Vedere la vita che inizia in tutto lo suo splendore.
Mi piacciono tantissimo gli animali, anche perché ne ho molti a casa.
Dopo aver messo due anatre a covare, ecco spuntare fuori dall' uovo degli anatrini.
Per quelli che non riuscivano a saltare fuori da soli, la mamma era pronta con il becco a rompere l' uovo.
Ed eccoli, tutti bagnati stile perlana e coccolosi.
Il primo giorno mangiavano il tuorlo per le vitamine, stile divento braccio di ferro, mentre la mamma li scaldava con amore.
Li metteva tutti sotto al sedere e guai a chi si muove!
Vedevo i loro occhietti prendere vita, vivacità, colore, tenerezza.
Già dal secondo giorno, correvano verso il laghetto e con il piccolo beccuccio tiravano su l' acqua per bere.
Beccavano anche il grano, finché l' occhietto non si chiudeva dalla stanchezza.
La cova era stato un duro lavoro, ma la mamma aveva covato ben quindici anatrini.
Adesso poteva mettere gli occhiali e stare al sole, con un meritato riposo!
E’ interminabile il tempo che ci mette una donna a togliersi i jeans quando fissi l’orologio, 04:11.
Il vapore acqueo sui vetri della stanza da bagno rivela che i soffici asciugamani si tengono pronti
ad accogliere un’ondata di vivida sensualità. E con loro i saponi silvani.
Le candele all’aroma di vaniglia catalizzano la loro virtù afrodisiaca su di una giusta atmosfera
fugace, stimolando i sensi in modo particolarmente intimo, sciogliendo le emozioni che appaiono
bloccate. L’acqua speziata di cannella risveglia sensazioni intense. Raccoglie i capelli.
Inerme lascia che il mio respiro si adagi sul bordo di una spallina scesa.
I corpi si immergono in un senso di isolamento e di intimità, di abbandono al piacere in modo
disinvolto. In un gioco divertente e soddisfacente di sessualità…
L’acqua calda le rende la pelle ancora più sensibile, i profumi preparano corpi e menti a provare
un’esperienza inedita. Mi insapono completamente, le sfioro l’orecchio nascosto appena da petali
di velluto nero che le incorniciano il viso, lentamente ci massaggiamo mutuamente e col mio corpo
ricopro il suo che d’acchito esita. Si sente avvolta e protetta dall’acqua, e si lascia andare.
Nulla di più intrigante. Io, lei, la schiuma…
Apro solo un occhio dal pisolino per un movimento convulso del piede, 04:14.
Il vapore acqueo del mio respiro sugli occhiali sghembi sul naso rivela solo il mio sandalo zuppo
dell’acqua rovesciata dalla ciotola dal mio bizzoso beagle Patchouli…
Scorre la portiera e salgo ho un abbonamento per l'inferno.
“I sedili posteriori sono liberi”
“Grazie autista, però mangi un po' di più ha un aspetto scheletrico”
“Vorrei vedere lei a guidare da cent'anni”
“Beh, si riguardi almeno”
“Lo farò senz'altro”
Proseguo in fondo, mi siedo e aspetto. Salgono altri passeggeri o almeno così sembra dal blaterare dell'autista, io non noto nessuno.
Centrifugo come una lavatrice nell'attesa della partenza. Butto lo sguardo in strada e il cuore va a mille nella speranza che tu salga.
Le porte stridono sui cardini, una sgasata nera di petrolio combustibile annerisce il circondario. Tu non sei salita e io sono morto.
Arrivo in orario. Ore sette e cinquanta. Vago disperato in cerca del nostro panino al salame. Salame io nel cercarlo. Un chiosco sporco e vecchio vende panini dal sapore inconfondibile dal profumo estasiante.
Ti saluto e non ci sei, mi siedo sul marciapiede e ti parlo, ma non ci sei.
“Salve ma non smonta mai lei?”
“Avanti vieni su e non far storie, i sedili posteriori sono sempre liberi, e non toccare nulla, m'inzozzi tutto con quelle mani unte di salame”
“Ecco il biglietto”
“Che schifo!Vai dietro dai”
Arrivo dove devo arrivare, comunico ufficialmente il fine giornata, mi chiudo nel mio mondo e disegno fino a tardi.
Nanna nanna.
Sveglia, un colpo d'acqua gelida ai riccioli... e chi li tiene.
Corro, corro. Piazzetta con svolta e palme. Protesto in comune prima o poi, possibile che non mettano una panchina decente.
