con la mia gelosia assillante,
strane storie mi rodevano dentro
anche se il passato
non doveva interessarmi.
Amo parlare chiaro
senza odiare
perdono per poi dimenticare.
Ombre diventano luci
ora tutto è chiaro.
Vorrei amarlo
stringerlo, accarezzarlo,viverlo.
Vorrei guardarlo negli occhi
e dirgli....
Ho chiuso col passato.
complicità e ricchezza.
Scrigno di affetti,
gioie e rinunce,
fedeltà e attenzioni,
ascolto e silenzio,
disponibilità e condivisione.
E’ un sentimento nobile e gratuito
e non conosce il linguaggio del prezzo.
E’ un rapporto che lega due persone
come il manico alla scure,
come il neonato alla mamma,
come l’albero ai rami,
come il lampo al tuono,
come la rondine al nido.
E’ un cesto di bontà
e accomuna gli uomini, irrefrenabilmente,
come la neve all’inverno,
come l’afa all’estate,
come la malinconia alla solitudine,
come l’inquietudine alla pazzia,
come il dubbio alla verità,
come la verità all’amore,
come l’infinito al colle,
come l’eclissi alla luna,
come il crepuscolo alla sera,
come l’aurora al mattino.
E’ un intreccio indissolubile
che stringe le pareti del cuore,
mette profonde radici nell’anima,
e vincola il ricordo alla bellezza,
il mito alla chimera,
la tristezza all’abbandono,
la libertà al vento di tramontana,
l’orgoglio al pregiudizio,
il diritto al dovere,
il vizio all’assurdo,
il mestiere di vivere al lavoro che stanca,
il sintomo al dolore,
il suggello al patto,
l’autunno alla caduta delle foglie,
la primavera al risveglio della natura,
la fame al pane,
la sete all’acqua,
la tenerezza all’amore,
la speranza al rosso di sera,
la felicità all’arcobaleno.
E’ un grillo parlante
che urla nella quiete delle coscienze,
tempestando il castello dei sogni,
di favole e racconti,
di fantasie e libertà,
di pianti e singhiozzi.
camminiamo in silenzio.
Camminiamo
nella tranquillità incontrastata
di un bosco di cedri,
misto a pini d’Aleppo,
che urla messaggi di pace
nelle nostre orecchie.
Insieme al mio amico
camminiamo in silenzio.
Camminiamo
su antichi selciati,
in angusti vicoletti,
e, alla fine, rimaniamo storditi
dalla quiete circostante.
Insieme al mio amico
camminiamo in silenzio.
L’incedere è una metafora centrale
del pensiero e della parola,
una semplice azione che va a braccetto
con filosofia, letteratura e religione,
ma anche con quotidianità,
tradizione, cultura e meditazione.
E racchiude in sé
mille e nessuna motivazione.
Insieme al mio amico
camminiamo in silenzio.
Camminando apprendiamo la vita,
avanzando conosciamo gli aspetti delle cose,
spostandoci saniamo le ferite del giorno prima.
Non riusciamo a meditare
se non camminando;
appena ci fermiamo non pensiamo più
e il nostro intelletto
si mette in sincronia con i piedi.
Insieme al mio amico
camminiamo in silenzio.
Il camminare è la cosa più ovvia
e più oscura del mondo,
è l’antidoto contro la vulnerabilità
che deriva dalla complessità della vita,
è un’attività poetica
che può guarire la società dai suoi mali.
Camminando superiamo la paura della fatica
e la mente diviene più lucida e aperta.
Insieme al mio amico
camminiamo in silenzio.
E i nostri passi smarriscono facilmente
nella religione, in politica, nella storia,
nel suono aulico di un pianoforte,
nel paesaggio, nell’anatomia,
lungo i dirupi e sulle colline,
nell’allegoria e nel crepacuore.
Insieme al mio amico
camminiamo in silenzio.
E non sono solo gli occhi
a cogliere la bellezza dei luoghi.
I sassi delle strade sono briciole,
la polvere dei sentieri è nebbia di cristallo,
giallo è il colore dei campi
e giallo è il colore di una masseria
risistemata da poco,
bianca è la luce
che arriva dritta nelle pupille,
mentre nel cielo avulso
si dimenano mandrie di nuvole.
Insieme al mio amico
camminiamo in silenzio.
