Le scie delle parole negli accenti di ieri
In punta di piedi: non far rumore, prima dell’apoteosi
è convenienza, parentesi tonda di un’equazione
dopo una quadra. E ladra è la bocca che tace
prima del sonno, del tempo che ci sfugge
e delle scie delle parole negli accenti di ieri.
Fuori è un turbine di polveri, ceneri e sabbie
spostate dal vento, se le guardi puoi vederci rose
o corone di spine: dipende solo dai tuoi geni
e dai fonemi della voce. Poi il segno degli arcobaleni
nello squarcio di cielo amico e le vesti di spose
senza velo – telo di mare d’Agosto, le nebbie
dissolte a ritmo di rock dalle frecce degli arcieri.
E il canto delle maree? Lo ascolti e corregge
le ultime ansie: tregua, quiete e pace
è quello che ci spetta. Diretta di un’addizione,
di solitudini lontane tradotte da cuori in osmosi.
vicini, sotto l'acqua;
le mani che cercano
nell'altro, protezione;
sostenersi insieme
in un abbraccio,
il pudore svanisce
non ci si preoccupa
più del corpo,
l'amore sconfigge tutto.
Le anime si uniscono,
insieme creano un unico
essere, in un momento d'infinito.
Poi, quando tutto si spegne
e la crudeltà del mondo ritorna,
ci si odia, e si spera
che l'acqua bollente,
lavi la nostra vergogna,
la nostra pelle;
e il ricordo di quell'essere
che, per quanto perfetto sia,
non sarebbe mai dovuto esistere;
fino ad ustionarci
e imporci questa tortura
solo per essere stati, felici.

Non ti conoscevo ancora,
mai mi sarei immaginato che tu fossi vera...
Percepivo la tua esistenza da qualche parte,
mantenevo in vita la speranza di poterti incontrare;
il tempo passava inesorabile
e mentre ti aspettavo mi preparavo per amarti.
Poi, nel modo più impensabile,
mi sei apparsa!
le evoluzioni delle tue disavventure
l'infinito inseguimento
di un unico attimo
di solitaria serenità
Mi sembri così sola
piccola fra grandi tormenti
proteggere e coccolare
tu madre che ti preoccupi
ma chi si occupa di te?
Ci sei sempre tu
dietro quella finestra
ad aspettare il sole
per scaldarti un pò
lo sguardo perso fra le nuvole
in volo verso dove chissà
Leggo i tuoi versi rubati
che parlano di malinconia
ricordi lontani
di persone perdute
di qualcosa che non c'è più
E ti ricordi quei pomeriggi
a ridere sotto la pioggia
a correre felici
sotto il portone di casa tua
ancora un minuto e scappo via
Ci sei ancora tu
di fronte a quella porta
un bacio prima di dirsi ciao
si illumina il tuo viso
di tutta quella gioia
rimasta rappresa laggiù
Perduto amore di una vita fa
ti sento sopravvivere
senza oasi di felicità
rincorrere ancora il domani
senza perdere un solo sorriso
Le sere che passano stanche
fra bambole di plastica
e libri di matematica
due donne da crescere
unici amori per cui morire
Vorrei regalarti un futuro
che ogni giorno sia pieno
di tutto quel tiepido sole
che riuscivi a donare a me
potresti finalmente capire
quanto freddo fa senza di te

Paky, mi piace tutto di te,
mi piace quella che sei, Dio e come mi piaci!
Mi piace tutto ciò che sento dentro
ogni istante che ti penso;
mi piace il tuo volto,
come parli, come pensi, come scrivi, come ti muovi;
mi piace quando ridi, quando arrossisci,
quando ti arrabbi e a volte quando non rispondi...
Amo il tuo modo di non esser come gli altri,
di essere te stessa nei pregi e difetti;
ammiro il tuo modo combattivo di affrontar la vita,
il tuo modo di esser Donna e amica.
