Forse, le poesie più belle
si scrivono con il cuore in ginocchio,
piegato sulla dura roccia.
Quando il pianto è inarrestabile,
per incuria o capriccio del destino:
imprevista distrazione del gran Dio!
Quando…
..innanzi alla perduta Terra Promessa
il sangue è furia nelle vene,
e i sensi son dispersi
nella giungla della feroce vita.
Quando…
come strani demoni stanchi,
ci avviamo verso il tramonto
di uno sbiadito rosso fuoco
con ideali e una religione… senza credere!
Quando, ci si accorge
di abitare un deserto di false preghiere
e vinti ci buttiamo a terra.
Quando l’amore ahimè …ci ha traditi
e guardandoci allo specchio
leggiamo i solchi
che non ci fanno più dimenticare…
..la mancata Terra Promessa!


12 commenti
Vedi quel puntino alto nel cielo?
E’ la mia voglia di andare,
ancora.
… E vedi quel buco nella terra?
E’ una tana di talpa e
quella talpa sei tu.
Tu, che ami il silenzio,
il grigiore della penombra.
Tu, che hai un cielo di nuvole scure,
che non osi gridare
e vivi sopravvivendo
ai minuti, ai giorni
che sfilano tutti uguali.
… Monotone ore
guardate dietro pupille intristite.
Io voglio scontrarmi
con nuvole e tempeste,
voglio bagnarmi di pioggia
e poi asciugarmi al sole,
perché le nuvole si dissolvono
con il vento impetuoso della vita.
E non importa se volerò invano:
volerò alta, sopra le tue nuvole grigie
fuori dalla tana….
E’ la mia voglia di andare,
ancora.
… E vedi quel buco nella terra?
E’ una tana di talpa e
quella talpa sei tu.
Tu, che ami il silenzio,
il grigiore della penombra.
Tu, che hai un cielo di nuvole scure,
che non osi gridare
e vivi sopravvivendo
ai minuti, ai giorni
che sfilano tutti uguali.
… Monotone ore
guardate dietro pupille intristite.
Io voglio scontrarmi
con nuvole e tempeste,
voglio bagnarmi di pioggia
e poi asciugarmi al sole,
perché le nuvole si dissolvono
con il vento impetuoso della vita.
E non importa se volerò invano:
volerò alta, sopra le tue nuvole grigie
fuori dalla tana….
Passano i giorni vuoti , monotoni, senza sensazioni,
frammentati nelle ore che non trasmettono più emozioni
non c’è sole che possa scaldare
solo assenza, memorie, ricordi
il tempo scorre gelido e spietato
come vorrei in questi giorni inerti
averti vicino
ma gli anni passano e sento che anche l’amore muore
frammentati nelle ore che non trasmettono più emozioni
non c’è sole che possa scaldare
solo assenza, memorie, ricordi
il tempo scorre gelido e spietato
come vorrei in questi giorni inerti
averti vicino
ma gli anni passano e sento che anche l’amore muore
Scie abbaglianti del sole che sta tramontando
illuminano la sera.
Un tramondo di metà primavera,
uno come tanti, ma stasera porta tristezza.
L'anima non è illuminata
come il cielo.
E' triste...
malinconica...
L'estate sta per arrivare,
i piumini dei pioppi invadono la città.
Per le strade sembra
una pioggia di fiocchi di neve.
Forse è per questo
che ho i brividi di freddo.
Già i brividi...con l'arrivo dell'estate
forse svaniranno riportando calore all'anima.
illuminano la sera.
Un tramondo di metà primavera,
uno come tanti, ma stasera porta tristezza.
L'anima non è illuminata
come il cielo.
E' triste...
malinconica...
L'estate sta per arrivare,
i piumini dei pioppi invadono la città.
Per le strade sembra
una pioggia di fiocchi di neve.
Forse è per questo
che ho i brividi di freddo.
Già i brividi...con l'arrivo dell'estate
forse svaniranno riportando calore all'anima.
