Rincasando il ragazzo si sentì oltremodo soffocare, e più allentava il nodo alla cravatta nera più il groppo in gola si faceva stretto.
Comprese realmente quando dal cortile non avvertì l’odore del tabacco, e mentre stava per lasciarsi cadere sulle ginocchia, il suo sguardo madido fu avvinto
dal cigolio dell’imposta della soffitta schiaffeggiata dal vento. Era lì che era solito rimbucarsi da bambino quando le cose non andavano per il verso giusto.
Tutto appariva diverso, più piccolo e impolverato, ma la sua cassetta dei segreti era sempre lì. L’aveva quasi scordata. Aprendola, qualcosa gli sembrò
non appartenergli. C’era una lettera scritta a macchina, che quasi gli sfuggì per un’improvvisa folata.
“Figlio, in questo modo non potrai interrompermi. E se sei qui vuol dire che alla tua prossima festa di compleanno non ci sarò ad abbuffarmi di canapè.
Ho avuto un’esistenza serena e tranquilla, anche se alla vita ho dovuto pagare lo scotto di ogni piccolo errore. L’amore di una donna eccezionale, instancabile.
E un lavoro rispettabile che ci ha permesso di tirare avanti.
Ma avrei desiderato fosse diverso, avrei voluto vivere di poesia.
E che ci fosse stata lei con me, che non ho mai davvero conosciuto. Perché gli occhi non hanno frangiflutti, e il suo sguardo è quel moto ondoso
che è andato progredendo in ogni mio attracco.
Quel punteruolo che ora senti infilato nel cuore ti sembra un dolore insoffribile, ma poi verrà il vuoto che lascia quando lo togli.
Ma sei un bravo ragazzo, e capirai che il vuoto fa paura solo a chi vuole riempirlo a tutti i costi”.
Asciugò gli occhi, e gli sembrò di sentire una carezza con il bisbiglio del vento.
Con 22 gradi, le signorine ti entrano dalle finestre e le trovi ovunque.
Finiscono nei letti, nei vestiti, nel bucato, ecc ecc.
Oltre il classico spray che ho visto comprare anche dai militari, ho cercato sul web, altri rimedi più naturali.
Quelli frizzanti saranno successivi.
Dicono di mettere in una ciotola, il classico aglio tagliato a fette.
L' odore dovrebbe allontanarle, al massimo allontaniamo Dracula no.
Oppure bisogna spruzzare del sapone tipo ammorbidente.
Ma poi non è che la finestra diventa una lavanderia?
Prego, dammi i vestiti, te li lavo io.
Bigliettino, non spingete!
Tra aglio e ammorbidente, qua scappa anche il lupo di cappuccetto rosso, che non mangia la nonna, ma la prega di aprire la finestra per scappare, prendiamo infine il nostro classico aspirapolvere.
Mettiamoci mascherina, tuta e guantoni e via all'opera.
Non possiamo parlare, ma possiamo muoverci stile tarzan e come su autoscontri, andargli contro e risucchiarle, controllando ogni angolo.
Con pazienza, riusciremo a mandarle vie.
Potremmo sempre vestirsi se no da tenenti e urlare: tutte in riga, via da qui!
Tutti e tre, io mio papà e la sua amica mangiavamo un bel piatto pieno di spaghetti con le cozze. Però spesso mangiavamo le cozze quelle senza il guscio. Solo qualche volta, mi ricordo, avevamo mangiato quelle col guscio che mio papà aveva prenotato al ristorante. Però gli spaghetti con le cozze erano più buoni quelli che cucinava mio padre, perché le cozze erano più saporite. Dopo aver mangiato questo lauto pasto noi tre eravamo già abbastanza sazi. Ma qualcosa, a dire il vero, stava ancora nel nostro stomaco. Allora come dessert mangiavamo una bella vaschetta di gelato. O al cioccolato o alla amarena. E così soddisfavamo pienamente il nostro stomaco.
Oppure rammento quando mia mamma cucinava delle appetitose pietanze, quali ad es. gli gnocchi alla romana, il risotto con la carne, il risotto ai frutti di mare. Invece di altre pietanze che lei preparava non me ne ricordo.