Da quando mi sei apparsa la prima volta
il mio cuore ha cambiato ritmo,
vedo e sento in modo diverso i colori, profumi e suoni;
molte cose mi sembrano più belle, finanche i sogni.
Adoro i tuoi capelli,
il tuo modo improvviso di cambiar pettinatura,
il profumo della tua pelle, il colore delle tue labbra,
le tue meravigliose mani, la tua fronte spaziosa,
il tuo modo di camminare, il tuo modo di guardare...
Stimo e condivido le tue scelte di vita,
ammiro il tuo stile nel vestire,
il tuo modo di truccarti e il modo di spogliarti...
Paky, forse non si è capito, ma amo quella che sei
e per niente al mondo ti cambierei!
e sentiamo calore,
è allora che arriva un' emozione.
Sentiamo una carezza profonda,
rassicurarci e capirci.
Ascoltiamo il silenzio
diventare dolce melodia.
Una lacrima scorre
sulla nostra guancia
e una mano ce l' asciuga
con delicatezza.
Due occhi ci circondano
con tanto amore,
mentre le parole
nella nostra testa,
diventano poesia.
Parole che parlano di noi,
dei nostri sentimenti,
della nostra passione,
del gioco della nostra pelle
desiderosa di donarsi ancora.
Ed ecco che un bacio
ci fa sprofondare
in una sconfinata tenerezza,
un magico sorriso!
Dentro esso
ce una storia
ancora da scoprire
e da sognare
come una favola della buonanotte,
che si trasforma
in una carezza della mattina,
assieme ad un caldo sole.
La strada alle spalle, sentiamo farfalle
nello stomaco, da quel primo giorno
è tutto cambiato: la somma dei baci,
la moltiplicazione degli amplessi
e quello sfiorare di mani senza fine
a ogni incontro. E poi gli abbracci,
stretti, forti, ma senza alcun addio,
gli occhi negli occhi, i suoni ovattati
del tempio dell’amore e gli strati
di miele delle parole- oh mio dio-
sensuali a ogni sillaba. Gli stracci
nello scantinato del cuore, le rapine
del tempo, gli angoli acuti delle catalessi
prima del sonno. E quando taci
è lo sguardo a parlare del ritorno
della memoria e del desiderio folle.
Tu non esistevi.
Non sussistevi.
Eri Impercettibile.
L’impensabile.
Sfuggente ai miei occhi.
L’assurdo per la mia anima.
Non eri entrata al mondo.
Perché nel momento in cui non eri in me
eri la non nata.
La non formata.
Non avevi consistenza per le mie mani.
Né densità, né spessore per i miei occhi.
Eri scivolosa per il mio tempo:
giacché non esistevi nel mio quotidiano.
Non perduravi nel ciclo del mio scorrere.
Quindi è inutile che discuti con me cuore.
Petto e anima mia tacete.
Su come facevo a respirare.
Su come sentivo.
In che modo riempivo il mio cammino.
Non ho ricordi da sguinzagliare:
non esisteva ancora
l’inconfondibile profumo;
non mi insaporiva la forma di nessun sguardo
Né alcun suono in quel tempo mi penetrava.
Quindi mente cosa rovisti nelle tue sacche?
Non eri ancora luogo abitato.
Preso.
Impossessato.
Non era ancora venuta.
Non s’era ancora adagiata nel tuo spazio
a foderare le tue pareti
Non era venuta ancora a custodire i tuoi ricordi.
E voi orecchi e labbra perché vi incuriosite
di dove posi la parola;
dove estesi il mio ascolto.
Io non conoscevo il suo nome.
Non era il possessore del mio orecchio
La stesa per le mie labbra.
Tu non eri ancora.
Né un aggettivo.
Né un verbo.
Né una parola
Eri donna confusa tra altre.
Eri dono mischiato ad altre.
Tu non eri ancora esistenza.
E io cosa feci in quel tempo in cui
non eri ancora respiro?
Non so!
Non ricordo.
Non ho memoria da svuotare.
