Fame.
La strada del buio porta a valle.
E nebbia avvolge il carro e ruote girano nel fango.
Piove a sprazzi dalle nuvole e misti sono i sapori e gli odori.
Ho fame, apro gli stipiti della madia.
Un dipinto sulle scale scende con la tela imbrattata.
L'ultimo mio pasto
Ho fame e il temporale bagna l'ingresso al castello.
Aspetto ospiti che non verranno.
Chiamo la domestica sorda e faccio cenno al maggiordomo cieco.
Suonano alla porta e cade la statua sul tetto.
Ho fame: “Aprite!”
Non ci sono più i servitori d'una volta.
Mi siedo nel salone delle feste e il tavolo segna dodici alla sedia.
Sono solo e ho fame.
Apro una bottiglia di vino.
Passa un topo e ci faccio lo spuntino
Spolpo le zampette e succhio poi la coda con risucchio di acqua.
Il resto lo mangio al sangue con due olivette.
Un brodo che non è brodo nella padella vuota.
Prego accomodatevi la cena è tra mezzora, mettetevi a vostro disagio.
Ho fame e la compagnia di nessuno mi stufa; lo stuzzichino mi ha stuzzicato la fame.
Mangerò qualche larva del legno, mi procuro uno bastoncino e passerò il tempo alla ricerca di
qualche tenera prelibatezza fresca.

Il castello è illuminato dai candelabri e il tempo peggiora di ora in ora, in paese nessuno vuol sentire nominare il luogo: Gavrilu.
Peggio per loro, intanto ho finito le larve ma ho ancora fame.
Trovata geniale: un coltello nel culo del maggiordomo.
Parte tenera e molle: amo la carne arrosto.
Beh, non è stato difficile.
Non si trova un coltello decentemente affilato in questo castello. Ecco finalmente, giusto per tagliare quello che devo tagliare.
Ho fame e mangio, ma non sono cannibale, ho solo fame.
Quanto pesa questo maggiordomo, ma quanto cazzo mangiava?
Lo metto sul tavolo di marmo della cantina.
Comincio dai piedi. Allora direi di strappargli le unghie... Le metto con l'acqua a lessare...
Un bel taglio longitudinale lungo la gamba sinistra e trovo la safena.
“Plic”, “slurp, slurp.”
Buono questo sangue. “Burp” Sono pieno, meglio assaggiare i muscoli.
Incido con tagli scelti la pelle e la sfilo via facilmente: sono un esperto. Metto la pelle delle gambe
nella pentola con le unghie, poi si vedrà. Domani brodino.
Naturalmente ho provveduto prima a depilare il corpo. Mi seziono i polpacci da fare arrosto.
Conserverò i tendi da spolpare in seguito.
Le parti intime non mi attirano: taglio e butto via e, siccome sono schizzinoso, non mi interesso nemmeno delle interiora. Budella, stomaco, fegato, tutti buoni per il cane che con il suo continuo miagolare mi ha rotto i timpani.
Il resto lo impacchetto con la carta d'alluminio e lo metto in frigo: dovrei avere, nascosto da qualche parte, un libro di ricette, domani se ne riparla.
Ha un bel culetto questo maggiordomo: lo mangio domenica.
Però questa pioggia e questa aria frizzante mi hanno messo fame.
Esco a fare una passeggiata verso il paese, mi tengo in forma e cerco qualche cosa particolarmente golosa.
Ma sì, oggi ho sentito suonare le campane a morto.
Si va al cimitero.
Dunque vediamo: qua abbiamo il morto fresco, non mi va. Uhm, si questo è morto
qualche anno fa.
Un bel piatto ceneroso e muffico ci sta, bei tempi quando andavo in cerca di funghi nel bosco.
Bene, bene, questo tipo ha un aspetto tra il consunto e la muffica, ci sono pure le costolette da succhiare.
Intanto porto la bara al sicuro dove smanducare tranquillo.
Accidenti, mi fanno male le spalle. Quanto pesa, sto diventando vecchio.
Che buoni questi lembi di pelle attaccati alle ossa della mano: che buon sapore.
“Volete assaggiare?”
Beh, sapete che vi dico, me lo gusto un po' per volta. Oh, ci sono pure i vermetti per contorno!
Accidenti che mangiata, basta per oggi, me ne torno al castello.
Un attimo, non guardate per favore sono timido. Ah, che pisciata...

Nel quadrante del cielo le nuvole facevano a gara nell'inseguirsi. Un vento tempestoso accarezzava le cime degli alberi e le vie di campagna che portavano al castello non si distinguevano più.
L'acqua scorreva in rigagnoli che parevano canali e i tuoni illuminavano a lampi i campi.
Forse erano i lampi che illuminavano i campi e che qualcuno da loro ci scampi.
Un cipresso pareva nei rami depresso e i rumori della pioggia, che batteva sugli occhi, spaventavano persino gli spaventapasseri.

Perché parli al passato, sono stanco e poi il temporale mi mette paura. Mia madre aveva ragione quando mi diceva che non ero degno di discendere i discendenti. Vado a dormire è quasi l'alba.

“James, maledetto imbecille dove ti sei cacciato? Apri questa porta, non vedi che sono fradicio”
1 1 1 1 1
clicca sulle stelle per valorizzare il testo
Profilo Autore: Giancarlo Gravili  

