Ricordi i fiori d'autunno fra le ali?
E le sagome di radici alpestri ai nostri occhi?
Di bianco arrossisce il volto
di timido ardito amore
La quercia di vita spoglia
serra mani e di frutti eccelle
quasi che da morte tragga profitto
e ti spensi
viaggio sospesa a un filo
sballottata dagli eventi,
fluttuando in un mare
in tempesta.
Vedo le tue mani
rubate al sogno,
come foglie al vento
si avvicinano, mi sorreggono,
mi accarezzano,
mi trasportano lontano
fermando il tempo.
Riconosco solo il respiro del mare,
il vento lo sospinge
in una danza voluttuosa
in un eterno viaggiare.
Nell’inchiostro del tempo
sotto la luna
e le stelle incantate
stringo tra le braccia
il tuo respiro
lo annuso in ogni fiore,
in ogni ricordo
sento il tuo melodioso
canto d’amore.
Amiamo troppo
riempirci la bocca
la pancia, la mente
di io posso
e tu devi
per riuscire ad esser seri
giuspositivisti.
È libera interpretazione
d’io immacolato
e tu peccatore
la sua costrizione.
È bilancia che pende
truccata, è spada troncata
è benda che acceca
la morsa
di spazi speciali
pei quali
splendidi girasoli
neghiamo pure l’evidenza.
mentre viviamo l’incertezza.
Minuetto di sensazioni
di gioia e di dolore
si trastulla il cuore.
Non ti opponi
al tempo che t’incalza,
tutto il mondo è strano,
per quanto si mascheri
e s’imbratti il viso,
si scopre sempre l’egoismo.
Fuggire...
là dove a meraviglia tutto ti rassomiglia,
bello come rosa,
strana meraviglia
l’azzurro contornato di ciglia.
Su una gradinata
di girasoli e viole,
l’azzurro firmamento
vertiginoso abisso lusinghiero
è un immenso altare,
da quell’ombrosa cupola
il sole sparge un misterioso incanto.
I dorati tramonti
accendon gli orizzonti,
la sera è rosso il cielo,
bellezza e rapimento,
il sole immoto muore,
un barlume di giacinto
assonna il mondo vinto.
Minuetto di malinconia,
la notte la luna ci consola,
al suo colmo sprigiona
luce da padrona,
dialoga solenne
sulla cheta città silente
come fiume arido di lacrime
neanche un giglio intimidito ai cigli.
Dietro, seccate già, le gocce di sudore
e buche qua e là per sotterrare le paure.
Piedi di fata vorresti adesso avere,
incrementare il passo in un voilà,
raggiungere la tua parziale meta
e riposare all’ombra del ciliegio.
Fatta poi la benedetta sosta,
di buona lena riprenderai il cammino
sui tuoi talloni duri, amico mio,
dacché magia è passata e anche la fortuna.
E ancora nulla è liscio sotto i piedi,
sempre più la vedi crescer la fatica.
Succederà che tu dovrai anche pregare
senza nessun tergiversare tra le more.
Ma il goal arriva, dai, stai tranquillo,
magar per un errore commesso dalla sorte,
fosse anche a tempo ormai scaduto.
Ma arriva! E vinta la partita tu avrai.
*
Stesura del 1994
è unica espressione
schietta dell'anima
quando plana in volo d'aquila
da alta quota
nelle risolutezze,
non malleabile
alle manovre altrui
nel ritmo di quel mio
impervio cuore lindo
che pulsa solo
per la sua coscienza
riflessa nella giustizia
tersa da ogni laidezza.
La mia libertà
respira solo della propria
audacia nel esimersi
da torbide acque
ove stolido affogherebbe,
consapevolmente reo!
La mia libertà
è un viaggio
senza ritorno
non compreso da molti
oscuro per tanti,
ma è fulgido rogo
e flagello tangibile
quando tende la sua
mano possente
per porre aiuto sicuro
verso la bisognosa torma!
Osteggiami pure
quanto vuoi
con seta di ragno
a degradarmi le orme
della mia irreprensibile
identità che ti schiaccia,
oh bel viso di grezzo bronzo
se ti aggrada farlo, ma...
La mia libertà resterà
uno stato di
assoluta autonomia
essenzialmente sentita
come diritto,
e come tale garantito
da una precisa
imperterrita volontà
non commerciabile
a un pubblico
diversamente onesto,
nelle loro movenze
nella via del loro
incallito delirio.
Lungi da me
o gabbia del giogo
dell'ombra occulta
a impegolarmi le ali,
o saró rovente spada
a disarmarti
dalle cenciose vesti
che possiedi
da cieco stolto,
t'avvolge predominante
quel reprobo fato
che ingarbugliarmi vorrebbe
e mai t'assicuro
ci riuscirebbe.
Del vento implacabile tormentoso.
Fuggi da questo inferno di mondo!
Varca le altissime fronde, se puoi.
Non voltarti più: si licet passare
La rupe, balza nel mare in fondo
Vieni, ascolta il bisbiglio del mare.
Ventun anni sono passati
ed ora vado via,
mi allontano da te.
Lasciarti non vorrei,
perché con te sono stato bene,
ma devo andare:
è la vita che va così.
Stasera non ho voglia di dormire,
voglio guardarti ancora,
stupenda come sei.
Con il cuore che mi batte,
come un tamburo,
malinconicamente
cammino per le strade
e giro per le piazze.
Di notte,
sei più bella,
romantica come sempre,
sotto le stelle
che brillano nel cielo.
Un venticello mi accarezza,
dolcemente,
una lacrima mi scende,
mentre sottovoce mormoro
che ti voglio bene,
mia bella Roma.
Mangiando senza fregartene di niente,
Affettati e salumi in gran quantità,
Poi surimi e formaggi a volontà.
A notte fonda lo stomaco si ribella,
A quanto in alto si era aggiunta la nutella,
Un lungo peto anticipa la levata,
La tua sagoma va in bagno sconsolata.
L' attesa è poca e assai limitata,
Splash ripetuti animano la nottata,
Un susseguirsi di gettiti cadenzati,
Che in fondo al water son catturati.
L' intestino elimina quanto in eccesso,
Un acre odore regna senza permesso,
Il tuo gomito sul quadricipite femorale,
Rende la circolazione assai anormale.
Il tutto va a termine non senza imprecazione,
Ti raccomandi di far più attenzione,
Ciò nonostante la battaglia è stata vinta,
La prossima volta però evita almeno la pinta.
eran le dieci d'una ristretta sera
di quelle che ricordar fan male
Dolori come ceppi in brace
quelli che sorgono di rive in sogni
Eran l'ore di blasfeme trame
a bramar, della luce, suo tepore
come fosse giunco l'appoggiarsi mio al tempo
Volano chimere a dimorare








