muove la risacca dell’orgoglio
e s’infrange in insenatura
di sabbia fine.
Nei boschi della coscienza
s’incunea il vento della ribellione
e strapazza assurde audacie
intrise di falsi miti di libertà.
S’addensa l’ombra del desiderio
nelle radure del cuore
fra virgulti di felicità
e il giallo delle ginestre.
Limoni grandi come il sole di Napoli
oscillano nell’estate lasciata al Cherubino
danzano nell’aspra brezza del golfo
parlano parole di miele ed ortensie.
Sei qui vicina, sulle mie gambe,
pietrificata dall’incertezza,
stranita dal canto che percepisci e non capisci.
È un’aria strana che si respira,
che si posa sui miei capelli e soffia fra le frasche,
è un impercettibile canto,
un’inquietante predizione
lasciata libera in quest’angolo di vita,
in questo giardino partenopeo,
perché il vento
la possa tradurre.
Vi Regalo
uno sguardo nel mondo
Vi Regalo
un parere motivato dalla realtà riflettente
Vi darà una poesia per riflettere
uno sguardo sul significato delle ombre
la percezione è sempre
una visione caleidoscopica
dell'oggetto l'interazione
lo-spettatore-la-vide
un momento di chiarezza
tra gli spazi riempiti in fretta.
vorrei parlare alla luna di te
raccontare di un padre
che ha speso la sua vita
nell'attesa di un gesto
colmo d'amore.
Vorrei fermare il tempo
per tenerti stretto
regalarti un cielo azzurro
solo per te.
Leggere in quegli occhi
accenno di felicità
mentre con gli occhi lucidi
ascolto i racconti
della tua gioventù.
Questa sera fermerò il tempo
parlerò alle stelle
e un desiderio esprimerò
"tu padre dovrai brillare sempre per me".
Questo silenzio mi disturba
ed io non riesco a dormire
perchè nella testa ho tanto fumo
e tanti dubbi che mi assillano
è un controsenso
e mi preparo un caffè
tanto so non riuscirò a dormire
sento la gola che mi strozza
lo stomaco chiuso a pugno
il sangue nelle vene
come un rintocco incessante
brividi sulla schiena
penetrano le ossa
a che serve chiedersi perchè
se risposte mai avrò
e io passerò
ancora una notte in bianco.
Ti ho idealizzata,
stretta nella morsa della carta,
sollevata a Olimpi tragici,
grandi, come grande
è stato l’attimo.
Sono vuoti i pensieri neri?
Sono vuoti i pensieri grigi?
Ti ho ancora qui,
ancorata all’allegria dell’evenienza,
riassunta nel blu di Juan Mirò,
grande, come grandi
sono i piccini.
Di cosa sanno i biscotti col latte?
Conservano sempre il sapor del tuo collo?
Sei già un ramo nodoso,
attardato a cullare i suoi fiori.
Sei la terra, l’acqua, il cielo,
sei il profumo del muschio e il mughetto.
Sei il sapore di mandorle e noci,
la tristezza che abbraccia la brina,
sei la speranza finita nel pozzo,
sei il suono che riempie il bicchiere di dubbi.
Ricordarti è un po’ come sparire,
un nevicare lascivo e dolcissimo.
Ricordarti è un po’ come tremare,
è il concerto del legno che scoppia.
Ho imparato il singhiozzo in silenzio
morsicato da un freddo sincero,
ho imparato a cantare di petto,
per ringhiare il dolore alla luna.
Tu sorridi alle onde del suono,
tu sorridi e sorseggi la grappa,
tu sorridi e i tuoi fiori che oscillan,
son preghiere dall’indice al medio.
Io mi inchino sul seme infecondo,
lo preservo dal corso dei merli,
io mi inchino ed accetto il destino
poi mi siedo su un trono e ti penso.
È l’altalena che mi ricorderà di te,
la mappa del tesoro,
l’eroina dei film anni trenta.
È la rivincita che mi da ragione,
la paura che si chiuda il cerchio.
Non ci sono giostre nei miei occhi
non ce ne sono mai state.
Io conosco il rosso, il giallo e l’arancione.
È l’orologio che mi parlerà di te,
il fumo di un camino,
l’alibi dell’indiziato.
È la rivincita che non so compiere,
la nobiltà che non si scompone.
Non ci sono giostre nei miei occhi
non ce ne saranno mai.
Io conosco il verde, il blu e l’antracite.
È la cerveza che avrà il tuo gusto,
il digiuno, la profezia,
la spiaggia e la cannella.
È ogni bimbo che avrà il mio volto,
ogni bimba che avrà i tuoi occhi.
Non ci sono giostre in questo mondo
non le hanno ancora inventate.
Io conosco il nero, il viola e il bianco sporco.
Le sensazioni e i desideri che valgono un sospiro
crescevano, lo ricordo, come l’intensità del giallo.
Crescevano e si accostavano sul lato Est,
per assaporare e godere del sole;
talora per la crepa di un secondo
talora nel flamenco di un meriggio.
Oggi disperatamente ricerco negli occhi del passato
il riflesso della felicità e dell’innocenza andate,
e leggo e rileggo la misera trama di un’esistenza,
fugace, qualora goffa, quasi mai stabile.
Ancora quei pensieri hanno forza nel travolgermi,
per un attimo, attento e disperato, simbolico e pazzo.
