che guardano passare i giorni
senza curarsi dei tramonti
o dei sogni che muoiono all'alba.
Siamo spenti dentro
chiusi dentro gabbie ipocrite
dove perdiamo conoscenza
di ciò che ci circonda.
Non guardiamo più il mare
non sentiamo il mormorare il vento
e confondiamo l'azzurro del cielo
masticando odio e violenza.
Siamo dissennati e spenti
e guardiamo il cielo arrossarsi
siamo incapaci di liberar la voce
solo buoni a girar le spalle.
Siamo follemente persi.
Arrivini enzende dai su mare
In gana e acciapare unu recreu,
Lassendesi s’affettu familiare
Issegus a comente cheret Deu;
Arrivini isperende libertade
A una terra noa, in cantidade.
Arrivini isperende umanidade
E fruttos e fiores dai sa zente
Cun risos de sa mezus calidade
Offridos da unu populu innozente,
Chi inventat, segund’issos, cun amore
Su modu e lis passare su dolore.
Arrivini cun barcas a motore
Pienas de miseria e de piantu
Fuende dai desertos de terrore
Antigos de ischiavos e dibantu.
Sas undas de su mare e-i sas istellas
Segretana de-i cussas navicellas.
E benini isperende cosas bellas
E festas e ispantos de sustanzia
E cantigos e ballos e fruscellas
Pienas de su mele e s’abbundanzia.
Si sonniana comente criadura
Un’attera facciada e sa natura.
Ma appena chi s’abbrazana a sa dura
Isterrida e sa terra disizada,
Aberini sos ojos a s’iscura
Penosa condiscione apparizada.
E bidene brinchende cussu muru
Chi semus castigados nois puru.
Ch’innoghe no est su logu pius seguru
Po issos nè po nois digrasciados,
Malaidos a reu, disoccupados,
Drogados cundennados a s’iscuru;
E poveros chi deven’ippettare
In fila, po su turnu e mandigare .
Segnalazione: Siniscola.aprile 2011
Povera gente!
Arrivano venendo dal mare
Cercando tranquillità,
lasciando gli affetti familiari
dietro di se, a seconda di come vuole Dio;
arrivano sperando nella libertà
ad una nuova terra, numerosi.
Arrivano sperando umanità
E frutti e fiori dalla gente
Con sorrisi della migliore qualità
Offerti da un popolo innocente
Che inventa, secondo loro, con amore
Il modo di sconfiggere il dolore.
Arrivano con barche a motore
Piene di miseria e di pianto
Fuggendo dai deserti del terrore
Antichi di schiavi e di vergogna.
Le onde del mare e le stelle
Sanno i segreti dei quelle navicelle.
E vengono sperando cose belle
E feste e meraviglie di sostanza
E canti e balli e cestini
Pieni del miele dell’abbondanza.
Sognano come un bambino
Un’altra faccia della natura.
Ma appena abbracciano la dura
Estensione della terra desiderata,
aprono gli occhi alla scura
penosa condizione preparata,
e vedono saltando quel muro
che siamo castigati anche noi.
Che qui non è il posto più sicuro
Per loro ne per noi disgraziati,
malati a bizeffe, disoccupati,
drogati condannati al buio;
e poveri che devono aspettare
in fila, facendo il turno per mangiare.
poesia premiata nel 2011 per un fatto analogo, drammatico e feroce. cosa è cambiato? niente! peggiora sempre! che almeno Dio li accolga!
Promesse
Ho promesso di non piangere
di voltare le spalle
ed evitare il tuo cielo
stringendo pugni di parole
Ho promesso di non ridere
nelle giornate grigie di tristezza
e tenere aperti gli occhi
sul tramonto che si consuma
Ho promesso, promesso, promesso
ciò che non potrò mantenere
e piangere solo di gioia
piegare la vita e portarti sulle spalle
condividere ogni tuo sorriso
ammirando ogni alba che s'innova
e parlare dipingendo il tuo cielo
con i tuoi stessi occhi
Sono felice di aver promesso
che non mi abbatterà la tua diversità
ma mi darà solo coraggio
per raggiungere nuovi sorrisi
A parole si fanno belli
palidini di valori
A parole sono innocenti
fabbricanti di dolori
Ambivalenti
giochi di diplomazia
davanti amici
poi ti insultano
quando vai via
Rincorrono il potere
stanno con te se conviene
codardi dall'anima vuota
che tanto vale vendere
disponibili a tutto
pur di non perdere .
chiamati cardinala e monsignura,
nni stu munnu sunu lu schifu,
lu fangu cchiù fitenti di lurdura.