E il cammino è una terapia antidepressiva
che realizziamo, lentamente,
a contatto con la natura
e nel cammino ritroviamo noi stessi
e l’essenza briosa della vita.
Così l’incedere diventa un caleidoscopio,
un fine, una sintesi,
un’alba luminosa,
un tramonto incantevole,
una connessione, quasi dimenticata,
tra corpo e mente,
tra gambe pesanti e testa leggera.
Insieme al mio amico
camminiamo in silenzio.
E dopo il cammino
portiamo a casa i canti,
i suoni del silenzio,
le parole non dette,
le risate con i viandanti:
tutti miti dell’amore
per il lento incedere.
E portiamo a casa, soprattutto,
la voglia di camminare ancora.
nelle mani senza età
lontano dall’addio
obliato nel pianto
Sorridono i pensieri
scemano esili nell’etere
strisciando tra le ortiche
e aroma di gelsomini
Evase carezze
rinchiudono l’amore
avvolgendo il volto
di allegra finzione
Temporeggia l’attimo
sul tocco d’inferno
sale alto l’urlo
tra fango e acqua
logorandomi l'anima
mi fa impazzire
togliendomi il respiro.
Come foglie secche
si staccano dagli alberi
il cuore muore d'amore.
L'attesa....
Straordinaria follia
sconvolge l'anima
passione che ti soffoca
aspetti con ansia
quell'unico cuore che ami.
Attendere anni, mesi, giorni,
sperando che quell'uomo
si fermi da me per sempre.
ma la sua luminosità permane.
Cipressi, pini, querce,
sono soltanto sagome scure
e il cielo assume tutti i colori del cambiamento:
un filo dorato sull’orizzonte
e poi l’azzurro trasparente,
l’azzurro più intenso,
il blu chiaro,
il blu indaco della notte,
le stelle che s’accendono a una a una
e la luna che, ancora pallida,
sovrasta ogni cosa.
Dall’alto della collina
contemplo la sua brillanza luminosa;
con i bordi rossicci
sale lenta sul paese,
sfiora il campanile della chiesa,
accarezza il monastero
e il suo luccicore, come una cupola di vetro,
si struscia, irriverente, sui tetti delle case.
E’ grande e bianca,
senza una macchia
e la sua luce è bassa
sulle strade vuote,
dove si vedono solo i lampioni
che perdono i contorni,
lentamente sfumando
in una polvere azzurrigna
densa di chiarore.
Ogni cosa appare bianca,
anche i monti del Matese,
nascenti da un lontano candore
come a festa.
Ritorno a casa,
percorrendo il sentiero illuminato
dai bagliori lividi della luna
e la malinconia degli alberi si riverbera
nello scintillìo incupito
dei miei passi affrettati.
Vaga nel buio
incosciente
della sera
che paura non gli fa
lo prende
approfittando di quegli istanti
viaggi a doppio senso
sulle ruote dell'oscura libertà
degli amici indispensabili
per vivere ancora
soddisfare i suoi giorni
comprandosi cose
morsi dimenticando
in silenzio aprono lo sguardo
catturano emozioni di bambino
dietro le ali di una farfalla
rincorro il cielo
aprendo una dopo l’altra
le porte sulle stagioni
ancora ricordo le corse
dietro alla vita
nella voglia di crescere
oltre la mia età
sono stato pittore
dei miei sette colori
sono stato musicista
delle mie sette note
poi mi sono ritrovato qui
tra questi prati verdi
così lontano dal mio mondo
prati verdi
eppure semplici
da sciogliere in un sorriso
ho visto il mare
e la montagna
ma tutto questo non bastava
sono stato re
nel mio regno segreto
sono stato soldato
nelle mie emozioni
ed oggi che sono qui
posso sfiorare e toccare
il colore di quei prati
che hanno accesso quel novembre
sono stato pittore
dei miei sette colori
sono stato musicista
delle mie sette note
Il mese più dolce dell'anno è nato
il mese dell'attesa,
l'attesa di una venuta miracolosa
di una nascita prodigiosa
che magia non è ma Miracolo ….