Infine rammento quando mia nonna mi preparava il budino al cioccolato. Ah che bontà! Poi cucinava tante altre prelibatezze, non solo per me ma anche per i miei genitori. Sia mio papà sia mia mamma che mia nonna erano dei bravi cuochi (specialmente mia nonna).
Non sono altro che una tossicodipendente di una rete che mi sta intrappolando, facendomi sentire sempre più frustrata.
Internet, i social media sono semplicemente un'arma a doppio taglio, dobbiamo iniziare a controllarli noi e non lasciare che accada il contrario.
Come gelido era il mio cuore, la mia rinuncia alla vita aveva basi antiche, non speravo più in nulla, non aspettavo nessuno.
Ero in giro da sola, finalmente fuori casa, quella casa che mi opprimeva, le mura trasudavano infelicità, era una tomba, e io sapevo che sarei sprofondata con lui.
In giro per appuntamenti medici, queste erano le mie uscite, e nulla di più.
Entrai in una caffetteria per riscaldarmi un po', la malinconia, la tristezza facevano parte di me, sentivo che gli occhi pungevano, avevo sempre le lacrime in tasca, piangevo anche senza motivo.
Ordinai un caffè e andai a sedermi ad un tavolino in disparte, aprii la borsa per cercare un fazzolettino di carta, ormai stavo piangendo al pensiero di dover ritornare a casa, ed a tutto quello che comportava.
Le mie borse sembrano trolley, dentro ci sta di tutto, sono anche sbadata e mi si rovesciò il contenuto tutto a terra.
Imbarazzatissima sempre con gli occhi che colavano mi chinai per raccogliere il contenuto, vidi una mano che mi allungava un fazzolettino, alzai un po' la testa e incontrai gli occhi più verdi che avessi mai visto.
Mi aiutò in silenzio a raccogliere le cose sparse per terra, poi si sedette vicino a me, per la prima volta dopo tanti anni sentii il cuore che batteva all'impazzata, lui si alzò, andò ad ordinare qualcosa, poi ritornò a sedersi, ci portarono una cioccolata in tazza per me e un caffè per lui. " Piacere Francesco, ti ho preso una cioccolata perché hai bisogno di dolcezza" - Con fatica spiccicai il mio nome, e pensai-" Ma cosa ci faccio qui con uno sconosciuto con tutti i guai che ho" - Parlammo per un'oretta, lui era vedovo, io sposata.
Mi chiese il n. di telefono, gli dissi di no, ci salutammo... feci finta di non vedere il biglietto furtivo che mi fece scivolare in borsa.
Arrivata a casa presi il biglietto e lo gettai nella carta, cercavo di non pensare a quel biglietto, ma quando venne il momento di gettare la spazzatura... rovistai fino al recupero dello stesso.
La sera stessa feci quel numero restando in silenzio, dall'altra parte una voce :" Ti aspettavo da sempre" - da quel momento iniziarono le nostre interminabili telefonate notturne, la sua voce mi giungeva come un canzone d'amore, ed inizia a volare, la sera stessa gli dissi: " Francesco! - con il tuo canto mi hai spinto dentro alla vita"
È un giorno particolare, vorrei dire e dirti tante cose, ma non mi è facile trovare le parole, quelle giuste.
Parole che non leggerai e che non ti arriveranno mai.
Perché tu non vedi i miei pianti. Non senti quando ti chiamo.
Non puoi! Anche se ci illudiamo del contrario.
Sei partito tanti anni fa, per un lungo viaggio. Tu, che non hai viaggiato mai! Provo, ogni tanto a immaginarti in un posto, che non conosco. Ma la fantasia non basta. Non basta neanche stavolta! E mi rendo conto che non so cosa dirti.
È strano per me che uso le parole scritte, meglio di quelle parlate. Ma c'è differenza. Ed è che non sei qui... davanti.
E alla fine, a cosa servirebbe? A sentirmi meglio?
