trasportati dai fratelli pìù grandi
della famiglia numerosa
più forti, più vigorosi
si fermano per donarci
vino, funghi, castagne e neve
aspettando davanti al fuoco
che le amiche stagioni
si prendano per il tempo dovuto
quei fratelli
che torneranno dall'ottovolante
del Luna Park dell'anno
Sicuro è il pensiero
dominante come un monte
che si distende all’alba
come i colori che invitano gli occhi
a esaltare i profumi del tempo
nell’eterno accendersi della vita.
E si eleva a culla la terra
senza riuscire a celarne la felicità
calda, come il seno di Madre
che con gesti gentili
accarezza il vento nel suo venire
senza farmi mai sentire solo.
E cosi ti osservo dispensar letizia
e riempire l’aria d’amore
e il tuo risorgere diviene complice
di rime che la mente disseta.
serpeggia la luce
ondeggia bagnando la riva che
ritrovo di perduti passanti ciechi
gravida il bosco vicino, osservante
di more e ghiande, pronto a cullarsi
di cesto sembiante
che dell'evento mormora appena
prima di addormentarsi
mentre l'acqua continua a sussurrare nei sogni
dal suo letto
ai bagliori del tempo.
Le urla dei bambini in strada
hanno preso il posto
tra i banchi di scuola.
Alba scura
tramonto veloce
ricordo di te estate.
Di un lontano mare di azzurro
rivestito di grigio,
con lo sguardo di occhi
di un prossimo
arrivederci
te ne vai
all' ebbrezza del vento
di sera.
come lo zampillo della fontana
spruzza e straborda
con la musica grave che risuona
nella piazza vuota
un foglio di carta sventola, arrivando
mescolando il pungente profumo di mele
dalla finestra socchiusa
della casa rossa
Sul lampione cigolante ed ondulante
sbatte un'ombrello per lo sciacquar del vento
tracciando ombre nell'aria
quasi palpabili
Alcune foglie caduche dell'estate
sono prigioniere negli angoli dei giardini
molte fermano lo scorrere
verso le griglie, sulle strade
Nel quasi buio
il bianco fornaio, felice
può riposare a casa, per qualche ora
Si rompe nell'atmosfera
anche la magia della bella stagione
appena finita
lì sento il suono distorto
Guizzo via per l'Amor del Cielo
se non guizzo via
si alza il sipario su chiavi e zerbini
sulla sirena che non può andare oltre
il confine dove l'acqua impasta i ricordi
Dove i suoni non esistono
mi mordo la coda
e incarno un fastidioso ideale
Lo sospendo nel nero e si illumina
Tolgo lo scettro al calamaro vampiro
che se la ride
perché non dovrà faticare molto per riprenderselo
Con la mente che porta in orbita
Il mio delirio.. Leggera si fa la testa
Che s'inoltra per sentieri nuovi,
Per musiche che calpestano
l'orizzonte in punta di piedi,
Mentre canticchio l'infinito
tra l'erba piu' verde e il sole che s'incendia, a due passi da me .
Quali colori , quali visioni quali odori
Immaginai nel mio viaggio alla deriva,
Naufragato, allegro, nella quiete
Di questo lago che mi risucchia
Il cuore . In questo lago dove
Il tempo muore, come me, che
Mi perdo a guardare
Le rondini sfiorire..
Che mi ostino a sprofondare
Nella radura e a sognare.
Nella celeberazione infinita
Della meraviglia dell'estasi
abbracciano le stelle d'Agosto
Su di un mantello nero
piccoli, irregolari e luccicanti punti sparsi
paiono accennare il movimento
Alcuni ci sforzano gli occhi, come fantasmi
Bagliori, quasi miraggi
Ipnotizzati a faccia in su, cerchiamo
fissando un sembra, pensosi
La bellezza del cielo di notte ed il silenzio intorno
sconvolgono, rimestando le visioni
Le stelle d'Agosto , pungono l'attenzione
come nostro guardiano
scaldano come coperta
Ci lasciamo trascinare, senza rimorsi
senza pudore
Le stelle d'Agosto ci vogliono
Io, le voglio così
Ci prendiamo per mano, senza conoscerci
Prova a pensare a quanto potresti.
