Raccontami di quando il peso del vuoto
ti riportò alle notti infernali e sentisti
gli artigli ghermire le tue palpebre
stremate nello sfuggire ombre
che per tanto, troppo tempo rifuggisti.
Vorrei mi raccontassi di quando l'alba
scacciò quei brutti sogni per cedere
il fianco ai brividi al giungere
di una piccola stella agonizzante
che giacendoti accanto ritrovò
la luce sua più bella allontanando
dalle tue notti le ombre ostili.
Raccontami di come sei felice
quando all'ombra degli aceri
stendi il velo dei non ricordo
per concentrarti sull'amore.
Scrivo per voi
poeti
anime gentili
che in punta di parole
entrate dentro i cuori
con il silenzio del rumore
lasciando
l’impronta leggiadra
dei momenti
vissuti nella pienezza
delle cose belle
come la poesia
delle notti stellate
di quando i sogni
non aspettano l’alba
per essere vissuti.
Così gli anni
di fresca vernice
sopra la ruggine
e le rughe
del tempo che passa.
Vibranti e tese come corde di violino
oscillano tra i tremuli vascelli
le note dei canti di Cialoma,
la forza l’accompagna
nel susseguir ritmo carnale,
l'onde ora mosse son dal mare
a disperdere preghiere tra la schiuma.
S'arma d'arpione
e fiocina la mano demone
che di rosso tinge
il mare assassino.
L'occhio vitreo si scorge appena
mentre il corpo si dimena
a cercar, la via sul fondale
confondendosi tra gli altri
ma, a nulla vale
quella è trappola infernale.
Lento e caduco
come foglia cullato dal vento
s'appresta ad accasciarsi e s'addormenta.
Vibrante e tesa come
corda di violino
s'intona a ritmo di cialoma
l'echeggiar vocio del Rais
che incita i tonnarotti a issar le reti.
S'avvia l'alba è già mattino,
tra i canti antichi di preghiera
ai marinai la forza viene meno,
ma non meno, nel ringraziar
dovizia ben di dio
levando gli occhi al cielo
lo sguardo s'alza in volo
all’ali frastagliate
dell'isola farfalla.
Sei la luce del primo mattino,
Quella che ti sveglia pungendoti dolcemente.
Sei la melodia di un'antica canzone ,
Che ricordi camminando nel presente.
Sei la foto mai scattata,
La vedo riflessa nel buio splendente.
Sei il pensiero nascosto,
Che vola libero nella mia mente,
ma nel cuor farà ritorno.
zona che ti rapina
dei cupi pensieri
in pochi attimi trascorsi
a guardare il mare.
Raggi di luna che
affacciandosi
nelle sue onde
sfidano il brillare
delle stelle.
Pochi istanti passati
a vedere pescatori
ombre che solcano
le sue acque
in barche illuminate
da soffuse luci
in cerca di succosi tesori.
Pochi momenti vissuti
ad osservare
in lontananza
il Vesuvio e il Faito
che con le loro vette
come labbra
sembrano baciare il cielo.
Mare e navi,
luna e stelle
ci sfiorano la pelle.
Barche e pescatori,
monti e cielo
ci accarezzano l’anima
a Mergellina
che è
zona che ti rapina!
incantata
ogni notte
imprigionato
nel firmamento
nulla può
limitare
tale ostentare
nell'osannarti.
Narciso
hai abbondato
catturando
il mio cuore
nel tuo specchio
ove innamorata
mi rifletto
e d'infinito
mi rivesto
del tuo brillare
mio sapiente amore.
Il tuo non fu un pianto
bensì un dolce canto…
così raccontano i miei genitori
l’attimo della mia nascita.
Son cresciuta tra una nota e l’altra,
ho sognato tra un croisée e un en face;
la musica m’accompagna da sempre,
ancor prima della poesia
divenuta poi essenza della mia vita.
Parola dopo parola
l’emozione ha preso voce,
verso dopo verso
l’anima mia ha messo le ali,
passo dopo passo
lo spirito mio con te
ha iniziato a volteggiare.
