Ritornare sui miei passi
e rilegger quanto scrissi,
giovinezza mia che vissi,
emozioni e lor sintassi,
foglio penna e calamaio,
oggi monitor-tastiera,
e riviver primavera
come mago pifferaio
che convincer vuol sé stesso,
or ch’è il capo suo canuto,
a tornar su quel vissuto
già baciato dal successo.
Pane amore e fantasia
ebbi e pur il companatico
ma non senza un senso pratico
che guidò la strada mia.
Fu così? Arduo m’è dire
se possibil miglior sorte
or ch’esauste son le scorte,
or ch’è il giorno all’imbrunire.
Capolìn fa nostalgia,
che m’afferra e il cuor mi morde,
e mi fa vibrar le corde
di recondita armonia
il sentir vecchie canzoni,
mentr’ambascia mi pervade
se percorro quelle strade
ove cadder gli aquiloni. (*)
E così sto in depressione,
tra rimpianti e tra rimorsi
ripensando a quei percorsi
ove persi un’occasione.
Quel non detto, quel non fatto
in quell’attimo fuggente
celebrato e contingente
ch’è dal caso contraffatto.
D’incompiuto il cuor s’impregna,
sensazion che trasfiguro
ch’alimenta il fuoco oscuro
ove ancor arde mia legna.
(*) “felice te che al vento non vedesti cader che gli aquiloni” (G. Pascoli, da: L’Aquilone). Estrapolata da tutt'altro contesto, la matafora vuole significare che ho vissuto disillusioni ma non, come il poeta, grandi tragedie esistenziali.

Commenti
Bel testo, un'esplorazione viva e sentita di un passato nostalgico intrecciato ad un presente cui l'indecifrabilità del futuro toglie un po' di brio. Una gran bella scrittura, che da sola rende interessante il presente: la capacità di esprimere le sensazioni dando loro una forma decisamente bella. Tutte le quartine sono ben definite, gli ottonari scorrono piacevolmente, precisi e nitidi (a differenza della vita che se la guardiamo bene di nitore ce ne elargisce sempre poco).
In sostanza, io non ho più margini se non quelli di una "serena vecchiaia". Espressione che detetesto talmente da preferirla nuvolosa (interiormente; non voglio temporali d'attorno).