La strada del buio porta a valle.
E nebbia avvolge il carro e ruote girano nel fango.
Piove a sprazzi dalle nuvole e misti sono i sapori e gli odori.
Ho fame, apro gli stipiti della madia.
Un dipinto sulle scale scende con la tela imbrattata.
L'ultimo mio pasto
Ho fame e il temporale bagna l'ingresso al castello.
Aspetto ospiti che non verranno.
Chiamo la domestica sorda e faccio cenno al maggiordomo cieco.
Suonano alla porta e cade la statua sul tetto.
Ho fame: “Aprite!”
Non ci sono più i servitori d'una volta.
Mi siedo nel salone delle feste e il tavolo segna dodici alla sedia.
Sono solo e ho fame.
Apro una bottiglia di vino.
Passa un topo e ci faccio lo spuntino
Spolpo le zampette e succhio poi la coda con risucchio di acqua.
Il resto lo mangio al sangue con due olivette.
Un brodo che non è brodo nella padella vuota.
Prego accomodatevi la cena è tra mezzora, mettetevi a vostro disagio.
Ho fame e la compagnia di nessuno mi stufa; lo stuzzichino mi ha stuzzicato la fame.
Mangerò qualche larva del legno, mi procuro uno bastoncino e passerò il tempo alla ricerca di
qualche tenera prelibatezza fresca.
Il castello è illuminato dai candelabri e il tempo peggiora di ora in ora, in paese nessuno vuol sentire nominare il luogo: Gavrilu.
Peggio per loro, intanto ho finito le larve ma ho ancora fame.
Trovata geniale: un coltello nel culo del maggiordomo.
Parte tenera e molle: amo la carne arrosto.
Beh, non è stato difficile.
Non si trova un coltello decentemente affilato in questo castello. Ecco finalmente, giusto per tagliare quello che devo tagliare.
Ho fame e mangio, ma non sono cannibale, ho solo fame.
Quanto pesa questo maggiordomo, ma quanto cazzo mangiava?
Lo metto sul tavolo di marmo della cantina.
Comincio dai piedi. Allora direi di strappargli le unghie... Le metto con l'acqua a lessare...
Un bel taglio longitudinale lungo la gamba sinistra e trovo la safena.
“Plic”, “slurp, slurp.”
Buono questo sangue. “Burp” Sono pieno, meglio assaggiare i muscoli.
Incido con tagli scelti la pelle e la sfilo via facilmente: sono un esperto. Metto la pelle delle gambe
nella pentola con le unghie, poi si vedrà. Domani brodino.
Naturalmente ho provveduto prima a depilare il corpo. Mi seziono i polpacci da fare arrosto.
Conserverò i tendi da spolpare in seguito.
Le parti intime non mi attirano: taglio e butto via e, siccome sono schizzinoso, non mi interesso nemmeno delle interiora. Budella, stomaco, fegato, tutti buoni per il cane che con il suo continuo miagolare mi ha rotto i timpani.
Il resto lo impacchetto con la carta d'alluminio e lo metto in frigo: dovrei avere, nascosto da qualche parte, un libro di ricette, domani se ne riparla.
Ha un bel culetto questo maggiordomo: lo mangio domenica.
Però questa pioggia e questa aria frizzante mi hanno messo fame.
Esco a fare una passeggiata verso il paese, mi tengo in forma e cerco qualche cosa particolarmente golosa.
Ma sì, oggi ho sentito suonare le campane a morto.
Si va al cimitero.
Dunque vediamo: qua abbiamo il morto fresco, non mi va. Uhm, si questo è morto
qualche anno fa.
Un bel piatto ceneroso e muffico ci sta, bei tempi quando andavo in cerca di funghi nel bosco.
Bene, bene, questo tipo ha un aspetto tra il consunto e la muffica, ci sono pure le costolette da succhiare.
Intanto porto la bara al sicuro dove smanducare tranquillo.
Accidenti, mi fanno male le spalle. Quanto pesa, sto diventando vecchio.
Che buoni questi lembi di pelle attaccati alle ossa della mano: che buon sapore.
“Volete assaggiare?”
Beh, sapete che vi dico, me lo gusto un po' per volta. Oh, ci sono pure i vermetti per contorno!
Accidenti che mangiata, basta per oggi, me ne torno al castello.
Un attimo, non guardate per favore sono timido. Ah, che pisciata...
Nel quadrante del cielo le nuvole facevano a gara nell'inseguirsi. Un vento tempestoso accarezzava le cime degli alberi e le vie di campagna che portavano al castello non si distinguevano più.
L'acqua scorreva in rigagnoli che parevano canali e i tuoni illuminavano a lampi i campi.
Forse erano i lampi che illuminavano i campi e che qualcuno da loro ci scampi.
Un cipresso pareva nei rami depresso e i rumori della pioggia, che batteva sugli occhi, spaventavano persino gli spaventapasseri.
Perché parli al passato, sono stanco e poi il temporale mi mette paura. Mia madre aveva ragione quando mi diceva che non ero degno di discendere i discendenti. Vado a dormire è quasi l'alba.
“James, maledetto imbecille dove ti sei cacciato? Apri questa porta, non vedi che sono fradicio”
Il suono della sveglia come ogni mattina frantuma in mille pezzi i miei sogni, un suono stridulo, lacerante, utile per carità assolutamente si, perché altrimenti non lascerei mai il letto alle cinque, quando ancora fuori e’ buio. L’ acqua fredda che scende a spruzzi dal rubinetto contribuisce al mio risveglio, ormai lo scaldabagno e’ andato, come tante altre cose in questa casa, fredda e buia.
Preparo il caffè, mi vesto in fretta e sempre in fretta raggiungo la fermata dell’ autobus, siamo una piccola folla infreddolita e assonnata che lenta prende posto sulla vettura, siamo una piccola folla invisibile, gente da poco, senza un fine o un progetto da perseguire, nessuna preparazione particolare, né una vita speciale.
Io l’ invisibile, spesso dimentico persino il mio nome,.. però rispondo sempre a chi mi chiama, e so sempre se ce l’ hanno con me, io sono la donna, cioè,io sono la donna che pulisce, e pulisco scale, case, uffici, supermercati, cliniche, insomma dove trovo da lavorare.