“Buon giorno autista, sempre più magro!”
“Fai poco lo spiritoso, mi divertirò tra qualche anno, quando avrai la mia stessa faccia, già incominci a perdere i capelli”
Sedili posteriori come al solito e attendo in centrifuga.
Cavolo è lei! Oggi andiamo alla grande, centrifugo, centrifugo.
Mi guarda e non badiamo a convenevoli, si parte... con le lingue e via col detersivo della libido. Ma chi se ne frega tanto gli altri sono morti...
Cavolo ma siamo già arrivati, stacco la lingua e le metto in quarantena.
Panino al salame e m'ungo la voglia. Mezzogiorno e non vedo l'ora, non porto mai l'orologio e il cellulare non esiste.
“Ciao autista l'ha vista per caso?”
“Guarda che è dietro, t'aspetta”
“Mi fiondo a propulsione atomica, le smonto le tette e me le tengo per cimelio, poi aziono lingua a 33 giri”
“Piano che mi rovinate i sedili”
“Pensa a guidare, autista”
Torno in stanza e piazzo lo stereo nell'armadio, apro le ante con i poster della Ferrari, attorciglio le luci di Natale nella carta stagnola, smonto la bambola della sorella e frego il piccolo meccanismo interno. Via allora discorockpork, un disco di Vangelis e luci oscurate e tappate dalle tapparelle abbassate.
Notte d'esaltazione da notizia di cronaca e disegno al buio, tanto lei la conosco al tatto.
Tutto ricomincia: il mio amico autista, il percorso delle sette e cinquanta e il limonaggio alternato.
Cazzo che vita, qua sì che si balla.
Continua così per parecchio e un giorno si e uno no s'inseguono con quell'autista che non si fa mai i cazzi suoi e manco la vita se li fa.
Come sto bene ho fatto il pieno di lingue e tette.
“Autista vai”
“Stronzo guarda che lei non c'è”
“Porca vacca, verrà domani, dai”
E invece no, non la vedo da una settimana.
“Sali stronzetto, visto che ora hai la mia stessa faccia!”
“Faccia?”
“Guardati allo specchietto retrovisore”
“Che mi venga un...”
“Non fare così avete tutti la stessa reazione ogni volta, ti conviene andare a sederti nel centro, insieme agli altri, i sedili posteriori sono riservati”
Mi siedo e guardo fuori, tanto non mi costa nulla. Il buco allo stomaco s'allarga sempre di più.
Ma quella è lei e sta con un altro... e fanno...
Maledetta, me la paghi.
“Ehi, dico a te puttana, non mi vedi più?”
Mi passa davanti come se non esistessi, urlo come un indemoniato: non serve. Non vede.
“Stronzetto, hai capito ora?”
“Sì, autista”
Un consiglio per voi che aspettate alla fermata.
“Non limonate con la morte, ha mille facce, finirete per non scendere più dall'autobus e nessuno vi vedrà”
Vai autista dai gas mortale e partiamo.
“Ragazzi su con il morale cantiamo qualcosa”
“Quel mazzolin di fiori?”
“Azz, non né conosci altre?”
“No ai miei tempi andava in voga quella”
“Va beh, tutti in coro allora, quel mazzolin di fioriiiiiiiiiii... che vien dalla montagna!”
E dietro intanto lei limonava con il prossimo...
solo gelati e poponi...
E coglioni al chiosco comprano gusti confezionati.
Confezionami una vita diversa senza olio di palma
senza grassi idrogenati.
Siamo nati mangiando palle di Natale
moriremo nell'anno del tribale.
Tritati dalla pubblicità dell'uomo normale
compriamo convulsioni brevettate
per vite schiave del fare banale.
Oggi lupo dà il buongiorno con i biscotti vegani
e il latte del cazzificio lo trovi ovunque.
«Good Morning Vietnammmmmmmmmmmmmmm, è trascorso un giorno di veleno
e il Napalm lo trovi nei torrenti o nel lavandino di casa.»
La capanna dello zio Tom è divenuta la sede del governo
e tu non puoi esimerti dal fare la differenziata.
Salva il pianeta, non dimenticare di buttare l'uomo nella mondezza.
Qui va la carta, qui il metallo e la plastica, lì metti la carta...
Mi raccomando altrimenti il commercio di rifiuti riciclati non regge
le regole del riciclaggio.