Questo autore ha pubblicato 202 articoli. Per maggiori informazioni cliccare sul nome.
D'accordo ti racconterò la storia della mia vita, come tu desideri. Siedi qui accanto a me, ecco il caffè è pronto e la mia vita ha inizio..
Il suono della sveglia come ogni mattina frantuma in mille pezzi i miei sogni, un suono stridulo, lacerante, utile per carità assolutamente si, perché altrimenti non lascerei mai il letto alle cinque, quando ancora fuori e’ buio. L’ acqua fredda che scende a spruzzi dal rubinetto contribuisce al mio risveglio, ormai lo scaldabagno e’ andato, come tante altre cose in questa casa, fredda e buia.
Preparo il caffè, mi vesto in fretta e sempre in fretta raggiungo la fermata dell’ autobus, siamo una piccola folla infreddolita e assonnata che lenta prende posto sulla vettura, siamo una piccola folla invisibile, gente da poco, senza un fine o un progetto da perseguire, nessuna preparazione particolare, né una vita speciale.
Io l’ invisibile, spesso dimentico persino il mio nome,.. però rispondo sempre a chi mi chiama, e so sempre se ce l’ hanno con me, io sono la donna, cioè,io sono la donna che pulisce, e pulisco scale, case, uffici, supermercati, cliniche, insomma dove trovo da lavorare.
La fatica mi ha trasformata, la stanchezza ha disegnato rughe, occhiaie e calli.
Ma ciò che mi spaventa non e’ il mio aspetto fisico, quanto il fatto che il mio lavoro mi ha resa trasparente, lavorare quando nessuno e’ presente, quando e’ ancora buio e il resto delle persone dorme ancora, questo mi rende impercettibile, incorporea .
Io non esisto.
E allora immagino, mentre salgo per le scale dei condomini da pulire, e lo sguardo si posa sulle targhe dorate dei campanelli o sulle porte, avvocato Mauri, dottoressa Gentile; Dottor Romani medico dentista; Studio notarile dottor Casagrande; e così via.
Immagino la cura con cui saranno stati arredati quegli appartamenti, ed io divento la dottoressa, o il notaio,.. mentre le mie mani sempre più rosse e doloranti sciacquano strizzano e lavano.
E’ strano, quasi inverosimile essere cosi sola, non ho madre marito o figli, né fratelli non ho nessuno, a raccontarlo non ci si crede, eppure da anni solo l’ unica compagnia di me stessa.
La mia casa è un buco buio, poche cose assolutamente utili, un letto, una piccola cucina, e il bagno, ah dimenticavo il televisore, scarto della vicina di casa trovato in un angolo davanti al portone, eppure funziona, buon per me .
Questa mattina, nel supermercato dove faccio le pulizie mi hanno richiesto l’ indirizzo e mail, mi e’ venuto da ridere, e chi ce l’ ha? Mi hanno detto che per il contratto e le eventuali informazioni serviva un indirizzo di posta elettronica, e se da una parte ero imbarazzata dall’ altra una sensazione di meraviglia mi aveva presa, eh si perché qualcuno mi stava parlando, e inoltre voleva mie informazioni, data di nascita, indirizzo, numero di telefono e di telefonino.
Ho continuato a lavorare ma tutto era cambiato, la testa era piena di strani pensieri quasi una specie di solletico proprio vicino alle orecchie, un ronzio che lentamente si trasformava e dava vita a ragionamenti, a domande e risposte, ero turbata e avevo quasi paura che quel lavorio mentale fosse visibile a tutti, che tutti potessero vedere che ora anche nella mia scatola cranica viveva un cervello.
Al termine del mio orario di lavoro avevo ben chiaro cosa volevo fare, e per prima cosa sono passata alla vetrinetta dei telefonini, quelli di ultima generazione, e ne ho scelto uno ecco ora potevo iniziare a vivere, li c’ era il mondo e io ne avrei fatto parte, ora non mi restava che entrare .
Appena attivata la linea del mio preziosissimo cellulare ho cercato su internet i vari social network e mi sono registrata, e da quel momento sono diventata la giovane e affascinante dottoressa in psicologia Anna Rosa Lamanna, e anche il professor Giulio Lulli insegnante di storia e letteratura italiana, che emozione immensa rinascere, poter esprimere il mio sapere, potermi calare ora nell’ uomo e poi nella donna, e rispondere alle prime richieste di amicizia, io l’ invisibile, finalmente esisto.
Qui dove poco è vero e reale, io inizio a materializzarmi, ecco le prime fotografie, si eccomi qui al mare, ecco io sono quella li tra le onde, e poi in montagna mentre scio, occhiali da sole cappello giacca a vento, certo non si vede bene il volto, ma che importa? E poi quante belle frasi scrivo, quanti consigli, beh sono una studiosa dell’ anima quindi, che dire poi delle altre immagini, eccomi tra i miei studenti, sono io qui di spalle mentre scrivo sulla lavagna “ amo et semper amavi”. Quanti mi scrivono, tanti colleghi di scuole lontane, tante ragazze, e donne, e io mi sento vivo, o dovrei dire viva? Che importa il sesso che importa esistere attraverso questo inganno, io finalmente sono. Esprimo il mio sapere, sì perché nonostante tutto io sò, ho studiato, nonostante il mio misero lavoro io avrei potuto e posso essere come una di quelle cellule totipotenti, io posso essere tutto. Voglio dare alle persone quello di cui in fondo si nutrono, voglio accontentare il desiderio di tanti portando loro le mie maschere, mostrando i miei mille volti cosi come io mi beo dei loro mille falsi sguardi, consapevole, come loro che tutto e’ finzione, che siamo ciò che gli altri vogliono farci essere, cosi potranno dire ho conosciuto il professor tal de tali o la cantante di quel gruppo rock, o che ne so anche il Papa. Domani mi aspetta il solito centro commerciale di periferia, lo stesso pavimento da tirare a lucido, e’ ora di salutare i nuovi amici, i professori, i dottori, e tutti quelli che mi hanno voluto tra le loro importanti amicizie, convinti di aver aggiunto lustro alla propria lista nella loro pagina di questa importantissima vetrina virtual sociale. Beh si è fatto tardi a domani amici, mangiafuoco va a dormire .
La sveglia martella feroce dal comodino, anche questa mattina, come ormai da anni, eppure la luce che colpisce i miei occhi e’ diversa, persino il mio cervello non e’ lo stesso di sempre, nella mia testa non c’ e il solito sordo silenzio, ma si affollano idee immagini, pensieri che hanno albergato i miei sogni notturni, nessuno di loro mi ha abbandonato al risveglio, e me li porto dietro al lavoro, li accarezzo, li accudisco e loro crescono, mentre io spolvero, spazzo, lavo e la fatica oggi non esiste, la stanchezza che mi schianta sul letto una volta a casa, oggi e’ un ricordo lontano.
Eccomi, arrivo non vi agitate ora vi libero, mi spoglio dei miei stupidi panni, lavo via il sudore che mi ricorda chi sono e posso tornare a vivere, basta un click ..
“ Ciao, come stai?", “ Finalmente ti trovo” ecco il sangue scorre, il cuore batte, ecco il primo saluto.
“ Ciao cara, oggi ho avuto una giornata pesante, i miei studenti si preparano agli esami e io li aiuto, tu invece? com’ e andata la tua giornata?” “ mah niente di che, in ufficio c’ e stato un controllo qualità, ma sai le solite cose all’ acqua di rose, non vedevo l’ ora di tornare a casa e collegarmi, mmhh tu mi hai stregata professore”.
Mi meraviglia questa facilità con cui ci si avvicina agli altri, a degli sconosciuti. 
Sono sbigottita, quasi incredula, io che fino a due giorni fa non avevo nessuno, io l’ invisibile, l’ inavvertibile e inavvertita presenza mi sono materializzata solo schiacciando un pulsante, se solo lo avessi saputo prima, se avessi capito tempo fa che il mondo mi aspettava, questo mondo parallelo, l’ unico che mi vede, avrei speso tutti i miei risparmi per questo piccolo gioiello, un minuscolo stupido telefono, il cuore pulsante che mi da la vita. 
Com’è facile entrare nella vita degli altri, quanti pur avendo persone reali accanto, si isolano nelle proprie case seduti lì davanti ad un monitor, quanti sorridono e ridono alle frasi che degli sconosciuti scrivono magari rivolgendosi a loro con un’ intimità che si dovrebbe dare solo a chi si conosce da molto tempo e nella realtà vera.
Ogni volta che chiudo il pc, penso a chi potrei impersonare domani, oppure a quanti nuovi amici potrei proporre la mia presenza, potrei essere la massaia sola e annoiata che cerca dolci parole da probabili ammiratori, oppure il prete che cerca amicizia sul social network perche vuole capire meglio i giovani, certo in questi ultimi tempi sono tanti i preti che tranquillamente usano facebook o twitter quindi perché no .. domani sarò il simpatico don Mario .
La mia vita è cambiata, per chi mi frequenta ogni giorno nel mondo reale, sono sempre la solita giovane donna, grigia e silenziosa, il mondo fuori dal computer mi ha sempre rigettato, ma ora posso prendermi la rivincita, ora sono io che dirigo il gioco. Io sono il mare di cellule che si moltiplica, sono un diamante sfaccettato che riflette migliaia d’ immagini diverse, io posso penetrare ovunque, mi basta un click.
“ Buon giorno, come va? Gradisci un caffè?”, i saluti che ricevo nei vari profili mi sollevano il morale, e io rispondo a tutti e creo situazioni, tante le più particolari. “ Ciao, come va?” “ Io sono in spiaggia, come ti ho scritto ieri, sono a Malta ma già domani dovrò spostarmi, ho un volo alle 11 per New York, ho un lavoro importante al Metropolitan Museum of art, devo curare una mostra molto importante, ma ora ti lascio mi chiamano al cell, ciao a prestoo”.
E’ così facile, e poi che male faccio?
Per chi mi aggiunge alle amicizie, io sono un buon acquisto, sono l’ artista impegnato, sono la persona importante che in molti anelano avere tra le amicizie per poi vantarsene con gli amici reali, io amo renderli felici, e più mi faccio grande ai loro occhi più li rendo felici.
Posso essere tutto e questo rende appaga anche me, ora riesco ad affrontare le mie giornate sporche della sporcizia altrui, riesco ad andare oltre la fatica, adesso mi vedo persino bella quando accidentalmente incontro i miei occhi in uno specchio, perché in fondo non vedo me stessa ma ognuno dei tanti che io sono. Sarà così se non sarà mai altro, sarò il mondo finché il mondo non mi riconoscerà.

