su lavanda in fiore,
evoca arcaiche voci, sommesse,
come il ronzio dei calabroni.
Succhiano il nettare fattivi,
nel loro andirivieni e sprigionano
il pungente profumo che riattiva i sensi.
Distensione e pace bucolica
potrebbero sedare lo spirito inquieto,
ma di un'anima in continuo lavorio,
come insetti operosi è impossibile.
Lo sguardo si perde, vaneggia ricordi e persone,
ritornare nell'oblio del tempo,
evocando la magia di un momento
di pura follia.
Fermare il tempo, per un attimo,
e le ali sospese si riflettono con toni di viola.
Si può sognare... allora.
Le poiein è lo strumento che mette
a contatto il tuo cielo autorevole
e la terra del poeta me medesimo.
In terra ciò che si dice è rilevante quanto
come lo si dice e le convenzioni
relative al ritmo, alla struttura non lesino.
La successione dei suoni e l’unità
di misura nodale del testo,
accento ritmico ed emistichio,
e cesura: in terra, il vero assoluto.
Le figure metriche che regolano l’incontro
tra la tua e la mia vocale hanno voluto un
enjambement; ma in cielo… il tuo
silenzio fa di me un verso incompiuto.
Il poeta, taluno, tenendo un verso
in ventre tocca la carta con la mano
sinistra e con la destra aziona
la penna; e si desta quando è notte.
Con lo strumento ad arco
in grembo tocca le corde con la mano
sinistra e con la destra aziona
l’archetto: mi ricorda i suonatori di crotte.
Il poeta, talaltro, tenendo gli occhi
al cielo tra la striscia bianca lasciata
da un aereo di linea e quella sul tavolo
fissa un verso sulla ricevuta del bancomat.
Fisso un verso sul banco con la morsa
e con la raspa limo strisce come di segatura.
Un ultimo ritocchino con la sega
ad archetto… il poeta non segue un format.
Siamo tutti desperados
o quasi tutti almeno,
innamorati del fuoco santo,
quella fiamma sacra e maledetta
che ci arde tra il cuore e il costato.
Come falene in una trappola di luce
poi moriamo in fretta
consumati dalle nostre stesse passioni
e come fenici risorgiamo
nel dolore che ci brucia , ogni volta.
E siamo più famelici di vita
fino alla prossima caduta
o alla prossima ferita che strema
ma spesso incattivisce.
Perdiamo pezzi per le strade
che non ribatteremo più.
Su altre ciechi insistiamo
fino a schiantarci contro il muro
di un rifiuto.
Duriamo come una sigaretta
rotolata fra le labbra
ma parliamo spesso di eterno.
E intanto l'odio attorno divora tutto
non meno di un cancro quasi senza cura
ed il dio denaro ha il suo da fare
a vendere, comprare e mercificare.
Le guerre oltre che crudeli
sono di una stupidità abissale.
Invece di godersi il poco tempo
che ci resta da queste parti...
Abbiamo scadenze non poi così diverse
da quelle del latte e delle uova...
Parlo del lato terreno, so che oltre c'è qualcosa
ma non mi azzardo troppo sul cosa.
Non ho problemi con Dio non avendone uno.
Le visioni sono personali.
Ma siamo tutti desperados
o quasi tutti almeno.
Ai pochi eroi la mia stima .
C'è di buono che so ancora sorridere
e prendere in giro la pochezza umana,
a cominciare dalla mia.
Fato
pressoché sempre
dall'uomo aiutato.
Quindi mina
che con mania
di prefica nenia
con poco o nulla
di naturale addosso
a sbigottire mira
ch'esplode
quando meno te lo aspetti
per danni ... tanti
e morti
privi di aderenti torti,
con quattro soldi ripagati
quando nulla
ha valore pari
a quel loro domani
in cui ... qui
già saranno stati
dimenticati.
Siedo sul poggiolo
a guatare il solito orizzonte
“Dove sei quest’oggi
men di me vetusto amico ponte?”
Da che il mio diabete
un dì è crollato,
sto qui ogni dì a rimirare
il tuo imponente profilo strallato.
