Sono state molte forse troppe
quelle mancate
passate davanti a finestre con vetri appannati
nascoste agli occhi
anelate dalla mente
mai colte eppure sempre sperate
vivono in noi attraverso le azioni
battono come chiodi sul muro del pensiero
si infrangono a volte sugli scogli della realtà
ma sempre vivo è il desiderio
di cogliere una
ultima occasione
per liberare le nostre ali.
Il freddo pungente pizzica la pelle
il silenzio scuote l'anima.
Voglio gridare al vuoto intorno
ai paesaggi fissi.
Vago nel mondo
con occhi d’infinito.
Fa tanto freddo quest'inverno.
Come un passero solitario
ho fame di briciole
di calore e profumi
di frutti succosi.
Il foglio bianco
dove scorrono lettere
come piccole larve
parole partorite dall'anima
danno sfogo alla mia fantasia.
Arriverà la Primavera ora dormiente
forse scaccerà questo freddo
e il mio corpo si sveglierà
da un eterno tremore.
st. 17 genn.2010
Ho sentito un rumore sordo e uno strano senso di impotenza. La pioggia non ha capito il mio impellente bisogno di tenerezza e ha continuato a cadere come enormi trecce che mi hanno avvolto i vestiti inzuppati, gli occhiali che cominciarono a ballarmi sul naso.
Non distinguevo più il bene dal male.
E' Carnevale.
Bloccavano il mio desiderio di essere solo me stessa, senza tanti compromessi, di vivere la vita allegramente e con una punta di ironia, splendido diamante raro e prezioso.
Nel castello di pazzia mi hanno rinchiuso, una corona di spine sulla mia testa che mandava lampi e fiori di loto.
"Ecco, è finita", mi dissero, due minuti ed ero di nuovo pronta per rientrare nel mondo che mi aveva cacciato.
Rimasi assorta qualche minuto, poi ripresi a scarabocchiare volti dolcissimi di porcellana, visi intensi che mi guardavano con stupore.
Ho stracciato le mie vesti intrise di pioggia.
Ora ballo nuda sotto una tormenta di neve, con la mia corona ben piantata in testa
Il sangue che mi riga il viso si mescola ai fiocchi che scendono copiosi sulle mie spalle.
E' Carnevale.
non riesco a dormire.
Strani desideri mi accompagnano
non dormo, come i cani che abbaiano in lontananza
e i pipistrelli dalle lunghe ali che volteggiano
come in una danza
o come i lupi, persi in qualche lontana steppa.
Mi aggrappo con le dita al muro sottile
che divide il giorno dalla notte
e con chiarezza vedo fiori nascere e germogliare
contemporaneamente
so che è un parto della mia mente
un'euforia orgasmica della ragion pura.
Ripetuta una, cento o
Forse mille volte.
Quiete cullaron lor sospir gemmati:
A loro chiesi, inquieto, i miei perché,
A loro chiesi, qui,
Alle porte dell'infinito,
Tra sussurri del quartiere,
In attesa del cielo.
I latrati del tempo s'adagiaron
Su levi onde del cosmo.
E vidi un uomo errar sull'orlo del caos,
Spettro tra le nebbie dell'animo,
Ma una mano lo prese,
Lo porto alla follia,
Alla follia della luce, alla follia del cor.
V'era un sentiero
nel discendere della piana,
traversava soglia
ch'al mar volgeva.
Ero solito non aver compagnia
e del percorrere suo,
tra vetuste fronde,
solo dell'ombra mi cingevo.
Pensieri s'addormivano
in fianco a neri mirti
oltre le selvagge mimose.
Fin dove la vista lo sguardo spingeva.
Preso da insana follia m'atteggiavo a volare
dei ripidi massi non curando,
'sì da tuffare spirito in perigliose acque
che del gesto nemmen volevo.
E in tal guisa era
quell’andare tanto lento
ch’attraverso il triste sentire mio
al traguardo esanime giungeva.
Ogni colpo che prendo mi aiuta
a crescere, ogni sentimento che sento
è il mio canto che si fa di più
tu questa poesia la puoi ascoltare!
Bisogna piantar la lingua nell'orto
quando poi parlo nella solitudine
mi tolgo un costume - una maschera
per tornare me stesso - più sveglio!
Il mondo è qualcosa d'altro
Sono in cielo è vero
Ma aspettando sento fatica
Un incessante distillare di roba
Che mi dà una pena ormai irremovibile
Mi sentirò così per sempre?
Stanco mio cuore:
Già non mi rispondi più?
Di chi ti sei arreso?
Si erge austera e inflessibile l'acre guerra
col suo scettro di morte
in mano superba
e il suo urlo furente contro
nazioni da conquistare,
frantumando i frutti
del sudore e operato altrui!
Oh guerra se solo i tuoi
carri armati sparassero
sui palazzi e sulle case
non più colpi d'orrore
nelle impietose esplosioni
di morte e terrore, ma solo
e solamente petali di fiori multicolori in un effluvio
di puro gaudio e giubilo diverrebbe un gran campo
di allegria sul selciato dimenticato dall'oblio!