Svegliatevi coglioni al chiosco e salvate l'uomo dalla differenziata,
lasciate che carri a gasolio inquinino il centro città,
buttiamo i sacchi pieni di superficialità nei luoghi occulti del potere.
Stronzi di latta inondano di consigli subliminali.
Per vedere tutto il callo minuto per minuto devi avere un conto non certamente minuto.
Paga oggi l'abbonamento e vedrai un cazzo emerito forse per il prossimo anno.
Superfibra per coliti esagerate e il bagno viaggerà a 100 mb al secondo, basta una telefonata.
Un tempo una telefonata ti cambiava la vita, ora ti rompe i coglioni trenta volte al secondo.
«Buongiorno signor cazzone sono Marta da legare e telefono dalla Bind, lei sai che la sua proposta
di contratto telefonico è in scadenza e abbiamo appunto preparato per lei un pacchetto di tremila offerte adatte all'uopo, dall'irrisorio costo di centomila euri»
Voglio un sacchetto di gettoni dell'autoscontro, me li mangio a colazione e digerisco meglio.
Lasciate che sia uomo e che pisci sull'erba del prato e che ciminiere inondino la fascia dell'ozono.
Lasciate ogni speranza voi che entrate in questo mondo del pacco di Natale.
Benvenuto uomo nell'anno del tribale...
Ride il destriero sotto la roccia,
una barca porta il vaporetto al monumento
e il cervo brinda al mare.
Parsifal cerca ancora un Re pescatore
e sale l'odore dello iodio.
Sbagliato tutto ricominciamo.
Rema il traghettatore dei porci
belando alla luna...
Il lupo cattivo fa il bagno nella vasca della nonna
di ciuccetto rosso.
Bagnoschiuma e sbava di fisco rastrellando il pelo.
“Oh come porti i capelli bella bionda tu li porti alla bella marinara”
Il barcarolo va controcorrente e l'elettricista sbaglia polo.
Sbagliato ancora riscrivi il racconto
Eletti a letto e elettori,
non politica parli tu come esprimere te stesso
di non capire perbene cosa tu dire.
Siamo poeti o no?
Ma vaffanculo disse qualcuno.
Mi webbo un po' in questa serata spastica e influenzata
Etciùùùùùùùùùù.
Guardo un ciufolo su coogle e mi spupazzano ciufoli pure sulla carta igienica da parata.
Pare se vi pare e si fa fatica a capire il testo.
Sei libero lettore?
Sei veramente libero?
La serata non ispira e me ne vado a rubare fiori al cimitero.
Cimitero
Il signor Beppe riposa in quel loculo e nessuno porta flowers.
Artù ha perso excalibur e Parsifal gli depone a memoria una spada di plastica export original CE.
Lì vedo la foto del mio professore ditagliano e detto ciò si capisce perché non ha fatto carriera.
Accipicchia pure il barbiere è molto morto e ora racconta le storie di zoccole a un adepto di papesatan che va da lui per la barba ogni sera.
In fondo brilla il lumino del vecchio arciprete che sgommava con una vecchia Renault.
La cripta sa di muffa, il tetto crolla e la chiesa se ne sbatte del suo vecio servo.
Girando a destra rispetto al riposante sacerdote noto un'anima che frega l'alcol per pulire le ossa dei morti.
Uno zombie strimpella Thriller di Michael Jackson davanti a un drappello di amici.
Un gatto morto slinguazza inseguendo una gatta morta che un tempo lavorava al crazy horse.
Persifal mi segue come un'ombra e mi sussurra del Graal.
Riposa la verità della salvezza nel cimitero della immondezza.
Giriamo in tondo e per la fame arrostiamo un braccio preso all'ultimo arrivato cimiteriale.
Un impiegato vissuto di stenti e morto di stenti e a stento sembra morto.
Un funerale decoroso e poi che gli si tagli un braccio non fotte più a nessuno.
Preparo un fuoco fatuo e per legna vado a fregare le bare dei disseppelliti di fresco.
Arriva a farci compagnia un suonatore di fisarmonica e ci racconta il suo passaggio alla gran cassa di faggio.
Un tale in lambretta pare che lo abbia messo volutamente sotto maciullandogli le gambe.
Per fortuna le braccia sono rimaste intere.
Cantiamo tutti canti Apache e l'uomo bianco non può entrare nel nostro sacro terreno.
Mi spupazzo uno scarafaggio succhiandogli le interiora.
Meglio delle cozze avvelenate.