Dovrei, poi, trovare il modo di nascondere la mia ipocrisia.
Preferisco smettere e lasciare andare i pensieri.
Preferisco non scrivere ciò che avrei dovuto dirti... prima!
Ciao Papà.
C’è un non so che;
un trascinar sconnesso l’onde di conchiglie al bagnasciuga,
frantumandosi con grazia,
sfregandomi il cuore tra le tenebre.
C’è un non so che;
un subitaneo movimento del corpo tuo:
il tuo pallore nel buio crea dolci contrasti
che le pupille stentano a consumare,
impossibile negazione di te.
C’è un non so che
nel morir così giovane tra il consumato del mondo,
un’attrazione estrema a cui pochi resistono:
una digressione eterna dalla vita che ognuno conduce,
la follia nel credere di saper volare.
C’è un non so che,
e quel non so che
risplende tra gli sbuffi di un treno, ronzii di un aereo, ha un eco dentro di me:
quel languore che tende all’infinito, quel bisogno di stendere le braccia verso un eterno lontano lontano,
quella fermezza nel stringere un palmo dapprima sconosciuto, ora amore, ora casa e poi dolore.
Trame di storie da cucire,
parole da scrivere.
C’è un non so che,
che mi spinge a vivere.
Il r.i.s. toro muore
al ris torante a cielo aperto.
Spaghetti allo scoglio e linguine ai granchi.
«Guarda che hai preso un granchio»
I pescatori tornano dalla notte di caccia al polpo.
Uno di loro è sempre in pole position e frega i mitili ai militi.
Cozze e polpi come menù
e onestamente non si può di più.
Un cero come luce sul tavolo,
pizzi di carta
tovaglioli di plastica, forchette
ecoltelli di carruba biodegradati.
«Bella la sinalefe nel precedente verso»
«Mi hai preso per un verso, molla la presa, mi fai male»
E io c'ero nella mattanza della paranza
e barche spiegavano alle vele come aprirsi.
Ma erano tutte ignoranti e poi non s'alzava nemmeno vento.
Un pescatore lungi e mirante, dall'alto dei suoi centodieci centimetri,
guardava lontano con un bi 'n culo.
Sognava una rete a strascico piena e ribollente di vittime ittiche.
La guardia costiera s'accostò alle imbarcazioni e fece una retata.
I pescatori di brodo avevano usato la dinamite.
Davanti al tenente di vascello si giustificarono dicendo
che la Dina, moglie d'uno di loro, era una tipa mite.
«Sì, sì è veramente una Dina mite, tanto Dina mite»
Il maltolto al mare fu funeralizzato sulle banchine del porto
con una salva di cinquanta cannonate: si realizzò calando una fune.
Le salme vennero sepolte in mare.
La pasticceria Sal & Me offrì dei cannoni al pistacchio.
«Cacchio, pistaaaaaaaa, che mi perdo la cerimonia... Ma tu c'eri? O eri dalla Monia a dire il salmo d'addio»
Talune cozze, sfuggite alla funzione finale, furono mangiate e taluni si
beccarono la Salmo e la Nella, due di poco conto che si davano alla prostitudine.
Brutta la solitudine dovuta alla quarantena, a cui dovettero sottoporsi tutti i coinvolti.
Con volti sconvolti si dimisero in blocco, dal blocco sei del policlinico sinfonico, appena il dirigente sanitario concesse l'amnistia suonando una suonata famosa.
«Mi stia bene... E non vada più da quelle due tipe, fanno ammalare di botto»
Un botto segnò il mezzogiorno e la fame si fece sentire.
I pescatori infuriati si tuffarono in mare alla ricerca di mitili e polpi.
La guardia costiera, prevenuta, aveva provveduto, con largo anticipo,
a sguinzagliare i famosi tori da pesca, famelici guardiani della guardia costiera.
I pescatori furono presi nella morsa dai tori da pesca che si scatenarono con morsi alle terga che sapevano di profumo di pesca.
In premio, per l'azione coraggiosa, i tori furono encomiati con una pesca allo sciroppo.
