Mi spieghi caro amico un gran mistero
Mi bacia, il sole, il mio respiro
scivola fresco, forte,
fino ai polmoni.
Sento!... Ed ho pace, alla luce
di questo mattino impaurito.
Il senso di solitudine
ha rotto le righe. Grida
in questo silenzio, rimbomba e
prende coscienza... Agisce.
Urla, dice e si veste di sorrisi
poi trema, anche se canta.
M’accorgo della rondine,
era pronto il nido e lo ignoravo.
Quante cose vicine ma estranee...
Ora ho tempo: guardo, ascolto,
m’arricchisco.
Ora che tutto è fermo, immobile
su un’unica scena: la paura…
Onde onde ed ancora onde
in un susseguirsi infinito
contro le coste d’un paese dall’anima morta
velieri all’orizzonte non se ne vedono
nessuna vedetta segnalerà quel dolce paesaggio
meritevole di un pietoso aiuto
forse qualche nave di predoni passerà
per sfogare un po’della sua rabbia
sugli antichi tesori reclamando un’eredità
di cui pochi ormai osano pretendere il rispetto
avendone perso il ricordo
il vento sferza le tombe dei Cesari spargendo
il loro lamento fin sulla cima più alta di disperati monti
laddove lo spirito antico può solo guardare
la sua memoria disperdersi nel vuoto
di una storia a cui si è voluto girar le spalle
la polvere come pudico velo scende a coprire
il cimitero vivente dove i morti si riscaldano
davanti ad un fuoco fatuo continuando a tremare
non riconoscendo più il calore
di una vera fiamma di vita e libertà
rimane solo il rumore delle onde
di un Mediterraneo beffardo
a smuovere ricordi.
E, se mi muovo
non mi muovo,
è solo respiro.
Vivo ma non vivo,
fluttuo come nuvole.
Staticità, come
essere preda
dell’assenza di gravità.
Un fiore può nascere
nel silenzio arido della terra.
Tornerà,
la primavera di allora,
sbocceremo come i fiori
tra le crepe di una roccia…
Due gambe, due braccia, una faccia,
le mie orecchie, un naso e gli occhi sono pronti,
attesa per le mani, richiamo di domani,
coraggio per le spalle, aria per la bocca e leggera sia la terra
per i piedi che da soli portan tutto ad ogni luogo
Il pane per domani e le case per restare in un luogo da salvare
uguali sofferenze.
Se incontrassi Dio
gli direi che un regalo
non si chiede mai indietro.
Ma lui forse è egoista
non ascolta nessuno
così la vita va avanti a minuti
e si riprende quelli vissuti
lasciandoci lacrime amare
con dolci ricordi da sfogliare.
Il pensiero cannibale
divora la morale
e gli amici senza volto
consumati con essa.
Il pensiero non naviga….
galleggia in questo mare
con i colori della plastica
in cui i modaiolismi dell’appartenenza
sono l’emblema.
Malessere e vergogna,
per queste lucciole di una notte di gloria
che questa umanità presenta
e non ricorda.
Il degrado interiore non è compreso
in questa società che la speranza possiede
e il pensiero mio si confonde….
in questo fiume di cicale.
Lunga è stata la partita
lunga quanto una vita
una mossa dietro l’altra
affidandosi sempre ad un alfiere
per far conoscere se stessi
una mossa dietro l’altra
tentando di cavalcare il cavallo giusto
per azzeccare una corsa
una mossa dietro l’altra
confidando sempre nell’agire di una donna
per mettere sotto scacco
un re
guardare dalla cima di una torre
gli uomini in catene
e sentirsi ancora libero perchè più vicino
al cielo
mentre il pedone arranca nel fango
sacrificandosi per vincere la partita
dando senso alla vita.
Come un piccolo seme
sparso tra i rovi
soffocato da mille spine ,
mai più vedrà il sole,
mai più germogliar potrà.
Sogna pure
distese di grano a iosa addormentare i grilli
sogna pure l’acqua fresca
dissetar la terra
e l’ombra della quercia
la nenia cullar.
Sogna pure
come manna del cielo la farina divenire azzimo di pane
-primizia dell’antica festa
-un ricordo della fuga dall’Egitto
-un richiamo all’umiltà
qui , non è l’orgoglio che gonfia il cuore , ma la superiorità.
Avviliti tra le inferriate arrugginite
migliaia di matricole
impresse a fuoco
ognuno con il proprio destino,
morire con il fuoco di un camino.
Niente fazzoletti e armonica
ma fame, sangue , orrore e
con la mancanza del pane,
il silenzio di Dio
un’incredibile realtà .
Oltre queste parole il mio essere luminoso si agita, con calma carbonizzata dispiega assopiti grovigli. Ecco l'impulso , dove frammenti di consapevolezze si separano. E qui, propio ora, volgo la mia autentica natura ad una morte silente. Mi commiato dal mondo , divorato da un fuoco eterno. Vedo il testimone dell'infinito restringersi in un illimitato espandersi. Con risa dichiaro che il mondo è rara percezione di un sogno
Elegante, perfettamente stirata, si intona
ai miei occhi, dicono.
Ci tengo, è un regalo, dai miei genitori, e
la indosserò per tutta la vita, in ogni momento.
Non me la toglierò mai, ho soltanto questa camicia.
Correre? Come potrei, si sporcherebbe.
Il fango? Per carità, state scherzando spero.
Io arriverò alla fine dei miei giorni con la camicia pulita,
Non c'è molto di cui discutere.
Quando arriverà il punto, ne sarò felice.
Potrò aver rinunciato a tante cose, ma
sono riuscito nel mio intento!
La mia camicia resterà immacolata.
Ne sarò felice?
Vero?
...
Siamo registi
dei nostri stessi ruoli
Modelli
delle nostre maschere
Fautori
delle nostre emozioni.
Attori di una recita fallita
con una storia fatta di vane competizioni
tra persona
e personaggio
che ad ogni puntata
si somigliano un po’ di più
fino a confondersi
e persino a scambiarsi i ruoli.

Erano belli i fiori
quando l’aria profumava
e tutto scorreva
solamente in bianco e nero.
Era dolce la vita
con le stagioni
che non cambiavano nome
e la gente respirava
solamente aria spensierata.
Tanto tempo fa
il sole non era come adesso
e l’acqua dei fiumi
era limpida e pura,
ora tutto è sbagliato
anche l’erba non cresce più
e la luna piange lacrime vere.
Mentre una stella che non vuole morire
riflette sul lungomare
impresso su quel quadro
di tanto tempo fa.