La fatica mi ha trasformata, la stanchezza ha disegnato rughe, occhiaie e calli.
Ma ciò che mi spaventa non e’ il mio aspetto fisico, quanto il fatto che il mio lavoro mi ha resa trasparente, lavorare quando nessuno e’ presente, quando e’ ancora buio e il resto delle persone dorme ancora, questo mi rende impercettibile, incorporea .
Io non esisto.
E allora immagino, mentre salgo per le scale dei condomini da pulire, e lo sguardo si posa sulle targhe dorate dei campanelli o sulle porte, avvocato Mauri, dottoressa Gentile; Dottor Romani medico dentista; Studio notarile dottor Casagrande; e così via.
Immagino la cura con cui saranno stati arredati quegli appartamenti, ed io divento la dottoressa, o il notaio,.. mentre le mie mani sempre più rosse e doloranti sciacquano strizzano e lavano.
E’ strano, quasi inverosimile essere cosi sola, non ho madre marito o figli, né fratelli non ho nessuno, a raccontarlo non ci si crede, eppure da anni solo l’ unica compagnia di me stessa.
La mia casa è un buco buio, poche cose assolutamente utili, un letto, una piccola cucina, e il bagno, ah dimenticavo il televisore, scarto della vicina di casa trovato in un angolo davanti al portone, eppure funziona, buon per me .
Questa mattina, nel supermercato dove faccio le pulizie mi hanno richiesto l’ indirizzo e mail, mi e’ venuto da ridere, e chi ce l’ ha? Mi hanno detto che per il contratto e le eventuali informazioni serviva un indirizzo di posta elettronica, e se da una parte ero imbarazzata dall’ altra una sensazione di meraviglia mi aveva presa, eh si perché qualcuno mi stava parlando, e inoltre voleva mie informazioni, data di nascita, indirizzo, numero di telefono e di telefonino.
Ho continuato a lavorare ma tutto era cambiato, la testa era piena di strani pensieri quasi una specie di solletico proprio vicino alle orecchie, un ronzio che lentamente si trasformava e dava vita a ragionamenti, a domande e risposte, ero turbata e avevo quasi paura che quel lavorio mentale fosse visibile a tutti, che tutti potessero vedere che ora anche nella mia scatola cranica viveva un cervello.
Al termine del mio orario di lavoro avevo ben chiaro cosa volevo fare, e per prima cosa sono passata alla vetrinetta dei telefonini, quelli di ultima generazione, e ne ho scelto uno ecco ora potevo iniziare a vivere, li c’ era il mondo e io ne avrei fatto parte, ora non mi restava che entrare .
Appena attivata la linea del mio preziosissimo cellulare ho cercato su internet i vari social network e mi sono registrata, e da quel momento sono diventata la giovane e affascinante dottoressa in psicologia Anna Rosa Lamanna, e anche il professor Giulio Lulli insegnante di storia e letteratura italiana, che emozione immensa rinascere, poter esprimere il mio sapere, potermi calare ora nell’ uomo e poi nella donna, e rispondere alle prime richieste di amicizia, io l’ invisibile, finalmente esisto.
Qui dove poco è vero e reale, io inizio a materializzarmi, ecco le prime fotografie, si eccomi qui al mare, ecco io sono quella li tra le onde, e poi in montagna mentre scio, occhiali da sole cappello giacca a vento, certo non si vede bene il volto, ma che importa? E poi quante belle frasi scrivo, quanti consigli, beh sono una studiosa dell’ anima quindi, che dire poi delle altre immagini, eccomi tra i miei studenti, sono io qui di spalle mentre scrivo sulla lavagna “ amo et semper amavi”. Quanti mi scrivono, tanti colleghi di scuole lontane, tante ragazze, e donne, e io mi sento vivo, o dovrei dire viva? Che importa il sesso che importa esistere attraverso questo inganno, io finalmente sono. Esprimo il mio sapere, sì perché nonostante tutto io sò, ho studiato, nonostante il mio misero lavoro io avrei potuto e posso essere come una di quelle cellule totipotenti, io posso essere tutto. Voglio dare alle persone quello di cui in fondo si nutrono, voglio accontentare il desiderio di tanti portando loro le mie maschere, mostrando i miei mille volti cosi come io mi beo dei loro mille falsi sguardi, consapevole, come loro che tutto e’ finzione, che siamo ciò che gli altri vogliono farci essere, cosi potranno dire ho conosciuto il professor tal de tali o la cantante di quel gruppo rock, o che ne so anche il Papa. Domani mi aspetta il solito centro commerciale di periferia, lo stesso pavimento da tirare a lucido, e’ ora di salutare i nuovi amici, i professori, i dottori, e tutti quelli che mi hanno voluto tra le loro importanti amicizie, convinti di aver aggiunto lustro alla propria lista nella loro pagina di questa importantissima vetrina virtual sociale. Beh si è fatto tardi a domani amici, mangiafuoco va a dormire .
La sveglia martella feroce dal comodino, anche questa mattina, come ormai da anni, eppure la luce che colpisce i miei occhi e’ diversa, persino il mio cervello non e’ lo stesso di sempre, nella mia testa non c’ e il solito sordo silenzio, ma si affollano idee immagini, pensieri che hanno albergato i miei sogni notturni, nessuno di loro mi ha abbandonato al risveglio, e me li porto dietro al lavoro, li accarezzo, li accudisco e loro crescono, mentre io spolvero, spazzo, lavo e la fatica oggi non esiste, la stanchezza che mi schianta sul letto una volta a casa, oggi e’ un ricordo lontano.
Eccomi, arrivo non vi agitate ora vi libero, mi spoglio dei miei stupidi panni, lavo via il sudore che mi ricorda chi sono e posso tornare a vivere, basta un click ..
“ Ciao, come stai?", “ Finalmente ti trovo” ecco il sangue scorre, il cuore batte, ecco il primo saluto.