S'alzò un vento di scirocco da Shiraz e vino del loculo si bevve a fiumi e a mari.
L'eco sistema era salvo.
La guardia costiera era ormeggiata a costa.
I pescatori di brodo erano in gattabuia...
«Sola se ne va una gatta per la città,
si spengono le luci di quell'ultimo caffè...
E Modugno, dal cielo trapunto di stelle, canta ancora
e la sua voce risuona nel silenzio della notte buia»
Dalla gattabuia scendono lacrime.
L'orizzonte sul mare non riesce a orizzontarsi nel verso voluto
e le nuvole del tramonto si perdono nei moti e i promontori...
«Nooooooooooooooo, i tori nooooo, per pietà!»iù.
Un cero come luce sul tavolo,
pizzi di carta
tovaglioli di plastica, forchette
ecoltelli di carruba biodegradati.
«Bella la sinalefe nel precedente verso»
«Mi hai preso per un verso, molla la presa, mi fai male»
E io c'ero nella mattanza della paranza
e barche spiegavano alle vele come aprirsi.
Ma erano tutte ignoranti e poi non s'alzava nemmeno vento.
Un pescatore lungi e mirante, dall'alto dei suoi centodieci centimetri,
guardava lontano con un bi 'n culo.
Sognava una rete a strascico piena e ribollente di vittime ittiche.
La guardia costiera s'accostò alle imbarcazioni e fece una retata.
I pescatori di brodo avevano usato la dinamite.
Davanti al tenente di vascello si giustificarono dicendo
che la Dina, moglie d'uno di loro, era una tipa mite.
«Sì, sì è veramente una Dina mite, tanto Dina mite»
Il maltolto al mare fu funeralizzato sulle banchine del porto
con una salva di cinquanta cannonate: si realizzò calando una fune.
Le salme vennero sepolte in mare.
La pasticceria Sal & Me offrì dei cannoni al pistacchio.
«Cacchio, pistaaaaaaaa, che mi perdo la cerimonia... Ma tu c'eri? O eri dalla Monia a dire il salmo d'addio»
Talune cozze, sfuggite alla funzione finale, furono mangiate e taluni si
beccarono la Salmo e la Nella, due di poco conto che si davano alla prostitudine.
Brutta la solitudine dovuta alla quarantena, a cui dovettero sottoporsi tutti i coinvolti.
Con volti sconvolti si dimisero in blocco, dal blocco sei del policlinico sinfonico, appena il dirigente sanitario concesse l'amnistia suonando una suonata famosa.
«Mi stia bene... E non vada più da quelle due tipe, fanno ammalare di botto»
Un botto segnò il mezzogiorno e la fame si fece sentire.
I pescatori infuriati si tuffarono in mare alla ricerca di mitili e polpi.
La guardia costiera, prevenuta, aveva provveduto, con largo anticipo,
a sguinzagliare i famosi tori da pesca, famelici guardiani della guardia costiera.
I pescatori furono presi nella morsa dai tori da pesca che si scatenarono con morsi alle terga che sapevano di profumo di pesca.
In premio, per l'azione coraggiosa, i tori furono encomiati con una pesca allo sciroppo.
S'alzò un vento di scirocco da Shiraz e vino del loculo si bevve a fiumi e a mari.
L'eco sistema era salvo.
La guardia costiera era ormeggiata a costa.
I pescatori di brodo erano in gattabuia...
«Sola se ne va una gatta per la città,
si spengono le luci di quell'ultimo caffè...
E Modugno, dal cielo trapunto di stelle, canta ancora
e la sua voce risuona nel silenzio della notte buia»
Dalla gattabuia scendono lacrime.
L'orizzonte sul mare non riesce a orizzontarsi nel verso voluto
e le nuvole del tramonto si perdono nei moti e i promontori...
«Nooooooooooooooo, i tori nooooo, per pietà!»
Risa,
poi si piange...
Miserie della condizione incutono e riducono.
Simpatico teatrino di farse e comparse.
Cambi canale sperando in una commedia di Goldoni.