La luce dei lampioni si riflette sul bianco muro irreale che la nebbia fitta come sempre in inverno, innalza proprio qui davanti al portone sgangherato di casa mia, e come ogni giorno io mi lascio avvolgere e digerire da questa quieta barriera luminosa, cosi, umida e infreddolita, mi avvio ciondolante verso la mia giornata di faticosa apatia. 
Lenti e silenziosi i miei compagni di sventura si aggiungono alla piccola processione 
e rassegnati ci incamminiamo verso le luci tenui del bus, e una volta saliti ci accomodiamo sui freddi sedili e li ognuno termina il suo sonno privo di sogni .
La faticosa giornata ha inizio, indosso frettolosamente il camice a righe ancora un po’ umido dell’ acqua sporca del giorno prima, i calzini colorati e gli zoccoli, prendo il carrello già pronto all’ uso, stracci, spray, scopa e spazzolone. Si aprono le danze,
strofino alacremente, lucido, e spolvero, e ogni movimento ogni sforzo da vita a nuove idee che presto, non appena sarò tornata a casa renderò reale nel mio mondo virtuale.
In quel mondo ricco, rilassato, dove mi basta pigiare pochi tasti per entrare nelle vite altrui, mi basta dire poche parole, giuste, ed ecco che.. quell’ architetto tanto presuntuoso e saccente si rivolge a me con tono interessato, come se d’ un tratto avesse scovato l’ altra metà di se, le mie parole studiate ad arte lo hanno incantato, avvolto, accarezzato, e da questo istante in poi so che non potrà più fare a meno di me .
Io studio, cerco e ricerco, io mi preparo come per un esame, io sono tutto e tutti,
sono affettuosa, amorevole, sono intelligente, galante, un cavaliere, un gentiluomo,
medico, scrittore infermiere, parrucchiera e maestra d’ asilo, sempre pronta per nuove avventure, sempre pronta a soddisfare discutere giocare ..solleticare.
Sciocchi, cosi soli, cosi pronti a credere .

Nei tranquilli giorni di fine settimana, quando finalmente posso riposare, me ne sto li davanti al piccolo schermo del mio cellulare, e come un bravo medico curo con la massima dedizione le mie piccole ignare marionette.

Le blandisco, le incuriosisco, che siano uomini o donne, in un modo o in un altro riesco a coinvolgerli in discussioni interessanti, e se voglio so come stuzzicare il loro ego, complimentandomi per il loro lavoro, o per un particolare commento, “ davvero notevole”, ..e loro gongolano imbambolati ..o meglio rincretiniti.
Osservo con meraviglia e interesse i profili che i miei amici virtuali hanno creato, quanti di loro hanno migliaia di amicizie in bella mostra, amicizie che aumentano quasi esponenzialmente, in maniera assurda .
Queste persone fagocitano voracemente chiunque, basta che i requisiti di questi nuovi affezionati corrispondano ai desideri di chi li aggiunge, che si tratti di requisiti fisici, che so una donna bellissima, o particolari doti o capacità come ad esempio saper suonare o dipingere .
Per non parlare degli effimeri, i superficiali, quelli cioè che accumulano amici in base all’ importanza che riscontrano negli amici degli amici, certo a volte questo gioco mi disgusta, ..ma sono troppo sola per farmi bloccare dalla nausea, dal disgusto .
E così non appena posso entro in questo mondo falso, dove tutti o quasi si sbattono per colpire più di altri, per apparire più di tutti, e brillare come una stella. Si agitano, si sforzano, postano immagini, scrivono commenti, danno giudizi, per risplendere come il sole a mezzanotte, per oscurare il mondo.
A volte, quando finalmente chiudo ogni contatto, sono distrutta, ti tolgono l’ anima questi “ amici”.
Tra loro c’ e chi si dichiara innamorato perso, e chiede un appuntamento, magari anche solo un caffè..
E’ dura inventare scuse plausibili, “ sai il mio lavoro non mi permette distrazioni, specie ora che stiamo concludendo un grosso affare con i clienti americani, eh si ti avevo detto che io mi occupo di sperimentazione con i droni, e tra poco inizieremo anche in Australia”…
E dura e’ anche cercare foto, mie, sia come uomo, anziano, giovane, affascinante sportivo, o solo maschio
O immagini di donne, una bonazza mozzafiato, o una casalinga sempre in tiro, magari la signora bene che fa la volontaria in ospedale con tanto di messa in piega perfetta e anelloni d’ oro alle dita .E’ difficile trovare immagini simili cosi da creare un vero profilo, ma io ho tempo ..tanto tempo.
Il caffè si è freddato, e la mia vita è tutta qui, solo tracce, piccole tracce di irrealtà.
1 1 1 1 1
clicca sulle stelle per valorizzare il testo
Profilo Autore: Marina Lolli  

Questo autore ha pubblicato 157 articoli. Per maggiori informazioni cliccare sul nome.
Che grande sollievo le prime volte che ti baciavo quando mi facevi sentire fuori da tutti i problemi,non solo,mi facevi sentire più forte .
Però mentre mi davi queste false emozioni tu mi incatenavi e come con gli altri mi incastravi nelle tue trappole da falsa amica.
Le serate non erano belle se tu non c'eri e se alcune sere non avevamo alternative tu risolvevi tutto.
Ma piano piano con il passare del breve tempo diventavi parte del mio corpo e per questo oggi se sto male e perché ho deciso di togliermi le tue catene e tu mi hai fatto pagare questo prezzo con la sofferenza.
Sei vista come terapeutica e infermiera curatrice della gioventù ma alla fine ti prendi gioco perché sei la ricreatività delle persone.
MI spiace dire che sei passata e non ti penso più percentuale adesso hai tolto a me la personalità e dovrò ricominciare dall'inizio,ti adoro per i ricordi ma ti disprezzerò per come mi hai lasciato.
1 1 1 1 1
clicca sulle stelle per valorizzare il testo
Profilo Autore: Dado Salcarini  

