triste esibizione
di evanescenti colori
assume sembianza di
timidi pagliacci
proiettati verso
un colorato
oblio.
Disperata risata
lascia
il palco, copre
frastuono di
applausi bugiardi,
rimbombanti
come
rumore di ipocrita
grancassa.
Ultimo volteggio
in lente
piroette
di mesti acrobati
incombe
su lacrime
di bimbi,
verdi foglie piangenti
trasportati via
dal vento
di un’arida
età adulta.
Spettacolo finisce
in deserto
di sentimenti,
sgomenti figuranti
implorano
un ultimo
inutile bis.
Amari calici
d’amor
bevono
attori consumati
dall’annoiato
erotismo
di attrici
vanitose, mentre
un mimo,
maschera
dolce di
gemente Pierrot,
sparge nell’aria
commoventi gesti
ad una
assente platea vuota.
Luci,
fiamme incandescenti
di oscuro
mangiafuoco
rischiarano
palchi dismessi
incapaci di dar
senso
ad un addio
non più
ipotetico.
Attore recita
l’ultima sua parte
con in testa mille
pensieri, armadio
pieno di valigie
spegne
il trasporto dionisiaco,
fredda esibizione
rende più amaro
il gusto
dell’addio.
Fuori
gelida alba
di un ottuso mondo
accoglie
afflitta carovana,
ballerine senza
volto guidano
le danze
di una grigia
partenza, carri
vanno lungo
sentieri da
compassionevoli alberi
costeggiati,
lenta marcia
di saltimbanchi
accompagna
docili muli trainanti
tutto il peso
di uno spettacolo
morente.
Vestita di bianco
lo specchio s'incanta
suonan le campanelle
soavi melodie
bella
come a primavera
tu
regina del regno
con sguardo adorante
e fiato mancante
lui ti tiene le mani
un anello al dito
in pegno d'amore
eterno
un bacio a sigillo
poi ti prende in braccio
e sei sua
nel giorno più bello
l’ultimo grido non è una moda
dal frastuono più facili schianti
presumendo esistenze di terra
ancora terra che muore, piove
su di te saliva dai sospiri, lieve
dalla gola il bolo secco a picco
libero da trasformazione odora
di personalità in crisi, gorgheggi
da un doppiaggio border-line fra l’ascolto e la carie del falsetto
l’angoscia tartaro sul cuscino sfonda il materasso, s’abbandona
all’esaurimento della prima infanzia, la preziosità di un secondo
solo per te.
Potrebbe essere eternità
il disamore folle per ogni singola parte che t’inchioda
alla vita che rapisce e non sequestra e non costringe
penetrazioni non lubrificate, in galere sempre figlie
il rifiuto s’acuisce, succhiandoti il midollo cronicizza.
Come la mancanza d’entusiasmo
conoscendomi potrei uscire per cercare senza slancio
resti in luoghi comuni che forgiano e non mi sovrasti.
Ho i miei sogni avvolto in un panno di seta,
li misi in una scatola d'oro;
quando tempo si aggrappano le labbra della falena,
ho i miei sogni avvolto in un panno di seta;
non nascondo odio,
qui sono in calma
avvolto dal respiro della terra ;
ho i miei sogni avvolto in un panno di seta,
e li misi in una scatola d'oro.
Quì
sono i miei giorni vivaci
quando era una parola semplice,
non sapevo
ho fatto un passo con suole consumate
su una strada al chiaro di luna
e senza un suono sento un ritmo
potevo sentire ogni battito
fuori dalla mia spontanea volontà
vorrei ballare le strade senza fine
mentre guardavo
i passanti
e gelose erano le stelle della mia luminosità
anche se brillavano
ma io ero luminescente
vorrei danzare attraverso paesi e città
senza lasciare traccia
nessuna foto vecchia nelle tasche
solo granelli di sabbia caldi
frà le mie dita
ero arrivato a un mare
e senza fatica ora posso trascendere
ora sento
io sono libero
lasciando alle spalle strade infinite
che mi hanno cullato e ferito
ora...
c'è spazio per me
e intangibile
attacca violenta
con schiaffi maestosi:
distrugge le nostre case,
solleva i nostri volti,
scoperchia i rifugi
dove pregan i credenti...