Che serata al cemetery... Poi mi ricordo dell'incipit poetico.
Dove siete?
Dove sono?
Una scritta reca se stessa allo sguardo di colui che entra distratto.
Volete sapere cosa reca la scritta?
Non ve lo dico.
Sono dispettoso questa sera.
«Persifal telefona al carontaxi, andiamo via da questo inferno.»
«Sì, Artù»
Ma allora Artù eri tu, cazzo potevi dirlo prima.
Ero col naso dentro la pagina sportiva di un quotidiano, assorto ai margini dell’attraversamento
pedonale… mi ritrovo in un letto esangue con una cannula nel naso e un fortissimo dolore
all’addome.
Discutono intorno a me di funzioni fisiologiche e battito cardiaco non percepibile, di temperatura
sotto i 24 gradi. C’è chi parla di riflessi e movimenti respiratori assenti, un pianto e qualcuno
congettura un’alta dose di adrenalina. Una voce roca dichiara la morte clinica. E quel pianto
diviene afflizione.
Sento un gran freddo e sento un timbro maschile che cerca di azzittire un mormorio con pressione
arteriosa asserendone la mancanza, e una donna bisbigliare qualcosa su di un uomo costumato
in vita. Un qualche Don Abbondio barbuglia qualcosa sull’Estrema unzione. E nuovamente
quel pianto, con quello di un bambino. Vorrei dirvi che sto bene, ma apro gli occhi e mi trovo
in una bara senza via d’uscita.
Volevo solo dirvi che sono al sicuro, perché la mia mente ora necessita incongruamente di pensieri
congrui per costruire realtà che non fanno parte di questo mondo. Riconsidererò i trascorsi
e pondererò che qualcuno pensi all’impensabile per venirmi a cercare, individuerò
degli imprevisti nella vita che continua regolarmente sopra di me o dei cavilli che possano
portare anche solo per pura fortuna a scoprire la mia situazione…
Perché la speranza non venga meno ideerò un verosimile motivo per cui qualcuno possa venirmi
a cercare. Arrederò questa idea al meglio nella contezza di essere stato sepolto vivo in un sogno,
dopotutto “Anch’io sogno, e parecchio, e poi registro i sogni su carta… ma restano pur sempre
sogni” dai quali ritornare “anche se condivisi con chi ha voglia di sognare con me”. Tutto sommato
l’attuale situazione in cui mi trovo non è poi così distante da questa.
Un po’ di terra piovuta da un badile non può fare una gran differenza… insomma, ogni poeta
comincia sepolto in un porto. Ora conterò senza pormi un numero, senza inflessioni meste.
Ogni tanto urlerò, ma solo per scaricare l’inquietudine, che non si è mai visto che uno urla
da sottoterra e lo sentono. Forse mi sto svegliando da un brutto sogno, ma per mia scelta aspetterò
a svegliarmi. Tirando le somme, ho voglia di strillare… Sindrome di Lazzaro!
Se sono sepolto vivo è solo perché mi hanno creduto morto…
Quindi vorrei dirvi che sto bene, e di non piangere. Cosa potrà mai capitarmi di peggio
se non morire nuovamente?
Appena due metri sopra di me c’è la tua vita con tutte le sue storie e i suoi chiaroscuro.
E non è poi la fine del mondo se penso a noi due lontani solitamente centinaia di chilometri,
e ora non son che un palombaro sepolto nel suo scafandro due metri soltanto sotto di te.
Immagino una notte stellata e la grandezza dell’universo, e penso a quanto poco interessi
all’universo che la mia angoscia gracchi come un corvo la mia piccola storia di sepolto vivo,
già inesistente per il cosmo anche stando due metri sopra a rifiatare innanzi all’etere.
L’aria verrà meno: come “le fole per cui non c’è tempo, non rispetterò le leggi di Dio
e degli uomini”. Immaginerò di fare l’amore con te in ogni piega del mondo, con tutti
i silenzi del mondo e le parole celate di fronte ad ogni paesaggio di un mondo che non sarà
più questo: chiuderò un po’ gli occhi ora…
Sono trascorse troppe ore, e se anche ce la facessi ad uscire dalla bara la pressione sarebbe
così tanta che il petto non sarebbe in grado di espandersi.
Ho sonno, forse per via del monossido di carbonio. Ma sono sveglio, non piangere per me.