Questo autore ha pubblicato 7 articoli. Per maggiori informazioni cliccare sul nome.
Il dolore degli altri lo guardi attraverso un vetro: ti sfiora ma non ti tocca. L'altrui patimento ai nostri occhi appare appena appena sfocato: è un po' come se lo vedessi attraverso spesse lenti. Ne senti l'eco e pensi sempre che sia lontano anni luce da te. Non ci pensi al tuo dolore, fino a quando non ti tocca personalmente. Quando il tuo dolore rompe il vetro dell'oblio in cui era assopito, ti succede di risvegliarti nel bel mezzo della notte con la fronte sudata e una fitta allo stomaco. È allora che entri a stretto contatto con la tua sofferenza. È come se distrattamente urtassi una teca di cristallo e da essa fuoriuscisse un fiume in piena sfuggito agli argini. Vorresti soffocarlo con un cuscino il tuo dolore...ma non puoi: riesci a malapena ad attutirlo. Lo zittisci ma lui ritorna. In alcuni momenti ti pare di averlo ammutolito: non lo senti...ma poi in maniera subdola e silenziosa, lui ritorna più prepotente e violento che mai. E tu dai schiaffi mentre vorresti ricevere carezze. Urli, scalpiti e prendi a calci la tua rabbia. Tante le parole di circostanza, tante le carezze, copioso e talvolta sincero il pianto di chi ti avvicina e condivide le tue lacrime. Ma dopo un po', passata la bufera rimani sola. Nessuno vuole sentirti più urlare. Il dolore fa troppo male e nessuno vuole il tuo dolore. Così tu rimani lì fra alberi sradicati, rami secchi e foglie ingiallite a fissare la pioggia: la senti, ti bagni...ma sei senza ombrello. Soffri tanto e vorresti parlare ancora della tua sofferenza, ma non puoi più farlo. È come se il dolore avesse una scadenza e dopo un po' tu dovessi necessariamente sbarazzartene. La vita nonostante tutto continua, devi andare avanti...ma tu hai solo tanta voglia di voltarti indietro. È allora che cominci a ridere: accenni brevi risate che sanno di pianto. Improvvisamente ti senti sbagliata e fuori luogo. Ti par d'essere una voce bianca fra voci scure, una nota stonata in un coro di note affiatate, un tamburo fra fiati e flauti. Fingi di piangere lacrime di felicità, mentre vorresti piangere lacrime di dolore. Non tutti riescono a distinguere il pianto. Così ti ritrovi a piangere lacrime truccate di gioia: trasparenti. Perchè le lacrime si somigliano fra loro, sembrano tutte uguali: quelle di gioia...hanno lo stesso colore di quelle del pianto...
1 1 1 1 1
clicca sulle stelle per valorizzare il testo
Profilo Autore: Giovanna Balsamo  

Questo autore ha pubblicato 302 articoli. Per maggiori informazioni cliccare sul nome.
Un cactus si innamorò di un palloncino. E quell'amore era ricambiato, il problema sorgeva quando si scambiavano tenerezze: le spine del cactus bucavano il palloncino, che, per quanto desiderasse rimanere, soffriva al punto da non riuscire a restare. Il cactus, pur di non perdere il suo amato, afferrò una pinza e, con dolore e pazienza, rimosse tutte le spine che ricoprivano il suo rugoso corpo. A quel punto il problema era un altro: egli non era più un cactus, ma di un cactus si era innamorato il palloncino.
1 1 1 1 1
clicca sulle stelle per valorizzare il testo
Profilo Autore: Nicola Matteucci  

Questo autore ha pubblicato 546 articoli. Per maggiori informazioni cliccare sul nome.

Come un aedo giunto alla sua ultima festa

 

Lettore casuale

e borghese come quella stessa società 

che lo obbliga a condurre una vita

asociale e scompiacente,

che lo rigetta dal giorno in cui egli seppe

leggere e fu poeta, e da allora appartenne

alla razza da sempre maledetta col malvezzo

di quaranta sigarette al dì e birra a pinte…

Insinuandoti nelle sue carme

che colgono l’essenza profonda della realtà,

impastamento caustico quanto castigato

e in grado di lenire le attese,

discopri in MastroPoeta il veggente in grado

di rivelare questa realtà sconosciuta.

Che non gli si lesini la giusta levatura fintanto

che le membra sue non si saranno arrese!

 

Ora che sta per morire quell’ostinato vecchio stanco

 

Lettore casuale

e riluttante ad accoglierlo parimenti

ai salotti monzesi che allorquando

innescarono il suo aberrare altresì la rogna,

renitenti alla maledizione del poeta

risoluto nell’opinare il convincimento

di una compiuta sregolatezza dei sensi

per giungere all’ignoto, dalla fogna

delle vostre esistenze lo consegnaste

alla malinconia delle campagne canavesane.

E al chiaroscuro delle sue carme

che combinano ciò che vive a ciò che sogna,

finanche l’apatia dello stoico

e la meglio  espressione delle angosce umane,

sarai in condizione di lievitare in sagacia.

MastroPoeta è il guaritore dell’altrui carogna…

 

Mamma dormiva, stanca di ago e filo nella sera

 

Lettore casuale

e restio col poeta maledetto… maledetto

per aver tentato di guarire il mondo

in mancanza di aver saputo guarirsi lui stesso.

Davanti a quella che è la formatura

delle sue carme,

davanti al poeta e lui medesimo davanti

all’ultimo laudanum, l’ultimo troppo spesso

oserei dire che nel suo lasso di tempo

errabondo lasciata dapprima la frescura

delle palmizie caraibiche alla volta delle notti

d’Ibiza si crucciò di obliare in fastelli

la propria egloga.

Dopo aver presa terra sulla playa iberica,

si consumò l’introspezione di MastroPoeta che 

stette in alloggio a pigione nei liguri budelli.

 

 

Alle labbra della notte

 

Lettore casuale

ed egualmente al poeta asservito

a sublimità e bassezze dell’uomo,

colgo il rifuggire con biasimo la realtà 

attuale agognando rifugio nell’elusione

dalla normalità nel donarsi alla mestizia,

complice di un aspetto allampanato,

e che diviene sintomo di una sensibilità

superiore capace di infornare tali carme.

Di dare adito alla stesura di lirismi e a una

sequela di eventi dal fetore del tuo

routinario: con MastroPoeta non c’è scelta.

Dinanzi a un tale studioso di problemi estetici

… si dovrebbe prendere ammaestramento

dal trace  che abbisognava oltre che di

ardimento e schinieri, di preporre sica e pelta…

 

Ho scelto di non avere scelta

 

Lettore casuale

e similmente al mese di Giunone,

pari ai piovaschi chivassesi,

callido nell’ addentrarti come creatura

giovinetta nel torso, nelle carme…

percepisci lo stato d’animo di

MastroPoeta paragonabile a un sentimento

di noia, per tua congettura.