Ti ritrovi con i festival dei fiori estinti.
Ecco il copione da recitare,
lo leggo, rifletto me stesso nello specchio del camerino.
Son attore seduto in platea.
Dal loggione improperi sui protagonisti,
anche gli spettatori son antagonisti.
Cicoria e verdura fresca,
ortaggi e nascosti disagi.
Urla un tale dal palco reale.
“Guardate le movenze di quella bionda niente male”
E Socrate beve ancora la cicuta...
Platone piange anche lui il maestro
e s'accascia sulla poltrona accanto a un tipo assonnato.
«Sul decoro del soffitto
s'intravede penzolar dal capestro un manichino
vecchio e consunto.
Un'essenza d'un corpo in affitto per andati applausi.»
La maschera offre fish & chips
e l'odore di pesce lesso inonda il luogo.
Cambia scena e finisce l'atto.
Entra il gobbo da Notre Dame e tutti ascoltano i suggerimenti.
Il palco osceno non va in scena senza suggeritore.
Vita in tre atti e nasci, vivi, muori.
Applausi filosofici e cor compunto.
Tutti sofisti degli stucchi
magari maghi con cento trucchi.
La magia finisce sempre prima della notte.
«La notte ognuno posa la maschera sul letto.
Solo piange l'animo i suoi nomi, i suoi giorni...
Poi il giorno consola
e la virtù non è più sola.
Veste l'abito il teatro
va in scena la finzione
oltre la speranza d'umana perdizione
e noi come attori seduti in platea mettiamo in scena la vita degli altri... La nostra applaude seduta
e quando cala il sipario e le luci si spengono sei tu solo davanti a te a raccogliere i miei avanzi.»
Dal balcone di questa palazzina, oggi, sento più caldo del solito. La via è deserta, il bar di fronte ha i tavoli vuoti. Oggi è ferragosto e sono solo. Una solitudine cercata, voluta, ma oggi faccio fatica a non pensare, a non ricordare, a non fare un bilancio della mia vita.
“Mamma dove sono le scarpe?” Cercale! All’improvviso sulla mia guancia il solito bruciore. Era uno schiaffo dato con la solita cattiveria da mio padre. “Sei il solito disordinato cercale sbrigati vai via da qua!”. E il viso di mia madre con quegli occhi che dicevano tutto. Mi abbracciava, “Ecco le scarpe, dai vai a scuola”.
Mia sorella Sara era incinta, mia sorella Luisa era in America, mia sorella Carmen si era sposata giovanissima ed aveva due figli, mio fratello studiava pedagogia all’università.
In casa con me c’erano mia mamma, mio papà, Sara, io e mio fratello. L’appartamento, ora che sono solo, mi sembra grande, ma allora era piccolo per cinque persone.
Io ero il più piccolo, studiavo, ero alle scuole superiori. A scuola facevo finta di niente, non dicevo che a casa mia era un “casino”.Non potevo dire che mio pare era alcolizzato, mia madre una “Santa”, mia sorella diciottenne era rimasta incinta. Facevo finta che andasse tutto bene.
Mi piacevano le ragazze mi consolavo con loro. Passavo da una fidanzata all’altra.
“Hanno telefonato i carabinieri, accompagnami in stazione!” “Mamma cos’è successo?” “Tuo padre, andiamo”. In auto non dissi una parola, mia madre aveva lo sguardo fisso, i suoi occhi non erano quelli di sempre.
Arrivati in stazione ci scortarono al binario tre. Un gruppo di persone attorno ad una panchina. Scorsi mio padre con la testa reclinata all’indietro con la bocca aperta. Mia madre non pianse, non parlò per giorni.
Io e mio fratello pensammo a tutto, il funerale riuscimmo a pagarlo grazie ad una colletta fatta dai colleghi di mio papà.
Nacque mia nipote . Io e mio fratello per studiare dovevamo chiuderci in una stanza e a turno facevamo i baby sitter. Mia sorella Sara lavorava presso una famiglia come collaboratrice domestica, mia mamma faceva lavoretti di cucito per i vicini da casa.
