che mi aspetta li
nella casa dietro
la montagna
dove DIO ha dipinto
il prato di bianco
e ne ha fatto ghiaccio
lei ha le labbra come il sole
calde dell'estate
il suo corpo s'offre a me
ogni notte
tenera la donna è GHAEL
bianca in viso
amore puro
il mio cuore si prenderà
o si perderà
tra i miei passi...Gahel
Tutte le donne nel Rap sono pezzi di carne
con le ossa graffiate e i figli morti di fame
Sai le donne del Rap si sono già emancipate
col rossetto alle labbra ma due palle quadrate
Le trovi marchiate con tatuaggi sulla pelle
si truccano gli occhi ma non raccontano balle
danno schiaffi agli amanti contro le scritte sui muri
altre hanno case d'inverno ma loro restano fuori
Senza ideali vendono caro il loro corpo
ma solo quando si buttano e sferrano un colpo
sono macchine rifatte senza il bisogno di un antifurto
A forza di rime combattono un Occidente contorto
Tutte le donne nel Rap sono le donne del capo
sono l'accessorio serale di un gioco malato
Ma le donne del Rap hanno strappato a morsi il guinzaglio
e non erano cani, a qualcuno hanno creato scompiglio
Tengono testa a testate a qualche testa di cazzo virile
ma quando t'accarezzano c'è tutta la forza femminile
C'è ancora qualcuno che ha interpretato male la natura
hanno morso le sbarre e sono uscite da un'altra galera
Era quel carcere in cui i mariti violenti buttavano le chiavi
Erano rari i pentimenti di chi aveva gli occhi più nuovi
e brave che vestono l'anima con quel che vogliono vestire
Le modelle sono troppo svilite per potersi cambiare
Sono ancora in poche ad aver conquistato un locale
le donne del Rap girano sole e nessuno le può stuprare
o ti castrano a mano e ti fanno capire cos'è il male
e un'ora dopo le trovi sotto le stelle a farsi marchiare
Vivevi comoda nella tua bella città.
Vagavi serena fra i giardini pensili,
fra i tanti, tanti, una schiera
di lillà bianchi.
Il colosso di Rodi
non permetteva che qualcuno
violasse la tua città;
con te parlava,
s'offriva come scudo di marmo,
con te discuteva.
Potevi pregare
i tuoi avi e nessun
nemico si sarebbe inoltrato.
Mausolo, il suo spirito,
avrebbe protetto la tua città.
La tua stessa Agrotera
non difendeva i cacciatori di donne:
ella fondava il suo tempio nella tua città.
E, così come si schierò coi troiani violati,
non permetteva a nessun greco
d'invadere la tua città.
La tua città s'apriva ai mercanti,
ai mercatini, il suq.
Ma si spegneva il Faro alessandrino
quando s'avvicinavano al porto
le drakkar di pirati crapuloni.
E nessun Caligola
riusciva a portar via
la Statua di Zeus a Olimpia
che campeggiava nelle tue piazze.
Riuscivi a testimoniare
la funzione funebre delle piramidi:
a differenza di Cheope
nessuno avrebbe violato l'oro
del tuo riposo!
Ma non fu così...
Un giorno sfondò i cancelli l'ariete barbaro,
gli uomini seminudi penetrarono
e saccheggiarono
la tua bella città, la razziarono i ribaldi,
e non volesti più ascoltare il Colosso,
qualcuno deflorò i lillà bianchi dei Giardini,
dimenticasti Mausolo,
Artemide tornò a proteggere i cacciatori,
si frantumò la lampada del Faro,
Caligola l'ebbe vinta sulla Statua
e anche la tua piramide fu violata.
Quanti petali di lillà bianchi
volano nel vento ora
deflorati e illividiti.
Non sei più vergine
e come di tutte le città
non restano che delle belle rovine.
Col tempo succede sempre così.
Lucià, lo conosco quel rumore dei baci a vuoto.
E' come chiamare un gatto,
sapendo però che i gatti si stanno accoppiando sui tetti;
è come strofinare le labbra sovrappensiero,
ma senza far caso al fatto che si contorcano in astinenza.
Lucià, questi rumori riecheggiano violenti nelle stanze.
Lo senti quando qualcuno prova il primo bacio da solo,
quando quel rumore fa surf sulle onde dello stereo,
quando qualcuno sembra idiota in questa testardaggine.
Lucià, quando le labbra toccano così il fondo
aprono barattoli di parole e li mangiano col cucchiaio in cucina.
Da sole. Sempre con quello stesso rumore.
Come va, Signora Doroty?
Spero che le mie lettere non si perdano
nel vuoto dei suoi occhi o sul fondale della piscina.
Sempre opachi, questi umori, di una rassegnata indifferenza,
accecati da un'eterna rabbia quando pensa,
quando le fa Cucù! il giardiniere allegro.
