Cap. VI
Un amore liberato
<< Aveva 18 anni, quando incontrò il suo grande amore; Ad entrambi pareva d’esser come un’unica vita parlavamo quasi un’unica bocca che, senza stancarsi mai, respirava la stessa anima. L’amore poi, lo facevano tutti i giorni con passione e frasi dolci, il loro tempo era basato solo sul senso del duo, intorno non esisteva altro. Era raro uscire in compagnia, si amavamo tantissimo erano un unico respiro. Sono andati avanti così cercando un figlio, quel figlio che a guardarlo negli occhi avrebbe ricordato loro l’amore che avevano, per capire che uno o l’altro era sempre vicino.
Dopo 8 anni, ancora non capiva bene perché, fu la sua amica a sposarlo; si era fatta da parte e in quell’anno tutto in lei era cambiato, sentimenti e misure d’essere, si era chiusa in stessa piangeva di nascosto, aveva chiesto mille volte di morire a chi nemmeno lei lo sapeva. Accade quando si pensa fermamente di appartenere a qualcuno e che quel qualcuno ci appartenga. Dopo un anno aveva cominciato ad uscire dall’onda d’urto di un incubo nero, aveva ripreso a lavorare, a vivere o forse a cercare di vivere. Poi un giorno riapparve Carlo. Era lì, immobile al tavolino di un caffè con un gruppo di persone, forse colleghi, la guardava e lo sapeva, lei sapeva che la stava guardando ne sentiva il peso su di se. Sentiva quello sguardo come un peso a se stante su di se. Ne sentì i passi avvicinarsi, quasi incerti ma allo stesso tempo decisi : <<Angela sei tu?>> - Quella era la sua voce, quella stessa voce che per anni aveva sentito anche nei momenti in cui non erano insieme e che l’aveva accompagnata anche in quei pochi spazi vuoti in cui non erano lontani. Si voltò decisa a dire qualcosa, ma non riuscì pur avendo dentro le sillabe per dire: << Si, sono io, e tu sei Carlo >> Improvvisamente il vocio incessante all’interno del caffè parve zittirsi e le persone intorno sparire oppure come se loro due lì, in quell’istante, fossero invisibili come fantasmi di loro stessi o degli anni passati. Carlo non sembrò voler desistere, Angela era lì dinanzi a lui dopo tanti anni e fu come ripercorrerli ad uno ad uno quando lui disse: << Angela, ho commesso l’errore più grande della mia vita quella sera >> Incredibile tutto il tempo che era trascorso in cui lei aveva imparato a dedicarsi ad altro per rinascere, per trovare altri spazi da riempire erano li, riassunti nelle parole di Carlo, pronunciate nell’attimo di una pausa caffè in un anonimo caffè del centro. - << Lo abbiamo commesso in due, io e te. Abbiamo imprigionato un amore che alla fine s’è sentito in trappola ed è fuggito al primo accenno di nostra disattenzione. Carlo, sono passati 10 anni e tu hai la tua vita come peraltro io la mia>> - Aveva pronunciato quelle parole tutto d’un fiato quasi a voler porre fine in fretta e furia una conversazione o forse anche di più un capitolo del passato fermo lì in attesa di trovare la chiave adatta per chiudere definitivamente la porta .Fino a tre anni prima aveva cercato di dire a se stessa che era tutto finito ma nel contempo si domandava, in quei momenti di intrisa malinconia che ogni donna porta nell’animo, come aveva potuto tradirla, perché se l’amava come le aveva sempre detto finì col sposare la sua migliore amica? La conclusione a cui era giunta fu che non aveva subito un tradimento ma, due e forse tra i due il peggiore e più disarmante fu il tradimento di Francesca. L’amore spesso è infame ed egoista, e se una donna si innamora anima mente e corpo, perdona un tradimento. È possibile che accada, forse il pervadere della rabbia fa apparire lontano il pensiero del perdono ma ne era convinta. Si ricordo di quanto le confessò su a madre alcuni anni dopo la morte di suo padre. Un qualcosa che non aveva mai detto a nessuno e che mai ne lei ne suo fratello avrebbero mai pensato fosse accaduto. << Tuo padre mi tradì dopo la tua nascita. Fu come ricevere la notizia della morte di una persona cara all’inizio, poi mi travolse la rabbia lo cacciai via di casa ma lui dopo alcuni giorni tornò ogni giorno e io continuavo a cacciarlo via riversandogli