Solo il tempo mi disse,
poi ch’a lungo m’adoprai,
invano cercando tra mortali spoglie
la via, quanto vana l’umana opra
sia e quanto ogni prodigarsi
s’al bene altrui non sono volti.
E pur mi disse: l’umile così suole fare.
Stimai allora, caro professore,
benché lungi ai più dall’essere tale,
piuttosto segno di natura frale,
quale veneranda tra le virtù
l’umiltà, e pure stimai
quanto poco se ne fregi l’uomo,
ancora meno se d’agi si sparga
o se di terrene lodi s’avvalga.
Ma per te, Gian Aldo, così non fu
(estraneo non ti sia qui il mio nomarti,
perché in altro tempo e altrove, pur volendo,
qual figlio ch’al padre si volge,
solo per pudore non osai).
Anzi, gli allori fatui rigettando,
e per il bene ch’innanzi ti dissi,
con umile fare al supremo fine
e sacro la tua sapienza ponesti.
Di te si schiuse allora al guardo mio
dell’umana stirpe il nobile tratto.
E così quando, il riposo lasciando,
da lungi al mio infermo letto giungesti,
o quando del figliolo tuo parlando
l’occhio l’emozione non t’ascose,
o quando dicesti la nostalgia
essere la tua sola malattia.
Imago fosti d’umiltà e sapienza,
dei miei adombrati giorni il raggio,
quiete del mio tormento, dei miei affanni.
E ora che la voce tua più non sento
e il tuo soffio per il cielo è vago,
dove troverò quella luce,
dove quella pace?
Forse qui, dove il tuo corpo giace?
Ma non sotto l’ombra d’un cipresso,
tra freddi marmi e pianti,
su di un pendio che ogn’ora al sole volge,
ove giungano, dal vento sospinti,
rintocchi di campane lontane,
là voglio essere sepolto.
E là, caro Gian Aldo,
dell’infinito inganno disserteremo,
e là, il bronzeo suono cavalcando,
ritorneranno gli anni,
onde fugata sarà la tua nostalgia
onde fugata sarà la mia.
Talora a solcare il cielo torna
l’infante vento, e l’olezzo reca,
le stagioni d’un tempo;
là, in quei celesti effluvi,
ove io quel fanciullo solevo cercare,
ora vado cercando te professore,
e quando l’oscurità s’inargenta,
e la tremula foglia un’ombra vaga dipinge,
e la guazza lustreggia,
e tra i rami l’assiolo volteggia,
indugio così fino a sera,
e quale la notturna vita si svela
tale quell’altra immagino, e spero.
Qui, tra l’immortali note del creato,
quel dì sospiro e attendo.
Qui “Al Chiaro di Luna”
ogni mio pensiero con te si perde.
poi ch’a lungo m’adoprai,
invano cercando tra mortali spoglie
la via, quanto vana l’umana opra
sia e quanto ogni prodigarsi
s’al bene altrui non sono volti.
E pur mi disse: l’umile così suole fare.
Stimai allora, caro professore,
benché lungi ai più dall’essere tale,
piuttosto segno di natura frale,
quale veneranda tra le virtù
l’umiltà, e pure stimai
quanto poco se ne fregi l’uomo,
ancora meno se d’agi si sparga
o se di terrene lodi s’avvalga.
Ma per te, Gian Aldo, così non fu
(estraneo non ti sia qui il mio nomarti,
perché in altro tempo e altrove, pur volendo,
qual figlio ch’al padre si volge,
solo per pudore non osai).
Anzi, gli allori fatui rigettando,
e per il bene ch’innanzi ti dissi,
con umile fare al supremo fine
e sacro la tua sapienza ponesti.
Di te si schiuse allora al guardo mio
dell’umana stirpe il nobile tratto.
E così quando, il riposo lasciando,
da lungi al mio infermo letto giungesti,
o quando del figliolo tuo parlando
l’occhio l’emozione non t’ascose,
o quando dicesti la nostalgia
essere la tua sola malattia.
Imago fosti d’umiltà e sapienza,
dei miei adombrati giorni il raggio,
quiete del mio tormento, dei miei affanni.
E ora che la voce tua più non sento
e il tuo soffio per il cielo è vago,
dove troverò quella luce,
dove quella pace?
Forse qui, dove il tuo corpo giace?
Ma non sotto l’ombra d’un cipresso,
tra freddi marmi e pianti,
su di un pendio che ogn’ora al sole volge,
ove giungano, dal vento sospinti,
rintocchi di campane lontane,
là voglio essere sepolto.
E là, caro Gian Aldo,
dell’infinito inganno disserteremo,
e là, il bronzeo suono cavalcando,
ritorneranno gli anni,
onde fugata sarà la tua nostalgia
onde fugata sarà la mia.
Talora a solcare il cielo torna
l’infante vento, e l’olezzo reca,
le stagioni d’un tempo;
là, in quei celesti effluvi,
ove io quel fanciullo solevo cercare,
ora vado cercando te professore,
e quando l’oscurità s’inargenta,
e la tremula foglia un’ombra vaga dipinge,
e la guazza lustreggia,
e tra i rami l’assiolo volteggia,
indugio così fino a sera,
e quale la notturna vita si svela
tale quell’altra immagino, e spero.
Qui, tra l’immortali note del creato,
quel dì sospiro e attendo.
Qui “Al Chiaro di Luna”
ogni mio pensiero con te si perde.

Commenti
BUONADOMENICA!
SOLO UN'AMORE ETERNO DAL TUO CORE!
SERENA DOMENICA LUCIANO.