Cap. IV
Le valige
Ai momenti tristi e bui seguono altalene d’alti e bassi; Francesca conosceva bene queste altalene, negli ultimi mesi si era dovuta spesso confrontare con il silenzio. Quel silenzio che, nessuno vorrebbe sentire, che non lascia spazio alla riflessione profonda, ma, contribuisce solo ad aumentare i dubbi. Improvvisamente si era ritrovata immersa in tante sensazioni che spaziavano dallo sconforto all’insicurezza fino a sentire la sensazione dell’abbandono fisico. N’aveva voluto fortemente cercare le cause allontanandosi da tutto e da tutti, forse inutilmente. Qualcuno, come a volersi discolpare, aveva ritenuto opportuno e conveniente credere che il motivo fosse dettato da gelosia e invidia, cosa da cui Francesca era ben lontano, infatti, non lo era mai stata neppure caratterialmente. Negli ultimi cinque mesi aveva come percepito da parte della sua cerchia d’amicizie, una certa distanza. Le cause? Piccoli segnali, flebili azioni che man mano si erano poi “mostrate” a lei e, l’avevano portata a dire basta. Continuava a domandarsi come poteva, una persona distante fisicamente, essere vicina e, chi era vicina fisicamente essere cosi distante tanto da travisare un momento di silenzio? Com’era possibile tacere senza un perché? Nessuno, dalla mattina alla sera, si alza volendo allontanarsi da tutto e da tutti; lei lo aveva fatto. Aveva preferito ritirarsi all’angolo e lasciar spazio all’andare di tutte quelle ipotisi che, forse, erano le più convenienti da credere in quel momento. In quel frangente lei, si era resa conto che nulla fu fatto per cercar di comprendere, anche solo in minima parte, i motivi dei suoi silenzi. Lei, dal canto suo, continuava a tormentarsi a porsi mille interrogativi ad incolparsi di esser troppo orgogliosa. E a giorni pensava anche di metter da parte il suo stupido orgoglio e la testardaggine e chiedere, a colei che le era sempre stata vicina negli ultimi due anni, tante risposte ai suoi mille perché. Sapeva benissimo che in alcuni momenti era bene mettere da parte l’orgoglio, ma, difficilmente lo faceva e di conseguenza sbagliava. Era talmente testarda e orgogliosa che spesso e volentieri si faceva male da sola. Riusciva sempre a mettere al primo posto la sua dignità e il suo orgoglio personale convinta che tale agire fosse diretta conseguenza della paura d’esser ferita. Forse era anche vero ma, era anche vero che lei, dagli altri pretendeva il contrario quasi come se gli altri dovessero esser pronti a rinunciare ai loro modi d’essere e agire.
La notte appena trascorsa non era stata delle più riposanti; anzi, a dire il vero, le prime luci del mattino l’avevano invitata a coccolarsi tra le coperte come a cercar colore per l’anima. Si ritrovò, in quel frangente, a ripercorrere gli ultimi tre anni della sua vita; ripensò al suo ex marito. Tre anni! Tanto era trascorso da, quando aveva deciso di metter fine al suo matrimonio oramai diventato una farsa capace di far male ad entrambi. Di questo n’ era pienamente consapevole. Entrambi molto giovani e immaturi quando giunsero al gran passo del matrimonio, non avevano mai cercato di maturare né insieme né singolarmente. Entrambi avevano sempre fatto prevalere sull’altro la propria personalità. Lei tanto forte, determinata e orgogliosa, quanto lui superficiale e immaturo nell’affrontare quelle che erano le strade che un uomo deve percorrere. Carriera e famiglia. Un giorno, l’ennesimo litigio e, in quell’occasione lui aveva offeso la memoria di sua madre che, lei aveva perduto a soli 17 anni. Da quel momento, Francesca aveva cominciato a vederlo con occhi diversi, si rese conto che l’amore di un tempo non esisteva più. Era cancellato per sempre. Al suo posto si erano insinuati l’abitudine, la noia, l’isolamento reciproco. Nessuno aveva diritto di ferire gli altri nei sentimenti più profondi, soprattutto la persona alla quale si affida la propria vita e, lui l’aveva fatto. Fu a seguito di quell’episodio che aveva cominciato a pretendere molto. Lei dava molto, ma, in cambio voleva anche molto. Forse, inconsciamente lo pensava, era una forma egoistica d’amare, ma non poteva esimersi dal difendersi. La sola cosa che rimaneva a fare era mettere fine all’inutile supplizio a cui entrambi si sottoponevamo da tempo. Decise che doveva assolutamente farlo, dove prendere una decisione e doveva pensare come e quando affrontare con Marco il discorso separazione. Doveva uscire, camminare, pensare, solo pensare. Camminò a lungo senza fermarsi, senza rendersi conto né dove andava né del tempo che era trascorso da, quando era uscita da casa. Si perse nei pensieri di quei giorni certa che, quella che stava vivendo non era la realtà. Oppure, se lo era, non voleva credere che lo fosse. Rientrò a casa che non sapeva nemmeno lei dov’era stata. Trascorsero i giorni, lenti e senza stimoli, quasi persi in quelli che erano passi compiuti da un unico cammino perchè, la sola realtà chiara in quel momento era che, non fu mai un cammino condiviso il loro. Decise all'improvviso, che doveva tornare indietro e riprendere ciò che aveva perso per strada, ma, c'era sempre qualcosa che glielo impediva; era il non sapere cosa avevo perso. Lo attese con ansia, seduta sul divano. Lui era fuori per lavoro, di lì a poco sarebbe rincasato ed era quello, lo sentiva, il momento per parlare insieme della soluzione al loro star male insieme. Marco aprì la porta e la vide li, seduta che fissava in sua direzione, in silenzio senza muoversi come se non respirasse, pallida, ma, non disse nulla oltre un semplice: << Ciao >>.