Poi il tutto, come il sole si raffredda, appare spento,
freddo, inutile, esule di speranza.
Dov’è la giovinezza?
Dove battono oggi i raggi di ieri?
Ci sono specchi ovunque, e genitori, e impegni,
e tutto è così triste e spento, così insipido.
L’impossibilità di seguire il mio destino
si accende come il cerino e il tabacco,
e come il fumo, le mie idee migliori fuggono,
abbandonandomi a digressioni come queste,
dove le mie parole hanno il peso
del rosso sul nero,
e le stagioni e le albe e i tramonti,
quello del giallo sul blu.
Eccomi qua,
sciolto in versi,
in gutturali
singhiozzi
d’inchiostro
o di china.
Eccomi qua,
spaventato e rotto
come l’equilibrio
dell’atomo
di cadmio.
Eccomi qua,
colpevole e prescelto,
rosso per fratellanza
e nero
come il temporale.
Eccomi qua,
dorato
come il grano
e antico
come il sangue rappreso.
Eccomi qua,
uomo solo
uomo d’autunno e
di primavera.
Eccomi qua,
austero
come una chiesa,
dove un sogno
è vuoto e
la pietra è
fredda e il
cielo è cupo.
Eccomi qua,
nel mattino
più lungo del mondo.
Un orto era steso e dormiva leggero.
Quante mani lo hanno scavato??
Quante bocche lo hanno aspettato??
Era Australe e conobbe la neve
era amato e conobbe il rispetto dei padri.
Dei marinai portava il coraggio,
delle donne la fertilità,
i venti soffiavano sale
e forse era tutto romantico e dolce.
Un orto soave e materno eclissa ogni notte il
mio sonno.
Natura che hai spento il mio amore con l’acqua,
potresti lasciarmi invecchiare nel Sud??
Potresti donarmi un pugno di semi??
Vorrei consumare la vita
lontano da giacca e cravatta,
scalare ogni giorno quel fiordo
che già ho battezzato in suo onore.
Sarà mia compagna di viaggio.
Sarà ogni seme che pianto.
Sarà ogni frutto che mangio.
Se poi anche il fiato che manca
e il colore degli occhi che cambia,
finisse col farmi una loggia,
rispetta il mio ultimo sogno
e regalale un piccolo bacio.
La sabbia, il deserto, mondi che non ci
appartengono.
La pioggia, l’acqua, mari sconfinati.
Le stagioni, il tempo, mali intollerabili.
Ho gli occhi, ti posso vedere,
posso spingere i miei piedi
oltre gli orizzonti Andini.
Piccoli animali curiosi
compagni di una mente distratta.
Consideriamo l’intensità del nostro amore,
zuppa di farro e polvere di ferro,
rose che esistono e che vedrò nel breve.
Non ho paura, i relitti mi siedono al fianco,
conoscono i venti e il morso del ghiaccio.
C’è una voce che risuona e rimbalza lungo la
costa,
amica mi stima, e mi mette alla prova.
Mi regala poesia e sapienza, ispirazione e vino,
tepore al calore, brividi che si accontentano del
tuo ricordo.
E se tornassi?? Cosa vedresti fra le mie dita??
Cosa ti porterò in dono??
Sarà sabbia o polvere di stelle??
Ah se fossi sempre mia!!
Stamperei baci sulla linea del Capricorno,
sigillerei l’unione con un pugno di
salnitro.
Vecchia è la storia, sempre quella,
come l’entusiasmo che muove i miei passi.
Ti sorrido al di là della stanza
segretamente pensando al suicidio;
ti racconto le storie degli altri,
lievitandole con qualche bugia,
e mi trascino davanti allo specchio
col cruccio spinoso di un profilo da schiavo.
Ho raccolto i miei deboli riccioli,
modellato le mie rose ribelli,
e ho creduto di essere un dio,
un profeta che parla parole di perle.
Ma la vita è sfuggita di mano
col ricordo di Coppi l’airone,
e il cammino si è spinto a metà
nell’ozio inutile di mite incertezza.
Dolce poesia che non conosci la penna,
ti affido i miei vuoti e i miei trenta quaderni,
che possa il tuo legno solcare l’Atlantico
e nel Mare Ligustico trovare bisboccia.
Appollaiato sulla cima della collina
scruto i movimenti degli insetti
osservo silenzioso il fare della natura
poi piango piano, mesto, escluso,
complice mancato del vivere gioioso.
La luce attorno ha riflessi strani,
che piovono e rimbalzano e si perdono,
allegri, distratti, pieni della loro essenza.
Non ho nulla da fare, nulla che possa
impegnare
questa mente contadina,
nulla che possa accorciare il naso a pinocchio.
Non mi dispero ed aspetto, guardando,
arrossendo,
timido progetto che affonda insicuro
sulla costa nord,
in un mare di violette, mentre il cielo dall’alto,
insensibile ride.
Lasciami il tempo di annusare questa terra,
digerire montagne di pietre e scavare corridoi
e tane,
disseminando posaceneri e urina.
Lasciami modo di memorizzare le tue modeste
poesie,
sollevare nel vento le pupille bagnate
e soffocare incertezze e valigie,
trascinandole negli angoli acuti.
Lasciami forza per dire goodbye,
salutare grandezze di paglia e tepori da nido,
disegnare con gli occhi una fuga riuscita
e sparire,
confuso e stonato,
rinnegando un passato mondano.