“ Ciao cara, oggi ho avuto una giornata pesante, i miei studenti si preparano agli esami e io li aiuto, tu invece? com’ e andata la tua giornata?” “ mah niente di che, in ufficio c’ e stato un controllo qualità, ma sai le solite cose all’ acqua di rose, non vedevo l’ ora di tornare a casa e collegarmi, mmhh tu mi hai stregata professore”.
Mi meraviglia questa facilità con cui ci si avvicina agli altri, a degli sconosciuti.
Sono sbigottita, quasi incredula, io che fino a due giorni fa non avevo nessuno, io l’ invisibile, l’ inavvertibile e inavvertita presenza mi sono materializzata solo schiacciando un pulsante, se solo lo avessi saputo prima, se avessi capito tempo fa che il mondo mi aspettava, questo mondo parallelo, l’ unico che mi vede, avrei speso tutti i miei risparmi per questo piccolo gioiello, un minuscolo stupido telefono, il cuore pulsante che mi da la vita.
Com’è facile entrare nella vita degli altri, quanti pur avendo persone reali accanto, si isolano nelle proprie case seduti lì davanti ad un monitor, quanti sorridono e ridono alle frasi che degli sconosciuti scrivono magari rivolgendosi a loro con un’ intimità che si dovrebbe dare solo a chi si conosce da molto tempo e nella realtà vera.
Ogni volta che chiudo il pc, penso a chi potrei impersonare domani, oppure a quanti nuovi amici potrei proporre la mia presenza, potrei essere la massaia sola e annoiata che cerca dolci parole da probabili ammiratori, oppure il prete che cerca amicizia sul social network perche vuole capire meglio i giovani, certo in questi ultimi tempi sono tanti i preti che tranquillamente usano facebook o twitter quindi perché no .. domani sarò il simpatico don Mario .
La mia vita è cambiata, per chi mi frequenta ogni giorno nel mondo reale, sono sempre la solita giovane donna, grigia e silenziosa, il mondo fuori dal computer mi ha sempre rigettato, ma ora posso prendermi la rivincita, ora sono io che dirigo il gioco. Io sono il mare di cellule che si moltiplica, sono un diamante sfaccettato che riflette migliaia d’ immagini diverse, io posso penetrare ovunque, mi basta un click.
“ Buon giorno, come va? Gradisci un caffè?”, i saluti che ricevo nei vari profili mi sollevano il morale, e io rispondo a tutti e creo situazioni, tante le più particolari. “ Ciao, come va?” “ Io sono in spiaggia, come ti ho scritto ieri, sono a Malta ma già domani dovrò spostarmi, ho un volo alle 11 per New York, ho un lavoro importante al Metropolitan Museum of art, devo curare una mostra molto importante, ma ora ti lascio mi chiamano al cell, ciao a prestoo”.
E’ così facile, e poi che male faccio?
Per chi mi aggiunge alle amicizie, io sono un buon acquisto, sono l’ artista impegnato, sono la persona importante che in molti anelano avere tra le amicizie per poi vantarsene con gli amici reali, io amo renderli felici, e più mi faccio grande ai loro occhi più li rendo felici.
Posso essere tutto e questo rende appaga anche me, ora riesco ad affrontare le mie giornate sporche della sporcizia altrui, riesco ad andare oltre la fatica, adesso mi vedo persino bella quando accidentalmente incontro i miei occhi in uno specchio, perché in fondo non vedo me stessa ma ognuno dei tanti che io sono. Sarà così se non sarà mai altro, sarò il mondo finché il mondo non mi riconoscerà.
La luce dei lampioni si riflette sul bianco muro irreale che la nebbia fitta come sempre in inverno, innalza proprio qui davanti al portone sgangherato di casa mia, e come ogni giorno io mi lascio avvolgere e digerire da questa quieta barriera luminosa, cosi, umida e infreddolita, mi avvio ciondolante verso la mia giornata di faticosa apatia.
Lenti e silenziosi i miei compagni di sventura si aggiungono alla piccola processione
e rassegnati ci incamminiamo verso le luci tenui del bus, e una volta saliti ci accomodiamo sui freddi sedili e li ognuno termina il suo sonno privo di sogni .
La faticosa giornata ha inizio, indosso frettolosamente il camice a righe ancora un po’ umido dell’ acqua sporca del giorno prima, i calzini colorati e gli zoccoli, prendo il carrello già pronto all’ uso, stracci, spray, scopa e spazzolone. Si aprono le danze,
strofino alacremente, lucido, e spolvero, e ogni movimento ogni sforzo da vita a nuove idee che presto, non appena sarò tornata a casa renderò reale nel mio mondo virtuale.
In quel mondo ricco, rilassato, dove mi basta pigiare pochi tasti per entrare nelle vite altrui, mi basta dire poche parole, giuste, ed ecco che.. quell’ architetto tanto presuntuoso e saccente si rivolge a me con tono interessato, come se d’ un tratto avesse scovato l’ altra metà di se, le mie parole studiate ad arte lo hanno incantato, avvolto, accarezzato, e da questo istante in poi so che non potrà più fare a meno di me .
Io studio, cerco e ricerco, io mi preparo come per un esame, io sono tutto e tutti,
sono affettuosa, amorevole, sono intelligente, galante, un cavaliere, un gentiluomo,
medico, scrittore infermiere, parrucchiera e maestra d’ asilo, sempre pronta per nuove avventure, sempre pronta a soddisfare discutere giocare ..solleticare.
Sciocchi, cosi soli, cosi pronti a credere .
Nei tranquilli giorni di fine settimana, quando finalmente posso riposare, me ne sto li davanti al piccolo schermo del mio cellulare, e come un bravo medico curo con la massima dedizione le mie piccole ignare marionette.
Le blandisco, le incuriosisco, che siano uomini o donne, in un modo o in un altro riesco a coinvolgerli in discussioni interessanti, e se voglio so come stuzzicare il loro ego, complimentandomi per il loro lavoro, o per un particolare commento, “ davvero notevole”, ..e loro gongolano imbambolati ..o meglio rincretiniti.