Ma tanta genti asina e anchi sperta
ci va apprissu senza cugnizioni,
adurannu la munnizza a vucca aperta
e facinnuci ossequi e uvazioni.
Pupulu curnutu senza campani,
ca, ntamatu, ladi pulitici e parrini
ca sunu sempri affamati comu cani
e ca sempri ti stoccanu li rini,
chi minghia ci va apprissu si ti mbroglianu
e ti la ficcanu, ridinnu, nni lu culu,
mentri li so burdella tutti ammoglianu
e tu ti carrichi di li so pisa comu un mulu.
Talia giustu e vidi tuttu lu tiatru
pri scegliri tra li purci un purcu,
ca poi addetta li liggi di lu latru
e simìna grana arrubbati nni lu surcu.
A Diu e a Gesù Cristu li tradiru
e di dumila anni fannu lu mircatu
nni li chijsi, unni la fidi si vinniru,
sbraitannu di lu purpitu cu ciatu.
Sti surgiazzi ngrassati nni la fugna
portanu dannu a lu munnu interu;
sunu lu culera, la pesti e la rugna,
sangisuchi ca nun dicinu lu veru.
Arraggiunati tanticchiedda genti:
cridiri e aviri fidi a Diu e a Cristu
ie daveru lu sulu valuri di la menti,
l'antri minghiati sunu l'anticristu.
Si propriu nun vuliti arraggiunari,
comu fissa ca s'abbattinu lu pettu,
pirditi la fidi, la saluti e li dinari,
mentri chiddi mangianu caprettu.
Absit iniuria verbis
Oggi non sono più il migliore amico,
ma solo un patrigno ed un nemico.
Così mi vedi, figlio mio, purtroppo,
ed io piango con in gola il groppo.
Quand'io morrò e non parlerò più,
allora, forse, ti ricorderai di me,
assiso dietro il tavolo sudato,
su cui la mente mia in gioventù
coi pensieri e con gli affanni, ahimè,
ho per tant'anni con lena logorato.
Or tu non comprendi, ma bontà
c'è in me e tanto affetto,
che mi spinge con difficoltà
a renderti uomo e non abietto.
Or stanco mi sento ed anche affranto,
di tutto mi rimane un gran rimpianto.
In me ho solo te ed un affanno
di lasciarti in eredità un grave danno.
Nel mio cuore c'è tanta amarezza,
in te freddezza e tanta indifferenza,
perchè non t'offro della vita una certezza,
la cui assenza produce delinquenza.
Nel mio cuore c'è tanta amarezza,
con cui convivo insieme con tristezza,
perchè non t'offro un posto di lavoro,
che per l'uomo è vita e pur decoro;
perchè vien meno il soldo giornaliero,
perchè ti educo al benfar sincero,
perchè non sono compare dei compari,
ovvero spazzola degli abiti talari;
perchè il ricatto aborro ed il compromesso,
perchè non voglio vederti genuflesso,
perchè solo il diritto pratico e t'insegno,
che distingue l'uomo probo dall'indegno,
dall'individuo dal fare scellerato,
che da parassita campa indisturbato.
Quando nascesti mi sentii più forte,
ma poi s'affievolì questa figura,
che non volle nuotar nel mar di fango,
che appesta, ahimè, l'Italia a morte,
che produce tra gli uomini frattura,
mentr'io stanco sul mio scritto piango.
Ricordo ancora tanti bei momenti,
i momenti, in cui, piccolo, dormivi
ed io nella fioca luce ti guardavo,
vedendoti già uomo d'alti intenti.
Un padre oggi non è più tal tra i vivi,
se non s'ammorba nell'appestato favo,
se non si vende ai politicanti
ovvero al basso clero gabbasanti.
Qui sento sempre suonar
campane a morto.
I toni non sono mai gioiosi,
i cuori dei giovani son mesti;
la gente sorride spesso a forza,
celando ciò che sente veramente.
Paese mio,
qui il passaggio é rapido,
sperare é vano ed anche poco saggio.
Tanti del tutto un po' non hanno,
così a malincuore se ne vanno;
un po' del tutto ad ognuno toccherebbe,
magari sol perché qui nacque e crebbe.