Ci mette in ginocchio
tra le spine del mondo,
ci manda il malocchio
e un pugno giocondo...
E poi ritorna,
ineffabile,
a sollevar lo sgomento:
ci mostra
con ardore
le bellezze di un momento...
E poi si maschera
tra crudi alfieri
per dare il matto
al Re della Vita...
E noi che facciamo?
Posizioniamo le pedine
e lottiamo,
per amare questa Madre
e le vittorie che ci dà...
Rotondo
fa impazzire
la mente e il cuore
Si colpisce
con i piedi
in genere
ma la testa
ed il petto
fanno la loro parte
Rotola su un campo verde
da una parte all' altra
senza fermarsi
ma trova vera sosta
nel momento in cui
và in rete
Gool è il grido di tutti
Che bello!
mi riposo un pò
E voi?
Gioire ed esultare
perché ho raggiunto la rete
grazie a tutti voi giocatori.
una gran famiglia si ritrova
e l’amore per la poesia lì conferma,
anche se Caronte la resistenza mette alla prova
sin dal Piemonte con coraggio la poesia vola.
Tanti, fantasiosi, nonché poeti geniali
quel giorno han messo l’ali
raggiungendo, col torrido perturbar dell’Africa
quel luogo, laddove la poesia, magica,
commuove i partecipanti con la sua metrica.
Grande incontro è stato e un ringraziamento
va a lor che da tempo avean organizzato il magico momento.
Grazie a Enzo, il Presidente
e a Debora che i particolari ha curato pazientemente.
Un incontro allietato da musica d’autor
e dall’emozione dei poeti a cui batteva forte il cuor.
L’incontro coinvolto ha anche appassionati parenti,
mariti, mogli, muse ispiratrici dei nostri versi commoventi,
che apprezzato han lo spirito genuino di simile impresa,
scoprendo tra le lacrime la commozion più passionale
d’un sabato all’insegna dei versi a Roma Capitale.

Tornavi da scuola
sul prato coglievi
margherite e papaveri,
col tuo candido sorriso
me li porgevi:
mamma mettili in un vaso!
Mi raccomando non buttarli via
li ho colti per te
perchè sei la mamma più bella
io sorridevo,
ti stringevo forte...
il mio dolce bambino
ha colto margherite e papaveri per me.
Una lacrima scende
son io ora
che ti porto i fiori.
attraverso il profumo dei fiori
vorrei ascoltarti
attraverso il suono delle foglie
vorrei guardarti
attraverso il colore dei sogni
vorrei morderti
attraverso un sorso di quiete
vorrei dipingerti
attraverso un raggio di sole
vorrei…vorrei…
Ciò
che muore fuori
è
la gioia di vivere
nelle sfumature
di un’esistenza vissuta
con rancore
e sospiri scagliati nel vespro,
prigionieri delle nuvole.
Ciò che muore fuori
è
la vita
sognando fittizi effluvi di poesia,
lontana chimera
smarrita tra la bruma
che s’infrange
nell’inferno di un viaggio
edificato
da parole aguzze
che feriscono le vergini albe
d’origini diverse.
Ciò che muore fuori
è
l’amore.
Come il canto del rospo, accompagnare la notte,
stonati di onesta tristezza.
Senza motivo, cercare il suo passo nei passi,
il suo essere donna fra i fiori mimosa.
Dieci minuti e poi chiudere gli occhi,
prima che tutto svanisca negli anni,
dieci minuti regalati al ricordo,
un piccolo fiore sul suo davanzale,
dieci minuti che l’uno sull’altro
ricordano quasi l’età di Provenza.
Cavaliere privato di lancia e armatura,
costretto a giocare una guerra d’astuzia.
E poi ancora infinita pazienza,
coltivare la terra con mani da principe
e strappare un roseto al deserto.
Non c’è nulla al di là del destino,
tanto vale svuotare le guance,
liberare il cuscino dal pianto,
e cantar dell’amore confuso col rospo.
È volato il mio bacio, schioccato dal labbro inferiore,
per trovare respiro su un fiocco di neve.
È volato il mio bacio, fuggito da triste prigione,
per trovare sollievo su più comoda bocca.