Osservo con meraviglia e interesse i profili che i miei amici virtuali hanno creato, quanti di loro hanno migliaia di amicizie in bella mostra, amicizie che aumentano quasi esponenzialmente, in maniera assurda .
Queste persone fagocitano voracemente chiunque, basta che i requisiti di questi nuovi affezionati corrispondano ai desideri di chi li aggiunge, che si tratti di requisiti fisici, che so una donna bellissima, o particolari doti o capacità come ad esempio saper suonare o dipingere .
Per non parlare degli effimeri, i superficiali, quelli cioè che accumulano amici in base all’ importanza che riscontrano negli amici degli amici, certo a volte questo gioco mi disgusta, ..ma sono troppo sola per farmi bloccare dalla nausea, dal disgusto .
E così non appena posso entro in questo mondo falso, dove tutti o quasi si sbattono per colpire più di altri, per apparire più di tutti, e brillare come una stella. Si agitano, si sforzano, postano immagini, scrivono commenti, danno giudizi, per risplendere come il sole a mezzanotte, per oscurare il mondo.
A volte, quando finalmente chiudo ogni contatto, sono distrutta, ti tolgono l’ anima questi “ amici”.
Tra loro c’ e chi si dichiara innamorato perso, e chiede un appuntamento, magari anche solo un caffè..
E’ dura inventare scuse plausibili, “ sai il mio lavoro non mi permette distrazioni, specie ora che stiamo concludendo un grosso affare con i clienti americani, eh si ti avevo detto che io mi occupo di sperimentazione con i droni, e tra poco inizieremo anche in Australia”…
E dura e’ anche cercare foto, mie, sia come uomo, anziano, giovane, affascinante sportivo, o solo maschio
O immagini di donne, una bonazza mozzafiato, o una casalinga sempre in tiro, magari la signora bene che fa la volontaria in ospedale con tanto di messa in piega perfetta e anelloni d’ oro alle dita .E’ difficile trovare immagini simili cosi da creare un vero profilo, ma io ho tempo ..tanto tempo.
Il caffè si è freddato, e la mia vita è tutta qui, solo tracce, piccole tracce di irrealtà.
Però mentre mi davi queste false emozioni tu mi incatenavi e come con gli altri mi incastravi nelle tue trappole da falsa amica.
Le serate non erano belle se tu non c'eri e se alcune sere non avevamo alternative tu risolvevi tutto.
Ma piano piano con il passare del breve tempo diventavi parte del mio corpo e per questo oggi se sto male e perché ho deciso di togliermi le tue catene e tu mi hai fatto pagare questo prezzo con la sofferenza.
Sei vista come terapeutica e infermiera curatrice della gioventù ma alla fine ti prendi gioco perché sei la ricreatività delle persone.
MI spiace dire che sei passata e non ti penso più percentuale adesso hai tolto a me la personalità e dovrò ricominciare dall'inizio,ti adoro per i ricordi ma ti disprezzerò per come mi hai lasciato.
Come un aedo giunto alla sua ultima festa
Lettore casuale
e borghese come quella stessa società
che lo obbliga a condurre una vita
asociale e scompiacente,
che lo rigetta dal giorno in cui egli seppe
leggere e fu poeta, e da allora appartenne
alla razza da sempre maledetta col malvezzo
di quaranta sigarette al dì e birra a pinte…
Insinuandoti nelle sue carme
che colgono l’essenza profonda della realtà,
impastamento caustico quanto castigato
e in grado di lenire le attese,
discopri in MastroPoeta il veggente in grado
di rivelare questa realtà sconosciuta.
Che non gli si lesini la giusta levatura fintanto
che le membra sue non si saranno arrese!
Ora che sta per morire quell’ostinato vecchio stanco
Lettore casuale
e riluttante ad accoglierlo parimenti
ai salotti monzesi che allorquando
innescarono il suo aberrare altresì la rogna,
renitenti alla maledizione del poeta
risoluto nell’opinare il convincimento
di una compiuta sregolatezza dei sensi
per giungere all’ignoto, dalla fogna
delle vostre esistenze lo consegnaste
alla malinconia delle campagne canavesane.
E al chiaroscuro delle sue carme
che combinano ciò che vive a ciò che sogna,
finanche l’apatia dello stoico
e la meglio espressione delle angosce umane,
sarai in condizione di lievitare in sagacia.
MastroPoeta è il guaritore dell’altrui carogna…
Mamma dormiva, stanca di ago e filo nella sera
Lettore casuale
e restio col poeta maledetto… maledetto
per aver tentato di guarire il mondo
in mancanza di aver saputo guarirsi lui stesso.
Davanti a quella che è la formatura
delle sue carme,
davanti al poeta e lui medesimo davanti
all’ultimo laudanum, l’ultimo troppo spesso
oserei dire che nel suo lasso di tempo
errabondo lasciata dapprima la frescura
delle palmizie caraibiche alla volta delle notti
d’Ibiza si crucciò di obliare in fastelli
la propria egloga.
Dopo aver presa terra sulla playa iberica,
si consumò l’introspezione di MastroPoeta che
stette in alloggio a pigione nei liguri budelli.
Alle labbra della notte
Lettore casuale
ed egualmente al poeta asservito
a sublimità e bassezze dell’uomo,
colgo il rifuggire con biasimo la realtà
attuale agognando rifugio nell’elusione
dalla normalità nel donarsi alla mestizia,
complice di un aspetto allampanato,
e che diviene sintomo di una sensibilità
superiore capace di infornare tali carme.
Di dare adito alla stesura di lirismi e a una
sequela di eventi dal fetore del tuo
routinario: con MastroPoeta non c’è scelta.
Dinanzi a un tale studioso di problemi estetici
… si dovrebbe prendere ammaestramento
dal trace che abbisognava oltre che di
ardimento e schinieri, di preporre sica e pelta…
Ho scelto di non avere scelta
Lettore casuale
e similmente al mese di Giunone,
pari ai piovaschi chivassesi,
callido nell’ addentrarti come creatura
giovinetta nel torso, nelle carme…
percepisci lo stato d’animo di
MastroPoeta paragonabile a un sentimento
di noia, per tua congettura.
