semo ‘n Calabria che potemo fa !
Ma nun ce lagnamo, semo contenti
pe le bellezze che sono presenti.
C’avemo er cielo, er sole e er mare,
n’avemo artro da argomentare.
L’alba e er tramonto son da incorniciare,
solo un Maestro le riesce a pitturare.
Celeste e giallo come er cielo e er grano,
so li colori de la prima mano
quanno er sole s’arza ogni matina
e s’adagia tra essi pe dà na sbirciatina.
C’è pure er rosso in tutto questo oro
che è der sangue de tutti coloro
che morirono a causa del lavoro
in terre assai lontane, come tanti,
sto a parlà dei nostri emigranti.
Er mare è er fiore all’occhiello,
che dire solamente che è bello,
vor di esse cecati come Omero
e scrive in modo poco sincero.
La luna poi dipinge le atmosfere
trovando fra le sue mille scogliere,
l’anfratti che l’innamorati,
cercheno come gli assetati.
Io vivo qui, nun me ne vojo annare,
ner regno de Nausicaa rimanere,
me basta poco ! E poi posso giocare
cor cavalluccio, de casa in questo mare.

E mi sfiora il pensiero
E mi sfiora il pensiero
E mi colpisce il pensiero,
Vago nel buio alla ricerca di te
e i volti del dolore formassero un guazzabuglio di forme
trame senza orientamento nella perdita della misura
in agonia col tempo spappolato d’illusioni rianimate per errore
e identità confuse imbustate dimentiche di indirizzo o ragione
come un rasoio rigonfio d’eventi senz’armonia e senza destino
reciso alla vena del sogno nella consapevolezza finale d’aver ceduto
la semina d’una qualche felicità devota di speranza all’unione fatale
nella rassegnazione vigliacca che ci sia valore nello svendersi alla prima occasione.
Difficile sottrarre la mente alla perdita d’aderenza alla realtà
quando quel che resta è imburrare il primo pensiero per ingoiare la verità
nell’assenza di prospettiva imbavagliando il cuore astemio all’estensione.
Un nodo a una stringa già piena di nodi per il gioco alla noia
tradito l’incanto risalente l’abisso e sanguinante silente simboli all’ignoto
ricco di follia nella ricerca della presunta chiave di svolta.
Quant’è reale il bisogno riverso su sé stesso se la vita mura viva la sua arte?
Se non v’è selezione vivificatrice di senso alla fine della luce, quale la scelta?
La visione ultima d’una anima in piena?
questo mio parlar fatale,
scrivo e getto il mio inchiostro
fino a quando non dimostro
che il pensiero, dentro me,
è fondato sul perché.
Perché chiede il bambino
sono nato piccolino,
perché dice il grande re
son di carne come te.
Io che ci faccia al mondo,
non me ne rendo conto,
perché in questa società
è difficile campà ?
E chi è il Creatore,
un artista o un impostore ?
queste mille e più domande
che affollano la mente,
all’umano sottoposte
troveranno le risposte
che, convien, sian suggerite,
dopo attenta riflessione
dalla mente e la ragione.
Ma…non bisogna sottacere…
le risposte saran vere
se dall’anima si parte,
con rimescolio di carte.
E per questo mi domando
cosa vo farneticando,
io che la sento in me
agitarsi sui perché.
Ma ne ho considerazione
forse più della ragione !
Se un giorno crescerò
ed un grande diverrò
sarà chè avrò trovato
l’equilibrio, un concordato
tra due belle dotazioni
per risolvere questioni
che ci affliggono allorquando
siamo in crisi in questo mondo.
leggere il tempo
incorporeo, senza dimensione,
non nasce non muore
si ripete in moto perpetuo
nel cerchio della vita
Ci sono volte in cui
vive l'era di una rosa
piccolo bocciolo si apre
nella bellezza
di un balletto classico
per sfiorire come viso di donna
nell'età che avanza,
caduchi i petali sul selciato
sembrano attimi eppur son anni
vissuti, amati, sfuggiti
A volte il tempo è una condanna,
Sisifo spingeva quel sasso
che eternamente ritornava indietro,
mille lune sfilano nel cielo
uno sguardo alle spalle
il ieri è già domani
Rimane il retrogusto del miele,
la scia del profumo,
ed anche l'amaro in bocca
degli attimi infelici
Strana dimensione “il Tempo”
andare avanti sempre
mai perdere l'attimo
senza badare a quel che
si lascia sulla strada ….
non ci apparteneva …
Tratteniamo le emozioni, l'amore
potremo mutarci
in statua di sale
come la moglie di Lot,
la preziosità del tempo non vive
nel materiale ma nell'astratto
del tempo vissuto ...
solo quando c'è vento o al sorgere del sole
ove strade e le piazzole più chiassose non lo son.
Io mi segno egualmente, ma non è la mia campana,
la sua Iode è registrata, inviata giornalmente
a un'ora prefissata e non sa di voce umana.
Era mano paesana a suonar la mia campana
lo faceva con rispetto e con tocco suo nostrano.
Con la messa del mattino,
l'ora prima rammentava il lavoro mattutino
e così all'ora terza augurava la giornata.
Poi suonava l'ora sesta e ancora all'ora nona,
per finire a mo' divino con il tocco vespertino.
Era sempre lì presente fin dal primo tuo vagito
e purtroppo, immantinente, congedava ogni finito.