Chissà se a breve potrò avere
sepoltura all’olezzo del bergamotto
…così da farti compagnia,
caro disgraziato amico viadotto.
Dalla natura morta sulla parete
passai a miglior vita sull’alzata.
Allo spuntar di un mattino
di bruma una mano pasciuta
mi portò a una dentatura guastata.
In men che non si dica mi ritrovai
a precipitare, spaurito… smarrito.
Piombai nel pattume nauseabondo.
Torsolo senza sostanza, ombra
nella tela; nota morta sullo spartito.
Spingono gli applausi
e spengono
senza nessuna vera
e costruttiva alternanza
- soli
in balia del nostro niente -
Inferno o paradiso
dei trentadue il rito
merito solo di un sorriso.
Chiavi di volta
o grimaldelli
luccicanti gioielli
o per bocca ... leoni
- dolci
da gabbia quasi certa -
e quante volte
l'amaro è stato visto,
per amore, fondersi
prematuramente con la terra?
Placide menti
sguazzano il mondo,
come paludi
ma senza gorgoglio.
va verso l’estinzione,
poiché si sa, non esser opinione
la natural selezione.
osserva di quel pantano ogni cosa,
esso stagnante e orrendamente opulento
non si accorge del necessario cambiamento.
Il poeta è uno sfaccendato alle prese
con la noia dei giorni da riempire,
un ozioso affaccendato per uggia
in inedia e tediosi impicci da assopire.
E’ un incompiuto essere umano,
il tempo imperfetto del verbo vivere.
Un mancato novellista,
inadeguato mestierante dello scrivere.
Costui è la gargotta per la strada,
nel vicolo di notte da evitare
per possidenti, gentil sesso e aurighi.
E’ la bestia insalubre da eliminare.
L’uso immorale e diseducativo che ne fa
del suo talento è antitetico all’asceta
nel compimento di scibile e dottrine.
Così Platone a Socrate riferendosi al poeta.
le capanne di canne, l’asinello,
al fonte far le donne capannello,
Ilarità e riso di gioventù febbrile
Il cercine in testa alle fanciulle
e sudata l’acqua nel barile
ch’esibivano fiere come culle.
Le case di legno e poca pietra,
i quattro muri elevati a chiesa
col campanile in fianco del fienile.
Case basse, qualche finestrino,
scuri chiusi e pochi vetri a specchio
del sole d’oro e l’occhio della luna.
Viuzze strette prive di selciato,
salite e chine, niente livellato.
Intrecciato il borgo cittadino,
ampi spiazzi adibiti ad aia.
S’udiva incudine e martello
l’odor di forgia, fumo del camino,
e riposava la notte miniata a stelle.
Tutto mi volteggia a girotondo
e svanisce il segno di quel mondo,
un ordine che lascio a malincuore.
M'inchino e torno nel progresso,
anche sapendo che si muore
già varcandone l’ingresso.
Il bisogno di poesia nasce sui banchi del liceo,
di quel liceo interrotto anzitempo per
ristrettezza economica della famiglia il cui padre
necessitava di aiuto per la salute venuta meno.
Chiara mente tra Dante e il nostro rapporto,
posa lo sguardo tediato sul glossario e su di me.
Chiaramente repleto di lei, e di versi per lei.
Lei dichiaratamente lontana da quel terreno.
Altre affezioni, altra vita
con gaiezza e dolenza
che si brigano
la medesima altalena.
E altra poesia sempre col rigore della metrica legata
al suono musicale dei fonemi: perché il rigore è
la linea sdutta tra vizio e rettitudine.
Ora basta verseggiare, è ora della chiarata per la cena.
Nel ravviare gli abbozzi su di uno scrittoio poetico
mi garberebbe indugiare su di un
versificatore abile col forcipe ad estrarre
il feto del concepimento rimico.
Adagio il foglio con la meticolosità del fabbro
nel posare con le tenaglie la lamina sull’incudine
che attenderà il massello d’acciaio temprato.
Così la venuta della penna che tamburella il labbro.
Dò lettura agli scartafacci e il secchio
nel retrobottega, per ruggine e mancata forgia,
risulta ineludibilmente saturo
di punzoni, giovamento soltanto per il ferravecchio.