Nessun trucco, è tutto vero:
si perde altrove quel tuo giardino.
Senza fine. Laggiù. Selvaggio. Nella foschia.
In macchie di alberi frastagliati,
nella contorsione di quelli solitari,
nei vapori delle fontane, dell'umidità,
nelle lingue serpeggianti dalle gole dei boschi.
Nulla è più misterioso e mal disposto.
Che sfortuna le felci nate davanti ai sassi;
gli agrifogli schiacciati dai frassini;
le querce che si lanciano occhiatacce a distanza.
Domina quel silenzio ronzante che ti fa tremare.
L'immaginazione e questo giardino fecero una gara
per stabilire chi fosse il più sconfinato:
in pochi minuti l'immaginazione si perse nel giardino.
insistente.
La terra satura
non riceve più l’acqua.
La gente per strada
con abiti estivi.
Costretta ad indossare impermeabili
e a comprare ombrelli.
Corre attraversa la strada di fretta
senza guardare le macchine i semafori.
Estate strana un fastidioso freddo
penetra dentro le ossa.
Mentre la pioggia
continua a cadere.
A volte il vento non soffia più.
Ti ritrovi in mezzo al mare,
la barca non viene spinta né avanti né indietro.
Gli unici soffi sono quelli dei tuoi aneli,
sbuffi dalla noia, dalla nausea del mare calmo.
Cercavi la burrasca, o qualche giornata fiera,
ma le acque non hanno la forza di muoversi.
Se ne stanno pigre le onde a dondolare le caviglie
sulla sedia di un fondale, con la gamba accavallata
come se fosse in sala d'aspetto, malata,
ad aspettare che il dottore finisca i suoi porci comodi.
Ragione, ragione, sempre la solita ragione;
non hai più voglia di aspettare col mare,
anche se solo lui e nessun altro potrebbe agitarsi:
raramente la terra ferma trema, e comunque in quei casi
affonda le cose, non le fa danzare sull'acqua salata.
Ma quelle burrasche! Ah, quelle belle disgrazie!
la gotta marinaia bruciata dalla schiuma,
quegli sbadigli da una gola infiammata e interminabile.
Il brutto del mare è che a volte pensa troppo.
Si dimentica di incazzarsi, di mostrarsi coinvolto.
A volte quelle onde deboli sembrano sbadigli:
si mette il pigiama e va a letto presto, sbronzatosi da solo,
dimenticandosi delle sue parti più nere, dei suoi brufoli da adolescente.
Si sogna di quando si rivoltava nel suo azzurro, sa ancora sognare.
A volte zittisce. Pensa. Forse ad un motivo per scatenarsi.
Chi lo guarda zittisce con lui, che dovrebbe dirgli?
Volevi andartene come una spiga senza reste;
non ti avrebbe abbandonata quella guaina
e sarebbe cresciuta con te
per continuare ad avvolgerti.
Ti puntava una pistola il sole in faccia
e sentivi che era la levata:
quanto sale già allora sudato,
maggio con la prima sigaretta
fumata in un campo di culmi
sempre più alti di te.
Ma sei arrivata piccola spiga
e quella foglia così materna,
mentre ti corteggiano altre intorno,
è sempre lì con te
e con te ancora un po’ è cresciuta
per sapere come avvolgerti a quest’età.
Non potrai poi evitare il mondo:
verrà a cercarti a casa, giovane pannocchia!
con quelle trebbie assassine
e ti beccheranno galline da pollaio
o galline in giacca e cravatta.
Verrà giugno e sarà il tuo autunno;
le prime mattine d'estate il tuo tramonto;
quanti cadaveri di madri e rovine di case
in mezzo a quel campo prosciugato.
Ora che non ci sono più confini e colori
si fa mostruoso il canto dei giovani grilli.
dalle croste degli antichi parassiti.
Vulcano esplode e bombarda
di lava nuvole serene,
appassite nella loro quiete
plastica, ormai cremata.
La neve cade a blocchi
e stupra l'amianto,
succhia il midollo a tetti arrugginiti
riparo per gli schiavi, da decenni.
Luna intrepida aizza
maree strazianti contro
le capitali del potere.
Impotenti.
Umanità in bilico.
Terra in rivolta.