Una nobildonna che sfoggia con disprezzo
e menefreghismo, come in un gioco forzato che accetta,
le sue lune e le sue collane d'oro, foulard francesi e cappelli,
ma poi lo so, lo ignora il materialismo,
quando l'orecchio si ovatta.
Giornate vuote e senza senso, riempite
da un'antica nostalgia di bordelli e strade,
di ali e verginità rubate. Un marito troppo infelice,
con la nausea nel vedere le sue vetrine,
la sua vasta collezione di piscine, e si consola amaramente
in quella guerra dell'oppio in cui non sa con chi stare.
Ogni notte il letto è bianco, vuoto e stanco,
senza appetito, o l'amata noia d'un lenzuolo un po' sgualcito:
suo marito è già fuggito, una fuga di sbandati amori,
banconote sparpagliate da 100 sul suo guanciale,
il suo modo per scusarsi di tutto il male.
Signora Doroty, è infelice: quanto è bella la miseria,
più della sua stroncata voce, ma la pelle d’oliva
e le carnose labbra ci sanno ancora fare; cinquant’anni stuccati,
le guance nascoste dal trucco che si scrosta dal suo viso,
come un muro abbattuto dalle pallonate.
Acerba vecchiaia, giovinezza mai sbocciata.
Chiacchiera intanto la servitù:
lei ci ride col drappo in gola,
ma una bestia disinnamorata di se stessa
non mollerà mai il suo bastardo osso!
Sarà bello vederti uscire,
poterti tenere sulle mie mani,
guardarti fragile e non capire
cosa sarà il domani.
Sarà triste in certe sere,
quando ti chiuderai in camera a piangere
e sentirò singhiozzi soffocati dal cuscino
e ti lascerò la cena accanto al comodino.
Sarà uno spauracchio per il cuore
quando farai ritorno a notte inoltrata,
quando ti sentirò far piano sulle scale
con tua madre ai piedi del letto alzata.
Sarà dura fregarmene altamente
quando inizierai a rispondermi male.
Quando indosserai delle cuffie per non sentire niente
credendo che nessuno capisca il tuo dolore.
Sarà un casino dirti cos'è il mondo,
stento a credere che anch'io l'avrò capito.
So solo che ogni tanto toccherai anche il fondo
perché l'amore non sarà finito.
So che mi chiederai come nascono i bambini
e sarò goffo nell'usare le metafore più strane,
magari ti parlerò di esseri simili ai girini
e tu mi dirai "Che c'entrano le rane?"
A quel punto capirò quanto sei informata.
Saprai usare il futuro come una spada il cavaliere.
Ma credimi per imparar la vita
dovrai lasciare il cuore in balia del mare.
Sarò orgoglioso in certe domeniche di pioggia
nel vederti addormentata sopra un libro aperto
o quando correrai in costume su una spiaggia
con il sole finalmente lasciato scoperto.
Non so ancora il tuo nome né chi sarai da grande
né chi sarà tua madre ma di certo sarai un dono.
Non smettere mai di fare le tue domande
e non credere mai a chi non crede nel perdono.
A volte non posso evitare di essere prosaico:
vorrei poter amare il tuo ricordo in maniere
più dignitose, vestire il giogo della serietà
e trarci i più bei frutti.
Ci ho provato seriamente, ma non ci sono riuscito.
Secondo te non mi piacerebbe scoprire un arcano,
e dargli il tuo nome? Che poi uscirebbe soltanto
in qualche rivista comprata in stock dalle università
che andrà a riempire qualche emeroteca dai pavimenti orribili
con la polvere che fa delle palline agli angoli che nessuno schifa
dato che nessuno mai ci entra.
Ma il meglio che riesco a fare è tenere acceso il tuo
sole forgiato dalla mia isteria attraverso ricerche
geografiche dei luoghi della tua infanzia, i tragitti
in auto dei tuoi genitori per andare a fare una barca di soldi
e ossessionarmi con un campionario di leggende
delle quali ti vedo protagonista:
il marmor lunensis, i liguri apuani, gli anarchici,
la versilia del boom economico e la tua casa in affitto che
mi fa venire in mente immaginari che prima d'ora
ho sempre odiato e che per una misteriosa forza alchemica
ora colloco tra i monili più brillanti di un'argenteria interna
opaca e rosicchiata dalla fame.
Mi perdo spesso nel vento
e in ogni sorriso offerto
mi perdo
anche nelle lacrime
in cui affogo.
E mi sento gracile
quando l'afa delle tue parole
si muta in canto
coprendo con un un velo
il dolore.