Da questo balcone vedo le palazzine tutte uguali, ai margini della città, con i piccoli giardinetti davanti e la strada il cui asfalto ha buchi qua e là. Un tempo erano più curate, ora versano in uno stato di semi abbandono. Queste palazzine le hanno costruite per noi, per noi profughi dell’ex Jugoslavia. Non ero ancora nato quando i miei arrivarono qua, ma dai racconti di mia madre ho nelle mie ossa tutto il dolore.
“Dove abiti?” , in fondo al rione Castello. “Ah! Al villaggio profughi!, lì è pieno di drogati”.
Io rimango qua, questo gruppo di palazzine è l’altra parte di me. Io ho il cervello i muscoli e questo villaggio ha il mio cuore e le mie vene. Quando me ne andrò sarò morto.
Mio fratello si fidanzò, si innamorò e lasciò gli studi per sposarsi. Trovò un lavoro e se ne andò. Altro dolore per mia madre, che con tanti sacrifici sperava di avere il figlio laureato e magari insegnante.
“Mamma, non fare così! Lui è felice, lascialo fare!” In realtà anch’io pensavo fosse scemo e mi stava antipatica mia cognata.
Ogni tanto pensavo come potessi fare felice mia madre. “Non l’abbandonerò mai” ,pensavo.
Mia sorella Sara allevò la sua bambina da sola e con il nostro aiuto, perché il suo ragazzino di allora andò a vivere in Germania e lei non ebbe più sue notizie.
Quando mia sorella andava a lavorare spesso stavo con mia nipote, lei era carina, ma non mi sentivo portato per stare con i bambini. Forse perché ero giovane e avrei voluto fare altro. Fu in quel periodo che decisi che io non avrei mai avuto figli.
In casa mia spesso c’erano anche i figli di mia sorella Carmen che faceva l’infermiera e aveva un marito, che mi ricordava tanto mio padre.
Con tutti quei bambini facevo fatica a concentrarmi nello studio, speravo di trovare un lavoro dopo il diploma e trascorrere la mia vita senza “mocciosi” tra i piedi.
Sara si fidanzò con uno che all’apparenza sembrava un bravo ragazzo e andò a vivere con lui.
“Vado io a pagarti le bollette, tranquilla. Dammi i contanti, mi diceva, poi se li teneva e non so cosa facesse e che problemi avesse”. Ci confidò una sera mia sorella. Mia madre, che ne aveva passate già tante, chiese a me di aiutarla. Io allora ero già diplomato e lavoravo in un centro di vacanza come inserviente, con i soldi guadagnati avrei voluto aiutare mia madre o farmi una vacanza, invece li diedi a mia sorella per pagare gli arretrati di luce, gas ecc.
Forse fu in quel periodo che decisi che non mi sarei mai sposato, non avrei mai convissuto con una donna.
Continuavo a passare da una ragazza all’altra. Stare con una ragazza mi faceva stare bene, non pensavo ai problemi della mia vita tutta in salita. Parlavo volentieri con loro e le ascoltavo.
Avevo il terrore di innamorarmi, forse per quello dopo un po’ di tempo facevo in modo che la relazione si interrompesse. Sembra una contraddizione? Avevo paura delle responsabilità, dello vivere assieme, delle difficoltà che la vita ti dona quasi quotidianamente. Non mi fidavo di me stesso. Oggi mi va bene tutto, ma domani? Con dei figli piccoli cosa avrei fatto? Un figlio è una cosa seria. Sarei stato un buon padre? Pensavo di no. Non volevo rischiare, non volevo far soffrire una donna, un figlio.
Ogni tanto pensavo che io non avrei potuto innamorarmi, per amare bisogna avere la mente sgombra. Da ragazzo pensavo solo a tirarmi fuori dal pantano della mia esistenza.
Mi andava bene così. Il primo periodo con una donna è un incanto, ognuno dona il meglio di sé. Anche mia madre sarà stata felice i primi tempi con mio padre. Forse il matrimonio non ha ragione di esistere.