Essere in grado di vivere
col peso del sentirsi esistere
ecco l’enigma lasciato in bianco.
Laddove il vivere è ostentazione, io sogno
laddove il cuore intrappolato nel ruolo
io contemplo, espio, sento,
laddove il pensiero non si rivela che liso
interstizio ricucito d’emozione, confuso
io denudo l’istante, lo scarnifico, l’espianto
dall’immagine e sorgo forma fatale
come pianta al seme.
Essere in grado di vivere
col peso della comprensione urge nella mente
per ritrovare memorie scritte depositarie di gloria,
familiari ostaggi di storia
dove il viversi compatisce pelle
e il dolore tenuto a distanza non impara
l’oltre della vita, non si apre alla fine
liquefa l’esplorazione, non rivela l’irrisolto
insabbia la ragione avida d’ascesi
con la presunzione umana d’eterno falso
realtà a soffio di vento su cumuli di cenere
intrisi di mutamento.
Essere davvero in grado di vivere
nel senso d’amare ecco il punto solare
deforme coraggio di limiti interposti
all’intenzione del donarsi senza esporsi
al difetto alterato dell’ascolto in assolo
ambulante desiderio privo di devozione
elemosina di sé nell’esaltazione di sé medesimo
nell’urlo silente, presuntuoso del niente
illusione vissuta nella nullità dell’alterità
versione congelata dell’immagine, morta vivente.
Non è possibile!
Essere davvero in grado di vivere
o solo esserci, giunti alla morte
fin quando nell’inganno l’identità sia dispersa
disperata la viltà dilaghi nel perdono
fino a svelarsi libertà d’essere
obnubilata paura metafisica di morte.
La caducità callipigia a fatica indica la natica
l’idea viva all’ombra del pensiero morto.
La verità è che la vanità ci tiene in sfida.
Lo spirito naufraga nel mare dell’essere.
col peso del sentirsi esistere
ecco l’enigma lasciato in bianco.
Laddove il vivere è ostentazione, io sogno
laddove il cuore intrappolato nel ruolo
io contemplo, espio, sento,
laddove il pensiero non si rivela che liso
interstizio ricucito d’emozione, confuso
io denudo l’istante, lo scarnifico, l’espianto
dall’immagine e sorgo forma fatale
come pianta al seme.
Essere in grado di vivere
col peso della comprensione urge nella mente
per ritrovare memorie scritte depositarie di gloria,
familiari ostaggi di storia
dove il viversi compatisce pelle
e il dolore tenuto a distanza non impara
l’oltre della vita, non si apre alla fine
liquefa l’esplorazione, non rivela l’irrisolto
insabbia la ragione avida d’ascesi
con la presunzione umana d’eterno falso
realtà a soffio di vento su cumuli di cenere
intrisi di mutamento.
Essere davvero in grado di vivere
nel senso d’amare ecco il punto solare
deforme coraggio di limiti interposti
all’intenzione del donarsi senza esporsi
al difetto alterato dell’ascolto in assolo
ambulante desiderio privo di devozione
elemosina di sé nell’esaltazione di sé medesimo
nell’urlo silente, presuntuoso del niente
illusione vissuta nella nullità dell’alterità
versione congelata dell’immagine, morta vivente.
Non è possibile!
Essere davvero in grado di vivere
o solo esserci, giunti alla morte
fin quando nell’inganno l’identità sia dispersa
disperata la viltà dilaghi nel perdono
fino a svelarsi libertà d’essere
obnubilata paura metafisica di morte.
La caducità callipigia a fatica indica la natica
l’idea viva all’ombra del pensiero morto.
La verità è che la vanità ci tiene in sfida.
Lo spirito naufraga nel mare dell’essere.