Poiché
sei respiro di vita
sei il sole che non tramonta
sei il cortese profumo
di cui ogni uomo si copre
sei l'oasi nel deserto
sei Donna.
giochi e movenze
da donna grande, che un giorno sarai
nonostante tu sia un piccolo fiore
già pensi all' amore
per i figli che avrai
La speranza di un amore
negli anni più verdi
i segreti preziosi da svelare al più presto
all' amica di sempre
scambiando risate, sospiri e parole
sui giovani uomini che fan battere il cuore
Nel giorno più bello
il bianco, i fiori, gli amici e l' amore
uniti in un attimo
insieme per sempre
fotografie di un istante
che non sbiadirà mai
La vita di donna comincia da ora
un uomo al tuo fianco, mille progetti
il sogno, il destino,
il senso di tutto è un attimo ancora
Un pianto di notte, un sorriso forzato
non esiste stanchezza, per un' anima nuova
da rendere bella, da rendere donna
la piccola donna che è nata da te
tesseva fili invisibili,
deboli.
Crescendo giorno, dopo giorno.
non essendo soddisfatto,
tesseva sempre più....
nuove ragnatele.
Le trattava tutte allo stesso modo,
non c'era una più curata dell’altra.
Sapeva fare il doppio gioco
ammaliando le sue prede.
Creando devastazione, distruggendo
quello che attirava nella sua tela.
Sapendo che sarebbero caduti
nella trappola.
Un giorno troverà qualcuno più furbo
che non si farà catturare,
avendola costruita molto bene
con tanta falsità
bugie e sotterfugi.
I ragni non vivono in eterno,
arriverà finalmente il giorno
della fine del ragno
e della sua tela.
silenzioso.
T’ho atteso nell’altalena che mi
trascinava in alto, pronta a
cavalcare la stella.
D’improvviso oscurata,
precipito, sfracellandomi.
T’ho atteso, eri un cavaliere
dalla scintillante armatura,
sei stato, chi ha scritto, di una
favola, l’epilogo.
Come rosario recito nel proscenio,
sgrano la litania del mio essere,
felice invoco l’io rinnegato.
A lungo vagabonda su lidi deserti,
in solitari eremi di angoli bui,
libera di un sentire meschino,
ritta, orgogliosa, al destino dichiaro.
Tornata nei nati, traballante alla
gioia, m’incammino su fili di seta.
Ah, qual dolce sensazione, la libertà!
Assaporo, mando giù, nettare di vita.
Nel riflesso di vivida luce, solo
velluto d’accarezzare e bocca di rosa.

Ti terrebbe stretto a se per non lasciarti mai.
Le labbra si poserebbero sulle rose gote e ti cullerebbe tra le braccia riscaldandoti.
Ritornerebbe a quant'eri piccolo e fragile.
Perché uomo, ti vide di nuovo bambino.
A quando erano le sue braccia a proteggerti.
A quando era la sua mano a condurti nel mondo.
A quando erano le sue braccia a sollevarti ed era lei ad imboccarti.
Grande ma piccolo,
prendesti il volo
non curandoti delle tue ali spezzate.
Ti vide.
Ti guardò.
Con gli occhi di madre
dovette lasciarti andare
alla volontà di chi lei
opporsi non pote.
A volte, non riesco ad esprimere,
i miei sentimenti, come dovrei,
e mi esplode il cuore.
Ma queste parole te le devo dedicare.
Se non riesco a darti un emozione,
non è per egoismo o mancanza di passione,
se non mi espongo c’ è pure una ragione;
è per rispetto, ma soprattutto, non farti avere delusioni.
E se per caso prendessi iniziative,
di certo non farei qualcosa di sbagliato,
ti abbraccerei in modo molto ardito,
ti strapperei quel bacio che ho sognato.
E stai sicura che dopo questo,
lascerei perdere davvero tutto il resto,
toccherei il cielo con le dita,
e metterei fine, addirittura, alla mia vita!
Perché non sono un santo e non sono un disgraziato,
non sono vero e non sono un giuda,
non sono folle e non sono posato,
non sono in pace e non sto neanche in guerra,
ma ti confesso che a volte preferisco stare sottoterra.
Io so che tutto questo non lo preferisci,
L’ipocrisia nemmeno la gradisci,
e non mi importa se alle cinque di mattina,
sto scrivendo, e provo a dirti ciò che sento,
e per adesso quel che mi appaga e mi consola,
è la verità che il mio cuore prova.
È la realtà di dimostrare con il canto,
che nei momenti più neri che senti,
c’è sempre accanto una stella nel tuo cielo,
che brilla più di tutte, perché è sincera.
Aversi accanto fino al mattino,
è come bere un bicchiere di buon vino,
o la primavera che chiama l’estate,
o quando il male passa come la rugiada,
ma cosa scrivo. Sono innamorato.
Perché non sono un santo e non sono un disgraziato,
non sono vero e non sono un giuda,
non sono folle e non sono posato,
non sono in pace e non sto neanche in guerra,
ma ti confesso che a volte preferisco stare sottoterra.
E se per caso prendessi iniziative,
di certo non farei qualcosa di sbagliato,
ti abbraccerei per sempre, senza fine,ti strapperei quel bacio che ho sognato.