“Luigi, domani parteciperò alle selezioni per 20 posti in ferrovia” “In bocca al lupo, speriamo bene”, mi disse il barista che mi aveva visto crescere. Penso di aver detto più cose a lui che a mio padre. Il bar davanti a casa mia era un altro luogo dove mi sentivo bene, ero circondato da ragazzi di famiglie problematiche , spesso violenti, alcuni spacciavano. Mi chiamavano “Il bravo ragazzo”, mio fratello non frequentava il bar altrimenti lo sarebbe stato anche lui.
Un giorno eravamo seduti davanti alla tv sul retro del bar, dove Luigi a volte ci faceva stare. Abbiamo iniziato a guardare un film romantico, nessuno voleva vederlo. Io dissi” E’ un bel film, io ho letto il libro!”
“Ti piacciono ste cose? Tu sei strano sai”, mi disse Rudy “Sai cosa sei tu? Un uomo con l’animo da femmina!”
A Rudy piacevano i film d’azione, dovevano esserci sparatorie e morti. Era una ragazzo energico e sportivo. Giocava a calcio. Lasciò la scuola dopo la terza media, andò un po’ a lavorare come carpentiere. Poi incontrò “La belva”. L’eroina ti devastava lentamente. Ho visto Rudy, dimagrire, rubare, spacciare. E’ arrivato anche a picchiare il padre per procurarsi il denaro.
Io sono la testimonianza del fatto che non sia vero che le “cattive compagnie” ti possano coinvolgere. Loro non erano cattivi erano solo fragili. La vita è dura e per un adolescente e un giovane ragazzo ancora di più. Noi eravamo ai margini in tutti sensi. Ai margini della città ed eravamo “quelli del villaggio profughi”, per forza degli spacciatori, ladri o drogati.
Da sempre ho pensato che la droga potesse solo aumentare i miei problemi e mi faceva paura. Ho visto Rudy morire. E’ morto solo su di una panchina, come mio padre.
Se non avevo una ragazza con cui stare, spesso leggevo o ascoltavo musica. I libri mi hanno aiutato, mi calavo nelle storie che leggevo e volavo via dalla mia casa, dal ghetto in cui vivevo, dal mondo.
Se in tutti i posti degradati ci fossero donatori di libri, donatori di abbracci, donatori di sorrisi,insegnanti pazienti, palestre gratuite, forse i ragazzi più fragili non si drogherebbero, chissà…
Vinsi il concorso in ferrovia, finalmente uno stipendio tutti i mesi. In casa eravamo rimasti io e mia madre avevo 33 anni. Anche al bar eravamo rimasti pochi, alcuni avevano cambiato città, alcuni sposati, alcuni sotto terra.
Con i primi stipendi volli fare una regalo a mia mamma. “Mamma cosa vorresti?” Una cucina nuova, guarda questa come è ridotta! Era come se vedessi la mia cucina nei particolari per la prima volta. Era come se i mobili di casa mia mi proteggessero. Hanno visto tutto in questa piccola cucina: quando a pranzo c’eravamo tutti e dovevamo fare i turni per sederci attorno al tavolo, quando dovevamo stare attenti a non mangiare troppo perché non bastava per tutti a quando mio padre urlava e ci picchiava per un nonnulla… testimoni silenziosi.
Mi spiaceva cambiarli, ma non dissi niente e la cucina nuova arrivò. Vedere mia madre contenta mi faceva stare bene. Chissà se mia madre nella sua vita è stata mai veramente felice.
Abbandonare la propria terra caricando poche cose, è come strappare un pezzo dell’anima di una persona. Chissà se il pezzo rimasto ha potuto donarle ancora un po’ di gioia.
Quando oggi guardo le immagini alla tv di altri profughi, sento tutto il loro dolore, quelle donne di colore con stretti tra le braccia i loro bambini hanno gli occhi di mia madre. Faccio fatica a guardare.
Nella storia dell’uomo c’è sempre qualcuno che scappa e c’è sempre qualcuno che ha paura di chi arriva.
“Non ti sposi? “ chiese un giorno mia madre. “Eppure le ragazze non ti mancano, ma sono sempre diverse!”