Ascolto il cuore che rallenta…
Povero carillon che da tutta/ la vita te ne stai lì riguardoso/ dentro il mio petto,/ lei questa volta
non verrà. Caro vecchio amico, che/ sul volto di un bimbetto/ abbiamo visto la meraviglia
nel tener sul dorso della mano/ una bolla di sapone,/ nessuno tirerà la cordicella.
Tutto anche qui sa di lei… chiudo gli occhi/ un istante per un’ultima illusione.
Per scacciare questo brutto pensiero mi sparai nel gargarozzo un bicchiere di Johnny Walker, mi feci un Black Jack, un panino
al Jamon Pata Negra, presi un jet della Japan Air Lines diretto nello Jemen ma, per paura della Jihad, deviai per lo Jutland dove
incontrai Joe di Tonno, Jerry Cala' e la controfigura di Jessy James.
Mi infilai poi dei jeans di jersey, telefonai a Jessica che faceva joggins ascoltando Jazz con 40 gradi Joules , che mi disse d'aver incontrato Jovanotti che ballava a passo di Java leggendo Jack Kerouack e le penultime
lettere di Jacopo Ortis mentre un Juke Box suonava "Jingle Bells".
Ripresi allora un Jumbo, come uno del Jet-set, e mi ritirai" in the jungle" con le foto di Jennifer Lopez, un vecchio jo-jo, due casse di joghurt,
un joystick e gli autografi di Jerry Scotti, Tom & Jerry e Jeremy Irons !
Alla fine, a bordo di una Jaguar Xj, andai a Rio de Janeiro al bar Jamaica vestito da judoka e, bevendo J&B, intonai uno Jodler tirolese con un tizio di nome Joseph vestito con dei jeans made in Japan e uno splendido jabot in jacquard olezzante di profumo J'adore... Dior !!
... je t'aime, moi non plus !!...
Ho lasciato la baita in ordine, e puntato gli spruzzi per i nontiscordardimè. Ti ho preso solo il cappello, e sì le tue fette biscottate senza glutine . Con la solita giacca sgualcita e la duetto verde bottiglia ho poi raggiunto la casa con la veranda. Proprio ora che ti scrivo ho appena finito di preparare la tavola per la cena, pescato e frutta fresca. Quando arriverai il bagno sarà caldo al punto giusto, petali di tulipano attorno alla vasca e mezzo bicchiere di vino. Quello solo, so che non bevi. Ti aspetterò sul dondolo, anche se spero che mi chiederai di farti compagnia. Non dovevo dirlo? Poi mi sono permesso di prenotare il dopo cena: un piccolo localino sulla spiaggia.
Quel tango che simula una storia d’amore, un continuo ammiccamento fatto di dolcezze, sguardi. Quando la vecchia polaroid si deciderà a funzionare, la notte ti immortalerà timida e audace.
Finalmente sei arrivata, traffico!? Cammina piano oltre il porticciolo, ti vengo incontro sul vialetto fatato che pare esistere solo per noi. Ogni sosta un bacio. Una scusa perfetta. Per non lasciarti andare più via.
Giungerai dal pontile che porta alla veranda rimproverandomi per qualcosa con lo sguardo, quello che hai quando non sorridi. Prima dell’uscio mi frapporrò tra te e quel sorriso, che quando si spegne anche le stelle non hanno motivo di brillare, e mi inginocchierò davanti a te per baciarti la mano. Mentre la luna arrossirà sentendomi corteggiarti, ti prenderò in braccio per rincasare.
Entrambe le versioni della storia proseguono con una scarpa sfilata all’ingresso, e l’altra caduta sul divano. Quel vino che assaggerai appena. Immersa nella vasca con quei pensieri ora leggeri.
Io che ti lavo la schiena e ti guardo per cercare la tua approvazione mentre avvicino piano,
con discrezione le mie labbra al tuo collo…
Il seguito potrebbe rispettare il programma della serata, o stravolgerlo.
Una polaroid sfocata racconta di te che volteggi su due spilli rossi sotto il nostro porticato.
Mentre mi sfiori con la medaglietta sacra che porti sempre, avvicini con discrezione le tue labbra al mio collo… hai già la mia approvazione.
Ma torniamo ai nontiscordardimè, coperti dalla sua giacca sdrucita. Qui sulle sponde biellesi del lago il clima è mite e la neve arriva di rado. Sulla Serra Morenica invece…
Quella mattina solo una spolverata come di zucchero. Accanto ai fornelli un biglietto “Al tuo risveglio metti l’acqua sul fuoco per il tè, pensavo proprio di aver preso le fette biscottate… Torno presto, ti amo anima bella”.