Sono stanco
di vivere una vita difficile
di pensare ad un futuro incerto
sono stanco di percorrere questo viale
ombroso
non c’è un orizzonte
sono stanco di combattere contro il vento
delle aspettative disattese
di questo mondo che ancora non so capire
di tutta questa tristezza che mi circonda
sono stanco di osservare il buio
vorrei vivere
in un mondo d’amore e di solidarietà
di vivere una vita difficile
di pensare ad un futuro incerto
sono stanco di percorrere questo viale
ombroso
non c’è un orizzonte
sono stanco di combattere contro il vento
delle aspettative disattese
di questo mondo che ancora non so capire
di tutta questa tristezza che mi circonda
sono stanco di osservare il buio
vorrei vivere
in un mondo d’amore e di solidarietà
Siamo come nuvole nel cielo in questa società:
quando ci siamo veniamo accusati di oscurare il sole;
quando soffriamo o ci lamentiamo,
le nostre lacrime vengono evitate come pioggia acida;
si dice che portiamo fulmini,
che oscuriamo le stelle,
che togliamo la felicità.
Quando ci leviamo di torno molti paiono stare meglio.
Siamo le persone differenti, non negativamente,
ma perchè facciamo la differenza,
facciamo paura.

Guardo…
Mi bendo gli occhi.
Esseri insanguinati
mi inorridiscono.
Sento…
Mi tappo gli orecchi
Urli assordanti
mi terrorizzano.
Annuso…
Mi stringo le narici
fetori nauseabondi
mi ripugnano.
Urlo…
Mi bendo la bocca
Parole denigranti
mi offendono.
Tocco…
Mi lego le mani…
Gelidi esseri
mi raggelano.
Sensi impietosi,
opre efferate.
E il vivere langue.
E l’umano affligge.
(Riflessione di mia moglie sulle mie opere)
Me piace dialogare con mi moje,
quanno ner poetar, ‘n esempio coje.
Quanno ho bisogno d’un interlocutore,
che dica come pensa il suo autore.
Spesso ce la metto pe fa ride,
anche perché la cosa nun po stride.
Lei legge, abbozza e nun dice gnente,
segnale de pericolo imminente.
La notte poi nun è affatto strano,
trovammece a dormire sur divano !
“Ninè, co me nun provà a fare er furbo,
ce lu so che i sogni tuoi ormai non turbo.
Ma nun concedo de famme passà,
pa stupida che stai a immaginà.
Che nun lo sono, ma lo sono stata
tant’anni fa, quanno m’ hai sposata.”
“Fermete amò, ma cosa hai capito ?
Io nun avrei mai mosso un dito
pe criticà l’intelligenza rara
da tu persona che tanto mi è cara !
E’ che ho bisogno de na provocazione
pe fa capì ‘na certa situazione.”
“Ma proprio scema me dovevi fare ?
Nun c’era n’artro modo pe spiegare ?
Faccio a scema già da morto tempo
quanno a li guai tui nun trovi scampo,
’na moje c’ha ben artro che da fare,
che tue scemenze stare a riparare.
Che se volemo dirla proprio tutta,
sei arivato ‘nfine alla frutta.
La tu poesia ‘n se po’ proprio vedè,
smetti de scrive e nun pensare a me !
Me piace dialogare con mi moje,
quanno ner poetar, ‘n esempio coje.
Quanno ho bisogno d’un interlocutore,
che dica come pensa il suo autore.
Spesso ce la metto pe fa ride,
anche perché la cosa nun po stride.
Lei legge, abbozza e nun dice gnente,
segnale de pericolo imminente.
La notte poi nun è affatto strano,
trovammece a dormire sur divano !
“Ninè, co me nun provà a fare er furbo,
ce lu so che i sogni tuoi ormai non turbo.
Ma nun concedo de famme passà,
pa stupida che stai a immaginà.
Che nun lo sono, ma lo sono stata
tant’anni fa, quanno m’ hai sposata.”
“Fermete amò, ma cosa hai capito ?
Io nun avrei mai mosso un dito
pe criticà l’intelligenza rara
da tu persona che tanto mi è cara !
E’ che ho bisogno de na provocazione
pe fa capì ‘na certa situazione.”