Ardore che assume la forma di un vero

e proprio tedio esistenziale per una fanciulla.

Questa situazione di conflitto e ambivalenza

emotiva è sentita dal poeta affine al donchisciotte. 

Ma il punto di partenza da cui muovono tanti

suoi atteggiamenti è la sua coscienza di uomo,

di elemento con il proprio trasporto.

Estraneo al mondo in cui vive… con le sue lotte.

Tale coscienza di diversità, portata a cottura

nel modo in cui si fa col pane, guerreggia

col vergine impulso che approda alla cupa accidia.

Ed esercita il ruolo di scolta.

Colei ne diviene consorte ed in un

lasso piccino dà alla luce il frutto

che somministra al sommo un tono di euforia.

O sovente approda a un atteggiamento di rivolta.

 

 

Corri da lei e amala, ma non amarla troppo

 

Lettore casuale

e rognoso quanto l’animo di quest’uomo

che nel focolare domestico pone questi

tre destini in buriana… tra vergogna

e l’oblio dell’ altrui disperata condizione.

Il sogno di nuovi paradisi che ripaghino ciò da cui

MastroPoeta è stato esiliato, elisio di nicotina

e alcool che permetta di abbandonarsi alla menzogna

di nuove sensazioni di colori, musiche e profumi insiti

nella sua calotta cranica passibile di inattivazione

dopo mesi di amorevolezza, cure e manna.

Oppure il vagheggiamento di andare lontano, partire

verso ciò che è diverso e insolito che trova radici

profonde nella percezione di volontaria prigionia.

Radici letali in egual maniera a quelle di belladonna.

 

Un nodo in fondo alla gola, come lo è a volte un ricordo

 

Lettore casuale

e letale quanto nel teschio a MastroPoeta

il rovello per il mancato appagamento

per la triade prole, come barranco

dall’ ipofisi al coccige.

Tormento ancestrale in un mondo interiore

così complesso da causare il concepimento,

nell’anima sua da un qualche calanco,

di insania subitanea.

In surroga ai congiunti detiene le sue giornate

la smania di portare a caramellizzazione

pane integrale e uva passa.

Studia addizione, idratazione e imbibizione

nell’impastamento… legge e rilegge

di fermentazione durante la lievitazione, e

la degradazione dell’amido insieme alla bardassa

che fuori dalla finestra

folleggia con la meretrice.

Si roda nella formatura dell’alimento,

si affina nell’ infornatura

e apprende dell’ inattivazione;

esamina l’imbrunimento della crosta

e beneficia del caratteristico odore di cotto.

E ottiene l’ irrigidimento durante la cottura.

 

 

Un acquazzone improvviso annuncia di nuovo il sereno

 

Lettore casuale

e dottrinato come risulta oramai

erudito MastroPoeta nella reazione

di Maillard e nel raffredddamento,

divisa con lo sguardo del versificatore

il paesaggio di campagna di là dal suo

poggiolo come uno dei più piacenti e

tranquilli del mondo; il luogo che puoi

vedere dall’alto di una collina, come

dall’alto scruta ogni carme un’ editore.

La distesa viride che ti rilassa, senza farti

pensare a nulla; il verde delle colline intorno

alla valle, le enormi distese dei campi

coltivati, il fiumiciattolo che scorre, il radioso

sole che risplende, il riposante canto degli

uccellini, la lene brezza, ti lasciano ritrovare

la pace dei sensi… come sul palato la sapidità

del pane con l’uvetta nel verrone afoso.

 

Gli otto interludi dei primi cinque atti del poeta col pane con l’uva

 

Lettore casuale

e invido rimatore qui nel contado si sente

solo il rumore della natura, e sentirlo dalla

sedia a dondolo per MastroPoeta è una

sensazione bellissima e commovente,

per un istante sembra di volare.

Quel cielo magnificamente blu non ti fa

smettere di osservare quelle nuvole dalla

forma strana, cominci ad associarle a cose.

Oggetti che conosci e… sorridi accidentalmente.

Pare di vedere nell’aria grossi frisbee di frittelle

che ti riportano alla mente le passeggiate

fatte alla festa del paese, quando felice affondavi

il volto nello zucchero e ne uscivi tutto appiccicoso.

Il paesaggio è talmente gradevole da somigliare

alla saporosità dell’uva passa che tanto piaceva

al padre defunto, o a un carme ancora da scrivere.

Ma l’amenità  sovrana è l’aria che respiri, i profumi

che attraverso le narici inebriano il corpo: l’odore

della terra, dell’erba, del fieno… e se resti a guardare

e a dondolarti puoi avere la fortuna di giungere

al tramonto, quando la natura sembra che si congeda

dalla luce del giorno per andare a dormire.

A glossa di questa sinossi ridondante

giungerà poi il crepuscolo che vedrà il verseggiatore

un po’ meno bilioso, quasi per nulla acrimonioso.

E con le luci dell’alba tutto ricomincia…

Il miracolo della vita, con il risveglio di ogni suo abitante.

 

1 1 1 1 1
clicca sulle stelle per valorizzare il testo
Profilo Autore: Mirko D. Mastro  

Questo autore ha pubblicato 511 articoli. Per maggiori informazioni cliccare sul nome.

Regolarmente la regina regola la regìa all’asticciola nella  meridiana

 

Di regola regolo la pendola

sicchè col regolare pendolare

penda a favor mio la regìa sulla

quale si regge ogni mia regola basilare.

Mi chiamo Regolo come la stella

della costellazione del leone, sire

che regna nella sua reggia e il regno

pende da quel regnante senza nulla dire.

Mentre regolarmente la regina alla regola

del regolo regola la règia regìa ancestrale,

in attesa che l’ombra dello gnomone

segni l’ora del suo regalo regale. 

 

Qualcheduno rammenta Regolo che di regola regolava regolarmente la pendola?

 

Quei mattacchioni del mattatoio

ammattiscono di risate un martedì

mattina al mese quando per la fiera

di San Matteo scende in paese

la famiglia matriarcale De Mattei.

La matrigna sottobraccio

al mattatore del settore del mattone,

la matrona blatera

col matusa e Matilde

con Mattia, i figli: in tutto sei.

Prendono posto sul matroneo a poche

spanne dalla maestra di matematica

che ha già iniziato a matteggiare,

seduta accanto a quel mattoide

del maitre della pizzeria “Scacco

Matto, pizza al metro e vino in botte.”

Ma al mattatoio questo martedì saranno

autori e non solo fautori nel mattare la

mattanza dei tori: niente più tauromachia,

toreri né tori sui torrioni; non appena avrò

regolato di buon mattino la pendola e sarà

giunto con l’arietta mattutina il metronotte.

 

Ristorante “la Pendola” da Regolo, regolarmente aperto con prezzi regolari

 

Venivo in questo ristoro ai tempi che Berta filava,

quando ancora si chiamava “Dove le capre non

cozzano” per via delle carceri antistanti andate in vacca.