La nascita di un bimbo santo
ogni anno si rinnova
dono di speranza, salvezza,
l'anima mia apro all'Avvento
del Figlio di Dio
aspettandolo come fosse mio …
Prego ed in beatitudine vivo
questo fanciullo da Spirito Santo generato
nel grembo di una donna unica,
consapevole che immolazione arriverà
per una moltitudine che in parte
odio gli ha donato,
compreso non ha l'entità
di questo parto dal cielo originato
La lordura investito ha il mondo
non è di Dio la colpa
ha mutato in carne il Suo Spirito
facendosi uomo
morendo con chiodi impalato,
una corona di spine
come ornamento sprezzante sul capo …
Natale è vicino uomini tutti
abbracciamo la speranza,
in un girotondo d'amore e di bontà ….
e il mattino
negli occhi dolci
di un bambino.
Vedo virgulti
e grandi alberi
nel sorriso innocente
di un bambino.
Vedo prati verdi
e flessuose colline
nei sogni fantastici
di un bambino.
Vedo pampini arrossati
e brume serali
nelle claustrali paure
di un bambino.
Vedo ombre sfuggenti
e castelli fatati
nelle pieghe dell’anima
di un bambino.
Vedo il sole
e luccicanti riverberi di luce
negli occhi dolci
di un bambino.
Vedo profumi di fiori
e uzzoli di frutta fresca
nel sorriso innocente
di un bambino.
Vedo aironi
e aquiloni
nei sogni fantastici
di un bambino.
Vedo cupi groppi
e turgori notturni
nelle claustrali paure
di un bambino.
Vedo fiabe mirabili
e sempiterne chimere
nelle pieghe dell’anima
di un bambino.
Vedo lacrime
e dolori
negli occhi dolci
di un bambino.
Vedo albe algide
e azzurrati crepuscoli
nel sorriso innocente
di un bambino.
Vedo emozioni
e palpiti salmastri
nei sogni fantastici
di un bambino.
Vedo lupi mannari
e voli di pipistrelli
nelle claustrali paure
di un bambino.
Vedo gesti inconsapevoli
e torrenti d’acqua chiara
nelle pieghe dell’anima
di un bambino.
Un bambino
apre e sfoglia
il libro dei giorni,
scoprendo pulviscoli effimeri
e chiarori lunari
sul sagrato delle confessioni.
Un bambino
apre e sfoglia
il libro dei giorni
e scova assurde finzioni,
rose d’inverno,
profumi e sapori d’eternità.
Provvidenti, agosto 2011.
nell’assurdità di passioni sdrucite
e di gesti inconsapevoli.
Nell’incanto del vespro
fasci di chiarore evanescente
lambiscono la collina,
accarezzando prati e fronde di alberi;
e la campagna sembra gioire
di questa benevolenza porporina,
come un finimento prezioso.
Risplendono comignoli e pietre,
di luce propria,
interna, non comunicata.
Una grande luna esile,
trasparente, irreale, falcata,
s’affaccia, incredula, dai colli dauni,
sopra gli ulivi grigi
e le case fatiscenti,
nell’aria rosata del crepuscolo,
come un osso di seppia
corroso dal sale
sulla riva del mare.
E se ne andò con il suo fascino lasciando i segni del suo passaggio rughe scolpite nello spazio di un tempo nascosto dai suoi mille momenti appesantiti dal dolore Non volle gratitudine alcuna salutò tutti noi guardò verso l’alto e subito abbassò il capo accennando una ninna nanna raggruppando i suoi pensieri in un cofanetto per tutti noi tutti cantammo in quel tempo guardandoci i visi spenti e cantammo ancora cantammo le sue lodi nell’osservar rivoli di sangue scendere dal suo viso e il capo incastrato da una corona di spine, pensammo di aprire le nostre anime all’amore del Signore
Leggendoti
ho trattenuto
il pianto
commuovendomi
immensamente
in quella sofferenza
che mi ha stretto il cuore
fermandolo un attimo
mentre rileggevo
quei versi nel vuoto
difronte al balcone fiorito
di petali rossi impauriti
dispiaciuti del tuo umore
sciupato, di lacrime nascoste
sulle rime poetiche impresse
alla ricerca della pace
Scritta tre anni fa
Ti leggerò, nell'entusiasmo di riaverti
fra polpastrelli delle dita
che si emozioneranno
al ricordo di un gradevole incontro
lasciato alla mia immaginazione
la mia preferita
Preferisco immaginarti
come mi sembri, umano
che non giudichi, ma ascolti
l'emozione di una lacrima
cristallina, limpida pioggerellina