Lo osservò, mentre riponeva le sue cose al loro posto, si diresse in cucina e lei pensò: << sta cercando di prendere tempo, ha compreso che c’è nell’aria qualcosa, ha compreso che riguarda noi.>> Era quello il momento, quello e nessun altro, si alzò e rimase al centro della stanza nell’attesa che lui tornasse li, ne sentì i passi lenti avvicinarsi, e lo sentì vicino a lei, aspettò in silenzio che fosse lei a parlare per prima; lo fecce. << Marco, nulla è più un mondo insieme se nel nostro vivere insieme siamo più soli che mai. Se percorriamo strade perennemente separate, se ci facciamo male ogni volta che ci urta la nostra reciproca indifferenza, non possiamo più continuare a ferirci>>. - << Pensavo la stessa cosa, ma non avevo io stesso compreso che era questo il momento d’essere chiari l’uno con l’altra. Se vuoi che vada via ora, sono pronto. Abbiamo entrambi il diritto d’esser felici e se stare insieme c’impedisce d’esserlo ognuno di noi deve esserne consapevole>>. Stranamente si trovavano d’accordo. Francesca aveva immaginato una violenta discussione, urla da parte di entrambi, non aveva pensato che entrambi fossimo stanchi. Per la prima volta si guardarono negli occhi senza rabbia, forse sconfitta ma, senza rabbia. Fu lui che l’abbracciò, e lo fecce con un calore umano che da tempo non sentiva nell’abbraccio di Marco. Le disse solo : << è la cosa giusta >>. di Antonella Soddu
Le valige
Ai momenti tristi e bui seguono altalene d’alti e bassi; Francesca conosceva bene queste altalene, negli ultimi mesi si era dovuta spesso confrontare con il silenzio. Quel silenzio che, nessuno vorrebbe sentire, che non lascia spazio alla riflessione profonda, ma, contribuisce solo ad aumentare i dubbi. Improvvisamente si era ritrovata immersa in tante sensazioni che spaziavano dallo sconforto all’insicurezza fino a sentire la sensazione dell’abbandono fisico. N’aveva voluto fortemente cercare le cause allontanandosi da tutto e da tutti, forse inutilmente. Qualcuno, come a volersi discolpare, aveva ritenuto opportuno e conveniente credere che il motivo fosse dettato da gelosia e invidia, cosa da cui Francesca era ben lontano, infatti, non lo era mai stata neppure caratterialmente. Negli ultimi cinque mesi aveva come percepito da parte della sua cerchia d’amicizie, una certa distanza. Le cause? Piccoli segnali, flebili azioni che man mano si erano poi “mostrate” a lei e, l’avevano portata a dire basta. Continuava a domandarsi come poteva, una persona distante fisicamente, essere vicina e, chi era vicina fisicamente essere cosi distante tanto da travisare un momento di silenzio? Com’era possibile tacere senza un perché? Nessuno, dalla mattina alla sera, si alza volendo allontanarsi da tutto e da tutti; lei lo aveva fatto. Aveva preferito ritirarsi all’angolo e lasciar spazio all’andare di tutte quelle ipotisi che, forse, erano le più convenienti da credere in quel momento. In quel frangente lei, si era resa conto che nulla fu fatto per cercar di comprendere, anche solo in minima parte, i motivi dei suoi silenzi. Lei, dal canto suo, continuava a tormentarsi a porsi mille interrogativi ad incolparsi di esser troppo orgogliosa. E a giorni pensava anche di metter da parte il suo stupido orgoglio e la testardaggine e chiedere, a colei che le era sempre stata vicina negli ultimi due anni, tante risposte ai suoi mille perché. Sapeva benissimo che in alcuni momenti era bene mettere da parte l’orgoglio, ma, difficilmente lo faceva e di conseguenza sbagliava. Era talmente testarda e orgogliosa che spesso e volentieri si faceva male da sola. Riusciva sempre a mettere al primo posto la sua dignità e il suo orgoglio personale convinta che tale agire fosse diretta conseguenza della paura d’esser ferita. Forse era anche vero ma, era anche vero che lei, dagli altri pretendeva il contrario quasi come se gli altri dovessero esser pronti a rinunciare ai loro modi d’essere e agire.