Il proprietario amava avere il mestolo in mano, ma

aveva anche le pigne in testa e il cervello come le

acciughe: il cuoco dismessa la giacca e con una pacca,

dopo aver aspettato la lepre al balzello, stanco di andar

per mare senza biscotto, intraprese un periodo sabbatico

sicuro di andar per via battuta avendo la pentola al fuoco.

Andato vitello e tornato bue, il Signor Leone uscì piedi

avanti andando a sentir cantare i grilli, e con il gatto nella

madia liquidò il locale facendo buon viso a cattivo giuoco.

Così, volendo tenere la borsa stretta, lo acquistai a buon

mercato e, convinto di essere di buccia dura col bernoccolo

per il settore, attaccai il campanello al collo dei gatti.

Pur non ritenendo di avere una ciabatta del Macchiavelli,

ma con gli occhi di Argo e andando a raso riassunsi

la stessa brigata e lo stesso cuoco, una specie di castigamatti.

 

 

In cucina con Regino alla regia nessuno scopa il mare

 

Il giorno seguente l’apertura de “la Pendola” fui

tenuto a rimbrottare Sisifo, sbarbato decisamente

privo di faccia foderata di lamiera ma venuto

come l’asino alla lira a farsi assumere umilmente.

Con venti coperti a mezzodì e altrettanti a cena

abbiam la paglia in becco, anche grazie ai nostri

avventori abituali: il leguleio, segaligno e arrochito,

con un mozzorecchi col naso e il mento rostri

al solito tavolo, col suo scilinguagnolo sciolto

ad andar per rane; e al tavolo retrostante l’archivista.

La bella Isabella, esercente di ninnoli e minuterie che

dopo aver provato il dente del lupo, fa al piazzista

solo ordini regolari durante il pranzo; con indosso

sempre qualcosa col colore del suo nome e borgogna.

Come la lobbia del primo cittadino che chiede sempre

un calice di Borgogna e sogna gli occhi terra d’ombra

di Fedora da cui vuol esser servito, la nostra  cameriera.

Gran lavoratrice dalla bellezza dell’asino, ma facile

ad andare in oca, fidanzata con un ragazzotto solito

a perdere i muli e cercare i capestri; un nobile.

Spesso immischiato in imprese sulla strada per Patrasso.

E infine, con un borsalino ceruleo, in fondo siede l’artiere.

Costui ha bottega a “la Pendola”: sta scrivendo del ponte

de La Lobbia, l’unico qui a far la zuppa nel paniere.

 

Gocce di pianto di Fedora per il copulare impenitente di Teodoro con Isabella

 

Non appena seppi che quell’arpia della madre

di Sisifo aveva buttato l’osso a Regino durante

una notte in capanna d’assi affinchè da pollo,

credendosi figlio della gallina bianca, battesse

due chiodi a una calda, capitai tra capo e collo.

Chef de cuisine capì subito il mio intento di

benedirlo con la granata; mesto, riposto il

mestolo, mi assicurò di bruciare il paglione.

Chiamò il giovane lavapentole e, senza scopo,

iniziò a battere il cane al posto del padrone.

Non volendo battere la grancassa, decisi di bere

d’ogni acqua all’arrivo delle gocce di pianto

di Fedora decisa a buttar via l’acqua sporca

con il bimbo dentro a causa del vezzo del moroso.

Tal Teodoro era solito, con quel scampaforca

del mozzorecchi, correre la cavallina per poi

cercare di cavalcare la tigre, cercando l’asino

nel retrobottega di Isabella ed essendoci sopra.

Consigliai alla dettagliante  non solo di non

comprare la gatta nel sacco, ma al di sopra

di tutto di non consolarsi con l’aglietto per

non cadere a brani; solo per cavar sangue dalle rape.

Di tutto questo era al corrente l’artiere che adorava

citare testi e pentole: chiudeva a sette chiavi ciò che

gli sussurrava il sindaco, ma nel manico ciurlava

alle confidenze dell’archivista, contando

i bocconi agli interessati; ma col leguleio…

Con lui cercava di raddrizzare le gambe ai cani.

Il mio preferito di questo regolato guazzabuglio era

il prestinaio, regolarmente il più regolare dei ruffiani.

 

 

Messere Primo

 

Fu eletto Primo primo cittadino per l’attitudine

a separare il grano dal loglio nell’educaziome

dei minuzzoli, come da consumato sindacalista.

Vinse facile contro Raniero che pensava di dar

da bere alle rane, Cassiano incline a cambiar

casacca ed Erberto suo cugino, noto arrivista,

separato e popolare per dar l’erba trastulla e

incapace di dividere il grano dalla zizzania.

Da quando diede la birra ai tre, cominciò a dare

il calcio dell’asino e smise di dirla in rima.

Addirittura si impegnò a dar nel naso al Raniero

tornato alla sua drogheria, per anni suo compare

dandogli la baia; diede persino lo sbruffo

all’Erberto per fargli dar le mele se non avesse

pagato la mazzetta per un piatto di lenticchie.

Una sera fece venire a “la Pendola” Cassiano per far

dir dal meschino a nuora perché suocera intenda:

si lamentò col chef de rang per due forfecchie

nel piatto, deciso ad insegnare ai gatti a rampicare.

Quel giorno a pranzo Primo prima domandò all’oste

se ha buon vino, per poi dar i confetti di papa Sisto.

Aveva deciso di ottenere sovvenzioni da un

maggiorente della zona in cambio di un trasmutamento:

che un  ristorante diventi un metrò non si è mai visto!

 

 

1 1 1 1 1
clicca sulle stelle per valorizzare il testo
Profilo Autore: Mirko D. Mastro  

Questo autore ha pubblicato 511 articoli. Per maggiori informazioni cliccare sul nome.

VAJONT 1963

IL RACCONTO.

Fu tempo d'una gita.

Gita d'un Italia comune: classica, colma o vuota; familiare o edonistica.

Verso Cortina fermammo la fame a Longarone.

Distratto giorno, disimpegnato il fare.

Lassù s'intravede la diga.

Si sale e s'osserva.

Auto messa sul ciglio e gambe ignare del percorso ed eccomi scendere sulla frana: passo dopo passo sin dove s'appoggia al sanguinolento cemento di sbarramento.

Risalita affannosa, silente e incosciente.

Un viaggio prevede una meta e la meta un ricordo, il ricordo uno scritto.

Il tempo fece quello che t'aspetti da esso: passò.

Poi... i passi tornarono lenti e grevi.

Il sentire si fece cupo, il colore d'autunno che sfumava e connotava la vita non fu più sui monti: si trasferì nell'anima.

Parlarono allora i frammenti di roccia, sussurrò il silenzio dentro.

Il monte si destò guardandomi dall'alto.

Infine la diga parve volere il mio tributo alla sua fame.

Fu allora che quel luogo reclamò una parte di me.

Ciò che era fatuo divenne chiaro e chiara e limpida la visione dell'oscurità dell'uomo.

Ogni singolo ciottolo viveva, raccontando di sé agli altri; descrivendo vicende e desideri,

sogni e paure. Infine parlò la morte con gli occhi dell'uomo, perché spesso si nasconde nell'agire e nel pensare.