a dosso ogni genere di ingiurie e minacce. Poi per alcuni giorni non tornò. Nella mia mente imperversavano tanti pensieri e tante immagini e la sola cosa che mi riportava alla realtà erano le urla dei giochi di tuo fratello e il tuo pianto perché chiedevi le mie attenzioni. Una sera dopo avervi messi a dormire mi avvicinai allo specchio della mia camera. Mi osservai, osservai la mia persona, il mio essere donna dove era in quel momento? Mi chiesi il perché di tante cose e di tante frasi, a mente fredda ricordavo alcuni discorsi di tuo padre che non avevo ascoltato. Allora mi dissi che non fu solo lui ad aver sbagliato ma fummo in due ad allontanarci, io in particolare lo allontanai due volte e, non nel momento in cui lo cacciai di casa dopo che mi confessò la sua avventura con la sua collega di lavoro. Lo feci dimenticandomi di lui come uomo. E, ancora più grave dimenticandomi di me come donna, divenendo solo madre. Due sere dopo tuo padre tornò, bussò alla porta nonostante avesse le chiavi ma lo fece forse perché comprese che non doveva forzare il perdono che avrei concesso di li a poco. Io aprì quella porta e da allora l'unica volta che uscì da casa senza più tornarvi fu quando dormì per sempre.>> Angela pensò che non era facile per una donna e sopratutto per una madre, parlare di si con una figlia sopratutto di una cosa cosi intima. Ma, comprese il motivo per cui lo fecce, era li che la osservava e mentre raccontava il suo volto era lieto, leggero e sorridente. Nel corso degli anni aveva trovato il giusto equilibrio nella sua relazione con il suo uomo. Avevano compreso entrambi d'esser uomo e donna e padre e madre. Avevano separato i due contesti fino a farne due opposti che s'incontrano. In quegli attimi comprese che a nulla serve costringere l'altro ad amare o viversi ogni giorno. Comprese anche che non serviva più provare a cercare un perché per il semplice fatto che la risposta la conosceva già; avevano entrambi imprigionato l'amore. - da Lo specchio in camera - di Antonella Soddu
Un amore liberato
<< Aveva 18 anni, quando incontrò il suo grande amore; Ad entrambi pareva d’esser come un’unica vita parlavamo quasi un’unica bocca che, senza stancarsi mai, respirava la stessa anima. L’amore poi, lo facevano tutti i giorni con passione e frasi dolci, il loro tempo era basato solo sul senso del duo, intorno non esisteva altro. Era raro uscire in compagnia, si amavamo tantissimo erano un unico respiro. Sono andati avanti così cercando un figlio, quel figlio che a guardarlo negli occhi avrebbe ricordato loro l’amore che avevano, per capire che uno o l’altro era sempre vicino.
Dopo 8 anni, ancora non capiva bene perché, fu la sua amica a sposarlo; si era fatta da parte e in quell’anno tutto in lei era cambiato, sentimenti e misure d’essere, si era chiusa in stessa piangeva di nascosto, aveva chiesto mille volte di morire a chi nemmeno lei lo sapeva. Accade quando si pensa fermamente di appartenere a qualcuno e che quel qualcuno ci appartenga. Dopo un anno aveva cominciato ad uscire dall’onda d’urto di un incubo nero, aveva ripreso a lavorare, a vivere o forse a cercare di vivere. Poi un giorno riapparve Carlo. Era lì, immobile al tavolino di un caffè con un gruppo di persone, forse colleghi, la guardava e lo sapeva, lei sapeva che la stava guardando ne sentiva il peso su di se. Sentiva quello sguardo come un peso a se stante su di se. Ne sentì i passi avvicinarsi, quasi incerti ma allo stesso tempo decisi : <<Angela sei tu?