La notte appena trascorsa non era stata delle più riposanti; anzi, a dire il vero, le prime luci del mattino l’avevano invitata a coccolarsi tra le coperte come a cercar colore per l’anima. Si ritrovò, in quel frangente, a ripercorrere gli ultimi tre anni della sua vita; ripensò al suo ex marito. Tre anni! Tanto era trascorso da, quando aveva deciso di metter fine al suo matrimonio oramai diventato una farsa capace di far male ad entrambi. Di questo n’ era pienamente consapevole. Entrambi molto giovani e immaturi quando giunsero al gran passo del matrimonio, non avevano mai cercato di maturare né insieme né singolarmente. Entrambi avevano sempre fatto prevalere sull’altro la propria personalità. Lei tanto forte, determinata e orgogliosa, quanto lui superficiale e immaturo nell’affrontare quelle che erano le strade che un uomo deve percorrere. Carriera e famiglia. Un giorno, l’ennesimo litigio e, in quell’occasione lui aveva offeso la memoria di sua madre che, lei aveva perduto a soli 17 anni. Da quel momento, Francesca aveva cominciato a vederlo con occhi diversi, si rese conto che l’amore di un tempo non esisteva più. Era cancellato per sempre. Al suo posto si erano insinuati l’abitudine, la noia, l’isolamento reciproco. Nessuno aveva diritto di ferire gli altri nei sentimenti più profondi, soprattutto la persona alla quale si affida la propria vita e, lui l’aveva fatto. Fu a seguito di quell’episodio che aveva cominciato a pretendere molto. Lei dava molto, ma, in cambio voleva anche molto. Forse, inconsciamente lo pensava, era una forma egoistica d’amare, ma non poteva esimersi dal difendersi. La sola cosa che rimaneva a fare era mettere fine all’inutile supplizio a cui entrambi si sottoponevamo da tempo. Decise che doveva assolutamente farlo, dove prendere una decisione e doveva pensare come e quando affrontare con Marco il discorso separazione. Doveva uscire, camminare, pensare, solo pensare. Camminò a lungo senza fermarsi, senza rendersi conto né dove andava né del tempo che era trascorso da, quando era uscita da casa. Si perse nei pensieri di quei giorni certa che, quella che stava vivendo non era la realtà. Oppure, se lo era, non voleva credere che lo fosse. Rientrò a casa che non sapeva nemmeno lei dov’era stata. Trascorsero i giorni, lenti e senza stimoli, quasi persi in quelli che erano passi compiuti da un unico cammino perchè, la sola realtà chiara in quel momento era che, non fu mai un cammino condiviso il loro. Decise all'improvviso, che doveva tornare indietro e riprendere ciò che aveva perso per strada, ma, c'era sempre qualcosa che glielo impediva; era il non sapere cosa avevo perso. Lo attese con ansia, seduta sul divano. Lui era fuori per lavoro, di lì a poco sarebbe rincasato ed era quello, lo sentiva, il momento per parlare insieme della soluzione al loro star male insieme. Marco aprì la porta e la vide li, seduta che fissava in sua direzione, in silenzio senza muoversi come se non respirasse, pallida, ma, non disse nulla oltre un semplice: << Ciao >>.
Lo osservò, mentre riponeva le sue cose al loro posto, si diresse in cucina e lei pensò: << sta cercando di prendere tempo, ha compreso che c’è nell’aria qualcosa, ha compreso che riguarda noi.>> Era quello il momento, quello e nessun altro, si alzò e rimase al centro della stanza nell’attesa che lui tornasse li, ne sentì i passi lenti avvicinarsi, e lo sentì vicino a lei, aspettò in silenzio che fosse lei a parlare per prima; lo fecce. << Marco, nulla è più un mondo insieme se nel nostro vivere insieme siamo più soli che mai. Se percorriamo strade perennemente separate, se ci facciamo male ogni volta che ci urta la nostra reciproca indifferenza, non possiamo più continuare a ferirci>>. - << Pensavo la stessa cosa, ma non avevo io stesso compreso che era questo il momento d’essere chiari l’uno con l’altra. Se vuoi che vada via ora, sono pronto. Abbiamo entrambi il diritto d’esser felici e se stare insieme c’impedisce d’esserlo ognuno di noi deve esserne consapevole>>. Stranamente si trovavano d’accordo. Francesca aveva immaginato una violenta discussione, urla da parte di entrambi, non aveva pensato che entrambi fossimo stanchi. Per la prima volta si guardarono negli occhi senza rabbia, forse sconfitta ma, senza rabbia. Fu lui che l’abbracciò, e lo fecce con un calore umano che da tempo non sentiva nell’abbraccio di Marco. Le disse solo : << è la cosa giusta >>. di Antonella Soddu
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