Ardore che assume la forma di un vero
e proprio tedio esistenziale per una fanciulla.
Questa situazione di conflitto e ambivalenza
emotiva è sentita dal poeta affine al donchisciotte.
Ma il punto di partenza da cui muovono tanti
suoi atteggiamenti è la sua coscienza di uomo,
di elemento con il proprio trasporto.
Estraneo al mondo in cui vive… con le sue lotte.
Tale coscienza di diversità, portata a cottura
nel modo in cui si fa col pane, guerreggia
col vergine impulso che approda alla cupa accidia.
Ed esercita il ruolo di scolta.
Colei ne diviene consorte ed in un
lasso piccino dà alla luce il frutto
che somministra al sommo un tono di euforia.
O sovente approda a un atteggiamento di rivolta.
Corri da lei e amala, ma non amarla troppo
Lettore casuale
e rognoso quanto l’animo di quest’uomo
che nel focolare domestico pone questi
tre destini in buriana… tra vergogna
e l’oblio dell’ altrui disperata condizione.
Il sogno di nuovi paradisi che ripaghino ciò da cui
MastroPoeta è stato esiliato, elisio di nicotina
e alcool che permetta di abbandonarsi alla menzogna
di nuove sensazioni di colori, musiche e profumi insiti
nella sua calotta cranica passibile di inattivazione
dopo mesi di amorevolezza, cure e manna.
Oppure il vagheggiamento di andare lontano, partire
verso ciò che è diverso e insolito che trova radici
profonde nella percezione di volontaria prigionia.
Radici letali in egual maniera a quelle di belladonna.
Un nodo in fondo alla gola, come lo è a volte un ricordo
Lettore casuale
e letale quanto nel teschio a MastroPoeta
il rovello per il mancato appagamento
per la triade prole, come barranco
dall’ ipofisi al coccige.
Tormento ancestrale in un mondo interiore
così complesso da causare il concepimento,
nell’anima sua da un qualche calanco,
di insania subitanea.
In surroga ai congiunti detiene le sue giornate
la smania di portare a caramellizzazione
pane integrale e uva passa.
Studia addizione, idratazione e imbibizione
nell’impastamento… legge e rilegge
di fermentazione durante la lievitazione, e
la degradazione dell’amido insieme alla bardassa
che fuori dalla finestra
folleggia con la meretrice.
Si roda nella formatura dell’alimento,
si affina nell’ infornatura
e apprende dell’ inattivazione;
esamina l’imbrunimento della crosta
e beneficia del caratteristico odore di cotto.
E ottiene l’ irrigidimento durante la cottura.
Un acquazzone improvviso annuncia di nuovo il sereno
Lettore casuale
e dottrinato come risulta oramai
erudito MastroPoeta nella reazione
di Maillard e nel raffredddamento,
divisa con lo sguardo del versificatore
il paesaggio di campagna di là dal suo
poggiolo come uno dei più piacenti e
tranquilli del mondo; il luogo che puoi
vedere dall’alto di una collina, come
dall’alto scruta ogni carme un’ editore.
La distesa viride che ti rilassa, senza farti
pensare a nulla; il verde delle colline intorno
alla valle, le enormi distese dei campi
coltivati, il fiumiciattolo che scorre, il radioso
sole che risplende, il riposante canto degli
uccellini, la lene brezza, ti lasciano ritrovare
la pace dei sensi… come sul palato la sapidità
del pane con l’uvetta nel verrone afoso.
Gli otto interludi dei primi cinque atti del poeta col pane con l’uva
Lettore casuale
e invido rimatore qui nel contado si sente
solo il rumore della natura, e sentirlo dalla
sedia a dondolo per MastroPoeta è una
sensazione bellissima e commovente,
per un istante sembra di volare.
Quel cielo magnificamente blu non ti fa
smettere di osservare quelle nuvole dalla
forma strana, cominci ad associarle a cose.
Oggetti che conosci e… sorridi accidentalmente.
Pare di vedere nell’aria grossi frisbee di frittelle
che ti riportano alla mente le passeggiate
fatte alla festa del paese, quando felice affondavi
il volto nello zucchero e ne uscivi tutto appiccicoso.
Il paesaggio è talmente gradevole da somigliare
alla saporosità dell’uva passa che tanto piaceva
al padre defunto, o a un carme ancora da scrivere.
Ma l’amenità sovrana è l’aria che respiri, i profumi
che attraverso le narici inebriano il corpo: l’odore
della terra, dell’erba, del fieno… e se resti a guardare
e a dondolarti puoi avere la fortuna di giungere
al tramonto, quando la natura sembra che si congeda
dalla luce del giorno per andare a dormire.
A glossa di questa sinossi ridondante
giungerà poi il crepuscolo che vedrà il verseggiatore
un po’ meno bilioso, quasi per nulla acrimonioso.
E con le luci dell’alba tutto ricomincia…
Il miracolo della vita, con il risveglio di ogni suo abitante.
Regolarmente la regina regola la regìa all’asticciola nella meridiana
Di regola regolo la pendola
sicchè col regolare pendolare
penda a favor mio la regìa sulla
quale si regge ogni mia regola basilare.
Mi chiamo Regolo come la stella
della costellazione del leone, sire
che regna nella sua reggia e il regno
pende da quel regnante senza nulla dire.
Mentre regolarmente la regina alla regola
del regolo regola la règia regìa ancestrale,
in attesa che l’ombra dello gnomone
segni l’ora del suo regalo regale.
Qualcheduno rammenta Regolo che di regola regolava regolarmente la pendola?
Quei mattacchioni del mattatoio
ammattiscono di risate un martedì
mattina al mese quando per la fiera
di San Matteo scende in paese
la famiglia matriarcale De Mattei.
La matrigna sottobraccio
al mattatore del settore del mattone,
la matrona blatera
col matusa e Matilde
con Mattia, i figli: in tutto sei.
Prendono posto sul matroneo a poche
spanne dalla maestra di matematica
che ha già iniziato a matteggiare,
seduta accanto a quel mattoide
del maitre della pizzeria “Scacco
Matto, pizza al metro e vino in botte.”