“Ma proprio scema me dovevi fare ?
Nun c’era n’artro modo pe spiegare ?
Faccio a scema già da morto tempo
quanno a li guai tui nun trovi scampo,
’na moje c’ha ben artro che da fare,
che tue scemenze stare a riparare.
Che se volemo dirla proprio tutta,
sei arivato ‘nfine alla frutta.
La tu poesia ‘n se po’ proprio vedè,
smetti de scrive e nun pensare a me !
Mi piace stonare
anche se dicono che stonare
è perché non sai cantare.
E trovo tempo a chiudere gli occhi
immaginando che le nuvole
spariscono per sempre dal cielo
ed i colori del mondo
si mischiano dentro un bicchiere
Mi piace parlare
anche al contrario
perché chi l’ha detto
che bisogna seguire le regole
anche i preti ogni tanto
si dimenticano di Dio
allora cosa importa
se mi butto a capofitto
dentro un mondo senza cielo.
Mi piace stonare
anche se non è bello stonare
e lo faccio per me
perché sto meglio
e diventa d’estate l’inverno
senza nevrosi e malattie
mi piace così veramente
per sempre…
anche se dicono che stonare
è perché non sai cantare.
E trovo tempo a chiudere gli occhi
immaginando che le nuvole
spariscono per sempre dal cielo
ed i colori del mondo
si mischiano dentro un bicchiere
Mi piace parlare
anche al contrario
perché chi l’ha detto
che bisogna seguire le regole
anche i preti ogni tanto
si dimenticano di Dio
allora cosa importa
se mi butto a capofitto
dentro un mondo senza cielo.
Mi piace stonare
anche se non è bello stonare
e lo faccio per me
perché sto meglio
e diventa d’estate l’inverno
senza nevrosi e malattie
mi piace così veramente
per sempre…

Vaglio scrittori,
penso agire occulto.
Dogma dell’alma?
Nel suo cuor… il gentile.
Ne la mente… il sapiente.
*****
Poesia (Metrica del tanka (1/4/6) scaturita dalla lettura di un pensiero del celebre José de Sousa Saramago, scrittore, giornalista, drammaturgo, poeta e critico letterario portoghese del 1900, a cui gli è stato assegnato nel 1998 il Premio Nobel per la Letteratura con la seguente osservazione: “che con parabole sostenute da immaginazione, compassione e ironia ci permette ancora una volta di afferrare una realtà illusoria”:
“Noi scrittori e artisti lavoriamo nelle tenebre, e come ciechi soppesiamo l'oscurità” .
Ho passato molto tempo
insieme al mio silenzio!
Ma dal profondo inoltrato di me stessa
mi son subito rialzata……
Le mie lacrime gli Dei hanno udito
trascinandomi sull’Eden dei versi,
fino a giungere al varco della vittoria
ancor più lucente e maestosa.
Le mani aprirono i pugni delicati
lanciando per aria i semi aridi
che senza cura alcuna, tu, mi regalavi.
Ora… questi fogli,
che recano i rossi segni
dell'ebro vino che tinse la mia bocca,
non dovranno servire solo ai sogni
ma cader dovranno su fertile terreno
e lì, continuare a dar frumento.
Ecco, la carta mi chiede, m’invoglia,
mi supplica di usarla e concepirla.
…Impugno la penna
per orgasmo dello scrivere
e piano mi mormora... non perder l’’illusione!
insieme al mio silenzio!
Ma dal profondo inoltrato di me stessa
mi son subito rialzata……
Le mie lacrime gli Dei hanno udito
trascinandomi sull’Eden dei versi,
fino a giungere al varco della vittoria
ancor più lucente e maestosa.
Le mani aprirono i pugni delicati
lanciando per aria i semi aridi
che senza cura alcuna, tu, mi regalavi.
Ora… questi fogli,
che recano i rossi segni
dell'ebro vino che tinse la mia bocca,
non dovranno servire solo ai sogni
ma cader dovranno su fertile terreno
e lì, continuare a dar frumento.