E il messaggio è inciso sulla faccia chiara della luna,
filtrato da un raggio di luce, puoi recitarlo
come un verso perfetto con un soffio di voce
tra le coltri disfatte del letto. Di getto magari,
e ripeterlo dopo ogni bacio. “ E’ con te che voglio stare”
e restare nei giorni di sole, di pioggia e di nebbia,
amare ogni ruga, l’invecchiamento degli occhi,
gli specchi dell’anima a riflettere la gioia
che è questo stare insieme, corpi in simbiosi,
osmosi del respiro, giro nell’oasi dell’amore
al tempo delle catene. E questo raro languore
di piacere e malinconia e poi la narcosi
dopo il tramonto, forse stanchezza, mai noia,
il sonno che arriva a folate, il gioco dei tarocchi
con le carte truccate, sabbia nella gabbia
spalancata. L’ultima rincorsa per oltrepassare
il muro di nubi, già li vedi altari e acquari,
-immergersi nell’amore e pregare dinanzi alla croce.
Hai spento la luce- puoi vedere lo stesso- l’orlo
del copriletto, il colore dei sogni, l’ago e la sua cruna.
Ti sfibri sotto il peso dei tuoi pensieri,
Ti arrovelli sotto sassi pesanti,
Ma sai battere forte
Sulla via del mare d'emozioni.
Sai sorridere tra i cespugli di rose
E lentamente cercare l'amore,
Per poterti rigenerare.
Non aver paura del fuoco,
Che può far bruciare
Il tuo vestito avvizzito dai travagli.
Ardi, E crea l'incendio.
Nutriti delle fiamme,
E avvolgi altri cuori.
Nel tuo cammino d'ardore,
Divampa nel mattino
Tra le mani d'un amante.

Un piccolo usignolo cantò
tra foglie brunite del bosco
struggenti note
per l’ amata
tra rovi intrappolata,
cuore ferito
spennellò verdi rovi
di rosso vermiglio:
“Non piangere mio amato
accompagnami col tuo canto
nel grande giardino del poi
t’attenderò là,
preparerò un nuovo nido per noi.
Sarò sempre tua sposa
mi troverai accanto a una rosa
la più bella di tutto il giardino
profumerà come fresco mattino,
ti disseterai tra rosse corolle
senza inganni
senza dolore.
Nel giardino del sole
sboccerà eterno canto d’amore"
Un’alba grigia e fredda
spense quell’ultimo canto,
mentre neve fioccava,
una rosa sbocciava.
Cerca.
Desidera.
Tre imperativi
Tre implorazioni
Tre appelli.
Mi piacerebbe dire:
sono illetterato
non distinguo il tempo passato dal modo presente
Ma come posso negare questi verbi?
“Ama la mia bocca”
“Cerca la mia pelle”
“Desidera il mio sorriso”
E non riuscire a sfuggire al di fuori di questi verbi.
Ah! se fosse ignorante la mia anima:
fallirei nel pronunciarli con il mio petto.
Mancherei nel dirli con la mia bocca.
Magari…non avrei più affanni quando mi dici:
“Cerca il mio respiro.
Il mio sonno.
Cerca tra i giochi di luce la mia ombra.”
Anzi me ne starei seduto senza scuotermi l’anima
per amarti
per desiderarti
per cercarti
e aspetterei l’amore ogni giorno dirmi:
“Oggi desideri iniziare ad amarla?”
La strada più breve è accidentata,
ripida salita, l’aurora violata, il cielo,
cascata di stelle sui nostri letti.
Divisi da un segmento, una linea
interrotta in più parti. E quella luce
nel buio, occhi assonnati, rifrazioni
di raggi scomposti in piramidi
di colori. Sguardi che s’incontrano, timidi
e poi sensuali, nel fiorire d’emozioni
di notti autunnali. E se non ha più voce
lo scempio del passato, con la livrea
dell’amore lucidata, puoi vedere i tetti
per errore, poi una donna col velo
da sposa: lo dirà il tempo, se era una fata.

Si, capisco, ti senti sola e incompresa