Durante la notte aveva nevicato copiosamente sulla Colma di Mombarone. Trovarono solo una giacca e qualche lamiera verde visto il volo tutt’altro che pindarico. Era solito farne quando le raccontava di quello che aveva scritto, e a lei qualche volta sfuggiva un sorriso. Quel sorriso di cui non ricorda più il sapore.
Ieri rassettando casa ha trovato quella polaroid. Le scarpe rosse col tacco non le ha più messe da allora, ma il tango sì. Qualche volta apre l’armadio, indossa la cravatta con il nodo lento e entra nella camicia bianca con le maniche arrotolate dove nel taschino ha conservato il biglietto, per sentire ancora il profumo delle sue mani. E danza col suo amore. Fa male, ma è ciò che le resta di lui. Ieri ha danzato. “mmm…mmm… in tutti i bei momenti” non era nella sua testa, pareva venisse dallo studio. Il grammofono era spento “Mi sembra di sentire il picchiettio della tua penna sullo scrittoio di sghimbescio… amore mio, eri l’aria che respiro”.
Le sue lacrime calde sono ancora lì sul biglietto, ma la polaroid non riesce più a trovarla.
L’amica che c’è sempre stata l’ha aiutata a cercarla, ma nulla. Di contro, rovistando ovunque, nella tasca di un cappotto un foglio a quadretti…
Continua a sorridere, ti so in quei luoghi
da cui non me ne sono mai veramente andato.
Luoghi in cui so di poter tornare.
E i miei occhi veglieranno su di te
da questo cielo dipinto
di scie bianche e lucine.
Avrei avuto risposte bellissime
per le domande che non mi hai potuto fare.
Ma se guardi dalla finestra verso il lago
sarò con quel vecchio ombroso di mio padre,
che però mi asseconda sempre
accompagnandomi a coglierti le pratoline.
“Quella vecchia polaroid in cui volteggia su due spilli rossi… Padre Onnipotente, come posso ringraziarti!? Fiii …sto precipitando in tutti i bei momenti… fiii fiii …guarda anche tu, è bellissima quando sorride…”
Rientrando dalla presentazione del suo primo libro il poeta, un insolito silenzio corposo lo avvolse come inchiostro nella sua giacca bigia, e la penna nel taschino gli cominciò a pesare come le vicine nuvole cariche di pioggia.
“A te cara nuova amica, che il tuo nome è sinonimo di misericordia… Dio ne abbia di me!”
gli tornò in mente la dedica scritta a una garbata donna dall’accento gradevole.
Iniziò a pensare alle volte che l’anima gemella era venuta in suo soccorso, che lo aveva completato. Era benedetto. L’aveva lì celata agli occhi della mente, nel cuore.
Ma non c’era giustamente stata con lui in quel giorno, lei che era parte integrante del libro.
Lei che nella vita si era creata una famiglia, ed era una sposa felice.
“Forse saremo destinati ad incontrarci anche per un attimo… Vivrei con serenità solo un ultimo giorno per quella sensazione di completezza e di appagamento senza ragione” sorrise.
“Se ricominciassi a bere quel buco che c’è in mezzo al salotto e che da troppo tempo fingo di non vedere temo possa scomparire…”
Si alzò come svegliato dal clicchettìo del vecchio telegrafo desueto sullo stipo “Quel buco
prima o poi mi inghiottirà”, allentando il nodo alla cravatta.
Con il vento l’uomo si accorse di un aquilone, e ricordò come ebbe inizio la fiaba. Ad un’estremità uno spago si muoveva fin oltre la prospettiva “Certo dev’essere molto lungo” pensò.
Guardò meglio. Dove l’occhio ancora può arrivare un nodo come di sicurezza. E ancora spago.
“Anche se finisce, o si spezza…” pensò ancora. Solo allora sentì un gatto fargli le fusa appena
sotto il cuore, e notò che aveva intorno al collo un lembo celeste, forse di un foulard, e una lettera con ceralacca. “Un filo invisibile tra noi” diceva solo questo. Gonfiò lo sguardo oltre il nodo, e gli parve di vederla dall’altro capo dello spago dietro l’orizzonte. Annuì, mani affusolate tanto belle non si scordano.
“…in fondo quello che sono lo devo all’ispirazione”.