O se soltanto i tuoi missili intrisi di sangue innocente non seminassero più
semi di stragi folli inaudite,
ma si tramutassero in fuochi d'artificio a festa
il cielo si ricolmerebbe
di esplosioni di emozioni scintillanti in quei
coriandoli di luce
per i nostri occhi non spenti
dal tuo pugno di fuoco!
Se soltanto o guerra
i tuoi soldati non fossero più tuoi burattini programmati
al male del potere ma fossero bianche colombe
portatori di parole di pace cinte d'amore avremmo
più sorelle e fratelli
da abbracciare,
a cui inarcare sorrisi sinceri!
Guerra, guerra antica
quanto presente ancora oggi, se solo ti spogliassi
dalle tue tetre vesti fatte
di acre atro che ottenebra
le tue vie sin dai tempi
dei nostri avi,
non propineresti più il veleno delle tue macerie
sui nostri morti,
non esisteresti più nei libri delle nostre vite,
non piangeremmo più
l'amaro della tua pazzia!
Ma respireremmo solo
e solamente
la pace del cuore
la pace nel mondo!
Seguendo sideree luminosità
fui nel buio del tutto.
Un plico di scritti attendeva da tempo immemore...
Cercato da molti
mai nessuno seppe del suo essere,
seppur stolte figure,
nei cenni obliate,
trovarono luci negli specchi inesistenti.
“Guarda il riflesso
nel verso nascosto
tutto par vero
e nulla vedrai
perché smeraldi non son
gli occhi tuoi.
Volta pure il senso
rivoltalo ancora
e ancora volgilo.
Sempre vuota apparirà la cornice
che il cuor a te nulla dice.
Segui il bianco
e raggiungerai sabbie remote
ma non saranno mari
e nemmeno prati
e nel rigo non muore il tramonto
se dea non svela”
Pegaso alato amava percorrere ghiacciai di fuoco
e sabbie d’acqua
nelle notti d’Orione
le dimensioni s’aprivano nell’infinitesimale assoluto.
Ogni regola non era scritta
e le nebule varcavano anime e ragioni.
Non v’era passo e non v’era ceppo
ali o catene.
Luce e buio cosmico
silenzio e silenzi
costruivano il grande carro della sapienza.
Il nord indicava sidus polaris senza indicare
e ciò che altri pensavano d’aver compreso
era polvere nella polvere universale
incoscienza nella coscienza degli elementi.
E Pegaso alato amava percorrere ghiacciai di fuoco
quando il tempo delle adunanze evocava i regni di cristallo
e i re dei mille inganni.
Scioglie il fiocco eburnea pelle
di giallo vestita
d’ambra scura rivestita
nel suo altalenare di segni
s’imbeve ancora d’inchiostro
nel segreto che non sa
nella passata realtà.
Se d’angora e porpora
furono i versi dei poeti,
di sangue grondante
s’irrigò ella per ricordare
d’esser stata viva
un tempo nel tempo
quando le vite erano nel tempo,
quando anche i violini della notte
avevano gocce con cui suonare
senza che alcuna pioggia irrigasse
l’anima.
Senza che le statue di marmo
dovessero morire per comprendere le proprie striature,
nel grigio e nel nero
s’intinsero le memorie e danze di parole
amarono nelle notti stellate
nelle sere dei venti
nelle pianure che la tristezza percorrere
quando la luce dell’anima si spegne.
“Sì, fui siderale dentro
e inesistente allo sguardo,
come uno specchio che non riflette
infinite volte provai a voltarmi
lasciando che l’apparenza
morisse come nelle braccia d’un irriverente marzo
s’acquieta il gelo delle nevi.
Ora di me scendono rivoli di gocce
e son ghiacciai sciolti
che nella pace del fiume
anelano alle foci della conoscenza
dove ogni acqua
comprende d’esser mare”
ancora da soffrire?
Ne avrai ancora di tempo,
tempo che giungerà
lento e giudice
col suo sguardo fisso e freddo,
contando tutte le tue lacrime!
Piangi nella consapevolezza
che non si guarisce mai
dal profondo dolore,
poiché non ha fondali.
Piangi perché hai
quel sentimento incompreso!
Abbandonato nel lenzuolo
tinto di duolo e unto di tribolo,
sei avvolto nelle sue perle
non sagge e confortevoli
che assillano il tuo cuor affranto.
Se puoi ascoltali
ma non accettarli,
per sentirli nell'essere
infierire contro il cuor ammalato.
Oh cuor malato,
non si è mai convalescenti
dalla sua essenza amara
mentre muta nelle sue forme
più originali per far male dentro.
Povero cuor mio rialzati dall'oblio
e da quel che ha in serbo per te, ma vivilo, vivilo ma con dignità!