“Non ho ancora trovato quella giusta”, le dissi.
Quando mia madre morì avevo 38 anni. Al funerale rividi dopo tanto tempo mia sorella Luisa che viveva in America e i miei nipoti ormai due ragazzi. Sara era impiegata presso la caserma dei vigili del fuoco e finalmente aveva trovato una brava persona, Carmen si era separata, mio fratello era impiegato al teatro comunale della mia città e aveva due figli. Tutto si aggiusta, pensavo. Quanta fatica e dolore per “aggiustare”, mia madre ne sapeva qualcosa. Ma ora se ci potesse vedere tutti qua con i nipoti sarebbe contenta … tutto si aggiusta.
La mia relazione più lunga è durata due anni, anche lei si faceva, l’ho scoperto dopo.
Un ferragosto, ero solo. La solitudine anche se cercata prende un’altra forma a Natale e a Ferragosto. Scartando l’ipotesi di andare da uno dei miei fratelli. Presi l’agenda e guardai i numeri di telefono, trovai il suo, quello della ragazza con la quale ho trascorso più tempo e la chiamai. Lei abitava in un’altra città.
Ci siamo incontrati, lei era strana. Ci appartammo in auto e quando si spogliò vidi che aveva una cicatrice sul basso ventre. Lei scoppiò a piangere. Mi disse che si accorse di essere incinta dopo un mese dalla nostra separazione.
Non riuscivo a mettere in ordine i miei pensieri, non mi uscirono le parole nella giusta successione, farfugliai qualcosa. Lei proseguì: “ Non potevo tenerla, non me l’hanno fatta vedere. Era una bambina è stata data in adozione.”
Mi arrabbiai talmente tanto che non feci nulla di quello che potrebbe fare uno veramente arrabbiato. Ero abituato fin da piccolo a fagocitare rabbia e dolore e a farli implodere dentro di me.
Dissi solo ” Perché non me l’hai detto?” C’eravamo lasciati e … “ E cosa? Gridai?” “ Mi buco, cioè mi bucavo”
Tante volte ho pensato e immaginato quella bambina. Chissà dov’è, chissà se è felice. Chissà cosa avrei fatto se me lo avesse detto? Mi sarei sposato, avrei avuto moglie e figlia, una moglie con dei problemi …
Chissà se tutto si sarebbe sistemato?
Da questo balcone vedo la via deserta. Oggi c’è facebook, farei presto a contattare qualcuno ma rimango qua, solo, a pensare.
Arriva il furgone dell’SDA. Si ferma nella mia via. Scende una donna, si guarda in giro. Mi vede sul balcone.
“Scusi, sa dirmi dove abita Luigi D.?” È Il proprietario del bar, apre verso le 19. “Posso lasciare il pacco a lei?” “Certo, venga su!” Ok, tanto ho finito il giro.
Strano vedere una donna che svolge questa professione, ma oggi sono inserite in settori dove un tempo era difficile trovarle, poi un tempo non esisteva SDA e Amazon.
Tanto che penso questo, mi appare davanti alla porta, ha circa la mia età, è carina e sorridente.
“Vuole qualcosa da bere? “ Grazie, oggi fa così caldo! Penso subito a portarla a letto. Poi mi pento e ringrazio il destino che ha voluto che oggi non rimanessi solo. Rimango a parlare con lei, noto i suoi occhi lucidi. Io le donne le amo a modo mio, tutte. Le ho sempre rispettate.
“Oggi è l’ultimo giorno, domani vado in ferie. Lei niente ferie? “Sono in ferie! “ , ho risposto guardandola mentre stava bevendo. “Non va via? ” Come dirle che in ferie da solo è triste, come spiegarle la mia scelta di vita. Avrei voluto raccontarle tante cose, anche che spesso mi penso vecchio e solo in una casa di riposo circondato da infermieri scocciati.
Sorrido e dico in un fiato: “No, aspettavo una bella donna come lei” Abbassa lo sguardo e ride con me.