Ora sapevo che quella carezza non data s'era sparsa con il vento della distruzione, valicando la sua essenza, trasformandosi in alito di vita.

L'ignara rabbia dell'inconsapevolezza s'era poggiata lontano, viveva e pulsava e in forma divina parlava agli uomini.

Quel giorno parlò a me lasciandomi un refolo di speranza tra la tempesta dell'idiozia.

Mi raccontò di genti normali, d'uomini e donne normali e di bambini pronti per la vita.

Mi chiese di portar lontano la sua mano là dove sotto il fango dormiva Longarone.

Là dove un nome recava in sé il suo destino.

Vajont.

LE SENSAZIONI DELL'ANIMA.

NOTTE

“Scende sera,

d'un ottobre estivo.

Scende nel silenzio dei monti

ignara della natura,

cieca di fronte alle genti”

L'ECLISSI

“Guardano stelle

del Piave la valle.

Dorme il Toc,

abbracciando la notte.

Luce s'assopisce,

che viva più si mostrerà.

Destino ignaro aspetta

lasciando il fare quotidiano

tra finte normalità.

Alta si staglia

della diga l'ombra,

tra monti adagiati

a unire ciò che non può.

Fulgido esempio

di malefico ingegno,

mero lo scopo

senza alcun giustificato contegno.

Poi si desta il monte

verso il basso

e s'accomoda il mondo alle vestigia

d'un dio pagano.

Tu uomo sei causa,

se sol avessi compreso della natura il nome.

Marcio vuol dire,

marcio come il tuo agire,

marcio come il tuo putrido cuore.

Allora,

via Erto,

via Casso,

sotto l'onda infame,

sin giù dove Longarone vive.

Allora morte e vento s'alzano

in canti d'inferno.

E poi silenzio,

pianto.

Pianto e suono d'umana pietà

a sollevare fango dagli uomini.

Questa la valle,

questo il mattino”

LA RABBIA

Rabbia inondò il cuore e allora scrissi,

scrissi dell'uomo.

Un uomo che credette d'esser in gioco

non sapendo di vivere in un gioco

legato miseramente al suo giogo.

Tira uomo,

tira pure il carro dell'idiozia

che finirai per esser schiavo della tua pazzia.

L'UOMO.

Venne un uomo chiamato uomo e di sé aveva la convinzione d'esser uomo.

Venne in nome del profitto,

lasciando in terra resti d'un falso re invitto.

Era nuova nelle valli compariva,

mentre giustizia lentamente moriva.

LA MASCHERA

Son io che di maschera dipinto

regolo vite dall'onda sospinto.

Son io padrone di miseri destini

nell'ora in cui ossa raccolgo in tini.

Non giudicarmi nel giudizio

non temo di cader dal precipizio.

Tronfio del mio agire

vedrai dove l'amore può finire.

Son conosciuto e rispettato le mie schiere apron tutte le porte,

non temere sarai attore del mio tripudio di morte.

IL TEMPO

Oziava il tempo e nell'esser tempo ripose la giara

e voltò la clessidra.

Spense dell'esser vivo d'un colpo il sospiro

e gocce di sangue nell'argilla mossero il tiro.

Nulla constò l'osservare dal grezzo cemento

il piedistallo d'un tremore fisso nel monumento.

Notte d'ombre immani privarono di sorrisi le genti

e non furono tombe ad accoglier i poveri redenti.

Il profondo sapere non trovò ascolto,

del dire,

il vero non fu accolto.

PIANGI

Piangi mia terra nel tuo fango ribelle

nel tumulo tuo di silenzio

che nessuno volle ascoltare.

Piangi nei lamenti miei sparsi nel tuono.

Piangi senza che alcuno chieda a te perdono.

Io ti cerco nelle notti di paura,

negli sguardi oltre le mie mura,

negli occhi di chi non sa

nei volti scomparsi oltre la realtà.

Piangi.

Piangi ancora che del lacrimar tuo

mi nutro nel baratro del dubbio,

nel catino delle speranze,

nelle urla delle umane mattanze.

Vorrei smettere il pianto,

vorrei trovare la forza di gridare il mio rimpianto,

vorrei svegliar il mio sonno nell'aurora

vorrei poterti chiamare Madre ancora.

SILENZIO

E fu silenzio.

E fu scuro d'un tratto,

mentre di me cercavo un perduto ritratto.

E fu sentiero d'uomini persi

di colori e profumi dispersi.

Volli esser solo polvere.

Volli esser solo vento.

Volli esser solo acqua.

Volli essere tutto quello che ero

eppur mi spensi e divenni lacrima d'un cero.

VAJONT.

Sorse dallo scurire

ciò che si celava triste nel tragico brunire.

Suoni e grida inondarono la valle.

Voltai lo sguardo all'azzurro

dall'inferno si mosse un lacerante sussurro.

Presi dell'uomo la mano

cercai altre

e l'ardire mio fu vano.

Lentamente m'accasciai sul rivolo di corpi

vidi verità distrutte da cuori storpi,

vidi una piana viva

colma di morti a cui nulla più serviva.

Vidi alzare in cielo le mie braccia

e dentro di me urlai: “Che nessuno mai taccia”

Questo fu il Vajont... il mio Vajont.

1 1 1 1 1
clicca sulle stelle per valorizzare il testo
Profilo Autore: Giancarlo Gravili  

Questo autore ha pubblicato 202 articoli. Per maggiori informazioni cliccare sul nome.

Alinea I- Nitente

 

In quella notte giudaica,

sotto un cielo fulgido

e per nulla coperto

Giove e Saturno in una sola orbita

mostravano pastori e greggi

che ancora dormivano all’aperto.

In quel tredici novembre

dell’anno sette avanti cristo

il mio babbo, edile in Betlemme,

bussò alla bottega di Giuseppe per

annunziare al marangone la paternità:

basito, imboccò la viuzza lemme.

Se ti piace far credere cadesse

la neve fa pure, che fosse

il venticinque dicembre dell’anno zero.

Ma stavi nel magazzeno

del padre mio, in un caldo covile.

Lo so, perché io c’ero.

 

Alinea II- Dal frontone spezzato

 

A Betseda il disgraziato ciecomuto

che subdolamente graziasti aveva

un nome: io e Samuel prima delle tue frodi

giocavamo sempre alle tabulae lusoriae.

E dalle tavole orizzontali con le dodici

linee, alle tavole incrociate con tre chiodi

il passo è breve Rabbi, non trovi?

Il sudario adulterato poi è stata una trovata

da maestro, Maestro e quel tre aprile

dell’anno trentatre infilare via Della Fuga

al crocicchio con via Crucis per eclissarti

a guisa del natante imbozzato sull’arenile

non era niente altro che una lapalissiana

conseguenza al tuo disegno preternaturale.

Per quello sciagurato scusso, ma scrio

feci erigere sul crocevia un’edicola a egida

di un’epigrafe citante “La veridicità di una

testimonianza ”, ove potergli dire addio.

 

Alinea III- Panzana

 

Mi sovvengono le notti di Cafarnao

intessute di sbicchierate con i tuoi

casigliani Pietro e suo fratello Andrea,

Giovanni e Giacomo figli di Zebedeo

e Matteo pregno di bacco con i suoi

pensieri amorali per quella piacente almea.