Ma al mattatoio questo martedì saranno
autori e non solo fautori nel mattare la
mattanza dei tori: niente più tauromachia,
toreri né tori sui torrioni; non appena avrò
regolato di buon mattino la pendola e sarà
giunto con l’arietta mattutina il metronotte.
Ristorante “la Pendola” da Regolo, regolarmente aperto con prezzi regolari
Venivo in questo ristoro ai tempi che Berta filava,
quando ancora si chiamava “Dove le capre non
cozzano” per via delle carceri antistanti andate in vacca.
Il proprietario amava avere il mestolo in mano, ma
aveva anche le pigne in testa e il cervello come le
acciughe: il cuoco dismessa la giacca e con una pacca,
dopo aver aspettato la lepre al balzello, stanco di andar
per mare senza biscotto, intraprese un periodo sabbatico
sicuro di andar per via battuta avendo la pentola al fuoco.
Andato vitello e tornato bue, il Signor Leone uscì piedi
avanti andando a sentir cantare i grilli, e con il gatto nella
madia liquidò il locale facendo buon viso a cattivo giuoco.
Così, volendo tenere la borsa stretta, lo acquistai a buon
mercato e, convinto di essere di buccia dura col bernoccolo
per il settore, attaccai il campanello al collo dei gatti.
Pur non ritenendo di avere una ciabatta del Macchiavelli,
ma con gli occhi di Argo e andando a raso riassunsi
la stessa brigata e lo stesso cuoco, una specie di castigamatti.
In cucina con Regino alla regia nessuno scopa il mare
Il giorno seguente l’apertura de “la Pendola” fui
tenuto a rimbrottare Sisifo, sbarbato decisamente
privo di faccia foderata di lamiera ma venuto
come l’asino alla lira a farsi assumere umilmente.
Con venti coperti a mezzodì e altrettanti a cena
abbiam la paglia in becco, anche grazie ai nostri
avventori abituali: il leguleio, segaligno e arrochito,
con un mozzorecchi col naso e il mento rostri
al solito tavolo, col suo scilinguagnolo sciolto
ad andar per rane; e al tavolo retrostante l’archivista.
La bella Isabella, esercente di ninnoli e minuterie che
dopo aver provato il dente del lupo, fa al piazzista
solo ordini regolari durante il pranzo; con indosso
sempre qualcosa col colore del suo nome e borgogna.
Come la lobbia del primo cittadino che chiede sempre
un calice di Borgogna e sogna gli occhi terra d’ombra
di Fedora da cui vuol esser servito, la nostra cameriera.
Gran lavoratrice dalla bellezza dell’asino, ma facile
ad andare in oca, fidanzata con un ragazzotto solito
a perdere i muli e cercare i capestri; un nobile.
Spesso immischiato in imprese sulla strada per Patrasso.
E infine, con un borsalino ceruleo, in fondo siede l’artiere.
Costui ha bottega a “la Pendola”: sta scrivendo del ponte
de La Lobbia, l’unico qui a far la zuppa nel paniere.
Gocce di pianto di Fedora per il copulare impenitente di Teodoro con Isabella
Non appena seppi che quell’arpia della madre
di Sisifo aveva buttato l’osso a Regino durante
una notte in capanna d’assi affinchè da pollo,
credendosi figlio della gallina bianca, battesse
due chiodi a una calda, capitai tra capo e collo.
Chef de cuisine capì subito il mio intento di
benedirlo con la granata; mesto, riposto il
mestolo, mi assicurò di bruciare il paglione.
Chiamò il giovane lavapentole e, senza scopo,
iniziò a battere il cane al posto del padrone.
Non volendo battere la grancassa, decisi di bere
d’ogni acqua all’arrivo delle gocce di pianto
di Fedora decisa a buttar via l’acqua sporca
con il bimbo dentro a causa del vezzo del moroso.
Tal Teodoro era solito, con quel scampaforca
del mozzorecchi, correre la cavallina per poi
cercare di cavalcare la tigre, cercando l’asino
nel retrobottega di Isabella ed essendoci sopra.
Consigliai alla dettagliante non solo di non
comprare la gatta nel sacco, ma al di sopra
di tutto di non consolarsi con l’aglietto per
non cadere a brani; solo per cavar sangue dalle rape.
Di tutto questo era al corrente l’artiere che adorava
citare testi e pentole: chiudeva a sette chiavi ciò che
gli sussurrava il sindaco, ma nel manico ciurlava
alle confidenze dell’archivista, contando
i bocconi agli interessati; ma col leguleio…
Con lui cercava di raddrizzare le gambe ai cani.
Il mio preferito di questo regolato guazzabuglio era
il prestinaio, regolarmente il più regolare dei ruffiani.
Messere Primo
Fu eletto Primo primo cittadino per l’attitudine
a separare il grano dal loglio nell’educaziome
dei minuzzoli, come da consumato sindacalista.
Vinse facile contro Raniero che pensava di dar
da bere alle rane, Cassiano incline a cambiar
casacca ed Erberto suo cugino, noto arrivista,
separato e popolare per dar l’erba trastulla e
incapace di dividere il grano dalla zizzania.
Da quando diede la birra ai tre, cominciò a dare
il calcio dell’asino e smise di dirla in rima.
Addirittura si impegnò a dar nel naso al Raniero
tornato alla sua drogheria, per anni suo compare
dandogli la baia; diede persino lo sbruffo
all’Erberto per fargli dar le mele se non avesse
pagato la mazzetta per un piatto di lenticchie.
Una sera fece venire a “la Pendola” Cassiano per far
dir dal meschino a nuora perché suocera intenda:
si lamentò col chef de rang per due forfecchie
nel piatto, deciso ad insegnare ai gatti a rampicare.
Quel giorno a pranzo Primo prima domandò all’oste
se ha buon vino, per poi dar i confetti di papa Sisto.
Aveva deciso di ottenere sovvenzioni da un
maggiorente della zona in cambio di un trasmutamento:
che un ristorante diventi un metrò non si è mai visto!
VAJONT 1963
IL RACCONTO.