Qui i leoni fan la loro parte,
tenendo i più deboli in disparte.
Paese mio,
ma chi sono i leoni,così forti,
e i deboli dai cervelli corti?
Come colui che sa che dire nuoce,
mesto mi rispose a bassa voce:
"I primi son politicanti e mafiosi,
nonché furbi clericali verniciati,
che insieme han gli ordini corrosi,
i secondi sono onesti cittadini,
che vengono dai primi raggirati
con false promesse ed occhiolini".
Inchinatevi,o falsi re,ai vostri servi,
implorate,pentiti,il lor perdono,
ridate tutto quanto a lor sottratto,
perché possano lenire i loro stenti
e rendere lieti i lor pensieri foschi.
Un uomo muore,perché così vuol l'altro,
credendosi più uomo,perché scaltro.
Un uomo piange e se non ha speranza
sarà assoldato dalla delinquenza,
arrecando così un grave danno
anche a chi siede nello scanno.
Paese mio,
di nero parata vedo la tua piazza,
camera ardente,
in cui s'attende il morto,
circondata da vecchi ceri spenti,
perché le giovani candele
sono ai venti.
Le ombre della sera
la luce ingoiano del giorno
e dei suoi spazi, con le sue ore,
il silenzio si appropria.
E il muro del silenzio il mare infrange
e in urla di dolore
esplode
e in lacrime di sangue per vite violate
che, spente, fluttuano, inermi, nel suo ventre
marchiato da crudo terrore
che ne contamina il colore
e di nero lo tinge.
L'orrore
ghiaccia le membra, impotenti,
la mente inquina.
Nelle iridi velate
di sogni in fumo
immagini spietate
di crudele efferatezza
in cammini senza meta.
Finestre spalancate
nel vuoto degli abissi.
Approdi perduti!
Orizzonti svaniti!
Presenze serrate
in gabbie di terrore
di cui è scomodo parlare
e,
Assenze.
Indignazione che stride
e vuole urlare
di libertà negate
e speranze tradite.
Dolore, solo dolore,
cupo, profondo, soffocato.
- per dedicarti un solo minuto, bisogna aver vissuto
molta vita: con te l'approccio non è incontro:
sei miserabile dentro e fuori non hai nessuna forma
realizzata:
è voglia di sangue,
il suono che ripete il tuo comportamento, quando
batte la campana grossa:
la carnage è in corso:
ti sei impossessata, troppo presto, della coscienza
di perire: non hai lasciato il tempo di stendersi,
sul letto, di aspettarti nell'intimità dell'ultimo
momento:
sei rapida, veloce, nel tuo gioco estremo:
- non sono come sono, sono come mi vuole il mondo:
lo dimostra che gli uomini, e non tutti, mi ritengono
una punizione: fossi io, fuggirei io stessa da me,
da loro e mi nasconderei nella mia sparizione:
la mano dell'uomo mi snatura, riducendomi
alla pazza che incombe, che non perdona:
- c'è un luogo in cui ti sentiamo avvicinare
e uno che gli occhi ti vedono lontana:
mai ti consideriamo estranea, banale
con il tuo passo leggero di pantofole
tirate sul pavimento lucido di cera:
e c'è un altro luogo ancora, dove tu
non sei amica, familiare: arrivi da un
punto estraneo degradata, violenta,
delinquente, volgare:
- dopotutto, non è difficile capire che morire, in sè,
non conta molto: conta ciò che mi sta dietro, che
mi alimenta o mi contrasta:
se non mi aspetti mi tratterai da estranea, distratto:
se mi temi, ti sembrerò spaventosa, vuota e con la maschera:
- che ne possiamo dire, intrigante filosofa e unica
immortale, se non ammettere che arrivi con mille
definizioni: se non uccidi il corpo, fai morire l'anima,
trattenendola a te, nella tua vita, priva di vita:
- va da sè che un siffatto volermi commentare
e non volermi identificare con la falce lunga
che porto nella mano, alza la gravità del tema:
che gli uomini sono destinati a rimanere mortali
invece che qualcosa di più che tali uomini:
- dunque uomini che vivono per poter morire,
che traggono questo potere da un rapporto
anticipato con la morte?
e la morte nel rispetto della vita, dei vivi,
come renderla attiva e con la sua libertà
di affermarsi, renderla possibile?
