che scruti nell'infinito buio
il silenzio estremo.
Nell'immaginario scruti una sagoma
vuoi dargli un nome
ma quale?
Socchiudi gli occhi e ti sembra di sentir
il gridolino notturno del mare
la salsedine ti inebria la mente.
Seduta su uno scoglio ti avvolgi nello scialle
lo stringi forte al tuo corpo
son brividi, la solitudine.
Ricordi sfumati senza un nome
ne afferri uno, a caso
lo guardi, il nulla, non ti da più nulla.
Ora il vento tra i tuoi capelli
che scompiglia è come
una carezza, sorridi e l'accogli.

mettendosi in gioco ogni volta,
ti fanno sentire te stessa.
Le incontri una sola volta nella vita,
nasce una chimica nel cuore,
il destino ti può separare da loro
ma non li dimenticherai mai.
Non potrai cancellarle mai
ne dimenticarle.
Sono speciali.
Persone speciali educati,sensibili,
rispettano le tue idee
il tuo modo di vivere
senza cambiare nulla di te
accettandoti cosi come sei
Con le poche qualità
i tuoi limiti.
Non chiedendo nulla, dai
di piu superando i tuoi limiti
ti senti un pò speciale anche tu.
E’ in piedi per casualità
il muro di calce
così la fiamma di vernice
scrostata appena di umanità.
Sono rimasti i volti spalancati
le mani d’arte, i fiori del mistero.
E i nostri nomi graffiati
punti d’innesto di eternità-salvezza.
L’uno nell’altro s’incarnivano
col sole che arrivava a sera
due ombre lunghissime e disperate
aggrappate alla ruggine.
E le notti oblunghe
nel mare scuro si dondolavano
come le anime dei lampioni.
Chissà in che circostanza
se n’è volato nella nostalgia
l’anello di una lettera,
la congiunzione.
Addio, addio…
un altro vuoto chiama.
Nemmeno il vento, ha potuto…
Per ogni tavolino rotondo
una lampada di picche,
cinque pere,
cinque meringhe.
Per ogni tavolino da gioco
una statuina dal bocchino medio-lungo
(con sigaretta inserita).
Dicono che mangiassi
sempre lucertole
e perciò adesso sono alto e magro,
me ne sto solo in un angolo
e tengo ferma una porta.
A volte
nascondo
con infiniti samurai di seta
il filo del campanello.
Senti come si piega
il vento, in questa sera
di cigni neri e lupi ?
le curve s’allargano
di viaggi silenziosi:
porteremo fiammiferi
in rifugi d’artico,
la nudità degli alberi
che infila il ghiaccio
Il dove-non dove
in controcielo, spostiamo
il bianco dello sfondo
ancora in bocca hai il nocciolo
della mia irrequietezza
Magica quiete, impercettibile volo di cristalli
pennellate ovattate su alberi stanchi
velluto ghiacciato su campagne e colline addormentate
dono di pace irreale di miracolo bianco
viva luce nei miei occhi arrossati
soffice candore dalle morbide forme
Copri anche i pensieri nascosti
addolcisci gli spigoli delle nostre parole
rendi silenzio ai rumorosi dolori della vita
fermiamo questo incanto
regalo di un sogno effimero
stagioni che si rincorrono
tempo inafferrabile della nostra vita.
Ti guardo ti osservo
silente e raggiante
catturi i miei occhi
fai volare i miei pensieri
ti posso sfiorare
ma non toccare
eppure questo mi basta
ti respiro ti immagino
chiara e fresca
sferzi il mio viso
fai ripensare ad anni fa
ci sei
mi chiami
non so resistere
sei candidamente pura
sempre nuova
ormai non mi stupisci più
allargo le braccia
e volo
quasi senza corpo
leggero come aquilone
bianco esteso
bianco dipinto negli occhi
bianco oltremodo
mi accorgo di te
solo quando ho bisogno
di stare solo
cinque minuti
Stanotte nel freddo,
prima di addormentarmi,
ho abbracciato stretto
uno scaldino
per riscaldarmi il cuore.
E’ stato d’effetto
perché mi sono illusa
che fosse il tuo calore
a penetrarmi tutta.
Ora anche il ricordo
di un tuo saluto,
sussurrato in pausa pranzo,
diventa una fiammella
che mi riscalda il cuore.
Chino nei ricordi
Fissati su un vecchio
album di fotografie.
La mia mano immortalata
nello sfiorare la tua
con i tratti di una sedicenne.
Immagini ingiallite che forano
Il nostro mondo nel tempo
Rivivendo emozioni.
Velocemente scorre l’età
insieme il cambiamento
mentre ascolto le note di un adagio.
Ai piedi di questo albero vorrei sostare
ritrovando la preziosa pace
inglobando la mente e l’anima
tramutando il tutto in versi scritti
per far si non svaporino
Riconoscere e ritrovare i profumi
quelli persi, le antiche memorie
reperire quelli che ancor sono ignoti
Vorrei
affidare la mia testa su una spalla
benamata, sentire il respiro impercettibile
di una carezza, lieve che sia endemica
che parte dalla pelle per arrivare al cuore
Sentir le lacrime che inondano il mio volto
in ogni goccia che scivola e va
c’è un dolore che se ne va
si, vorrei.
I piedi lasciano tante tracce
con scarpe leggere
non fanno rumore
passano davanti alla porte
senza bussare
si attardano in strada
con tutto quello che passa
per la mente
in un tempo senza fine
sentire l'eco di altri passi
vedere tante tracce
ma non le tue
in quel discreto andare.









