante e un pochino orgoglioso
allegro senz’altro nell’anima tersa
che subito vola in un vortice immersa
di cielo infinito di gioia radioso.
Dimentichi, avvolto da tanta allegria,
la Costa Concordia tragedia del mare
la Striscia di Gaza che sta per saltare
l’imbuto Israele che ha perso la via,
gli aerei caduti, la fame nel mondo,
i bimbi annegati al di la del Tirreno
gli odiati scafisti recanti veleno,
i cassintegrati dal fiele profondo,
i poveri nuovi sconfitti barboni
i vecchi che muoiono soli e picchiati
i giovani sporchi scontenti e drogati
e poi licenziati dai loro padroni.
Quando arriva una luce improvvisa
neanche sperata ne vista mai prima
si accende il poeta con l’umile rima
con l’anima morta impotente e divisa.

Un uomo non accetta mai una fine.
Vive coi cadaveri convinto che riaprano gli occhi,
con giocattoli senza più veli di sogno,
tostapane rotti che quando avrà tempo farà aggiustare;
vive con vecchi appunti in scatoloni
convinto che un giorno gli torneranno utili.
Vive con le vecchie foto perché domani, forse,
un ritorno acuirà l'urgenza di strapparle;
vive con le vecchie pagelle per ricordarsi che era bravo,
anche se ora è un sasso che non si distingue fra i sassi.
Un uomo vive con i morti nel cuore.
Nel disseppellirli ci rimette la dignità;
vive cercando d'immaginare che i film
abbiano un seguito con una vendetta.
Vive convinto che il sole sia eterno
e lascia le uova in frigo convinto che non marciranno.
Vive convinto che il progresso scaccerà la morte,
come chi scalcia una lattina sulla strada
un passo più avanti mentre cammina
ed è convinto che non avrà fine
questa fine definitiva della Storia.
Non srotola lo spago per scoprirne il nocciolo scheletrico
e nemmeno la carta igienica gli giocherà un brutto tiro.
Prima di morire, amletico, alza gli occhi al cielo
e lancia un cenno d'intesa ad alture sconfinate.
Guarda il portafogli: potrà pagarsi un altro biglietto
per la stessa giostra e, lavorando ancora e ancora,
avrà soldi e forze per giri infiniti.
Crede. Crede che a niente ci sia una fine.
Se non lo credesse sarebbe finito.
e liberazione.
Stanchezza
stress, corse, fatiche.
Ma poi arrivava
il riposo del guerriero.
Senza pensare che la vita
gioca brutti scherzi.
La gioia si è trasformata
in angoscia, ansia, solitudine, dolore.
Non poterti più vedere, parlare
è devastante.
La tua assenza
lascia un vuoto profondo.
Non sei qua
ma è come se ci sei.
Nella mente
il pensiero va sempre a te.
Ho paura di affrontare
tutto questo malessere.
Io che tutti pensano sia una roccia
invece sono un essere umano.
La tua assenza
pesa come un macigno.
Mi manchi.
che il mondo fosse diverso
da oggi,
vorrei che Israele
non odiasse i Palestinesi
e che la Palestina tornasse ad essere
il luogo della Natività;
vorrei che Gesù
tornasse il Galilea
e rifacesse la strada
con i discepoli di Emmaus,
vorrei domani sentire che i ragazzi
non muoiono più
e le mamme non piangano
per la morte dei loro figli,
vorrei domani che il sole
davvero sorgesse per tutti,
perché in fondo siamo fragili
ed esposti al respiro del destino.
Ad essere chiari ed ad essere onesti
non c’è una ragione profonda e sincera
ma neanche una briciola d’indole vera
che rechi allo spirito tutto proteso
una ragione per cui fa l’offeso:
contro la gente, contro il peccato
contro il destino che si è camuffato
d’irto carnefice sempre cattivo
ad annientare l’amore ch’è vivo.
Perché scriviamo allora ogni giorno
se raccontarci la vita ch’è intorno
non ci soddisfa e anzi ci annienta
come una nuvola che ci spaventa,
forse scriviamo in momenti di pianto
certi che forse qualcuno ed intanto
sa che il poeta è quell’umile rima
che vale poco nel dopo e nel prima.
alti e radi,
piroetta nel chiarore dell’atmosfera,
stendendo un’organza
diafana e leggera
sui corpi smagriti delle persone.
Il vento di ponente,
con il suo torrido alito,
favorisce lo schiudersi
molle di germogli
e le giornate passano uniformi
nell’attesa del tramonto rossicante
e del fresco della sera.
Sulle case deserte,
negli interstizi in ombra,
vegeta un’erba grigio pallida,
carica di polvere
e di mandrie annoiate
di moscerini.
La serenità dell’estate
traspare dalle striature
cangianti del cielo,
tinto di rosa,
verde e viola.
La sera, ombre e venti,
rinfrescanti e sonori,
sbuffano furtivamente
su strade e tetti
di case ingrigite.
E di notte
il profumo dei tigli
scivola su uno svolazzo
di panni stesi
e sui gerani danzanti
alle finestre.