Ecco, la carta mi chiede, m’invoglia,
mi supplica di usarla e concepirla.
…Impugno la penna
per orgasmo dello scrivere
e piano mi mormora... non perder l’’illusione!
Il dolore è donna,
a dispetto di quell’articolo.
La verità è che, il mio dolore,
ha inizio in ore sofferte
e sofferenti, quando le ossa
sembra si rompano,
si frantumino,tutte assieme.
Quando mi trovo a soffrire per te,
sin dal tuo primo urlo alla vita.
E continuo quando con te,
figlio, devo condividere lacrime
e giorni un po’ amari e le notti lunghe.
E ancora quando tu, uomo,
mi fai piangere, quando il tuo amore
grida possesso, quando laceri la mia anima,
quando mi lasci sola
a spazzare via i perché, ad ingoiare fiele
che nutre la mia sofferenza…
… Che cosa vuoi che sia:
è solo il mio dolore, plasmato per me
che sono nata donna.
… Ed ora tu dimmi,
cosa vuoi che sia il graffio
della mia unghia sulla tua anima…
a dispetto di quell’articolo.
La verità è che, il mio dolore,
ha inizio in ore sofferte
e sofferenti, quando le ossa
sembra si rompano,
si frantumino,tutte assieme.
Quando mi trovo a soffrire per te,
sin dal tuo primo urlo alla vita.
E continuo quando con te,
figlio, devo condividere lacrime
e giorni un po’ amari e le notti lunghe.
E ancora quando tu, uomo,
mi fai piangere, quando il tuo amore
grida possesso, quando laceri la mia anima,
quando mi lasci sola
a spazzare via i perché, ad ingoiare fiele
che nutre la mia sofferenza…
… Che cosa vuoi che sia:
è solo il mio dolore, plasmato per me
che sono nata donna.
… Ed ora tu dimmi,
cosa vuoi che sia il graffio
della mia unghia sulla tua anima…
Senza quasi farsi notare
lacrima l’idea solleticante viscere
taedium vitae alla deriva del morso
con in bocca una filastrocca d’aria
l’acrobazia d’aseità del tempo
e la fede nella bellezza sepolta viva
in levità antalgiche d’apostasia
per far credere agli occhi dove sia l’oblio
e dove i buoni e i cattivi in cerchio
sorreggano stretti in girotondo
la cometa del perdono, sogno profondo
cuna verginea di deliquio eterno
dall’arto morto d’un dio mai sorto.
Senza quasi farsi notare
sorride la malinconia all’ombra della mediocrità
scivola via allegra d’aver commesso un furto
a chi indietro s’è rifiutato di mentire
dove sia la sponda altera dell’al di là
come a voler vivere tutto d’un sorso
quell’inquietudine tanto cara a chi è già morto.
Senza quasi farmi notare
io continuo ad amare il verso circonflesso
di graziose vacuità nella speranza d’esser
refolo di vento sulle questioni dell’al di qua.
lacrima l’idea solleticante viscere
taedium vitae alla deriva del morso
con in bocca una filastrocca d’aria
l’acrobazia d’aseità del tempo
e la fede nella bellezza sepolta viva
in levità antalgiche d’apostasia
per far credere agli occhi dove sia l’oblio
e dove i buoni e i cattivi in cerchio
sorreggano stretti in girotondo
la cometa del perdono, sogno profondo
cuna verginea di deliquio eterno
dall’arto morto d’un dio mai sorto.
Senza quasi farsi notare
sorride la malinconia all’ombra della mediocrità
scivola via allegra d’aver commesso un furto
a chi indietro s’è rifiutato di mentire
dove sia la sponda altera dell’al di là
come a voler vivere tutto d’un sorso
quell’inquietudine tanto cara a chi è già morto.
Senza quasi farmi notare
io continuo ad amare il verso circonflesso
di graziose vacuità nella speranza d’esser
refolo di vento sulle questioni dell’al di qua.