Non avrò il suo lamento pel' mio ultimo saluto
ne sarei assai contento, ma ormai la mia campana
ha ceduto il suo mandato a quest'altra che lontana
sento quasi ogni mattina quando ancora tutto tace
quando intorno c'è di sveglio solamente la gallina.
della più vile menzogna,
c’è ancora il cuore dei poeti
con le loro notti di martello e chiodi,
a cercar ampolle
con profumi di distillato loto
a sostenere sogni bruciati,
e regger verità.
E anche se,
già tutto è stato detto
da migliaia di versi
ìn migliaia di consunti anni,
i poeti , riescono pur sempre
a trovar canti e dolci incanti.
Scavan sempre nel mistero
e nella complice bellezza!
Fan tesoro di quel
che resta della vita,
del suo supremo fascino,
di una Dafne in osmosi…
…inafferrabile!
Il suo è alloro da donare
solo a chi, sa essere mirabile poesia!
rintocchi di campane
richiamano chi fede
nel suo cuore miete
a cantar lodi al Signore
Volge al tramonto il dì
il cielo di rosso si tinge
nell'animo cala la pace
Nell'ora tarda
chiudono gli occhi gli usci,
attorno al focolare
raccolte le famiglie
a raccontar storie
di tempi passati,
di cavalieri eroici
Fantasie di streghe o fantasmi
lupi neri, ombre scure
i bambini sgranati gli occhi
dall'innocenza che
solo ai loro cuori appartiene,
il capo sotto le coperte
di lana pesante tessute, nascondono
Rintocchi di campane
annunciano un nuovo giorno,
le donzelle dal chiacchierio allegro
al fiumiciattolo a lavare i panni vanno,
cantano le loro voci belle
filastrocche di amori nati o finiti
Vive un nuovo giorno il paesello
nei campi i buoi tirano gli aratri,
a preparar la terra,
semplice, pulita e lieta era la vita
così come i cuori colmi del timor di Dio
Lontani quei tempi ormai,
come favole antiche
seppur ancora tramonti e albe
segnano la fine e l'inizio dei giorni
offerto su un coltello affilato,
così le superstizioni
si sono insinuate dolcemente in tutte le popolazioni che esistono sotto il creato,
e stanno pericolosamente in agguato per far preoccupare l'ingenuo malcapitato.
Se esce di casa un venerdì 17
e gli taglia la strada un gatto nero verso le 7:00
il sangue gli si ghiaccia
e di far retromarcia
resister non potrà
e di corsa sui suoi passi tornerà.
Cosa può aver fatto di male
quel povero micio dalla pelliccia nera?
Ma la superstizione si genera e degenera
anche quando vedi una creaturina così tenera.
Se in Brasile si andrà mai lasciar
che il portafoglio o la borsetta
a terra per la fretta
far toccar.
Il cinese stai imparando?
Ma il 4 non puoi andare in giro pronunciando!
Il rosso ti può aiutar
e la sventura allontanar...
Hai un parente in Egitto?
Non lasciare le forbici aperte
ma lasciale sotto il cuscino
e rimboccati le coperte.
Tu in India ti sei trasferito?
Le unghie non tagliare
né di giovedì, né di sabato, né di notte,
altrimenti ti raggiungerà la malasorte.
E se l'eclissi il tuo cibo ha visto,
in spazzatura cadrà, questo è già previsto!
Oh, che gran confusione,
queste usanze senza ragione!
Liberiamoci da esse tutte
e viviam come ci pare.
Il nido del cuculo,
siamo qui,
siamo come ci vedete qui,
quelli picchiatelli,
un po’ svitati,
un po’ genii,
un po’ artisti,
quelli come noi,
dimenticati,
scherniti,
beffeggiati,
quelli della salute
mentale,
visti con sospetto,
quelli come noi,
che non facciamo niente,
che vegetiamo ebasta,
tra sorrisi ironici della gente,
quelli come noi,
sempre tra i piedi,
sempre di troppo;
e non ci credete,
non ci ascoltate,
il disprezzo della gente,
mentre i mostri
sono loro,
con la loro stupidità,
e l’ignoranza.
Quelli come noi.
ed io, qui seduta attendo il suo calore.
I suoi raggi illuminano la mia sola solitudine.
Io… lontana da quell’unico amore,
lontana da quel corpo
che ho ben tenuto stretto.
Ne conosco bene la sua forma
il suo profumo, il suo abbandono.
Ma soprattutto… la sua falsa promessa!
Tremo ancora alla sua vista,
al ricordo della mia più fine ingenuità,
nell’illusione di poter essere amata.
Le mie tristi mani
che hanno accarezzato
ciò che hanno perduto,
due ali infuocate or divengon
per aprirsi verso il cielo.
Van chiedendo ad Eros... del perché!
Perché …… se noi, fummo gli amanti
che inventarono l’estasi e gli spasmi?
Perché?

dopo che io caddi
mostrandomi una realtà
che non vedevo prima
una vita piretica
falsa e fatalmente buia
nell'esserci ad occhi chiusi.
Mi sollevasti
e mi prendesti in braccio
come un bimbo appena nato
e rinacqui di nuovo
per riguardare mare e cielo
nel connubio di colori
con occhi nuovi.
ancora il mio folle cuore?
Che importa se qualcuno
offende e poi corre e fugge.
Che importa
se i miei doni vede e non li guarda.
Se dice d’amarmi e poi è disfatta.
Presto piangerà!
Intanto Ermes
con la sua coppa d’oro
versa vino ai sacri Dei
proferendo la mia quieta richiesta:
di poter godere solo
dello splendor della bellezza;
dell’eleganza
delle piccolissime elevate cose!