Hai mai mentovato ai tuoi cugini Giacomo

e Taddeo delle nostre grasse libagioni

plenarie, con Bartolomeo rigurgitante

di nettare in occasione delle nozze di Cana?

Di Giuda assuefatto ai dadi, e Simone troppo

emendato per ravvisare una serpe strisciante

nel Profeta… e l’artifizio della moltiplicazione?

Sulle rive del Giordano un subisso di vitto

da cinque pani d’orzo e due pesci, pania

realizzatasi con la correità di Filippo e Tommaso

che dal lago Tiberiade condussero e orpellarono

nottetempo le pietanze, per tua vesania.

 

Alinea IV- Eravamo insieme

 

Al fianco del Califfo Yusuf osservasti

senza muovere ciglio i mercanti arabi

di schiavi, e alla tavola del governatore

di Cordova faceste la conta dei morti:

diciotto milioni tra gli oppressi, incuranti

della mia presenza, un suo lacchè a ore.

In sella col re Tamerlano lasciaste sul

campo diciassette milioni di cadaveri,

e davanti al fuoco ascoltasti, alticcio

appena fuori dalla tenda di Gengis Khan

i racconti dei guerrieri mongoli alteri

dei quaranta milioni caduti; dal pagliericcio

nel recinto dei cavalli vi udii anch’io.

Eravamo insieme anche durante la conquista,

l’esplorazione e l’occupazione delle Americhe.

Tu con i tuoi bei vestiti in tessuto di cotone

da colonnizzatore, io laido mozzo sdegnato.

Quindici milioni periti per visioni estatiche.

 

Alinea V- Antinomia

 

Mentre la penna d’oca dell’amanuense

scriveva dei sedici milioni di schiavi

africani morti durante la tratta atlantica,

in ogni porto facevi visita ai bazar alla

ricerca di brache a sbuffo, scarpette col tacco

a rocchetto e parrucca ben poco pratica.

Accanto a Zhentong mi hai fatto perseguire

asserendo la mia appartenenza ai livellatori

fino al collasso della dinastia Ming che lasciò

sul campo venticinque milioni di cinesi.

Albergavo nelle baraccopoli a Nuova Delhi,

tu in una casa vittoriana con leccornie e servitù.

Io tra carestia e ventisette milioni di cittadini

del vasto impero del Regno Unito periti per le

politiche economiche e amministrative britanniche.

L’insurrezione contro la dinastia Qing ti premurasti

con la tua oratoria che degenerasse nella guerra civile

dei Taiping, ecatombe di proporzioni bibliche.

 

Alinea VI- Facinoleria

 

Mi trovo a ripercorrere la Prima Grande Guerra

che causò diciassette milioni di morti, e l’epoca buia

di Stalin: la Gulag, i troppi civili uccisi da massacri.

Purghe, campi di lavoro, deportazioni e carestie.

Non basterebbero gli stessi milioni di lavacri

per purificare tali crimini storici tra i più efferati…

E intanto un bambino fuori nel cortile

bestemmia Cristo con un dito nel naso.

Leggo dei sessanta milioni di caduti nella Seconda

Guerra Mondiale, e intanto il sole volge all’occaso.

Della collettivizzazione forzata cinese, di Mao Zedong

e la Repubblica Popolare cinese… col naso all’insù

mi sopraggiunge un inaspettato magone che mi coglie

divisando le scie lassù siano le lacrime di Dio.

Dalla guerra sporca mi distolgono ciurmaglie

di ragazzotti che orinano nelle bottiglie vuote di birra.

Forse vi trovate solo col naso dentro un aleatorio

impromptu, o soltanto meramente mi sbaglio.

Forse una vitella è più di una costoletta, e forse

non è tutto latte vaccino… o puramente caglio. 

1 1 1 1 1
clicca sulle stelle per valorizzare il testo
Profilo Autore: Mirko D. Mastro  

Questo autore ha pubblicato 511 articoli. Per maggiori informazioni cliccare sul nome.
Ci sono cose che nemmeno immagini ma che succedono. Ci sono cose che vorresti che non accadessero mai, ma accadono. Ci sono cose tremende che vorresti cancellare, ma non puoi farlo. Ci sono momenti in cui hai la morte dentro e mentre il cuore ti si gonfia di lacrime...non puoi fare nulla per impedire il divenire degli eventi. È allora che ti senti piccolo e avverti quel terribile, atroce, miserabile senso di impotenza. I mostri non sono solo quelli che si vedono nei film d'orrore. I mostri più temuti sono quelle creature orrende che ti nascono dentro e ti mangiano, ti consumano, ti annientano. Questi mostri perfidi, meschini si chiamano "cancro." C'è chi riesce a combatterli e c'è chi invece non può farlo; perchè talvolta il cancro è talmente subdolo e malvagio che non hai sufficienti armi per sconfiggerlo. Così ti arrendi all'evidenza e non puoi fare altro che rassegnarti: impotente vedi la vita allontanarsi dal corpo di un tuo caro o dal tuo. Questa terribile e disumana bestia dal volto orribile si impadronisce del corpo che lo ospita e lo trasforma in un essere dalle sembianze disumane: col passare del tempo lo rende sempre più simile a se stesso. Non è un segno dello zodiaco e nè tanto meno un piccolo animaletto che somiglia tanto ad un granchio. Non si limita a pizzicarti e poi va via, lasciandoti solo un piccolo segno. Il cancro, quello temuto da molti e col quale nessuno mai vorrebbe entrare a stretto contatto è quella sanguisuga che ti toglie le energie e ti succhia la vita. In quanto modi si potrebbe definirlo! Se solo bastasse cambiargli nome per trasformarlo in qualcosa di più mite! Se definendolo brutto, cattivo, odioso, miserabile servisse a qualcosa! Se si potesse allontanarlo offendendolo o riempiendolo di sputi! Lui, la sanguisuga se ne frega di chi ha davanti! Non guarda dove mette i piedi, non dice "permesso" prima di entrare. Lui il mostro apre la porta e poi la richiude alle tue spalle sbattendola. Una volta entrato dentro di te si comporta come quello schifoso, maledetto, disgustoso e maledetto mostro che è: un lurido, repellente, nauseabondo e disgustoso cancro...
1 1 1 1 1
clicca sulle stelle per valorizzare il testo
Profilo Autore: Giovanna Balsamo  

Questo autore ha pubblicato 302 articoli. Per maggiori informazioni cliccare sul nome.
Questo sito utilizza cookie, anche di terze parti, per migliorare la tua esperienza e offrire servizi in linea con le tue preferenze. Chiudendo questo banner, scorrendo questa pagina o cliccando qualunque suo elemento acconsenti all'uso dei cookie.
Per maggiori informazioni sui cookie e per gestire le preferenze sui cookie (di prima e/o terza parte) si invitano gli utenti a visitare anche la piattaforma www.youronlinechoices.com. Si ricorda però che la disabilitazione dei cookie di navigazione o quelli funzionali può causare il malfunzionamento del Sito e/o limitare il servizio.