Fu tempo d'una gita.
Gita d'un Italia comune: classica, colma o vuota; familiare o edonistica.
Verso Cortina fermammo la fame a Longarone.
Distratto giorno, disimpegnato il fare.
Lassù s'intravede la diga.
Si sale e s'osserva.
Auto messa sul ciglio e gambe ignare del percorso ed eccomi scendere sulla frana: passo dopo passo sin dove s'appoggia al sanguinolento cemento di sbarramento.
Risalita affannosa, silente e incosciente.
Un viaggio prevede una meta e la meta un ricordo, il ricordo uno scritto.
Il tempo fece quello che t'aspetti da esso: passò.
Poi... i passi tornarono lenti e grevi.
Il sentire si fece cupo, il colore d'autunno che sfumava e connotava la vita non fu più sui monti: si trasferì nell'anima.
Parlarono allora i frammenti di roccia, sussurrò il silenzio dentro.
Il monte si destò guardandomi dall'alto.
Infine la diga parve volere il mio tributo alla sua fame.
Fu allora che quel luogo reclamò una parte di me.
Ciò che era fatuo divenne chiaro e chiara e limpida la visione dell'oscurità dell'uomo.
Ogni singolo ciottolo viveva, raccontando di sé agli altri; descrivendo vicende e desideri,
sogni e paure. Infine parlò la morte con gli occhi dell'uomo, perché spesso si nasconde nell'agire e nel pensare.
Ora sapevo che quella carezza non data s'era sparsa con il vento della distruzione, valicando la sua essenza, trasformandosi in alito di vita.
L'ignara rabbia dell'inconsapevolezza s'era poggiata lontano, viveva e pulsava e in forma divina parlava agli uomini.
Quel giorno parlò a me lasciandomi un refolo di speranza tra la tempesta dell'idiozia.
Mi raccontò di genti normali, d'uomini e donne normali e di bambini pronti per la vita.
Mi chiese di portar lontano la sua mano là dove sotto il fango dormiva Longarone.
Là dove un nome recava in sé il suo destino.
Vajont.
LE SENSAZIONI DELL'ANIMA.
NOTTE
“Scende sera,
d'un ottobre estivo.
Scende nel silenzio dei monti
ignara della natura,
cieca di fronte alle genti”
L'ECLISSI
“Guardano stelle
del Piave la valle.
Dorme il Toc,
abbracciando la notte.
Luce s'assopisce,
che viva più si mostrerà.
Destino ignaro aspetta
lasciando il fare quotidiano
tra finte normalità.
Alta si staglia
della diga l'ombra,
tra monti adagiati
a unire ciò che non può.
Fulgido esempio
di malefico ingegno,
mero lo scopo
senza alcun giustificato contegno.
Poi si desta il monte
verso il basso
e s'accomoda il mondo alle vestigia
d'un dio pagano.
Tu uomo sei causa,
se sol avessi compreso della natura il nome.
Marcio vuol dire,
marcio come il tuo agire,
marcio come il tuo putrido cuore.
Allora,
via Erto,
via Casso,
sotto l'onda infame,
sin giù dove Longarone vive.
Allora morte e vento s'alzano
in canti d'inferno.
E poi silenzio,
pianto.
Pianto e suono d'umana pietà
a sollevare fango dagli uomini.
Questa la valle,
questo il mattino”
LA RABBIA
Rabbia inondò il cuore e allora scrissi,
scrissi dell'uomo.
Un uomo che credette d'esser in gioco
non sapendo di vivere in un gioco
legato miseramente al suo giogo.
Tira uomo,
tira pure il carro dell'idiozia
che finirai per esser schiavo della tua pazzia.
L'UOMO.
Venne un uomo chiamato uomo e di sé aveva la convinzione d'esser uomo.
Venne in nome del profitto,
lasciando in terra resti d'un falso re invitto.
Era nuova nelle valli compariva,
mentre giustizia lentamente moriva.
LA MASCHERA
Son io che di maschera dipinto
regolo vite dall'onda sospinto.
Son io padrone di miseri destini
nell'ora in cui ossa raccolgo in tini.
Non giudicarmi nel giudizio
non temo di cader dal precipizio.
Tronfio del mio agire
vedrai dove l'amore può finire.
Son conosciuto e rispettato le mie schiere apron tutte le porte,
non temere sarai attore del mio tripudio di morte.
IL TEMPO
Oziava il tempo e nell'esser tempo ripose la giara
e voltò la clessidra.
Spense dell'esser vivo d'un colpo il sospiro
e gocce di sangue nell'argilla mossero il tiro.
Nulla constò l'osservare dal grezzo cemento
il piedistallo d'un tremore fisso nel monumento.
Notte d'ombre immani privarono di sorrisi le genti
e non furono tombe ad accoglier i poveri redenti.
Il profondo sapere non trovò ascolto,
del dire,
il vero non fu accolto.
PIANGI
Piangi mia terra nel tuo fango ribelle
nel tumulo tuo di silenzio
che nessuno volle ascoltare.
Piangi nei lamenti miei sparsi nel tuono.
Piangi senza che alcuno chieda a te perdono.
Io ti cerco nelle notti di paura,
negli sguardi oltre le mie mura,
negli occhi di chi non sa
nei volti scomparsi oltre la realtà.
Piangi.
Piangi ancora che del lacrimar tuo
mi nutro nel baratro del dubbio,
nel catino delle speranze,
nelle urla delle umane mattanze.
Vorrei smettere il pianto,
vorrei trovare la forza di gridare il mio rimpianto,
vorrei svegliar il mio sonno nell'aurora
vorrei poterti chiamare Madre ancora.
SILENZIO
E fu silenzio.
E fu scuro d'un tratto,
mentre di me cercavo un perduto ritratto.
E fu sentiero d'uomini persi
di colori e profumi dispersi.
Volli esser solo polvere.
Volli esser solo vento.
Volli esser solo acqua.
Volli essere tutto quello che ero
eppur mi spensi e divenni lacrima d'un cero.
VAJONT.
Sorse dallo scurire
ciò che si celava triste nel tragico brunire.