>> - Quella era la sua voce, quella stessa voce che per anni aveva sentito anche nei momenti in cui non erano insieme e che l’aveva accompagnata anche in quei pochi spazi vuoti in cui non erano lontani. Si voltò decisa a dire qualcosa, ma non riuscì pur avendo dentro le sillabe per dire: << Si, sono io, e tu sei Carlo >> Improvvisamente il vocio incessante all’interno del caffè parve zittirsi e le persone intorno sparire oppure come se loro due lì, in quell’istante, fossero invisibili come fantasmi di loro stessi o degli anni passati. Carlo non sembrò voler desistere, Angela era lì dinanzi a lui dopo tanti anni e fu come ripercorrerli ad uno ad uno quando lui disse: << Angela, ho commesso l’errore più grande della mia vita quella sera >> Incredibile tutto il tempo che era trascorso in cui lei aveva imparato a dedicarsi ad altro per rinascere, per trovare altri spazi da riempire erano li, riassunti nelle parole di Carlo, pronunciate nell’attimo di una pausa caffè in un anonimo caffè del centro. - << Lo abbiamo commesso in due, io e te. Abbiamo imprigionato un amore che alla fine s’è sentito in trappola ed è fuggito al primo accenno di nostra disattenzione. Carlo, sono passati 10 anni e tu hai la tua vita come peraltro io la mia>> - Aveva pronunciato quelle parole tutto d’un fiato quasi a voler porre fine in fretta e furia una conversazione o forse anche di più un capitolo del passato fermo lì in attesa di trovare la chiave adatta per chiudere definitivamente la porta .Fino a tre anni prima aveva cercato di dire a se stessa che era tutto finito ma nel contempo si domandava, in quei momenti di intrisa malinconia che ogni donna porta nell’animo, come aveva potuto tradirla, perché se l’amava come le aveva sempre detto finì col sposare la sua migliore amica? La conclusione a cui era giunta fu che non aveva subito un tradimento ma, due e forse tra i due il peggiore e più disarmante fu il tradimento di Francesca. L’amore spesso è infame ed egoista, e se una donna si innamora anima mente e corpo, perdona un tradimento. È possibile che accada, forse il pervadere della rabbia fa apparire lontano il pensiero del perdono ma ne era convinta. Si ricordo di quanto le confessò su a madre alcuni anni dopo la morte di suo padre. Un qualcosa che non aveva mai detto a nessuno e che mai ne lei ne suo fratello avrebbero mai pensato fosse accaduto. << Tuo padre mi tradì dopo la tua nascita. Fu come ricevere la notizia della morte di una persona cara all’inizio, poi mi travolse la rabbia lo cacciai via di casa ma lui dopo alcuni giorni tornò ogni giorno e io continuavo a cacciarlo via riversandogli a dosso ogni genere di ingiurie e minacce. Poi per alcuni giorni non tornò. Nella mia mente imperversavano tanti pensieri e tante immagini e la sola cosa che mi riportava alla realtà erano le urla dei giochi di tuo fratello e il tuo pianto perché chiedevi le mie attenzioni. Una sera dopo avervi messi a dormire mi avvicinai allo specchio della mia camera. Mi osservai, osservai la mia persona, il mio essere donna dove era in quel momento? Mi chiesi il perché di tante cose e di tante frasi, a mente fredda ricordavo alcuni discorsi di tuo padre che non avevo ascoltato. Allora mi dissi che non fu solo lui ad aver sbagliato ma fummo in due ad allontanarci, io in particolare lo allontanai due volte e, non nel momento in cui lo cacciai di casa dopo che mi confessò la sua avventura con la sua collega di lavoro. Lo feci dimenticandomi di lui come uomo. E, ancora più grave dimenticandomi di me come donna, divenendo solo madre. Due sere dopo tuo padre tornò, bussò alla porta nonostante avesse le chiavi ma lo fece forse perché comprese che non doveva forzare il perdono che avrei concesso di li a poco. Io aprì quella porta e da allora l'unica volta che uscì da casa senza più tornarvi fu quando dormì per sempre.>> Angela pensò che non era facile per una donna e sopratutto per una madre, parlare di si con una figlia sopratutto di una cosa cosi intima. Ma, comprese il motivo per cui lo fecce, era li che la osservava e mentre raccontava il suo volto era lieto, leggero e sorridente. Nel corso degli anni aveva trovato il giusto equilibrio nella sua relazione con il suo uomo. Avevano compreso entrambi d'esser uomo e donna e padre e madre. Avevano separato i due contesti fino a farne due opposti che s'incontrano. In quegli attimi comprese che a nulla serve costringere l'altro ad amare o viversi ogni giorno. Comprese anche che non serviva più provare a cercare un perché per il semplice fatto che la risposta la conosceva già; avevano entrambi imprigionato l'amore. - da Lo specchio in camera - di Antonella Soddu
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