- dominarmi, essere arbitro di me stessa, rendere sobrie
e dolci le agonie, non è piacere che mi è riservato quando
è l'uomo, e mi ripeto, a violentare il potere di morire:
egli riesce a fare di me una possibilità sua:
annettere alla sua incoscienza la scomparsa della mia coscienza
e alla sua coscienza la scomparsa della coscienza:
un immondo privilegio che non supera il limite di essere mortale:
- ma il senso di sconfitta rimane: ci disorienta
la morte che resta estranea ad ogni decisione:
andare a questa morte, che non è quella che
si vorrebbe a disposizione, che non ha nulla
di intenzionale e verso la quale non si è diretti,
evidenzia meglio la natura che ti lega ai morti:
foglio bianco o a righe non è lo stesso?
gesti perfetti
burocrazia in tortuosi corridoi caotici
modulo ventinove allegato diciassette
giochi dispotici
tempi d'attesa
vite sprecate nella lunga coda dell'inutile
ne vale la spesa?
propaganda progresso
Ufficio Complicazione Pratiche Semplici
scopri il nesso
la mente grida e si contorce nelle infinite spire del nulla
Tutti
su un filo d'acciaio
e sospesi nel vuoto:
il futuro nella nebbia incolore.
Urla sguainate
sul ciglio della strada
ma dov'è il confine
tra meritocrazia e umanità?
Valorosi eserciti
di colibrì
per contribuire alla giusta civiltà
ma c'è chi vorrebbe
un unico, inesistente gigante.
Una donna
di mezza età
indossa suo figlio neonato
a tracolla
e siamo barattoli invenduti
sugli scaffali dei supermercati.
Quella donna
cosa farà
da grande?
La malinconica
Età del Circo Solidale
e siamo tutti acrobati gentili
con un cappello da borghese.
Scusatemi ma sono troppo arrabbiato amareggiato e spaventato.
Poveri ciechi disgraziati e sordi
che seguono la scia come i tordi,
perché non si mettono d’accordo
per fare fronte unico nel bordo
del mare del terrore che si avanza
e quasi ci troviamo nella stanza?
Ma sanno questi stronzi del comando,
che “quelli”, non so come non so quando
ci ammazzano qui dentro i nostri siti
vedendo differenze inganni e liti
del nostro Parlamento; ma perché
bisticciano fra loro invece che
unirsi nella lotta al terrorismo
lasciando a monte tutto l’egoismo
amorfo sciagurato senza meta
per battere il nemico in linea retta?
Possibile che siano così sciocchi
da non vedere a un briciolo dagli occhi
pericoli che bussano alle porte
e sono ambasciatori della morte?
Ma loro continuano a scontrarsi
pensando alle poltrone da spartirsi
e quando finirà questo rodeo
vedremo frantumarsi il Colosseo
o le opere dei nostri grandi artisti
tesori di millenni ma sprovvisti
del giusto normalissimo buon senso
di essere italiani, perché penso,
e spero di sbagliarmi, ad un concerto
che suona il Dies Irae in un deserto.
Silente, un animale m’accompagna
ed il suo dire è di un solo suono:
miao.
Il mio gatto è l’amico preferito;
quando arrivo nella mia campagna
mi miagola e poi si mette prono.
Una parola il suo scibile contiene,
ma basta a tutto ciò che vuole dire
ed è garbato, pur nel contraddire.
L’uomo tante parole in mente tiene
e più ne inventa e più Babele ascende;
tutti sappiamo la fine che ci attende:
solo discordia, guerra e sopraffazione,
matrigne della vendetta e del taglione.
Una sola parola l’uomo usar dovrebbe:
amore,
che fu la culla dove nacque e crebbe.
ma ad agire non ti sai spronare,
delle tue pene non accusare l'altro,
volpone o lupo sempre scaltro.
Tu stesso, infatti, accordi la fiducia
a coloro che ti tolgon la camicia.
Il giorno, in cui c'è la votazione,
tu voti senza nessuna riflessione.
Quel giorno di baldoria sembra festa,
invece, è foriero di venti di tempesta.
Sii cosciente e responsabile, italiano,
vivi da uomo e non da cortigiano.
L'Italia è pregna di deputati e senatori,
vere sanguisughe e tenaci roditori.
Come vedi, la tua terra va in rovina,
perchè costoro fanno ognor rapina
e tu, italiano, per la tua noncuranza
rendi servo te e la tua discendenza.