Poi t’ ho vista lì su quel palco,
hai rapito un guardo incredulo
all’idea strabiliante che la danza
fosse poesia dei piedi.
Ogni tua raffinata movenza era delicata carezza
a chi incantato ti mirava,
ogni tuo gesto leggiadro era soffio piumato
sul viso di chi ti contemplava.
In punta di piedi raccontavi
storie e fiabe d’altri tempi
di amori contrastati,
di atroci scempi.
Su ali di cigno bianco
ora, stella tra le stelle,
danzerai su soffici nuvole
narrando ancora di Giselle
tra un plié e un relevé.
in cui la voce
a ogni cura
perse il fiato
nella dolce forza
dell'esistere
con la poesia
a dettare il ritmo
fino
al suo ultimo battito,
con occhi
stravolti al cielo,
pure la luna
volle porgere
il suo ultimo saluto
preservando
un inchino
a una nuova stella
che brillerà
in eterno
su pe' l'alto.
Grazie maestro
Franco Battiato
Cercando il tuo centro di gravità permanente
sei giunto all’apice del tuo cammin di vita
senza mai smettere di sventolare
la bandiera bianca della libertà d’essere…
essere cuore e mente, poesia e saggezza.
Con la volontà di alleviare le pene di un mondo,
a volte grigio e a volte blu,
hai donato danze poliedriche
lasciando quaggiù il ricordo indimenticabile
di un’anima colma di inestimabile ricchezza.
Passeggiando tra nuvole e fiori bianchi
tra gocce di pioggia e raggi di sole
dona ancora da lassù note e lezioni di melodica sapienza
a chi sta ancora in cerca del suo posto nel mondo
affinché esso sia non più tanto grigio, ma più blu.
prova costume fatta...
Perfetto, allora suvvia
si va sul palco!!!
E tu sei andata...
In silenzio te ne sei andata...
Ma il sipario non è calato,
chiuso sì, però non serrato;
pronto a riaprirsi per raccontare
ancora la storia
della nostra bizzarra amicizia
tra poesia e prosa
risa e gioia.
Noi personaggi narranti
di persone raggianti
nell'incontro d'ogni giorno
per confidarsi, confrontarsi,
legarsi...
Epoche diverse le nostre,
ma unite da passione
per il divertirsi e il divertire
in originale ilarità,
rara particolarità
in un periodo buio.
Pubblico in delirio
per due pazzarelle come noi
sempre pronte a far
l'una da spalla all'altra
in siparietti simpatici
ad ogni passante...
Te ne sei andata
e senza avvisare,
senza salutare il nostro...
il tuo pubblico.
Te ne sei andata
portando con te
un pezzo di me.
Però anche adesso
che so che non ti rivedrò
ti saluto non con un addio,
ma come ho sempre fatto...
A domani Annarè e non far tardi
così racconto prima a te
cosa la vita ha tenuto
in serbo per me...
Ciao Annarè!
e da tutte le parti eri acclamato da tanta gente,
quando i tuoi occhi timidi e ridenti,
erano attorniati da calciatori assai vincenti.
Il tuo canto perpetuo suonava con Apicella,
la tua canzone annoverata come la più bella,
era il Maggio odoroso,
da Barcellona tornavi con la coppa vittorioso.
Io tralasciavo gli studi leggiadri di fine anno,
per festeggiare come se fosse Capodanno,
la tua mano porgea ai giornalisti la coppa dalle grande orecchie,
mentre le altre squadre erano ridotte ormai a delle fetecchie.
Lingua mortal non dice,
cosa dipinsi quella sera con la vernice,
che penseri soavi ,
mentre la squadra in coro guidavi.
Quando sovviemmi tale ricordo,
un dito veloce afferro e mi mordo,
O Natura o Natura,
perchè in questi ultimi anni tanta sventura?
Mia lacrimata speme,
ora per il futuro il tifoso teme,
Champions, scudetti e coppe,
onde di cotanto ragionar non erano mai troppe?
Questa la sorte dei tifosi milanisti,
essere destinati ad esser uomini tristi,
all'apparir del vero si prega,
che almeno si faccia parte delle Superlega.






