Un implicito riferimento, ma in tutt’altro contesto, a “La luna e i falò” di Cesare Pavese, suicida nel 1950, che nei miei giovanili anni ’60 era un mito, non solo letterario.
Non sol gravò lo studio su quegli anni
ché li alleviò una ludica allegria,
liceali in festosa compagnia
che aiutava ad eludere gli affanni.
Recando il mangiadischi o la chitarra
ricordo scampagnate in bicicletta,
qualcuno con la Vespa o la Lambretta,
fino al tramonto insieme a far gazzarra,
e ancora più talor ci attardavamo
al chiar di luna attorno a un falò ardente
e in nostro cuor, ciascun segretamente,
sogni e speranze e amori nutrivamo
quali fulgenti auspìci nella notte.
Ma giunse presto il tempo degli addii
e ognun di noi secondo i suoi desii
al buio s’imbarcò per le sue rotte.
Metafore di vita quei falò
or forse fuochi fatui diventati
di chi i suoi sogni vide irrealizzati
o già sull’altra sponda se ne andò,
ché inesorabilmente, or uno or una,
cala d’allor la compagnia spavalda
Quel ch’era fiamma in cenere si sfalda,
si spengono i falò, resta la luna.

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non scalda certo come quei falò:
sta fredda e muta, per non dirci no,
mentre stringiamo un sogno in una mano
che spesso si rivela inconsistente!
La metrica perfetta è gran piacere,
ci tengo quindi a fartelo sapere;
l'immagine trasmessa assai sfuggente,
vissuta solo per sentito dire
giacché nel mio liceo ero isolato
(insomma non venivo mai cagato)
e a casa a letto presto per dormire :'(
In realtà, nel quinquennio del liceo sono state molte le occasioni di socialità che ho descritto, e vanno comunque esclusi il primo e l'ultimo anno, per motivi diversi e facili da immaginare, ma pochissime volte è capitato di poter accendere un falò. Ciò non cambia il senso di questo testo. Ne sto scrivendo uno, più intimistico, che mostra un aspetto più triste di quei miei anni.