Marzo è zenzero
e mi scotta la lingua,
ma il retrogusto viene dolce
e m’accompagna per un altro morso,
le nuvole sembrano tranquille,
ma la prospettiva parla di catinelle.
Sotto le mura, oltre il fossato putrido,
grilli talpa e giaggioli
su un possedimento ondulato,
nessun albero per 500 metri,
più facile far passare un cammello nella cruna,
settima figurina dell’album,
mantengo un ordine maniacale.
Marzo respira dalla bocca la logica
mentre sfoltisce le rose,
s’oppone alle note composite
aldilà della frontiera
tra fili acuminati e ciechi,
vi ha messo i francesi,
ma ora non si scorgono,
mischiati tra le nebbie d’altura,
bugiardi come giullari.
Marzo li ha spazzati
mentre si ritiravano a rotta di collo,
noi dietro roteando urla
sulle loro madri profumate.
Ma le battaglie sono petali,
oggi proclami vittoria sull’ultimo,
domani sullo stesso sei latitante
morsicato dai segugi.
Marzo è fra terre
di cui vado fiero
e mi corteggia
con quell’arietta a intingermi la nuca,
niente in confronto
ai venti siderali
con cui attornia le torri.
Marzo è pungente come cacio,
robusto come un istrice,
ibrido quanto basta
per distinguere gli attori
dalle battute consunte
o chi tra il pubblico scorreggia l’insolenza
con tatuaggi d’odio,
se ne fai una manciata
li getti alle galline petulanti nell’aia.
Marzo spazza il puzzo
rasentando i muri del mio percorso,
contesta le troppe parti che correggo
in queste ronde estenuanti
a consumarmi la vista sul particolare,
ingollando tutto ciò che può essere scaldato.
Successivo al filare dei cipressi
vi è il parcheggio a lisca di pesce,
dopo 7 assedi
il destino mi divora,
in quale mese riavrò gli anni seducenti?
Dove i colpevoli restano colpevoli,
ma i lupi possono tramutarsi in cani.

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