Suoni e grida inondarono la valle.
Voltai lo sguardo all'azzurro
dall'inferno si mosse un lacerante sussurro.
Presi dell'uomo la mano
cercai altre
e l'ardire mio fu vano.
Lentamente m'accasciai sul rivolo di corpi
vidi verità distrutte da cuori storpi,
vidi una piana viva
colma di morti a cui nulla più serviva.
Vidi alzare in cielo le mie braccia
e dentro di me urlai: “Che nessuno mai taccia”
Questo fu il Vajont... il mio Vajont.
Alinea I- Nitente
In quella notte giudaica,
sotto un cielo fulgido
e per nulla coperto
Giove e Saturno in una sola orbita
mostravano pastori e greggi
che ancora dormivano all’aperto.
In quel tredici novembre
dell’anno sette avanti cristo
il mio babbo, edile in Betlemme,
bussò alla bottega di Giuseppe per
annunziare al marangone la paternità:
basito, imboccò la viuzza lemme.
Se ti piace far credere cadesse
la neve fa pure, che fosse
il venticinque dicembre dell’anno zero.
Ma stavi nel magazzeno
del padre mio, in un caldo covile.
Lo so, perché io c’ero.
Alinea II- Dal frontone spezzato
A Betseda il disgraziato ciecomuto
che subdolamente graziasti aveva
un nome: io e Samuel prima delle tue frodi
giocavamo sempre alle tabulae lusoriae.
E dalle tavole orizzontali con le dodici
linee, alle tavole incrociate con tre chiodi
il passo è breve Rabbi, non trovi?
Il sudario adulterato poi è stata una trovata
da maestro, Maestro e quel tre aprile
dell’anno trentatre infilare via Della Fuga
al crocicchio con via Crucis per eclissarti
a guisa del natante imbozzato sull’arenile
non era niente altro che una lapalissiana
conseguenza al tuo disegno preternaturale.
Per quello sciagurato scusso, ma scrio
feci erigere sul crocevia un’edicola a egida
di un’epigrafe citante “La veridicità di una
testimonianza ”, ove potergli dire addio.
Alinea III- Panzana
Mi sovvengono le notti di Cafarnao
intessute di sbicchierate con i tuoi
casigliani Pietro e suo fratello Andrea,
Giovanni e Giacomo figli di Zebedeo
e Matteo pregno di bacco con i suoi
pensieri amorali per quella piacente almea.
Hai mai mentovato ai tuoi cugini Giacomo
e Taddeo delle nostre grasse libagioni
plenarie, con Bartolomeo rigurgitante
di nettare in occasione delle nozze di Cana?
Di Giuda assuefatto ai dadi, e Simone troppo
emendato per ravvisare una serpe strisciante
nel Profeta… e l’artifizio della moltiplicazione?
Sulle rive del Giordano un subisso di vitto
da cinque pani d’orzo e due pesci, pania
realizzatasi con la correità di Filippo e Tommaso
che dal lago Tiberiade condussero e orpellarono
nottetempo le pietanze, per tua vesania.
Alinea IV- Eravamo insieme
Al fianco del Califfo Yusuf osservasti
senza muovere ciglio i mercanti arabi
di schiavi, e alla tavola del governatore
di Cordova faceste la conta dei morti:
diciotto milioni tra gli oppressi, incuranti
della mia presenza, un suo lacchè a ore.
In sella col re Tamerlano lasciaste sul
campo diciassette milioni di cadaveri,
e davanti al fuoco ascoltasti, alticcio
appena fuori dalla tenda di Gengis Khan
i racconti dei guerrieri mongoli alteri
dei quaranta milioni caduti; dal pagliericcio
nel recinto dei cavalli vi udii anch’io.
Eravamo insieme anche durante la conquista,
l’esplorazione e l’occupazione delle Americhe.
Tu con i tuoi bei vestiti in tessuto di cotone
da colonnizzatore, io laido mozzo sdegnato.
Quindici milioni periti per visioni estatiche.
Alinea V- Antinomia
Mentre la penna d’oca dell’amanuense
scriveva dei sedici milioni di schiavi
africani morti durante la tratta atlantica,
in ogni porto facevi visita ai bazar alla
ricerca di brache a sbuffo, scarpette col tacco
a rocchetto e parrucca ben poco pratica.
Accanto a Zhentong mi hai fatto perseguire
asserendo la mia appartenenza ai livellatori
fino al collasso della dinastia Ming che lasciò
sul campo venticinque milioni di cinesi.
Albergavo nelle baraccopoli a Nuova Delhi,
tu in una casa vittoriana con leccornie e servitù.
Io tra carestia e ventisette milioni di cittadini
del vasto impero del Regno Unito periti per le
politiche economiche e amministrative britanniche.
L’insurrezione contro la dinastia Qing ti premurasti
con la tua oratoria che degenerasse nella guerra civile
dei Taiping, ecatombe di proporzioni bibliche.
Alinea VI- Facinoleria
Mi trovo a ripercorrere la Prima Grande Guerra
che causò diciassette milioni di morti, e l’epoca buia
di Stalin: la Gulag, i troppi civili uccisi da massacri.
Purghe, campi di lavoro, deportazioni e carestie.
Non basterebbero gli stessi milioni di lavacri
per purificare tali crimini storici tra i più efferati…
E intanto un bambino fuori nel cortile
bestemmia Cristo con un dito nel naso.
Leggo dei sessanta milioni di caduti nella Seconda
Guerra Mondiale, e intanto il sole volge all’occaso.
Della collettivizzazione forzata cinese, di Mao Zedong
e la Repubblica Popolare cinese… col naso all’insù
mi sopraggiunge un inaspettato magone che mi coglie
divisando le scie lassù siano le lacrime di Dio.
Dalla guerra sporca mi distolgono ciurmaglie
di ragazzotti che orinano nelle bottiglie vuote di birra.
Forse vi trovate solo col naso dentro un aleatorio
impromptu, o soltanto meramente mi sbaglio.
Forse una vitella è più di una costoletta, e forse
non è tutto latte vaccino… o puramente caglio.




