È così che mi sento
come meteora filante
che dal nulla è apparsa nella tua vita buia
fatta preda di falsi moralismi, futili egoismi,
controversie a turbarne la serenità;
resa vittima di corpo che ha ceduto a ogni dolore
gettato su un freddo divano,
abbandonato su un letto d’ospedale.
Fascio di luce mi chiamasti…
nel mio passare mi fermasti
dicendomi che ti illuminavo i giorni
resi cupi da dolori e sofferenze
regalandoti il mio tempo, la mia gioia,
donandoti amore e armonia.
Tutto passa, tutto guarisce
e poi di me, cosa resta?
Neanche più il ricordo permane,
nulla più di ciò che ti ho dato
è vivo nella tua mente, nella tua anima.
Ogni azione mia, fatta per te senza tornaconto
non è ricordanza, purtroppo è dimenticanza
di quel che un tempo fui per la tua vita
insidiata da tetre difficoltà che ti parevano infinite,
magico incastro d’anime gemelle ci definisti,
senza indugio mi eleggesti come tassello
mancante d’un puzzle perfetto
di cui poi è sembrato potessi farne a meno.
Adesso però necessita ancora la mia presenza?
E allor sì che rimembri la mia luce,
indiscreta, nell’ombra, ma comunque presente
a tender sempre la mano sorridente
ricca di opportunità, incoraggiamenti,
supporto se sei indeciso, sostegno se sei incerto.
E allor sì che alzi gli occhi al cielo
e il ricordo di me torna a essere limpido
nella richiesta per la mia mano tesa
per poi però rigettarmi nell’oblio.
Non volevo e non voglio
essere usanza all’occorrenza,
ma presenza piacevole.
Non volevo e non voglio
essere considerata obbligo, dovere
bensì gioviale brio.
Non volevo e non voglio
sentirmi oggetto ingombrante,
ma costante desiderio
nell’esser vissuta.
Perciò non stare più fermo lì
a guardare il mio passare,
ma afferra la mia mano…
torna a vivere
il mio donare.
come meteora filante
che dal nulla è apparsa nella tua vita buia
fatta preda di falsi moralismi, futili egoismi,
controversie a turbarne la serenità;
resa vittima di corpo che ha ceduto a ogni dolore
gettato su un freddo divano,
abbandonato su un letto d’ospedale.
Fascio di luce mi chiamasti…
nel mio passare mi fermasti
dicendomi che ti illuminavo i giorni
resi cupi da dolori e sofferenze
regalandoti il mio tempo, la mia gioia,
donandoti amore e armonia.
Tutto passa, tutto guarisce
e poi di me, cosa resta?
Neanche più il ricordo permane,
nulla più di ciò che ti ho dato
è vivo nella tua mente, nella tua anima.
Ogni azione mia, fatta per te senza tornaconto
non è ricordanza, purtroppo è dimenticanza
di quel che un tempo fui per la tua vita
insidiata da tetre difficoltà che ti parevano infinite,
magico incastro d’anime gemelle ci definisti,
senza indugio mi eleggesti come tassello
mancante d’un puzzle perfetto
di cui poi è sembrato potessi farne a meno.
Adesso però necessita ancora la mia presenza?
E allor sì che rimembri la mia luce,
indiscreta, nell’ombra, ma comunque presente
a tender sempre la mano sorridente
ricca di opportunità, incoraggiamenti,
supporto se sei indeciso, sostegno se sei incerto.
E allor sì che alzi gli occhi al cielo
e il ricordo di me torna a essere limpido
nella richiesta per la mia mano tesa
per poi però rigettarmi nell’oblio.
Non volevo e non voglio
essere usanza all’occorrenza,
ma presenza piacevole.
Non volevo e non voglio
essere considerata obbligo, dovere
bensì gioviale brio.
Non volevo e non voglio
sentirmi oggetto ingombrante,
ma costante desiderio
nell’esser vissuta.
Perciò non stare più fermo lì
a guardare il mio passare,
ma afferra la mia mano…
torna a vivere
il mio donare.

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